SARGEIST

Liar of Necromancy

2011 - Hospital Productions

A CURA DI
ANDREA MION
21/07/2019
TEMPO DI LETTURA:
6

Introduzione recensione

Shatraug, chitarrista finlandese, leader e fondatore di Horna e Sargeist, deve aver trovato il
sistema più indicato per sfogare la sua apparentemente inesauribile voglia di produrre. Dopo aver fatto passare circa cinque anni fra gli ultimi due album della sua seconda band (inizialmente progetto parallelo ma, ormai, a pieno diritto, almeno paritaria rispetto agli Horna) conditi da solo un EP, per concentrarsi a pieno sugli Horna, ecco che "Let the Devil In" (2010) segna un periodo a trazione totalmente Sargeist. A distanza di un anno dall'album, infatti, ci troviamo subito disponibile un nuovo EP della band, composto da due tracce per circa otto minuti di durata. "Liar of the Necromancy" non sarà l'unica produzione a tinte Sargeist del 2011, infatti, di lì a pochi mesi, vedrà la luce anche un nuovo split album da annoverare alla già lunga produzione di questo tipo della band finlandese. Come troviamo i Sargeist a circa un anno da un album così importante e, per certi aspetti, controverso, come fu "Let the Devil In"? La risposta a questa domanda è più difficile del previsto. Dal punto di vista della formazione nulla è cambiato, compreso Vainaja, il nuovo bassista che già avevamo incontrato nel lavoro precedente. A scandire il ritmo con i suoi blast beat infuocati c'è sempre Horns e, ad impreziosire il tutto con le vocals, troviamo ancora Hoath Torog, che con Sargeist e Behexen da sempre prova di poter essere sicuramente annoverato tra i migliori singer black metal del periodo attuale. Come sempre, tuttavia, quando si parla di Sargeist, il ruolo di protagonista assoluta è affidato alla chitarra di Shatruag e al suo riffing oscuro, melodico e sempre contraddistinto da un più che vago sentore di nostalgica epicità. Ed è proprio questo il punto focale che permette di rispondere alla domanda precedente. I Sargeist sono esattamente gli stessi di "Let the Devil In". La melodia ha ormai preso il controllo totale del song - writing della band, al punto che sostanzialmente ogni nota di qualunque brano dei Sargeist post 2010 trasudi melodia. Una scelta stilistica capace di regalare momenti oggettivamente esaltanti ma anche, purtroppo, di mescolare eccessivamente un suono che, nei primi lavori, era capace di farsi notare anche per molti altri aspetti. Se prima la melodia rappresentava una delle componenti, forse la più importante ed evidenziabile, certo, ma comunque una fra le tante, ora è il tratto distintivo, la caratteristica peculiare dei Sargeist. L'ovvia conseguenza è che ogni brano ricorra costantemente ad essa, ogni riff di chitarra la rincorra quasi disperatamente e il risultato sia una somiglianza fra le varie composizioni che inizia a farsi sentire più che come semplice campanello d'allarme. La macabra copertina, tuttavia, prende le nostre attenzioni prima di cominciare l'ascolto. Prima della musica, tuttavia, è la macabra copertina a destare la nostra attenzione. A differenza del passato dove non c'era poi tutta questa linearità interpretativa fra artwork e contenuto dei testi, questa volta l'immagina che ci si stampa sulla retina ha molto a che vedere con ciò che ci apprestiamo ad ascoltare. Ossa umane, probabilmente rinvenute in qualche tomba scoperchiata o in qualche fossa comune ci danno un antipasto sostanzioso sul tema che troveremo ricorrere nelle due tracce: la morte. Se il primo brano andrà ad indagare la morte nella sua veste classica, aggiungendoci anche una componente horror e filo-satanica, nella seconda traccia ci troveremo davanti ad un testo più introspettivo e ad una visione della morte che travalica il semplice concetto di "fine della vita". Anche il titolo stesso, traducibile con "Nascondiglio del negromante" lancia più di un indizio sul contenuto dei testi e il filo conduttore di questo EP. Un aspetto interessante è notare come questa nuova veste dei Sargeist, molto più melodica e meno oscura e malinconica che nel passato, cozzi un po' con le tematiche sempre piùmorbose e necrofile utilizzate dalla band. Un ossimoro che può anche risultare affascinante nel caso si riesca a farlo proprio.

Nightmares and Necromancy

Nightmares and Necromancy (Incubi e negromanzia) si apre con uno sferragliante blast beat e il più classico riffing melodico in tremolo - picking che tanto bene abbiamo imparato a conoscere in "Let the Devil In". Della preponderante vena melodica che caratterizza i Sargeist di questo determinato periodo abbiamo già parlato nell'introduzione e, volenti o nolenti, ci si rende ben presto conto come questa svolta stilistica renda molto spesso simili tutte le composizioni partorite dalla sei corde di Shatraug. Il mood arioso e dal sentore epico può sicuramente risultare interessante e convincente ma l'uso continuo della melodia sottrae ai Sargeist diverse componenti opprimenti e maligne che caratterizzavano i primi lavori. Anche la malinconia, così densa e oscura nei primi fantastici due dischi, ora sovviene attraverso uno stile differente e non sembra più capace di trascinare l'ascoltatore in un vortice di cieca rassegnazione. Sono le vocals di Hoath Torog a interrompere il dominio strumentale dei primi trenta secondi del brano, quando si ergono sopra gli strumenti con il solito screaming acido e sulfereo del singer finlandese. La narrazione del brano apre le porte ad uno dei temi più caratteristici della letteratura d'orrore: la dissacrazione dei cadaveri. Per compiere i più oscuri e incresciosi rituali è necessario profanare le tombe dei trapassati, scavando a mani nude sotto la luce di una luna soffuse e gelida. Sentire le dita che toccano le prime ossa riempie di un amore malsano verso tutto ciò che la putrefazione può rappresentare: la morte non è che l'inizio. Una sezione caratterizzata da ritmi di batteria piùcadenzati e da un riffing meno melodico e più violento si innesca alla conclusione della prima strofa, quasi a voler aggiungere pathos alla narrazione di un atto così brutale e malevolo. Le mani tremanti di oscura gioia puliscono dalle ultime tracce di sporco il frutto della ricerca, facendolo brillare sotto la luce lunare: è il cranio di un infante quello che viene stretto dalle mani, l'ultimo rimasuglio terreno di una vita spentasi prematuramente, anche per il ridicolo tempo degli uomini. Accompagnato dalla melodia della chitarra, il negromante si rifugia nel suo antro, estasiato da ciò che può finalmente avere inizio. L'altare degli incubi più oscuri si illumina della luce di poche candele, mentre il cranio brilla nella palpitante oscurità. Necrofilia e altre passioni blasfeme alimentano il piacere spirituale dell'oscuro stregone, soddisfandone anche le carni, come se egli si trovasse al centro di un orgiastico amplesso sessuale. Mentre il rituale si delinea, ciò che è morto si prepara a diventare veicolo di qualcosa che ha bisogno di rinascere. Avvolta dai fumi dello zolfo e circondata da un'oscurità che si fa pesante come un macigno, la malefica faccia di Satana appare ridente e malvagia. Il principe delle tenebre è pronto a risvegliarsi, per reclamare ciò che gli spetta di diritto. Le ultime parole di Hoath Torog promettono terrore e pestilenza, mentre la sua voce, in contemporanea con gli strumenti, si spegne in un istante quasi inaspettato, come a voler sottolineare con violenza gli oscuri tempi che da quel momento seguiranno.

The Moon Growing Colder

Tra i brani non presenti negli album dei Sargeist, The Moon Growing Colder (La luna divenuta più fredda), è sicuramente uno degli esempi più eclatanti di come la vena eccessivamente prolifica di Shatraug a volte non porti solo ad episodi di interesse poco più che discreto. Un gracchiante scream di Torog apre le danze di un brano velocissimo (supera a malapena i 3 minuti di durata) ma che già dal main riff fa subito intuire la propria qualità. Le coordinate stilistiche sono le stesse del brano precedente, tremolo - picking e blast beat asfissiante, ma il susseguirsi delle note denota maggiore fantasia e una capacità evocativa che sia capace anche di superare diverse composizioni simili di "Let the Devil In". L'atmosfera si fa subito gelida, malinconica e notturna come il titolo vuole. Il riffing di Shatraug si rivela più vario, lanciandosi in successioni di note sì malinconiche ma anche fredde e sferzanti, restituendo l'immagine di trovarsi attanagliati da un freddo che congela le ossa ma che raggiunge anche la desolazione della nostra anima. La prima strofa viene inaugurata da una visione che sa di profetico: la luna pallida e fredda brilla nel cielo buio, illuminando con la sua luce spettrale le fondamento di un impero. Quale sia quest'ultimo non viene detto e non ha davvero importanza. Anche dinanzi ad alcune delle più grandi entità politiche e militari della nostra storia, come furono i grandi imperi del passato, la luna non smette di irradiare la propria luce, mentre assiste alla disfatta di ognuno di essi e all'inesorabile scorrere del tempo. Non sono, però, solo le cose più grandi ad essere colpite da questa luce rivelatrice, ma anche le piccole e insignificanti anime degli uomini che vi si trovano all'interno, impossibilitati a fuggire dal dolore e dal passato. Le note sferzanti penetrano la carne e aprono ferite da cui sgorga sangue, mentre un nuovo giro di chitarra, veloce e atonale, guida la sezione centrale del brano. La terra sulla quale viviamo e di cui crediamo di essere i padroni, è marcia e corrotta, foriera, per noi umani, di sole miserie. La vita stessa che si erge su questo suolo, da noi lodata e difesa, non è che
un incubo di oscurità e miseria. Come i grandi imperi del passato, anche noi piccoli uomini
sperimentiamo la stessa decadenza che ci priva di ogni velleità e ci confina nella nostra intrinseca natura di polvere, capace di volare via al primo soffio di vento. Mentre la luna, nel cielo, continua a guardarci gelida e eterna, almeno per come noi la conosciamo. L'ultima strofa si spegne, lasciando al blast beat e alla chitarra il compito di concludere questo oscuro brano con le loro ultime note prima di chiudersi in un glaciale silenzio.

Conclusioni

"Liar of the Necromancy" è un EP e, come tale, non può essere giudicato con gli stessi parametri con i quali si cerca di valutare un album vero e proprio. Due sole canzoni non possono, certamente, essere manifesto incontrovertibile né della direzione stilistica intrapresa da una band, né della "salute" artistica che quest'ultima dimostra. Indubbiamente, però, qualcosa traspare. Già con "Let the Devil In" ci siamo trovati fra le mani un lavoro ispirato e convinto, con diversi brani capaci di emozionare e coinvolgere, ma con dei Sargeist molto diversi da quelli conosciuti in passato. I flirt che la band finlandese compiva con la melodia ci sono sempre stati ma, quel lavoro in particolare, settava la melodia stessa come coordinata stilistica preponderante ed essenziale del sound made in Sargeist. Un ricorso così sistematico alla componente melodica aveva finito con l'appiattire il full - lenght, capace sì di toccare grandi apici in qualche punto ma anche di sembrare poco diversificato nella totalità dell'ascolto. Questo problema si ripresenta anche in questo EP, con tutte le aggravanti possibile date dal fatto che questo lavoro consti di due sole tracce. Entrambe suonano molto come Sargeist "anni 2010" ed entrambe avrebbero potuto far parte di "Let the Devil In" senza probabilmente brillare di luce propria nel marasma di altri brani molto simili. Perché sì, "The Moon Growing Colder" è sicuramente un ottimo brano, con un riffing ispirato e un testo che, una volta tanto, si allontano dal monopolio satanico tipico della band ma non è di certo paragonabile non solo ai grandi momenti del passato, ma nemmeno ad una "Empire of Suffering", autentica gemma della precedente fatica della band e, probabilmente, apice massimo di ciò che questa nuova derivazione melodica dei Sargeist possa, effettivamente, offrire. Paradossalmente, ascoltando i lavori degli Horna (band principale di Shatraug) del periodo in cui questo EP vide la luce, si può notare come spesso risentano del medesimo problema, ossia un eccessivo utilizzo della melodia come trademark sonoro. Sembra quasi che il talentuoso chitarrista finlandese abbia trovato difficoltà a gestire la componente melodica nel suo song - writing, finendo con darle eccessive importanza ogni volta che inizi la scrittura di qualche nuova produzione. Entrambi i brani di questo EP sono godibili e le cose da salvare ci sono (come sempre, un Hoath Torog incredibile alle vocals) ma per un motivo o per l'altro, si resta inevitabilmente un po' delusi alla fine degli otto minuti scarsi dell'ascolto. Dai Sargeist si può e si deve richiedere molto di più.

1) Nightmares and Necromancy
2) The Moon Growing Colder
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