SATURNUS

Veronika Decides To Die

2006 - Firebox Records

A CURA DI
NIMA TAYEBIAN
12/10/2019
TEMPO DI LETTURA:
9,5

Introduzione Recensione

Saturnus. Il nome in latino del dio Saturno, nume della fertilità e altresì divinità spesso identificata con Crono, rea di essersi cibata dei propri figli per evitare di essere detronizzata (racconto mitologico mirabilmente riportato in pittura da Goya nel celebre "Saturno Che Divora I Suoi Figli"); ma con lo stesso nome abbiamo una farfalla del genere Hesperidae e una band, eccellente, fautrice di un mirabile doom death metal. La band che andremo ad affrontare oggi, prendendo come spunto un capolavoro dato alla luce proprio da questo ispiratissimo ensemble, ossia "Veronika Decides To Die" (il cui nome è palesemente ispirato a una novella di Paulo Coelho). Un album imprescindibile per qualsiasi amante di certe sonorità, su un livello simile a molti grandi capolavori dei maestri del genere, come i My Dying Bride, gli Anathema, i Paradise Lost e i Katatonia, emblemi ed icone seminali di tutto il doom death a venire. Già, non è strano che si arrivi a piazzare un gruppo sicuramente più giovane sullo stesso livello dei sopra citati maestri dato che i nostri non sono esattamente degli "epigoni", ma veri artisti capaci di attingere dalle "fonti storiche" rielaborando in maniera personale le influenze tanto da tirare fuori dei "prodotti" pregni di una buona dose di originalità. Usando il termine "prodotti", ne sono consapevole, ho tirato in ballo un vocabolo a onor del vero "freddo", impersonale, cosa che le opere - ecco, questo termine mi aggrada di più - non sono assolutamente (ma tale locuzione è stata usata con finalità neutre), anzi, ogni parto discografico dei nostri risulta un magistrale compendio di crepuscolarità in cui si denota al contempo un certo calore umano. Nei dischi della suddetta band si denota sempre un certo trasporto, un'emotività non indifferente, in cui il concetto di spleen non è mai espresso in maniera fredda e oleografica. E dei vari lavori dati alla luce sino ad ora (quattro: "Paradise Belongs to You" del '97; "Martyre" del 2000; "Veronika Decides to Die" del 2006"; "Saturn In Ascension" del 2012) in molti concorderanno con me che è proprio il terzo capitolo di questa non lunghissima avventura, ossia "Veronika Decides to Die", ad essere il più riuscito, il più mirabile esempio della loro arte. Un disco splendido, composto da otto tracce tutte di notevolissima fattura, consistenti nel minutaggio (si varia dai quasi sei minuti della settima "To The Dream" ai quasi undici minuti della opener "I Long") ma mai dispersive, e, anzi, capaci di regalare in ogni frangente una gamma di emozioni difficilmente trascrivibili con banali parole. Cosa che il sottoscritto potrebbe tentare, esibendo una lunga gamma di paroloni, giocando con la più sterile dialettica allo scopo di riportare con mere trascrizioni letterali quanto invece andrebbe effettivamente vissuto, fatto scivolare nel proprio apparato uditivo, e giù, dritto verso il cuore. Ed è per questo che qualsiasi vano tentativo di decodificare le emozioni in lettere viene totalmente tralasciato: come si fa a spiegare perchè certi brani, e in questi certi passaggi riescano a fare breccia nell'animo dell'ascoltatore? Certe sensazioni vanno recepite con i giusti sensi, e la scrittura non è certo lo strumento più adeguato per comunicare la sottile vibrazione di un brano musicale. Lascio dunque che siano gli stessi brani a "trasmettere tali vibrazioni" limitando il mio compito ad un analisi decisamente più fredda ed impostata ad una trascrizione di quelle che sono le mie impressioni in merito. Qualsiasi esame più specifico comunque viene rimandato alla nostra consueta track-by-track e alla classica appendice finale. Prima di lasciarvi con il grosso dell'analisi, comunque è bene spendere qualche parola sulla band. I Saturnus si formano nel 1991 con il monicker Assesino grazie a Thomas Akim Grønbæk Jensen e Brian Hansen (rispettivamente cantante e bassista della band), desiderosi di dare vita ad un nuovo gruppo Death metal. Al gruppo, nel 1993 si uniscono Christian Brenner (chitarra), Kim Sindahl (chitarra) e Pouli Choir (batteria). Dopo qualche live e successivamente alla partecipazione al concorso "Judgment Day" la band è soggetta a nuovi cambi nella line-up, che comportano, tra l'altro, l'entrata nel gruppo del tastierista Anders Ro Nielsen. Proprio in questo periodo, viene abbandonato il monicker "Assesino", sostituito con quello di "Saturnus". Nel 1994 il gruppo, stabilizatosi su una line-up comprendente Thomas Akim Grønbæk Jensen, Brian Hansen, Anders Ro Nielsen, Jesper Saltoft (batteria), Mikkel Andersen, diventa un sestetto, grazie all'ingresso del chitarrista Kim Larsen. Anno decisivo per la band è il 1996, quando questi si esibiscono con i My Dying Bride: l'incontro sancisce una netta rivoluzione nel loro mood stilistico. I nostri sviluppano quindi il loro sound in una modalità più matura e riconoscibile, la stessa ad oggi largamente apprezzata dai fans. L'approccio con queste nuove sonorità permette ai nostri di firmare con la Euphonious Records, etichetta con la quale realizzano l'anno successivo (il 1997) il primo full length "Paradise Belongs to You". Tre anni dopo (2000), con l'ausilio del produttore Flemming Rasmussen viene dato alle stampe il secondo album "Martyr". Dopo ulteriori avvicendamenti nella line up, nel maggio 2006, esce il loro terzo disco "Veronika Decides To Die", oggetto di questa recensione: Il terzo album della band danese prende spunto dal popolare romanzo dello scrittore brasiliano Paulo Coelho, che racconta della riscoperta di vita da parte di una ragazzina, Veronica, tenuta in cura all'interno di uno ospedale psichiatrico. La bambina, caduta in una grave depressione e perseguitata dal pensiero della morte, riscopre la bellezza del mondo e l'importanza della vita. Il connubio "vita e morte" è tipico della narrazione gotica, e così i Saturnus tentano di elaborarlo nel loro album più ambizioso, attraverso atmosfere eteree e romantiche, passaggi claustrofobici che rievocano l'interno dell'ospedale psichiatrico e asperità tipiche del death. Ci vogliono sei anni di lavoro per avere un nuovo album della band, che nel frattempo ha perfezionato il proprio stile, prendendo spunto dalla poesia gotica dei My Dying Bride, band con la quale sono andati in tour negli anni 90, restando folgorati, e dopo sei anni e un percorso evolutivo di album in album, i danesi raggiungono il suono più nostalgico della loro discografia. Avendo per ora esaurito quanto ci poteva essere da dire, direi di passare alla nostra track-by-track. [Nota: essendo la parte testuale priva di riferimenti consistenti riguardo a "chi sia il/la protagonista dei brani", se Veronika o dei personaggi "più sfumati" e senza reale riferimento alla suddetta figura, ho optato per la prima versione, facendo ruotare tutto attorno al personaggio che da il titolo al disco"].

I Long

"I Long" (Io Bramo) prende il via con mesto lavoro introduttivo di piano, molto delicato e romantico. Prima del minuto intervengono batteria e chitarra a definire un frangente più possente, e mentre la batteria rimane sullo sfondo a fungere da comprimaria, la chitarra inizia ad erigere un ricamo energico e pieno di struggente malinconia. Appena varcata la soglia del secondo minuto entra in scena la voce (dapprima in una modalità clean molto rassegnata, quindi in un growl arcigno) che ci porta in seno ad un testo particolarmente intimista, basato nella sua totalità sui pensieri della protagonista (Veronika) e sul suo desiderio di essere amata, baciata dal suo uomo onde evitare di avere ancora paura: inizialmente questa dice a se stessa che sta sbagliando, che continua a perpetrare lo stesso sbaglio; quindi confessa di essere avviluppata dal dolore. Vorrebbe essere attraversata dallo sguardo del suo amato, vorrebbe che lui la baciasse, perchè solo così potrebbe sentirsi protetta dall'indescrivibile sentimento di paura che la avvolge. Nel mentre, sullo sfondo, la chitarra continua inesorabile il suo melanconico ricamo "esistenzialista", avvolgente, magnetico nel suo incedere e deprimente come una brezza autunnale in un cimitero, nella quale danzano delicatamente le foglie secche, testimoni silenti di ciò che una volta era vita. Verso i tre minuti e trentacinque la voce si smorza per lasciare spazio ad un frangente interamente strumentale, scolpito sulla falsariga della trama musicale già evinta in precedenza. Questo si spegne in fade out verso i quattro minuti e cinquanta per regalarci un frangente soffuso, quasi impalpabile, che consente alla voce (stavolta in clean, recitata) di tornare in scena verso i sei minuti. Quasi trenta secondi dopo il brano torna più energico, grazie ad un lavoro più deciso dei vari strumenti. Ci si mantiene entro abissi insondabili di spleen, ma con una dose leggermente più consistente di energia. A quasi sette minuti e mezzo vi è il ritorno della voce in growl, che si lascia trasportare dall'amaro melodiare degli strumenti come una barca alla deriva si fa trascinare dalle onde senza meta, senza approdo.

Pretend

Ben più ritmata l'introduzione della seguente "Pretend" (Fingo), strutturata su un riffing scattante, energico, coadiuvato da dosati rintocchi di batteria. Questa si presta ad una leggera variazione verso il trentesimo secondo, comunque destinata a durare pochi secondi. Infatti già verso il quarantesimo secondo si ricomincia in seno al riff di partenza, che funge anche da elemento introduttivo alla voce, impostata su un tono estremamente rude ma non in growl. Questa ci porta ad un testo ancora una volta dal carattere "intimista", ma giocato maggiormente sull'incomunicabilità delle persone. Lei, la protagonista, passeggia di notte ed è conscia della sua totale solitudine; incontra un uomo, che si intuisce ha amato in passato; i due si scambiano effusioni, dimostrano ancora una volta reciproco interesse, si baciano. Ma è solo una finzione. Lei si rende conto che tutto ciò è farlocco, che tali reciproci interessi sono in realtà posticci. Che lei è effettivamente sola. Il brano è notevole e rispecchia come già detto il senso umano dell'incomunicabilità, oltre che della solitudine che tutti avvolge. Siamo universi incapaci di incontrarsi veramente, e a regnare veramente nelle nostre sterili vite è il vuoto. Nel contempo il riff portante continua la sua marcia reiterata, a loop, sino a quasi il minuto e venti, quando una piccola variazione ritmica impone un leggero rallentamento. Ma una ventina di secondi dopo si ricomincia sulla scorta del main riff sciorinato sin dalla partenza. Ancora un piccolo rallentamento superata la soglia dei due minuti e dieci che ci porta ad un frangente più "atmosferico" (due minuti e quaranta). A quasi tre minuti e trenta riappare la voce, che si fa flebile, sussurrata, impostata in un mood quasi recitato. Una ventina di secondi dopo fa capolino un ottimo giro di chitarra, mentre sullo sfondo la batteria scandisce colpi in maniera quasi marziale. Successivamente prende il via un magnifico solo guitar, carico di pathos, capace di arricchire con un surplus di bellezza il pattern strumentale messo in campo in precedenza. Un magistrale lavoro di chitarra che traghetta in maniera superba il brano sino alla fine.

Descending

"Descending" (Discendendo) parte con un'introduzione decisamente mesta e pregna di un inenarrabile spleen, muovendosi quindi su binari non dissimili rispetto a quanto udito nella prima parte dell'opener "I Long" (il sentimento di struggente malinconia, pur se espresso in altra forma, è lo stesso). A una prima parte, scandita da un lavoro molto soffuso di chitarra, fa seguito (verso il quarantesimo secondo) un intarsio chitarristico più energico, ma irrorato ugualmente di crepuscolare tristezza. La batteria si mantiene parca nei suoi rintocchi, lasciando che sia la chitarra a dipingere elegiaci scenari color seppia. Verso i due minuti subentra la voce, stavolta impostata in un growl cupo e catacombale, introducendoci alle delicate fantasie di un personaggio (possibilmente sempre Veronika), la quale fantastica di realizzare i propri desideri salendo in cielo sino alle stelle, portando con lei il proprio amato: inizialmente questa fantastica proprio di salire nell'empireo per vedere realizzati i suoi sogni tra le stelle; questa poi dice di voler partire - il viaggio potrebbe essere comunque un viaggio "concreto" e non semplicemente fantasticato - e di volere con se l'uomo che ama. Gli assicura che partendo insieme, andando via da quel luogo, potranno essere più puliti e veri. Se la cosa si può effettivamente realizzare, comunque, lei non può confermarlo, non subito. Non prima di questo salvifico, catartico viaggio. Nulla potrà distoglierla dalla sua volontà di partire, desiderando ardentemente "quelle stelle". Nel mentre, sullo sfondo, il pattern strumentale si mantiene compatto ma sempre impostato su toni crepuscolari e mesti. Verso i due minuti e trenta la voce si estingue, e il pattern ritmato che ne fungeva da base sfuma verso un solo guitar estremamente pregevole. A quasi quattro minuti si ritorna dunque in seno alla struttura principale, energica e melanconica al contempo, screziata dal growl cupo ma tristissimo di Thomas. Verso il quinto minuto la texture musicale si estingue in un frangente "atmosferico" fregiato da sparute, distanti note di chitarra. Si entra in una sezione strumentale particolarmente quieta, in cui sembra regnare una componente "catartica" capace di sfumare in un tenue vapore la struggente cappa depressogena alimentata sino ad ora. Questa presto acquista tono, scivolando verso una seconda parte maggiormente decisa e ancor più evocativa, in cui la chitarra pennella sapientemente scenari struggenti. Ed è proprio tale magistrale guitar work a traghettarci verso la fine del brano, mentre stupiti da tanta bellezza vorremmo risentire un simile capolavoro ancora, e ancora. 

Rain Wash Me

"Rain Wash Me" (Che la pioggia mi lavi) prende il via con una nuova introduzione soffusa e colma di delicatezza (i nostri sembrano avere una predilezione nell'uso di parti introduttive pacate, sapendole usare tra l'altro con gusto mirabile) giostrata dapprima su di un ricamo pianistico, quindi su un riff cupo e dolente che, superata la soglia del secondo minuto, introduce il vocione in growl di Thomas A.G. Jensen: il singer ci narra stavolta delle tenebre mentali di una persona tormentata (si presuppone sempre Veronika), funestata da notti insonni che non riesce a convivere con la propria inquietitudine, arrivando alla fine a compiere un gesto estremo. Inizialmente si fornisce uno spaccato del senso di auto annichilimento perpetrato dalla protagonista del brano, funestata da incubi e brutti pensieri. Si comprende che tale figura ha un motivo ben preciso per tormentarsi (si parla di "vergogna" e lei si domanda se sarà la pioggia a lavare tale vergogna). Gli incubi si susseguono, e la ragazza è incapace di convivere con le proprie frustrazioni, con la sua malattia interiore che cresce e si sviluppa come un cancro. Decide quindi di farla finita, impiccandosi. E arriva così la pace, tutto attorno a lei diviene buio. Gli incubi e i cattivi pensieri sono finalmente cessati. Intanto un riffing tetro e dolente viene reiterato scortando la voce come un corteo piangente scorta un carro funebre. Gli strumenti pennellano scenari neri, e la voce ci guida imperiosa in una abissale discesa. Sembra di scivolare in neri pozzi colmi di catrame, ove nemmeno la pioggia, che dovrebbe purificare la protagonista del brano, può in alcun modo filtrare. Verso i tre minuti il pattern sino ad ora messo in piedi sfuma in una parte maggiormente atmosferica, impalpabile, evanescente, screziata presto da un sibilo di chitarra capace di fendere tale atmosfera nebbiosa come una lama nella stoffa; subentra quindi la voce in clean, recitata del singer, che si va ad adagiare in tale atmosfera soffusa. Verso i cinque minuti la sezione ritmica impone una possente progressione, e anche la voce passa dal clean al growl impregnandosi di barbara cupezza. Il proseguo - sino alla fine - è impostato sulla voce in growl accompagnata da un intarsio strumentale energico ma pieno di tristezza.

All Alone

Il brano "All Alone" (Tutta Sola) ripete lo schema collaudato - e decisamente vincente - dell'introduzione soffusa, suadente, capace di evocare sentimenti di tristezza e solitudine. Una chitarra acustica ricama dolci note fluttuanti in un mesto nugolo di dolore, mentre la voce, anch'essa su una impostazione tenue e dimessa, si cala nel personaggio di Veronika, che, guardando le nuvole si sente perduta, e percepisce gradualmente di volare via. Si stacca dolcemente da terra, stringendo forte le sue stesse mani, condividendo sentimenti e speranze con se stessa, raccogliendo la solitudine seminata. Veronika è consapevole della sua totale solitudine e sa che morirà così come ha sempre vissuto: da sola, priva dell'amore di qualcuno, priva del calore di un'abbraccio. Un'altra triste riflessione sulla condizione dell'essere umano, fondamentalmente solo, che si intreccia con la voglia di evadere, di smarcarsi dalla propria torbida alienazione. Il pattern musicale continua nel mentre a carezzare la voce del singer in maniera suadente e pacata: solo una delicata chitarra, ma capace di donare un indescrivibile senso di malinconia. E si continua a scivolare sui sentieri del dolore, non urlato, bensì appena sussurrato, sino al subentrare di un guitar work elettrico capace di donare più energia alla texture musicale. Un cesello pregno di incredibile pathos, bello, riuscito, che dona un surplus di eleganza ad un brano già di per se vincente.


Embraced By Darkness

"Embraced By Darkness" (Abbracciato dalle tenebre) consta di un'introduzione ossianica, basata su un riffing pesante e oscuro, in netto contrasto con la maggior parte delle intro dei brani precedenti. La voce entra presto in scena (neanche al quarantesimo secondo) con un growl ferale che ci introduce in un testo ancora una volta dal carattere introspettivo, molto pessimista: la protagonista avrebbe bisogno di qualcuno che possa calmarla, che possa fermare il sangue che scorre dai suoi occhi. Cerca conforto e sa che il conforto può arrivare solo dal freddo abbraccio delle tenebre. Quando è avvolta dalle tenebre sa di trovarsi a casa, in un limbo accogliente. E si perde nelle sue fantasie, sciorinando pensieri fantasiosi ("Insegui il dolore dal mio cuore" [...]"Sono il serpente nel mio paradiso") mentre attende la morte che la ricongiungerà in maniera eterna con il buio senza fine. Intanto il riffing sciorinato prima dell'entrata in scena della voce continua a girare imperterrito accompagnando il growl animalesco di Thomas. I ritmi sono decisamente lenti, il clima quasi da processione. Verso il minuto e venti la voce in clean si sostituisce al growl, mentre il riffing di base, spento e sepolcrale, continua a ruotare incessante avanzando senza ostacoli. Si inserisce anche un pregevolissimo cesello di chitarra, superati i tre minuti, che conferisce una abbondante dose di cupo splendore ad un pezzo già incredibilmente bello ed evocativo. Si scivola verso i tre minuti e trenta in un frangente più pacato, caratterizzato da un riffing reiterato allo spasmo. Subentra in breve la voce, su toni dimessi, cullata dal suddetto riffing e da un tamburellare nervoso sullo sfondo. Verso i cinque minuti e venti le clean vocals sono sostituite dal growl, mentre l'accompagnamento musicale si carica di una vaga possenza marziale. Nel mentre la chitarra serpeggia un giro solenne e cupo, che in breve, ci conduce alla fine di questo strepitoso brano.

To The Dreams

La successiva "To The Dreams" (Ai Sogni) prende il via ancora con un'introduzione ossianica, severa, basata su un riff greve in slow-tempo. Verso il trentesimo secondo fa il suo ingresso la voce in growl che ci traghetta verso oscuri lidi depressogeni in cui il singer, incarnando la dannata figura che si erge ad elemento centrale del disco (abbiamo già ipotizzato che si possa trattare di una Veronika memore della novella di Coelho), si diletta a dar corpo alle proprie visioni tetre: la protagonista, accarezzata profondamente dal vento, si sente sollevata per un istante, lontana dai propri cupi pensieri. Ma in poco tempo sente tornare la tristezza, che solletica la sua voglia di suicidio stimolando in lei visioni surreali ("Sono il cavaliere dei miei sogni" [...] "Vieni a prendere tutto e a bruciarlo/ Lascia entrare di nuovo il sole" [...] "Ruota lo specchio rotto, ricomponilo"). E' conscia che la sua vita è solo una vacua, inutile parentesi, destinata a cessare prematuramente. E nel frattempo tutto quel a cui pensa è quel dolore, incessante, perpetuo che teme possa continuare anche oltre la soglia dei morti. In concomitanza, sullo sfondo, il riffing si mantiene duro, arcigno. La profondità catacombale espressa dal cesello strumentale è un qualcosa di unico, capace di portarci mentalmente a scenari cupi e claustrofobici. Oltrepassato il minuto e dieci un sibilante giro di chitarra serpeggia funesto scivolando letargicamente sul pattern sonoro. Si erge la voce in clean, solo per un instante, prima che la parte prettamente strumentale torni a farla da protagonista. La chitarra piange irrorando mestizia in tessuto sonoro fatto della stessa consistenza di un freddo sudario. La tristezza si eleva superbamente irraggiando ovunque la su nera luce. La voce torna dunque in scena, con un impostazione in clean fioca e disperata. E ancora svanisce lasciando che siano gli strumenti a parlare, a disperarsi. Quindi si assiste ad un ritorno della voce, prima in growl, quindi in una modalità iraconda e sprezzante. Verso i quattro minuti il brano "collassa" in un frangente atmosferico pregno di pacatezza. Solo poche note di chitarra acustica si stagliano nel vuoto.

Murky Waters

La fine di questo autentico gioiello è sancita dall'ultima traccia "Murky Waters" (Acque torbide), che parte con rumori gorgoglianti per poi aprirsi a un delicato cesello di chitarra abbellito da un atmosferico lavoro alla tastiera. In breve viene sciorinato un riff energico e sensuale, di impareggiabile bellezza. Quasi al minuto e trenta subentra la voce, possente e sprezzante (ma senza l'uso del growl) che ci porta in seno ad una parte testuale ancora parecchio introspettiva: comprendiamo che la protagonista è ormai morta, e basta un passaggio come "onde del mio cuore paralizzato/che riposa sotterrato, morto nel buio" per farci capire che i suoi pensieri inerenti al suicidio alla fine hanno portato all'esito previsto. La pioggia che scende, e forma rivoli, rigagnoli nel terreno, filtra nel sottosuolo scendendo sul suo volto, sui suoi occhi. Come fossero le sue lacrime. Ma anche da morta il dolore non sembra cessare. E dunque si affida ad una sorta di preghiera, implorando qualcuno di gridare il suo nome, di calmare le sue grida. In concomitanza un riff energico viene reiterato sullo sfondo energizzato da sapienti contrappunti di batteria. Il clima si mantiene più "vivace" rispetto a parecchi brani sino ad ora sentiti, almeno sino ai due minuti e dieci, quando viene messo in campo l'ennesimo frangente "atmosferico", destinato a stemperare la grinta sino ad ora sciorinata: ad alimentare un clima decisamente più disteso ci pensa un lavoro di chitarra acustica accompagnata da parchi colpi alla batteria, in cui interviene la voce in clean e dimessa del singer. Si torna ad un passaggio più grintoso dal terzo minuto in poi, coincidente con il cambio di impostazione vocale del singer, che passa agevolmente ad una impostazione più irosa e possente. Un giro di chitarra colmo di pathos nel mentre, sullo sfondo, guizza e serpeggia liberamente trasformando in note il concetto stesso di spleen. Verso i quattro minuti e venti siamo deliziati da un frangente strumentale tutto basato sul riff principale del brano, che si smorza una quarantina di secondi dopo per lasciare il passo ad un diverso intarsio strumentale (in cui si assiste a un quasi botta e risposta tra chitarra e batteria) e la voce aspra del vocalist. Successivamente, al grido "call my cries/call my name" si ha un passaggio caratterizzato da un riffing acuto, triste, reiterato allo spasmo, che si protrae agilmente sino alla conclusione del brano.

Conclusioni

Arriviamo dunque alla fine di questo disco, considerabile senza mezzi termini perfetto. Un gioiello capace di rivaleggiare tranquillamente con i più mirabili capolavori del genere doom death metal. Non importa se i nostri non sono tra i "prime movers" del suddetto settore. Non conta nulla. L'album in questione è davvero un monumento al più verace spleen esistenzialista, realizzato da una band in gran spolvero e baciata dalla più totale e assoluta ispirazione. Un masterpiece di assoluto valore, in cui la band non solo si dimostra capace di riconfermare l'estro già espresso nei primi due dischi, ma si spinge più in la, confezionando il loro disco più maturo ed efficace, quello che - a parere del sottoscritto - rappresenta lo zenith della loro carriera. Una carriera priva di punti deboli, a onor del vero (dei quattro dischi dati alla luce sino ad ora non sono riscontrabili passi falsi, non vi è quello che sovente viene definito "nadir" o punto più basso) dato che i nostri non hanno mai smesso di dimostrare la loro innegabile bravura, ma questo disco è un qualcosa di assolutamente divino. Che poi casca a fagiolo nella "prova del terzo album" (generalmente il sottoscritto giudica il terzo album come la prova del nove per testare se una band è stata guidata da qualche guizzo ispirativo negli esordi, o se effettivamente è dotata di un qualche quid extra) capace di confermare i nostri non come delle meteore ma come maestri del genere. Del resto basta ascoltare i brani in scaletta: otto pezzi perfetti, senza nessun riempitivo, in cui i nostri, senza prodigarsi in eccessivi virtuosismi, sciorinano prove di bravura di magistrale efficacia. Brani in cui a contare è il feeling espresso musicalmente: sugli scudi il lavoro delle chitarre, incredibile, capaci ad ogni nota di emanare un senso di tristezza e melanconia davvero unici. E non conta se si parli di parti ritmiche o soliste, le chitarre sembrano gemere, piangere, evocare un dolore iperrealista perfettamente adiacente al senso di sofferenza espresso nella parte testuale. Da menzionare poi l'apporto vocale dell'eccelso Thomas A.G. Jensen, che si dimostra estremamente versatile dilettandosi in un range di interpretazioni con efficace scioltezza: passare dal growl cupo e ferale (non meno catacombale di quello che si potrebbe udire in un disco funeral doom) ad un clean morbido ed avvolgente (talvolta veramente mesto e disperato) sino ad arrivare ad un impostazione acre e sprezzante non è da tutti, e dunque è facile definire il singer un Artista con la a maiuscola. Un mostro di espressività capace di modulare il suo range vocale a seconda dell'occorrenza, risultando non solo sempre credibile ma incredibilmente incisivo. Da menzionare in tal sede il lato testuale, in cui si evince una maestria unica, un lato poetico degno di qualche verseggiatore professionista. L'elemento ispirativo, come detto in precedenza, è Paulo Coelho e il romanzo "Veronika Decide Di Morire" che i nostri prendono come spunto per trarne qualcosa di personale. Tutti i brani sono annegati in un torbido lago che si autoalimenta nel più puro ennuì esistenzialista, in cui la figura che si erge a protagonista (che ho tradotto arbitrariamente come la stessa Veronika, ma che potrebbe essere una figura simbolica e indecifrabilmente rappresentativa del senso di autoannichilimento umano) soffre, si dispera, sente rincarare per gradi il suo dolore esistenziale e non riesce a trovare sollievo in nulla, bramando una morte che sembra infine arrivare. Un distacco dalla vita che comunque non porta alcun beneficio, dato che il tormento si protrae anche nel regno delle ombre. Un'ulteriore menzione per la cover art del disco, splendida, che raffigura un volto femminile dissestato (quasi una maschera mortuaria), alterato da vari inserimenti grafici proposti in maniera frammentata: un ritaglio di volto femminile (forse la stessa Veronika), un primo piano su alcune finestre, una villa immersa in una luce mortifera vicino ad alcuni spettrali alberi. E al centro proprio quel volto umano, testimone di ciò che una volta era vita, annegato nel bianco. Cosa aggiungere, dunque; forse ben poco. Come ripeto il disco è una pietra miliare, da custodire gelosamente, da ascoltare e riascoltare. Una perla nel suo genere, consigliabile a chiunque sia desideroso di comprendere un termine come "capolavoro".

1) I Long
2) Pretend
3) Descending
4) Rain Wash Me
5) All Alone
6) Embraced By Darkness
7) To The Dreams
8) Murky Waters