SARGEIST

Satanic Black Devotion

2003 - Moribund Records

A CURA DI
ANDREA MION
05/01/2019
TEMPO DI LETTURA:
8,5

Introduzione Recensione

Nel 1999 Ville Pystynen, meglio noto come Shatraug, cantante e chitarrista della band black metal finlandese Horna, dà vita ai Sargeist, inizialmente con l'idea di farne un progetto solista. Il nome nasce dalla combinazione di due parole tedesche: "Sarg" (Bara) e "Geist" (Spirito) e deriva direttamente da una canzone dei Rotting Christ: "The Old Coffin Spirit". Caratteristica di Shatraug è la volontà continua di scrivere e rilasciare nuova musica e, infatti, tra il 1999 e il 2002 escono, sotto il nome dei Sargeist, tre diverse demo ("Nockmaar", "Heralding Breath of the Pestilence" e "Tyranny Returns") e uno split, realizzato con il gruppo francese Merrimack. Tutti prodotti in un ridotto numero di copie e con cambi di line-up massivi tra una release e l'altra. Tuttavia, dopo "Tyranny Returns", la situazione cambia. Ai Sargeist si aggiungono il cantante Hoath Torog e il batterista Horns, membri dei Behexen, altro storico gruppo finlandese, segnando quella che, per lungo tempo, sarà la formazione definitiva della band. Con Shatraug che si occupa anche del basso, la line-up è completa e viene quindi registrato, tra il 2002 e il 2003, il primo album ufficiale a nome Sargeist, questo "Satanic Black Devotion" che vedremo oggi insieme. Le radici stilistiche che avvolgono questo album provengono, per la maggior parte, dalla vecchia scuola del black metal norvegese. La chitarra riveste il ruolo principale nel CD, Shatraug suona riff veloci e serrati in tremolo-picking, mentre la batteria di Horns è di solito dedita ad un blast beat fulminante e inarrestabile con lo screaming acuto di Torog a completare il tutto. Nel lavoro sono più che rintracciabili le influenze soprattutto dei Darkthrone ma anche di Taake e Gorgoroth, oltreché dei gruppi di provenienza dei musicisti e di altri nomi classici del black finlandese come i Dark Funeral.  Nei Sargeist, però, è presente un approccio diverso, date per scontate le chiare influenze. Anche in maniera piuttosto diversa rispetto al suo stesso songwriting negli Horna, Shatraug riversa nel sound dei Sargeist una carica di melodia difficilmente riscontrabile, con tale struttura, in altri progetti black metal. Il riffing è sì glaciale e veloce (oltreché violento in certi momenti) ma viene spesso arricchito dalla presenza di una melodia strutturale al suo interno che ne aumenta la portata emotiva e, paradossalmente visto che si parla di black metal, ne migliora anche l'accessibilità. I Sargeist sembrano non solo aver fatto propria la lezione dei Darkthrone di "Transilvanian Hunger" ma paiono anche averla condotta ad uno stadio superiore. Se nei Darkthrone la melodia divenne una lieve componente nella costruzione della canzone, nei Sargeist essa è forse la parte principale. Lungo tutta la durata dell'album si alternano riff melodici e veloci, dotati della capacità di emozionare e di richiamare sensazioni di malinconia, un'emozione che nel black metal è sempre stata ricercata ed evocata ma che, forse, proprio nella musica dei Sargeist trova il suo più naturale sviluppo. Dal punto di vista dei testi, restando ben fedeli ai canoni del black metal old school, questo album non si caratterizza per un'elevata ricercatezza lirica. Il satanismo e la misantropia sono gli elementi cardine di buona parte delle liriche del pattern, sebbene in qualche occasione sia anche presente una buona scrittura e qualche spunto di riflessione che non mancherò di far osservare lungo l'analisi. 


Preludium

L'apertura dell'album è affidata ad una breve intro, "Preludium" (Preludio), dalla durata di poco più di novanta secondi. Una voce profonda fa quasi le veci di un coro, esprimendosi su tonalità basse e piuttosto ancestrali, affiancata da urla che si fanno via via più insistenti e pesanti mano a mano che scorrono i secondi. Lievi battiti di quello che sembra un tamburo si allineano alle pulsazioni del nostro cuore, mentre questa breve intro assolve in pieno il suo compito: prepararci emotivamente alla mastodontica title - track. 


Satanic Black Devotion

"Satanic Black Devotion" (Nera Devozione Satanica) è una delle canzoni più famose della band finlandese e vero e proprio inno del black metal tutto, capace di trasmettere un'impressionante carica emotiva attraverso la semplicità dell'esecuzione, una caratteristica che da sempre fa la fortuna di questo genere. Allo sfumare dell'intro, senza alcun preavviso, si scatena subito il riff principale della title - track, veloce, semplice ed evocativo. La melodia fa subito capolino nel guitar - work della band producendosi in questo malinconico giro di chitarra che ha il sapore delle tenebre, mentre, in sottofondo, un blast beat sferragliante non concede pietà. Vi è, sicuramente, più di qualche punto di contatto con la darkthroniana "Transilvanian Hunger" che tradisce l'ovvia ispirazione data dalla band norvegese. Tuttavia, se nei Darkthrone la melodia veniva inserita in maniera sottile e velata, nei Sargeist essa diviene strumento principale nella costruzione del riffing altamente emozionale della band. A 0:48 fanno il loro ingresso le vocals di Torog, votate ad uno screaming acuto e ricco di riverbero. Per una ventina di secondi il riffing varia, facendosi più veloce e ritmico mentre accompagna la prima strofa: "Hear the chant of my tormented soul. In black devotion I have prayed" (Ascolta il canto della mia anima tormentata. Nella nera devozione, io ho pregato). Come già il titolo suggerisce in maniera egregia, i testi dei Sargeist sono impregnati di satanismo e sofferenza e, subito, questa prima strofa ci rende l'immagine di vene aperte e carne tagliata in onore del demonio. Il diavolo, più che una figura meramente religiosa, sembra essere l'idolo a cui dedicare la propria sofferenza esistenziale, una divinità da pagare con dolore e sangue. A 1:12 il riff principale torna ad investirci in pieno volto, questa volta accompagnato dalle vocals in uno screaming così ricco di eco e riverbero da sembrare quasi mistico, impegnato a declamare quello che si potrebbe definire un ritornello: "Sanctissime colere chaos. Obscurities unveil to me- a Disciple. Sanctissime colere chaos. Mortuus pontifex" (Sacro rituale del caos. L'oscurità si rivela a me - un discepolo. Sacro rituale del caos. Pontefice morto). Il coinvolgimento emotivo raggiunge l'apice mentre la canzone si fa sempre più araldica nella sua nera devozione per il diavolo, portatore di un definitivo caos strisciante. A 2:01 un nuovo riff scandito da precisi colpi di batteria ci introduce alla seconda strofa, dove viene ancora esplicitato il messaggio di assoluta devozione per Satana. Una devozione che, ovviamente, coincide con il disprezzo per il resto dell'umanità: "In worship I rape humanity. Idolizing the torment with scars" (Nella fede, io stupro l'umanità. Idolatrando il tormento con le cicatrici). A 2:25 torna, ancora una volta, l'oscuro riff principale sempre accompagnato dalle vocals acute e malsane del ritornello. Dopo una seconda ripetizione del ritornello, a 3:13 prende il via una sezione solo chitarristica, dove Shatraug tesse una trama semplice e melodica, accompagnato sempre dal blast beat. Questa sezione si alterna, a 3:39 con una parte vagamente più cadenzata, dove la batteria pare acquistare volume nel suo incedere, rapido ma senza blast beat, e in cui assistiamo anche al ritorno delle vocals per l'ultima strofa dove ci viene raccontato il fanatismo che accompagna il culto del diavolo e il male che a cui ciò si accompagna: "In your fear you will avoid hurting me. Even in my name I carry rotting omens" (Nella tua paura eviterai di ferirmi. Anche nel mio nome io porto presagi di putrefazione). La canzone termina con una nuova ripetizione del main- riff, spogliato però della sezione vocale, quasi come se la bellezza di queste note fosse sufficiente a trasportarci, emozionalmente, dove i Sargeist volevano farci arrivare. 


Obire Pestis

"Obire Pestis" (Verso la peste) non raggiunge i tre minuti di durata e presenta uno stile piuttosto semplice: essenzialmente, infatti, la canzone si costruisce sull'alternanza di due soli riff. Il primo lo sentiamo immediatamente all'avvio della traccia e mantiene le caratteristiche del guitar - work già evidenziate nella title - track: è veloce, oscuro e ripetitivo, sebbene manchi della carica melodica presente in precedenza. Ad accompagnare questo incipit si fa sempre notare un blast beat scatenato, posto, tuttavia, sempre in secondo piano rispetto al suono della chitarra. A 0:24 entrano in scena le vocals, sempre caratterizzate dal loro sembrare quasi distanti rispetto all'ascoltatore, supportate da una batteria che scandisce in maniera regolare il tempo senza esagerare nella velocità e dal secondo riff che costituisce la canzone, ora sì più melodico e piuttosto simile a quelli che inframezzavano la prima canzone. Il testo, questa volta, lascia da parte i riferimenti satanici e abbraccia un'oscura malinconia esistenziale, abbinata ad una certa contemplazione per la natura che tanto ha dato nella storia del black metal: "This morbid night melancholy. Moon of funeral broods. Mist rising from the swamps. Where superstitions are alive." (Questa morbosa malinconia notturna. Luna di covate funebri. La nebbia si alza dalle paludi. Dove le superstizioni sono vive). A 0:48 ritorna sulla scena il funebre riff iniziale, sempre veloce e oscuro nel suo incidere ed a 1:07 una veloce serie di colpi sulla batteria introduce nuovamente la sezione più melodica e provvista di vocals. La contemplazione di una natura oscura e malsana lascia il posto ad oscuri presagi di morte, mentre il pensiero va, con nostalgia, a ricordare un'epoca lontana, dove a regnare sull'umanità era il dolore: "Not long will I howl at the moon. The end already creeps on my tongue. Between old suffering trees, I still see that which reminded me. Of a time sorrow had reigned" (Non a lungo griderò ancora alla luna. La fine già si insinua sulla mia lingua. Fra gli antichi alberi sofferenti io vedo ancora ciò che mi ha ricordato, di un tempo dove regnava il dolore). La canzone continua ad alternarsi tra le due sezioni, ancora a 1:30, dove il riff melodico si staglia più impetuoso e la voce diminuisce la propria incisività, e a 1:58 dove il lugubre riff iniziale ricompare per l'ennesima volta. La chiusura viene poi affidata, a 2:20, ad una nuova riproposizione del riff più melodico e arioso, accompagnato dalle vocals che lanciano un ultimo disperato grido di morte. La speranza è ormai svanita e il senso di inadeguatezza ci pervade, facendoci sentire come se non avessimo mai davvero vissuto. Neanche la morte ci potrà davvero salvare dal nostro vuoto interiore e tutto ciò che rimane è la malinconia di questa notte senza stelle: "There is no death to save me. I have never live. Obire Pestis. Morbid night melancholy" (Non c'è morte che possa salvarmi. Io non ho mai vissuto. Obire Pestis. Morbosa malinconia notturna). 


Frowning, Existing

"Frowning, Existing" si apre con un riff veloce, cupo e atonale, di matrice squisitamente black, che si staglia sopra il solito blast beat devastante. Tempo qualche secondo e un urlo molto acuto ci consente già di notare la prima differenza rispetto alle tracce sentite fino ad adesso. Ad occuparsi delle vocals (esclusivamente per questo pezzo) è infatti il chitarrista e leader Shatraug. Il suo screaming, oltre a tradire una certa ispirazione burzumiana, si caratterizza per essere più acuto e meno effettato rispetto a quello di Torog, probabilmente anche per scelte di produzione, che permettono alla voce del chitarrista di ritagliarsi adeguatamente il suo spazio in questo brano. L'atmosfera che si respira è satura di rabbia e angoscia, dettata dai giri glaciali della chitarra che procede velocissima fino a 0:23. Qui assistiamo alla seconda, importante, variazione rispetto a ciò che abbiamo sentito in precedenza. Per la prima volta, infatti, i tempi si fanno più cadenzati e la melodia si prende la scena nel riffing disegnando un seguirsi di note cariche di malinconia. La batteria scandisce precisa il tempo e Shatraug ci grida addosso la prima strofa, utilizzando il suo screaming davvero lancinante.  Il testo (scritto dal gruppo svedese Woods of Infinity) rende subito immagini di solitudine e malinconia, oltreché di trepidante attesa per qualcosa che pare stia per arrivare: "I stand alone. Waiting for my thoughts. Alone among shattered visions, waiting. Eternally, watching..." (Sono solo. Aspettando i miei pensieri. Solo fra le visioni spezzate, aspettando. Eternamente, guardando?). Il narratore pare aspettare i propri pensieri, consapevole, probabilmente, che essi non contengano altro che dolore, rabbia e sogni infranti. A 0:47, in linea con l'ultima riga di questa prima strofa, la canzone subisce un'accelerazione, segnata dallo screaming di Shatraug, a momenti quasi terrificante nel suo evocare disperazione, e su cui si costruisce la seconda, drammatica, strofa. Il dolore ora si fa più evidente e, come anche il titolo suggerisce, sembra provenire dal fallimento esistenziale che circonda questa nostra vita e in cui sono i nostri stessi pensieri a portarci. Una situazione irrisolvibile che ci condanna solamente a nuovi abissi di follia e disperazione: "End of pointless days. Thoughts infiltrate the voids of oblivion." (La fine di giorni inutili. I pensieri si infiltrano nei vuoti dell'oblio). Questa seconda strofa porterà, a 1:11, al ritorno del riff con cui la traccia era cominciata, acuendo quasi la sensazione di un destino inesplicabile dove l'unica prospettiva sembra essere quella del fallimento.  A 1:35 si presenta nuovamente la sezione più cadenzata, emotivamente sempre molto coinvolgente, che ci consegna anche la terza, breve, strofa di questo testo dotato di una buona scrittura e spunti interessanti: "Hollow joy, artificial happines. Broadcasted daily, and pitfully" (Gioia vuota, felicità artificiale. Trasmessa ogni giorno miserevolmente). Quante volte abbiamo davvero pensato se una sola delle cose che possediamo ci renda davvero felici? Quante volte ci siamo chiesti se davvero si possa provare gioia in un percorso carico di dolore e senza una meta precisa com'è la nostra esistenza? L'uomo moderno vive nell'obiettivo costante di raggiungere la propria felicità senza, probabilmente, mai sapere davvero cosa essa sia. Attorniati da tutto ciò che crediamo possa riempirci di sensazioni positive, in realtà stiamo solo vivendo un'emozione artificiale, priva di realtà. E, per quanto possa essere tragico il vuoto che ci portiamo dentro, esso diviene preferibile perché, quantomeno, sincero nella propria essenza di dolore primordiale. Come in precedenza, questo momento cadenzato subisce un'accelerazione che ne fa crescere la velocità, mentre Shatraug continua a declamare parole cariche di odio verso il genere umano, pregno di persone superficiali e incapaci di vedere oltre i propri limiti autoimposti: "Darkness marauds. The excruaciating populations. Perplexingly shallow. Appears abstract through eyes" (Oscuri saccheggiatori. Le popolazioni strazianti. Sconcertante e vuoto. Appare astratto attraverso gli occhi.) A 2:21, però, lo schema non si ripete e non abbiamo il ritorno del riff di inizio brano con il suo sentore oscuro. Infatti, a prendere possesso della traccia è un nuovo riff dal tono fortemente melodico che setta un nuovo schema di emozioni nell'ascoltatore, sostituendo l'odio e l'angoscia con una malinconia vivida e pulsante. Esso si ripete fino 3:56 dove abbiamo un nuovo ritorno della sezione cadenzata, accompagnata dall'ultima strofa dove il narratore non ha altri a cui rivolgersi se non Satana, capace di toccare le corde più intime di un animo tormentato mentre il fuoco dell'Inferno raggiunge il cranio e cancella definitivamente il dolore della vita e del passato: "My brain is shrouded in lava. Piercing and burning. Searing my past". (Il mio cervello è avvolto nella lava. Lava che sta penetrando e bruciando. E sta cancellando il mio passato). Esaurite le vocals, a 4:20 un rallentamento massivo lascia per qualche secondo la sola chitarra a tessere note grevi e cupe, per poi iniziare la cavalcata finale dove il riff iniziale e quello più melodico centrale si uniranno, quasi completandosi, al blast beat senza riposo e a qualche, isolato, urlo di Shatraug, per segnare la fine di questo bellissimo brano.

Glorification

Siamo a metà album e a farci svoltare verso la seconda parte del lavoro è "Glorification" (Glorificazione) che inizia con un potente scream di Torog mentre si snoda un riff cadenzato e tagliante, seguito nell'incedere da una batteria precisa e regolare. Avevamo già notato nel brano precedente alcune sezioni più rallentate ma questa è la prima volta che i Sargeist producono quello che può essere sostanzialmente definito un mid-tempo. La prima strofa inizia dopo pochi secondi sempre cantata dallo screaming all'apparenza distante di Torog. Nulla di più classico che un'ode a Satana in questo testo come ci viene fatto intendere fin dalle prime righe: "On this night of a depressive autumn. Under branches of these old trees. On this hour thy sign I glorify. Black flame of satan in my heart." (In questa notte di un autunno depressivo. Sotto i rami di questi vecchi alberi. In quest'ora io glorifico il tuo segno. La nera fiamma di Satana nel mio cuore). Questo mid- tempo, tuttavia, non è destinato a durare per molto ed ecco, infatti, che a 0:27 fanno letteralmente irruzione alcuni giri di chitarra più veloci e melodici e il solito blast beat inferocito. Questo riff è dotato di una grande carica di malinconia, come praticamente ogni composizione di Shatraug con gli Sargeist ci ha abituato, e la sua caratterizzazione melodica ne permette un'immediata assimilazione e fruibilità anche da un non amante del genere. Pur essendo puramente black metal, i Sargeist riescono nel non facile obiettivo di risultare accessibili e quasi catchy nel loro stile. A 0:51 le vocals tornano a prendersi la scena con la continuazione della strofa precedente mentre, sotto la voce di Torog, la melodia tessuta da Shatraug in precedenza si evolve in un riff sempre armonioso ma ancora più veloce. A 1:15 le vocals cessano e di nuovo si palesa quel momento meno veloce ma più carico di melodia e malinconia già sentito a 0:27 a cui seguirà, nuovamente, il riffing più veloce e caratterizzato dalla presenza della strofa a 1:41. Anche questa seconda strofa ci rende alcune classiche immagini da rituale satanico, tra sangue di vergini e citazioni al castello di Cachtice, dimora della sanguinaria Elizabeth Bàthory: "I drink the blood of a virgin child, from an old golden flask. In my mind the countess of Cachtice, and the memory of terror she spread". (Bevo il sangue di una bambina vergine da un'antica fiaschetta d'oro. Nella mia mente la contessa di Cachtice e la memoria del terrore che lei ha procurato). A 2:06 la velocità rallenta brutalmente, mentre torna sulla scena un riff più cadenzato sempre accompagnato dalla batteria. Torog si produce in lenti vocalizzi gutturali che appaiono sempre più distanti, come se giungessero da un'altra epoca. A 2:33 la sezione più cadenzata proseguirà con il ritorno del massiccio riff che aveva aperto il brano. A 2:46 quest'ultimo proseguirà subendo, tuttavia, un cambiamento e presentando ora note più distorte nella sua conclusione. Qua si inserisce l'ultima strofa da cui traspare una violenta misantropia che travolge l'intero genere umano, se stessi compresi: "I am finding strength in the hate. Misantrophic burning wounds. As much as I hate the human pigs, so I hate the flesh of my own." (Sto trovando la forza nell'odio. Ferite brucianti e misantropiche. Odio così tanto i maiali umani che quindi odio la mia stessa carne). A 3:15 abbiamo qualche secondo di quasi silenzio dove gli strumenti tacciono e si sentono solo i riverberi, poi, il blast beat dà il via alla cavalcata finale accompagnato da i due riff più veloci e melodici che si inseguono lungo i secondi, sferzando l'ascoltatore con la loro sofferta malinconia. 

Panzergod

La sesta traccia, "Panzergod" inizia con un vero e proprio assalto sonoro che rende ben giustificabile il titolo del brano. Immediatamente, infatti, veniamo accolti da un riffing violento e tagliante a cui fa seguito un blast beat davvero martellante. L'andamento è davvero maligno e malvagio e anche le vocals a 0:20 contribuiscono facilmente a restituire queste sensazioni, nonostante si ergano su un riff leggermente meno dissonante e spietato che, però, lascerà di nuovo il posto a quello d'apertura alla conclusione della prima strofa. Il testo del brano torna a parlarci del diavolo e della volontà di divenire il profeta del demonio: "So many names have been given to me. For what the humans fear is versatile. I was born under the yoke of evil. An armoured fist of satan." (Molti sono i nomi che mi sono stati dati. Perché la paura umana è versatile. Io sono nato sotto il giogo del male. Un pugno corazzato di Satana). Il violento riffing iniziale continua a il suo massacro fino a 0:58 dove le vocals tornano per una seconda strofa con Torog che si erge a profeta su un riff ora meno veloce ma più arioso e con una melodia in sottofondo ben udibile, sebbene confusa nella produzione acida della chitarra. Il momento è senza dubbio emozionante e sembra quasi configurarsi nei nostri occhi una visione di un'apocalisse diversa da quella che siamo abituati a conoscere, dove sarà il diavolo a trionfare. Anche il testo ci restituisce l'immagine di un male invincibile e onnipresente: "Lie a cancer of hate and evil. I will reach far in the universe, infecting every church with darkness. Ceremony echoes to me." (Giace un cancro di odio e male. Arriverò lontano nell'universo, infettando ogni chiesa con le tenebre. La cerimonia echeggia per me). La fine della seconda strofa, a 1:22, darà il via a un nuovo intermezzo veloce e violento su cui Torog continuerà a far imperversare il suo screaming senza pietà. Una nuova sezione più ariosa e meno pregna di violenza e velocità introdurrà, a 1:46, la terza strofa che terminerà a 2:06 dando il via ad una nuova sezione dominata da un riffing veloce e brutale. Ovviamente le liriche continuano a non disdegnare blasfemie e oscenità, sempre annunciando la potenza incontrastabile di Satana: "Satan is too strong. You will stand but a little chance. Face the death eternal, spilling blood of the holy martyrs". (Satana è molto forte. Resisterai solo per una piccola possibilità. Affronta la morte eterna, versando il sangue dei sacri martiri). A 2:30 viene introdotto un nuovo riff, sempre rapido nel suo incedere ma arricchito da accordi che ne mettono in risalto l'oscuro procedere. Se fino a questo momento la principale sensazione scatenata dal brano era la violenza della conquista satanica del mondo, ora pare che ci sia spostati oltre, a quando il dominio del diavolo è ormai conclamato e sull'universo cala un'oscurità cupa e strisciante. Dopo un fugace ritorno della sezione più violenta a 3:11, sulla traccia cala un nuovo riff a 3:32 che sembra abbracciare appieno le considerazioni fatte in precedenza: Satana ha conquistato il mondo e l'oscurità sta scendendo su ogni cosa. Poche e semplici note si alternano in questo riff veloce e dal sapore molto old school norvegese capace di evocare emozioni tetre e cupe, accompagnato dalle ultime righe del testo che, profeticamente, annunciano la fine della vita: "Glory of the sacred war. In my devotion I am his prophet. Slashing curses on the skin. Taste the poetry of my tormented soul. It's the last thing you'll know." (Gloria della guerra sacra. Nella mia devozione io sono il suo profeta. Maledizioni taglienti sulla pelle. Assapora la poesia della mia anima tormentata. È l'ultima cosa che saprai". Alcuni inquietanti suoni, come quelli di un'enorme bestia meccanica in movimento, chiudono la traccia, lasciando angoscia e terrore nell'ascoltatore. 

Black Fucking Murder

Qualche secondo di solo riverbero scatena un potente scream di Torog, aprendo così le danze al settimo brano, dall'eloquente titolo di "Black Fucking Murder" (Nero fottuto omicidio), un'altra delle migliori composizioni del disco. Precisamente in contemporanea allo scream del singer, la chitarra di Shatraug impone subito un rapido riff non esageratamente veloce ma tetro e oscuro. La melodia caratteristica dei finlandesi per ora resta nascosta, cedendo il passo ad un andamento cupo e minaccioso della chitarra, supportato dall'onnipresente blast beat e dalla prima strofa del testo. La misantropia è il tema ricorrente anche di questo brano e ne abbiamo subito un assaggio fin dalle prime righe, dove viene evidenziato il disprezzo totale per la razza umana: "For me its natural to feel nothing but hate and contempt. Surrounded by humans pathetic and weak." (Per me è naturale non sentire altro che odio e disprezzo. Circondato dagli umani così patetici e deboli). Gli stessi uomini che hanno avvelenato la mente con le loro convinzioni e la loro fede, cercando di cancellare o, quantomeno, nascondere le imperfezioni dell'essere umano: "They have blindfolded my heart with ugly flesh and faith. In my soul the black worms nest" (Loro hanno bendato il mio cuore con carne malata e la fede. Nella mia anima nidificano i vermi neri). A 0:51, come un fulmine a ciel sereno, esplode l'anthemico ritornello caratterizzato da una specie di mini-coro creato dai vocalizzi sovrapposti di Torog. Un ritornello brutale, efficace e incisivo che esalta la morte e l'assassinio dei persecutori: "Black Fucking Murder. Ejaculation of death. Black Fucking Murder. Burning lead my breath" (Nero fottuto omicidio. Eiaculazione di morte. Nero fottuto omicidio. Bruciando il mio respiro). A sostenere il ritornello troviamo un altro dei riff più melodici dell'album, che va a creare un bel contrasto con la brutalità delle vocals. A 1:15 riprende il riff principale con cui il brano è cominciato e l'atmosfera torna a farsi tetra e cupa mentre inizia anche la seconda strofa. Questa ci evoca sensazioni vampiriche accompagnate dalla celebrazione della morte già espressa nel ritornello: "You buried me ages ago. Yet too soon for you I was awake. The plague and scourge of mankind. The black prophet of death" (Mi avete sepolto secoli fa. Tuttavia, troppo presto per voi, mi sono risvegliato. La piaga e il flagello dell'umanità. Il nero profeta della morte). A 2:03 abbiamo una nuova variazione. Il riffing cambia e si fa più veloce e ancora più tetro, stagliandosi da solo, senza le vocals. Le note sembrano inseguirsi veloci mentre la sensazione è quella di un'angoscia via via crescente, come se qualcosa stesse per arrivare a colpire pesantemente le nostre orecchie. Il blast beat continua a sfrecciare indemoniato accompagnando questa corsa per poi rallentare pesantemente a 2:54 e guidare la chitarra in nuova sezione più lenta. Il gusto melodico della band emerge nuovamente in questo ennesimo riff bello ed evocativo, non troppo veloce e quasi armonioso nel suo crescere e decrescere di note. A 3:25 il ritornello tornerà ad investirci quasi inaspettatamente ma, in realtà, collegandosi chitarristicamente bene alla melodica sezione precedente. A 3:55, con la fine del ritornello, torna a primeggiare il riffing veloce e tetro già sentito a 2:03, capace di portare con sé un carico di apprensione e inquietudine. Quasi a spazzare via questa inquietudine ecco tornare, a 4:40, la bellissima sezione centrale. Molto melodica e nostalgica, questa si protrae per una trentina di secondi, fino a 5:11, dove un nuovo scream di Torog reintroduce il cupo riff di inizio traccia e presenta l'ultima strofa che lancia le ultime blasfemie contro il mondo cristiano: "I write and claim in priests' blood. I have sinned to be the betrayer. Judas of year two thousand and two". (Io scrivo e rivendico nel sangue dei sacerdoti. Il mio peccato è quello di essere il traditore. Giuda dell'anno 2002). Qualche breve nota atonale si unisce nel riff portante della traccia che mantiene il controllo fino alla conclusione. 


Sargeist

Insieme alla title - track, la bellissima "Sargeist" è sicuramente il miglior brano dell'album. L'inizio è subito affidato al solito blast beat al fulmicotone mentre la chitarra di Shatraug realizza subito uno dei riff migliori dell'album dal sapore malinconico e depressivo. A completare l'introduzione è la voce di Torog, che qui realizza probabilmente la sua miglior performance vocale, con uno scream disperato e sempre in sintonia con l'andamento del brano. A 0:25 il riffing si arricchisce di note davvero struggenti ed emozionanti, perfette nello sostenere lo screaming senza sosta del vocalist. A 0:50 e 1:14 si ripeterà l'alternanza tra l'evocativo riff principale e la sua controparte ancora più melodica. Il testo lascia da parte l'adorazione del demonio e, nonostante inizi con un tema quasi vampiresco, come il risveglio dalla morte, si muoverà verso altre e più profonde sensazioni: "Tears wet the coffin dust. Mourning stains the wooden lid. Through the sadness and depression. I awoke in the stone cold grave. Weird glow in the vault around me." (Lacrime bagnano la polvere della bara. Il lutto macchia il coperchio di legno. Attraverso la tristezza e il dolore, mi svegliai nella tomba di fredda pietra. Uno strano bagliore nella volta attorno a me). Rapidamente, infatti, il testo andrà ad abbracciare la malinconia più nera, quella fatta di tristezza, di vuoto esistenziale e di ricordi impossibili da dimenticare, a cui volgiamo continuamente i nostri tormentati pensieri: "Howling at the moon in my memories. All around the cobwebs are silent. Even spiders have died so long ago. Void of life in here is so definite. I exist but not to live again" (Ululando alla luna nei miei ricordi. Tutt'attorno le ragnatele sono silenti. Anche i ragni sono già morti da tempo. Il vuoto della vita è così definito, qui. Io esisto ma non sto vivendo di nuovo). Mentre l'ultima parte di questa prima strofa scivola via accompagnata dallo struggente riff, a 1:38 la batteria si fa cadenzata e una melodia nostalgica e malinconica tesse ricami di emozioni e ricordi lontani mentre siamo sommersi dal suo turbine di evocativa tristezza. Questo momento è probabilmente quello più coinvolgente dal punto di vista emotivo e questo arpeggio melodico appare delicato ma freddo come la prima neve d'inverno. Un intermezzo quasi folk, che può ricordare certe soluzioni adottata già in passato da band come Taake o Gorgoroth, ma che suona squisitamente finlandese nella sua forma e, quindi, squisitamente Sargeist. A 2:25 questo passaggio termina e il riff principale torna a sferzare i nostri cuori, portandosi sempre dietro la successiva sezione più melodica, struggente e depressiva, mentre il testo prosegue con la ripetizione della prima strofa. Come cantato anche da Torog, l'atmosfera è più che mai gelida ed evocativa ed ecco, a 3:14, presentarsi nuovamente quel magico arpeggio con la sua melodia troppo evocativa per non risultare coinvolgente. Alla sua fine, a 4:01, la velocità rallenta bruscamente con un nuovo riff dissonante che contrasta la melodia sentita fino a pochi secondi prima. Viene declamata l'ultima strofa che segna la fine di ogni speranza. Non si può sfuggire al dolore e alla sofferenza che ci portiamo dentro: "There is no life, no humanity. Nothing to keep me from suffering. Nothing to feed my burning soul with. Nothing to spill my hate upon" (Non c'è vita, non c'è umanità. Niente che mi protegga dalla sofferenza. Niente che alimenti la mia anima. Niente su cui versare il mio odio). E, quasi a voler sottolineare questa tragica presa di coscienza, ecco tornare l'arpeggio melodico a 4:48, questa volta impreziosito anche da alcune note di chitarra acustica che ne aumentano la sensazione di gelo e di malinconia. A 5:34 anche quest'ultimo evocativo intermezzo finisce, lasciando al riff principale e alla sua derivazione struggente e melodica il compito di guidarci fino alla conclusione, per sei minuti capaci di emozionare e toccare nel profondo, come solo i grandi brani black metal sanno fare. 


Returning to Misery & Comfort

"Returning to Misery & Comfort" (Ritornando al conforto e alla miseria) è l'ultima gemma di questo lavoro e ne decreta la chiusura portando dentro di sé tutto ciò che i Sargeist ci hanno, finora, fatto sentire con la loro musica. Qualche secco colpo di batteria precede un violento scream di Torog e un immediato riff veloce e frost-bitten. La prima strofa segue dopo poco più di dieci secondi mentre a 0:28 la chitarra si fa ancora più evocativa con l'introduzione di alcuni giri circolari, mantenendo, però, sempre elevata la velocità. I primi versi raccontano della volontà di tornare nell'oscurità, di allontanarsi da ogni luce e da ogni elemento che possa condurre l'umanità a trovarti: "I hate the moon and its glow for it no longer pleases me. I curse the winter and its snow for it will lead "them" to me" (Odio la luna e il suo bagliore perché non lo gradisco più. Maledico l'inverno e la sua neve perché li condurrà da me). A 0:51 e 1:15 si alternano ancora i due riff sentiti dall'inizio della traccia, uno più veloce mentre l'altro più evocativo, sempre accompagnati da un furente blast beat. A 1:38 viene introdotto un nuovo riff, gelido e malinconico, che si erge sempre sopra il blast beat senza tregua e che, in modo perfetto, sfocia in un rallentamento a 2:03. Qui la batteria diviene cadenzata e regolare, mentre la chitarra dona un altro dei più bei riff dell'album, dall'incedere inarrestabile e depressivo. A 2:28 le vocals di Torog si uniscono a questo riff, dando il via ad un altro momento incredibilmente coinvolgente: "One with the old dead forest, before I leave this place. Nothing left to comfort me, but the cold touch of steel." (Uno con la vecchia e morta foresta, prima che lasci questo posto. Niente è rimasto per darmi conforto se non il freddo tocco dell'acciaio).  La morte, dunque, come ultima fuga da una vita che non si è voluto vivere e da un mondo che non si è mai voluto conoscere. A 2:52 il riff principale torna a guidarci, insieme alla ripetizione di una nuova sezione del testo che tradisce ancora il desiderio di fuggire lontano dal mondo e dagli uomini: "Returning to the darkness of the mountain caves. Following the ways of past when sky is obscured with clouds." (Tornando alle tenebre delle grotte nelle montagne. Seguendo le vie del passato quando il cielo è oscurato dalle nuvole). A 3:16 il riff glaciale già sentito a 1:38 si ripresenta e ci guida in una nuova sezione rallentata e sofferta. La bellezza di questo momento ci coinvolge e la ripetizione delle frasi precedenti sembra quasi diventare un mantra da ripetersi per sfuggire da tutto e rifugiarsi solamente nella propria miseria. E con le ultime note dell'album che si spengono anche a noi non resta da pensare che l'unica cosa in grado di confortarci, ora, sarà il tocco dell'acciaio. 

Recensione

"Satanic Black Devotion" è un disco black metal capace di rivaleggiare con i grandi capolavori del passato. Prendendo le necessarie e dovute ispirazioni dalle band storiche della scena norvegese (e non solo), la creatura di Shatraug è stata capace, in questo album, di impostare la propria tipologia di black metal in maniera diversa. La melodia è la componente principale del lavoro e lo sarà anche negli album successivi della band, restando il marchio di fabbrica inconfondibile del gruppo finlandese. Gli amanti di un black metal più violento e ferale potrebbero non gradire fino in fondo questa release ma per gli ascoltatori che da questo genere siano più alla ricerca di emozioni che della indomita violenza, potrebbe trattarsi di un assoluto e imperdibile must have. Un significativo "discostarsi" quindi dalle velleità più estreme e violenti, preferendo precisi e freddi fendenti di spada più che colpi scomposti di mannaia. Dopo tutto, il bello del Black Metal è insito proprio in questo dualismo da sempre tipico del genere: poter spaziare dalla violenza più becera alla più intima melanconia, dipingendo paesaggi ora affascinanti ora insanguinati. Nemmeno a dirlo, i Sargeist si schierano dall'altro lato della barricata, non risultando di certo "leggeri" ma nemmeno porgendo il fianco alle situazioni più "raw", anzi prediligendo un apoproccio più riflessivo ed epico, dominato dai freddi climi nordici ove la neve è perenne ed è possibile perdersi nella poesia di un plumbeo cielo invernale. Non tutte le canzoni sono ugualmente ben riuscite e, forse, proprio negli episodi più aggressivi (Obire Pestis, Panzergod) l'album mostra un po' il fianco ma la qualità generale viene innalzata da autentici capolavori del genere come la title - track, l'incredibile "Sargeist" o la drammatica "Frowning, Existing". Alla chitarra sempre macinatrice di incredibili riff di Shatraug, si aggiungono la grande sezione vocale di Hoath Torog, capace di aumentare la portata emotiva delle composizioni con il suo screaming raggelante, e la batteria di Horns che, secondi i canoni del genere, è spesso ancorata ad un blast beat micidiale e senza tregua. La produzione, inoltre, è ben capace di garantire la massima ricezione per tutte le emozioni che la band vuole trasmettere, senza mai risultare eccessivamente pulita o bombastica. La chitarra risalta in primo piano e presenta un suono acido ma mai rumoroso all'eccesso con il rischio di risultare confusionaria e il riffing melodico della band emerge ogni volta che sia necessario. Anche la produzione della voce è sicuramente un punto di forza da considerare. Le vocals di Torog sembrano spesso giungere da una dimensione lontana ma parallela e si sposano molto bene con il suono prominente assunto dalla sezione chitarristica. In conclusione, "Satanic Black Devotion" rappresenta un punto di partenza di enorme valore per i Sargeist e un album che ogni appassionato di black metal dovrebbe ascoltare. Nonostante siano passati diversi anni dalla sua uscita, questo lavoro rimane uno dei più fulgidi esempi di come dovrebbe suonare un album black metal: gelido, veloce ed emozionante. 

1) Preludium
2) Satanic Black Devotion
3) Obire Pestis
4) Frowning, Existing
5) Glorification
6) Panzergod
7) Black Fucking Murder
8) Sargeist
9) Returning to Misery & Comfort
10)