SARGEIST

Let the Devil In

2010 - Moribund Records

A CURA DI
ANDREA MION
21/06/2019
TEMPO DI LETTURA:
7,5

Introduzione recensione

Avevamo lasciato i Sargeist all'EP "The Dark Embrance" del 2008, presentando due sole tracce che, per quanto riuscite, difficilmente avrebbero potuto saziare la sete di ascoltare qualcosa di nuovo a marchio Sargeist. Nonostante il mastermind Shatraug sia famoso per essere decisamente prolifico nella propria produzione musicale, il nuovo album dei Sargeist impiegherà altri due anni prima di vedere la luce, uscendo nel novembre del 2010 sempre a carico della Moribund Records, che già si è occupata della distribuzione di tutti i lavori precedenti della band. Prima importante novità riguarda l'ingresso nella squadra di un bassista: Vainaja, ex Horna (gruppo principale di Shatraug), in cui, tuttavia, si occupava della batteria. Il resto della formazione risulta invece invariato e a Shatraug alla chitarra si affiancano i componenti dei Behexen Horns (batteria) e Hoath Torog (vocals) con quella formazione che per lungo tempo è stata la classica del gruppo. Nonostante le note addizionali del booklet riportino come l'album sia stato registrato in una fredda stanza oscura nello studio Fantom, "Let the Devil In" appare molto spesso caldo e denso come lava infernale. In questo lavoro, il song writing della band muta decisamente, virando con decisione verso l'uso costante di una melodia già presente in passato, ma che ora diventa assoluta base principale per la costruzione dei brani. Una ricercatezza melodica che, ovviamente, si manifesta nel guitar working di Shatraug, autentico protagonista dell'intera discografia Sargeist, e i cui risultati li  analizzeremo insieme nel corso dell'ascolto dell'opera. Questo nuovo stile compositivo conduce ad un cambiamento anche della produzione che, necessitando di far risaltare le linee melodiche di ogni brano, si contraddistingue per essere quella più curata e pulita dell'intero corpus musicale dei finlandesi. Chiaramente non ci troviamo di fronte ad una produzione patinata o eccessivamente bombastica, ma siamo comunque decisamente lontani da quella di lavori come "Satanic Black Devotion" o "Disciple of the Heinous Path". Una scelta che fece storcere il naso a più di un ascoltatore al tempo dell'uscita dell'album, ma che sicuramente accresce la funzionalità del lavoro di pari passo alla sua accessibilità. "Let the Devil In" lascia in disparte le tematiche di carattere malinconico che ogni tanto facevano capolino nei testi degli album precedenti per abbracciare totalmente il satanismo più devoto. Il titolo è già di per sé esemplificativo di questo punto e rappresenta un'evocazione a lasciarsi totalmente andare al possesso del demonio sia per forma fisica (ricordiamo che i Sargeist si sono spesso dichiarati satanisti convinti) ma anche per via spirituale, facendo proprie tutte le caratteristiche che da sempre sono ricondotte al principe delle tenebre. Ovviamente, in quest'ottica, i bersagli principali delle invettive dei testi sono i cristiani, visti come dei deboli, ma - allo stesso tempo - tirannici nell'imposizione della loro visione del mondo. A questo proposito anche l'evocativa copertina dell'album appare piuttosto chiara: un uomo incappucciato stringe fra le mani un crocifisso mentre una piccola luce brilla in sottofondo. Di certo quel crocifisso non vuole rappresentare un simbolo di incitamento alla religione cristiana, ma l'opposto. Nei testi di "Let the Devil In" il cristianesimo viene attaccato e demolito più volte e la stessa sorte viene riservata all'iconografia di questa religione. La copertina assume, dunque, un tono dissacrante e carico di disprezzo, fungendo da preambolo perfetto alle tematiche dell'intero lavoro. Non mancano altri temi cari alla storia del black metal come quelli del vampirismo e della necrofilia, ma questi non esulano mai dal contesto di un pio satanismo esacerbato, in costante funzione anti-cristiana. "Let the Devil In" rappresenta un album contraddittorio sotto alcuni aspetti, capace di piacere alla follia ad alcuni e di essere trovato un po' troppo derivativo da altri, ma una cosa appare sicura: la devozione che i Sargeist mettono nella propria musica non è artificiosa. L'intero lavoro trasuda amore puro per il black metal in ogni sua più piccola sezione e di questo va dato sempre merito alla band finlandese. In un panorama complicato come quello del black metal moderno che vive spesso sulle spalle di un gigantesco passato come quello della scuola anni '90, troppo spesso si sente mancanza di vera capacità. Una cosa che nei Sargeist non può mai essere messa in discussione e che li rende, molto probabilmente, tra i gruppi più rappresentativi del black metal anni 2000.

Empire of Suffering

Un riff dal sapore melodico e dal fare apocalittico ci apre le porte dell'incubo, segnando l'inizio di Empire of Suffering (Impero della sofferenza). Il blast beat terremotante non scalfisce la carica emotiva di questi primi secondi, dove ci si immagina immersi in una cavalcata densa di malinconia in terre incontaminate dal pensiero cristiano: le terre del demonio, dove un esercito sta partendo per la guerra. Passati quasi trenta secondi, Hoath Torog inizia a ricoprire il proprio ruolo di narratore di questa infausta profezia, con uno screaming acuto e luciferino. Il vocalist descrive gli abitanti di queste lande: miserabili creature che si nascondono nel buio e che covano odio e disprezzo infinito verso tutto ciò che il cristianesimo può rappresentare. La batteria procede a passo più cadenzato in concomitanza della seconda strofa, mentre anche il riffing si rende più arioso e dilatato quasi a voler sottolineare le parole sputateci nelle orecchie da Torog. Parole che raccontano di una genesi avvenuta sotto l'occhio eterno del demonio; siamo stati partoriti dal suo ventre nero e putrido, malevoli e infidi. Il riff principale continua a guidare veloce la traccia, supportato dal blast beat quasi senza interruzioni di Torog. La melodia sembra diventare il coro di mille demoni ai nostri fianchi, mentre, senza pietà, devastiamo il mondo cristiano, incidendo su ogni pietra gli oscuri presagi che portiamo con noi. Un breve sezione ancora cadenzata rilancia l'ultimo assalto di chitarra, voce e batteria. I canti veleniferi delle orde di Satana sferzano incessantemente l'aria, si compiono sacrifici in suo onore e il rumore dei corni del nero esercito si ode violento fino al paradiso. L'orda sta arrivando, con l'unico obiettivo di portare guerra e morte in tutto il creato. Gli ultimi secondi della canzone scorrono più dilatati, mentre precisi colpi di batteria chiudono il brano, accompagnando la sempre elevata componente melodica che viene emanata dalla chitarra di Shatraug. Una traccia d'apertura sensazionale che già rende chiara la qualità dell'intero lavoro. Uno dei capolavori di tutta la discografia dei Sargeist.

A Spell to Awaken the Temple

Un giro di chitarra dal gusto melodico e quasi rockeggiante apre la seconda traccia, A Spell to Awaken the Temple (Un incantesimo per risvegliare il tempio). Rispetto alla traccia d'apertura i tempi si fanno più dilatati e anche l'incursione di voce e blast- beat, attorno al ventesimo secondo, non aumenta più di tanto il ritmo della traccia. La prima strofa decantatici da Torog restituisce un'immagine quasi poetica: coperti dalla luce della luna siamo posseduti da un incantesimo che ci conduce verso un oscuro tempio dimenticato. Il nostro compito è quello di risvegliare una creatura che dorme da eoni nelle cripte di questo luogo maledetto. Il riffing melodico di Shatraug si rende più arioso e dilatato man mano che la traccia avanza nel proprio minutaggio. Non assistiamo a grandi variazione del pattern, ma anzi, l'intero brano si sviluppa sulle stesse note per tutta la durata senza tuttavia scadere in noia per via della capacità evocativa ed emozionale che la band finlandese è capace di ricreare con la propria musica. Mentre le nuvole ci nascondono dagli occhi del nemico, aguzziamo i nostri sensi lasciandoci andare alle memorie del passato. Si parla di un antico patto, stretto con un'entità che ha promesso di mostrarci il nostro vero Io, passando oltre le menzogne della cristianità. Lo scoccare del secondo minuto porta una modifica del pattern ritmico della batteria che ora scandisce il tempo con colpi precisi, verso l'ultima strofa e la conclusione del racconto. L'oscura creatura con cui abbiamo stretto un patto anni addietro è Satana, il principe delle tenebre. E, nella nuova guerra contro il paradiso che ci apprestiamo a combattere, avremo bisogno del suo aiuto per sconfiggere le forze cristiane. Il rituale è completo, il sepolcro del nostro re si spalanca nel tempio dimenticato: siamo ora pronti a tornare alla battaglia. Gli ultimi quaranta secondi presentano una variazione nel riffing che, pur restando melodico e per certi versi epico, assume connotati minacciosi e sinistri, quasi a voler suggellare ulteriormente il risveglio di colui che libererà l'umanità dell'oppressione del cristianesimo.

From the Coffin Black Lair

Il terzo brano,  From the Coffin Black Lair (Dalla nera tana della bara), ripropone uno dei temi più classici del black metal e che molto ha dato a questo genere: il vampirismo. La melodia si rende subito palese fin dai primi secondi del brano, sorretta da un andamento cadenzato e ritmato imposto dalla batteria di Thorns. Appare più che mai evidente come l'incursione melodica abbia preso quasi totalmente possesso del song-writing di Shatraug. La ferale violenza del black metal è stata abilmente declinata in un'onda sempre distruttiva ma fortemente emozionale. Più che fare a pezzi l'ascoltatore, i Sargeist sembrano ormai desiderosi di calarlo in un mondo diverso dal nostro, carico di dolore e malinconia. Attorno ai trenta secondi la voce acuta di Torog comincia la prima strofa, con il classico tema del vampiro a cui abbiamo accennato: una bara nera viene dissotterrata. Essa rappresenta un passaggio verso la terra degli immortali, dove solo il sangue dei nostri nemici sarà capace di condurci oltreché nutrirci. L'inizio della seconda strofa coincide con un rallentamento generale della composizione, che ora appare mastodontica nel suo incedere, come se cercasse di restituire l'immagine del risveglio di una creatura ancestrale e spaventosa dagli abissi del tempo. L'immortalità del vampiro viene osservata nella sua condizione di prigioniero della propria tomba: chiuso nel proprio sepolcro e attorniato dal puzzo della decomposizione dei corpi dei mortali, l'essere osserva i mutamenti della terra, mentre aspetta il momento della propria rinascita. Il ritmo torna sostenuto e veloce nei momenti solo strumentali che collegano una strofa alla successiva, enfatizzando la carica emotiva del brano. Torog narra la ricerca del sangue del vampiro, condizione che ne garantisce la vita ma che, allo stesso tempo, ne acuisce l'eterna maledizione di non-morto. L'ultima strofa si accompagna a giri di chitarra circolari e sferzanti ma sempre contraddistinti da una carica melodica difficilmente ravvisabile in altre band black metal. Le gole tagliate e il sangue bevuto dal vampiro drenano l'energia vitale delle vittime, fornendo, tuttavia, a questo essere immortale, la chiave per accedere ad un regno che si staglia ben aldilà di quello vuoto e mortale in cui siamo costretti a vivere. Torog ripete una delle strofe precedenti, sorretto da possenti colpi di batteria e da note gelide e cariche di dolore, come se anche noi respirassimo il sapore del sangue che, da ferite profonde, raggiunge le papille gustative del vampiro. Con questo ferreo sapore che ci invade, il brano termina quasi all'improvviso, segnando l'immediato inizio della traccia successiva.

Burning Voice of Adoration

Burning Voice of Adoration (Bruciante voce d'adorazione) si apre con la chitarra di Shatraug che crea riff melodici e armoniosi come ormai abbiamo imparato a conoscere in questo album. Il blast-beat è sferragliante e velocissimo e l'atmosfera si fa subito poetica e quasi mistica. Dopo circa trenta secondi, la voce di Hoath Torog farà la sua comparsa, determinando un rallentamento nel ritmo della batteria e l'incursione di note ancora più melodiche nelle linee della chitarra. Il testo è nientedimeno che un'invocazione sentita e sofferta a Satana, padre dell'anima e della carne a cui viene rivolto un inno di eterna adorazione. Alla conclusione della prima strofa lo stile dei primi trenta secondi riprenderà il controllo del brano, conducendo velocemente al ritorno delle vocals. In questa seconda strofa il testo si fa più oscuro: non si descrive più solamente la magnificenza e l'adorazione che Satana merita ma si evidenzia la dedizione dei suoi accoliti nella continua lotta per imporne l'egemonia. Rimandando alla cover dell'album vengono enfatizzate le mani incrociate, mentre un cappuccio ricopre il volto dei profeti del demonio. Qualunque sia la sua richiesta, egli sa di poter trovare implacabili fedeli pronti ad esaudirla. La melodia continua a guidare la traccia che ora si arricchisce, tuttavia, anche di un gusto ansioso e pressante, come se il peso della fedeltà venisse rimarcato sulla pelle e, da lì, trasmesso in musica. Allo scoccare del secondo minuto uno scream distorto e feroce di Torog rallenta il ritmo che ora si fa molto più cadenzato e scandito, mentre continua la narrazione. Come già raccontatoci dai Sargeist in passato, il satanismo che da loro viene professato non è una semplice caratteristica scenica ma assume connotati filosofici ed esistenziali. Esso viene visto come l'unica chiave di lettura possibile per la vita, una saggezza intrinseca alla fede che permette di raggiungere il significato vero dell'esistenza. Il momento più atmosferico e cadenzato lascerà di nuovo al posto ai riff che avevano condotto inizialmente la traccia attorno al terzo minuto e venti secondi. La verità offerta dalla fede in Satana è l'unica possibile e ci prepariamo a ricevere il dono di un'eterna conoscenza mentre ci vengono spalancati i cancelli dell'Inferno. La fine del testo introduce una nuova accelerazione, ora impreziosita dalle urla sgraziate e ferali di Torog che donano al finale della canzone un feeling da cavalcata diabolica mentre si attraversano fiamme brucianti quanto la fede che alimenta il nostro spirito.

Nocturnal Revelation

Il giro di volta dell'album è rappresentato da Nocturnal Revelation (Rivelazione Notturna) che è anche il brano più lungo del lotto con i suoi quasi sei minuti di durata. Bastano i primissimi secondi a farci capire che ci troviamo dinanzi a qualcosa di diverso da ciò che abbiamo ascoltato finora. Tanto le tracce precedenti erano apparse veloci ed incisive, quanto l'inizio di "Nocturnal Revelation" appare lento e velenifero. Anche la melodia che finora aveva rappresentato la chiave di lettura principale del song-writing della band viene quasi del tutto abbandonata, lasciando il posto a riff pesanti e lugubri, dall'evidente influenza doom. La batteria detta il tempo in maniera lenta e cadenzata e l'immaginazione ci porta immediatamente in un luogo remoto e pericoloso. Quando, circa alla metà del primo minuto, Hoath Torog e il suo screaming acuto fanno la loro comparsa, il riffing si fa leggermente più dilatato ma senza che questo comporti un cambiamento nel mood generale del brano, che rimane oscuro e oppressivo. La situazione descritta mostra una luna irrisoria che brilla nel cielo di una notte senza stelle. L'oscurità ci avvolge mentre vaghiamo senza una meta precisa, attorniati da un silenzio che appare irreale. Qualche vago accenno di melodia nel riffing non placa la sensazione di costante oppressione sprigionatasi dal brano ma, anzi, quasi in maniera paradossale ne accentua le caratteristiche. Ci sentiamo davvero persi nella notte, senza una strada da percorrere nel mondo fisico ma anche, e soprattutto, in quello spirituale. In questo contesto arriva la chiamata di Satana. Capace di prenderci nel nostro momento più difficile, egli ci promette una risoluzione, una via d'uscita, da esplicarsi nella nostra totale devozione. Le sue promesse divengono desideri nei nostri occhi mentre ci immaginiamo a banchettare con il sangue di tutti i suoi nemici, per noi divenuto vino. La metà del primo minuto introduce la prima significativa variazione stilistica, con il ritmo che diviene più veloce soprattutto grazie all'aumento dei colpi di batteria, mentre la chitarra tesse nuove trame di note sempre cupe ma ora dotate anche di una più accentuata vena malinconia. Siamo destinati a diventare profeti del demonio. Saremo la piaga che ne stermina i nemici, i venti malvagi che sferzano le terre di coloro che lo rinnegano. Porteremo le fiamme su tutti i falsi idoli e incideremo su di essi il suo simbolo per segnarne l'eterna presenza. Questa breve accelerazione non si protrae oltre il secondo minuto, dove la composizione torna a rallentare, pachidermica nel suo incedere. Le emozioni che serpeggiano fra le note sono le più variegate, da una sognante malinconia ad un oscuro e lento procedere epico. E non può essere altrimenti, visto che ci troviamo dinanzi all'atto finale della nostra rivelazione notturna. Il cielo autunnale si prepara ad accoglierci come nuovi profeti di Satana, pronti a servirne il volere, qualunque sarà la circostanza. Le ultime gocce del calice offertici ci scendono nella gola, le ultime parole vengono pronunciate mentre il buio e il silenzio crescono attorno a noi. Nella nostra anima, tuttavia, brilla uno scintillio nuovo e indissolubile.  Il terzo minuto porta teco una nuova accelerazione, la medesima che abbiamo già sentito in precedenza. Le parole dei falsi profeti del Dio cristiano non hanno più alcun potere su di noi, ormai devoti solo al principe delle tenebre. L'urlo violento di Torog professa adorazione totale al demonio e ci conduce verso gli ultimi minuti del brano, contraddistinti da un rullare oppressivo di batteria e da riff taglienti e gelidi, della stessa fattura della notte che in cui siamo stati accolti da questa rivelazione. L'ultimo minuto verrà invece segnato da un nuovo ritorno del refrain del brano che guiderà la traccia fino alla sua conclusione, dando una nuova impennata violenta al pathos del brano che si conclude con una perfetta coesione fra voce e strumenti. Una gemma cupa e oscura, nonché uno dei sicuri punti più alti dell'intero album.

Discover the Enshrouded Eye

Discover the Enshrouded Eye (Scoprendo l'occhio avvolto) si apre con alcuni colpi sui piatti, preambolo rapidissimo all'introduzione del riff principale che, dopo il brano precedente, torna veloce e carico di melodia come gli altri ascoltati nel corso dell'album. Le vocals iniziano presto, dopo nemmeno trenta secondi, e creano subito un'atmosfera maligna. Un oscuro rituale pare essersi appena completato e, mentre le ultime parole delle invocazioni svaniscono nell'aria, una brezza fredda ci investe. Essa, però, non proviene dall'esterno ma dal fuoco gelido che avvolge la nostra anima. Il ritornello si erge sopra la stessa struttura della prima strofa e rimanda immagini criptiche dove il sinistro occhio di Satana, capace di raggiungere luoghi invisibili ai medesimi organi degli uomini mortali, diviene il mezzo con cui guardare all'interno di noi stessi. Il ritornello termina e lascia il posto ad una sezione più cadenzata e ritmata, impreziosita di venatura epiche con la classica dose di malinconia made in Sargeist. Presto anche Hoath Torog si unirà a questa nuova cavalcata demoniaca, ergendosi sopra gli strumenti per continuare il suo canto criptico e oscuro. L'occhio di Satana vive dentro di noi. Si manifesta nei nostri pensieri e guida le nostre gesta più appassionate e volitive mentre compiamo ogni atto sia necessario per esaltarne la gloria. Questa sezione è pura emozione, totale manifestazione di tutto ciò che il black metal è capace di offrire se lo si vuole cogliere. Attorno al secondo minuto il riff principale riprenderà il controllo del brano, sempre portando teco la propria melodia accompagnata dall'inarrestabile blast beat che però non sovrasta mai ovattando gli altri strumenti. Una nuova strofa scorre via veloce mentre continuano le lodi per Satana: siamo suoi discepoli e ne porteremo ovunque la maestà fino alla fine dei nostri giorni. La sua voce è la nostra e, attraverso di noi, egli si può manifestare in tutto la sua potenza. Conclusa l'ultima strofa il ritornello torna lievemente modificato in alcune parole, rispetto al precedente. L'occhio del demonio ci illumina totalmente, donandoci la conoscenza di spazi e mondi normalmente preclusi alla nostra percezione. I canti e le lodi continuano e si protrarranno per tutta la notte. Un lacerante screaming di Torog conclude la seconda ripetizione del ritornello, dando il via al ritorno della sezione ora più cadenzata e dal sapore epico che si muove veloce come una moltitudine di cavalieri demoniaci, pronti a distruggere qualunque cosa. Almeno fino ai tre minuti e venti dove il ritmo rallenterà per alcuni secondi, facendosi più oscuro e culminando nel finale della canzone dove note fredde e atonali si imporrano sulla traccia, alternandosi ad un riff invece più melodico. Un contrasto che sembra una bufera di neve, fredda e imponente, e che guida verso la conclusione del brano per quasi sei minuti di durata.

Let the Devil In

La title track (Lascia entrare il Diavolo) potrebbe essere considerata una summa completa di tutto ciò che è presente in questo album di cui condivide il nome. Pronti via e la chitarra di Shatraug produce un riff melodico e, per certi versi, molto accessibile, mentre il solito blast beat scatenato di Horns invade la sezione ritmica, restando però confinato in secondo piano rispetto a voce e chitarra. Proprio la voce fa la sua comparsa attorno ai primi secondi, in uno stile meno acuto e malvagio rispetto a quello sentito nel corso dell'album ma comunque sempre perfettamente integrato nel sound. Il testo non lascia spazio a possibili interpretazioni distorte. Lasciar entrare il Diavolo dentro sé stessi non è solo un'immagina di devoto satanismo ma anche una figura retorica: significa impostare la propria vita secondo uno schema di pensiero diverso da quello del Dio cristiano, codardo e debole. Una vita improntata all'odio e alla lussuria, un cuore devoto al crimine verso chiunque ostacoli l'ascesa del signore oscuro. Ogni falsa speranza viene persa, vivendo nella più profonda disperazione ma diventando, in ogni momento di giorni, araldi del messaggio di Satana per l'eternità. Il ritornello travolge con la sua cieca brutalità. La batteria si rende cadenzata e precisa, quasi militaresca e la chitarra abbandona i toni melodici per partorire un riffing violento e ritmato, Tuttavia, è la voce di Torog a rendere anthemico questo refrain, esibendosi in uno screaming gutturale e maligno che si imprime nel cervello dell'ascoltatore spingendo con la forza a unirsi al singer in questa ideologica possessione da parte di Satana. Senza alcuna pausa, il ritornello lascia la scena immediatamente seguito dal ritorno del riff principale e da una nuova strofa. Ogni virtù è stata sconsacrata dagli adepti del demonio, ogni peccato è stato provato e goduto fino in fondo. La figura di Gesù viene schernita con ironia dove, piuttosto che seguire i predicamenti del falso profeta giudaico, si preferirebbe impiccarsi con una corda. La prima strofa ora viene ripetuto, preludio alla nuova esplosione del refrain che si sente stia per arrivare. Torog guida la melodia della chitarra e il blast beat incessante della batteria verso una nuova professione di fede e devozione incrollabile. E, ovviamente, esso ritorna e non bisogna stupirsi se già alla seconda occasione di ascolto verrà facile cantarlo e urlarlo fino a perdere la voce, tanta è la capacità di questo ritornello di fissarsi spontaneamente nella mente dell'ascoltatore.

Sanguine Rituals

Sanguine Rituals (Rituali Sanguinari) è un altro breve brano che non arriva ai quattro minuti di durata. L'eco del malvagio ritornello della title track si è appena spento nelle nostre orecchie e, senza alcuna soluzione di continuità, ecco Hoath Torog tornare violentemente alla luce con uno screaming lacerante che segna l'inizio della traccia. Il solito riffing veloce e melodico e il blast beat sferragliante indirizzano subito il ritmo verso una rapidità assassina come tante volte abbiamo ascoltato nell'album. C'è una indubbia somiglianza con la melodia della traccia precedente quasi ne fosse una naturale continuazione. La prima strofa inizia presto, passati neanche venti secondi e ci presenta le vocals di Torog ora tornate acide e corrosive. Sotto una pioggia torrenziale in una notte densa di oscurità, raggiungiamo un vecchio monastero, alimentati da fiamme di odio e tenebre. Depositari di arti che l'uomo cristiano ha dichiarato immorali e proibite ci apprestiamo ad onorare il nostro vero Signore. Fantasmi di epoche dimenticate ci osservano nell'ombre delle grandi colonne di questo vecchio edificio. Un freddo innaturale e sinistro domina l'intero ambiente mentre solo i nostri passi echeggiano nel silenzio. La bara di una grande stanza è il nostro obiettivo all'interno di questo luogo e gli occhi la bramano alimentati dal caldo fuoco dell'inferno. Il brano scorre possente e inarrestabile, senza concedere un attimo di pausa ma, anzi, aumentando in certi momenti la propria velocità che, tuttavia, non ne preclude la carica emotiva, merito soprattutto del solito riffing melodico ispirato e di un Hoath Torog che sfodera un'altra superba interpretazione di questo testo che segna il ritorno dei nostri alla tematica vampiresca. Come vampiresca è la luna bianca e fredda che appare dalle fessure del marmo, illuminando di luce più che mai sinistra ridotte porzione del nostro sepolcro. Siamo giunti in questo luogo dimenticato per tornare a dormire, nella nostra sala del trono. All'esterno sono stati da noi compiuti rituali di sangue e morte e ci siamo abbeverati da una coppa traboccante. L'aria sarebbe irrespirabile per qualunque essere umano. Una puzza di morte si innalza da vecchie pile di ossa abbandonate, ricordi di risvegli passati. Il grande salone con la bara si staglia, finalmente, davanti ai nostri occhi. Il nostro trono adornato di teschi di chi ha osato mettersi sulla nostra strada. La tetra luce di candelabri muniti di una fiamma magica ed eterna proiettano inquietanti ombre sui muri mentre ci apprestiamo a calarci nella bara, aspettando di risvegliarci quando il nostro padrone Satana avrà ancora bisogno della nostra forza immortale. Il brano si conclude culminando con la chiusura del testo, guidandoci verso le ultime due tracce dell'album.

Twilight Breath of Satan

La penultima traccia del lotto, Twilight Breath of Satan (Crepuscolare respiro di Satana) si ricollega, nel ritmo dei primi secondi, a quella "Nocturnal Revelations" che tanto ci aveva colpito per il suo andamento più lento e ragionato rispetto alla furia incontrollata che sembrava alimentare le altre tracce. La medesima situazione, infatti, si ripete qui. Veniamo accolti da un ritmo cadenzato di batteria che si rende, rara occasione, protagonista insieme alla chitarra di Shatraug, votata ad una successione di note ricche di pathos e melodia e in cui si arriva all'apice della ricerca emotiva, ponendo anche la velocità inarrestabile in secondo piano. Le vocals fanno quasi immediatamente la loro comparsa e ci immergono, spettatori, di un oscuro rituale che sta per avere luogo. Una bara viene riaperta nel cuore della notte. Il cadavere di una donna vi è stato appena sepolto, lasciando questo mondo con un odore putrido di imminente decomposizione che, per gli accoliti di Satana, rappresenta una dolce fragranza di morte e disperazione. Attorno alla bara si muovono gli incappucciati servitori che ne hanno appena riesumato i resti, accarezzandone le bianche ossa con un amore necrofilo. La prima strofa termina e la chitarra si erge sopra gli altri strumenti, più melodica che mai, impostando il giro di note che guiderà la prosecuzione di questa storia di morte. La necrofilia attraversa come una lama i pensieri contorti, tutto il piacere lussurioso che ella offriva in vita e ora divenuto una nera manifestazione di morte, dopo che divenne cadavere. Anch'essa fu, un tempo, servitrice del nostro stesso padrone e, con un ultimo rito mortifero, a lei desideriamo ricongiungerci, nella gloria di Satana. Secchi colpi consecutivi di rullante segnano, di tanto in tanto, il ritmo mentre la melodia continua a guidarci lungo la traccia, verso l'ultimo atto di questa storia d'amore e morte. L'ultimo bacio delle sue labbra immaginarie ci lambisce la coscienza mentre le creature della notte si muovono nel buio. Le sue ossa sono adagiate su un tavolo, insieme ad un fucile. Le ultime parole rituali sono state pronunciate. Siamo pronti a tornare insieme, uniti per l'eternità nel respiro crepuscolare di Satana. L'andamento cadenzato di chitarra e batteria acquisisce leggermente velocità nel culmine dell'emozionalità della traccia, pur restando sempre molto evocativo e rallentato. Sotto le note cariche di melodia e i possenti colpi della batteria di Torog termina anche questo inno di necrofilia, oscuro e malato quanto i nostri stessi pensieri.

As Darkness Tears the World Apart

Ad As Darkness Tears the World Apart (Come l'oscurità fa a pezzi il mondo) viene affidato il compito di concludere questa fatica dei Sargeist, lasciando trapelare odio nichilista e misantropo da ogni singola nota. L'inizio si contraddistingue per giri di chitarra freddi e atonali, dove la melodia risulta meno invasiva rispetto al guitar working del resto delle tracce. Ovviamente, è sempre presente il consueto blast beat al fulmicotone e la traccia arriva rapidissima allo scoccare dell'inizio della prima strofa. Questo mondo corrotto e sbagliato sta per giungere, finalmente, alla propria conclusione. Grandine e fiamme si preparano ad invaderlo, devastandone ogni aspetto e cancellandone ogni falsità. Le stelle cadranno in pezzi, spegnendosi nelle profondità del proprio vuoto spaziale o il corpo di ogni uomo verrà contaminato da pestilenziali vermi che ne scaveranno e roderanno le carni. La chitarra veloce e amelodica gestisce il passaggio verso la seconda strofa, procedendo fredda e distorta. La gente scappa e si nasconde, terrorizzata per la fine incombente mentre, ovunque, le strade si riempiono di arti mozzati e sanguinanti.  La fitta oscurità taglia e graffia come gli artigli di una bestia mortale e non conosce alcuna pietà. Un riffing più cadenzato e ragionato si insinua poi nella composizione, base portante del refrain della traccia dove troviamo un Hoath Torog che alterna screaming selvaggio e growl gutturale in un connubio dal sicuro impatto violento e brutale. Il mondo viene spazzato via nella più completa disperazione dei suoi abitanti. La carne viene macellata e fatta a pezzi, i cuori estratti uno alla volta dai corpi dei viventi. Ogni anima viene gettata all'inferno nell'ascesa di Satana, finendo dispersa in un vuoto di oscurità totale. Dopo il violento refrain la chitarra torna sullo stile della prima parte della traccia e l'ultima strofa della canzone e dell'album si manifesta carica di odio apocalittico. L'intero mondo è ormai avvolto dalle fiamme e dalla cenere, da qualunque parte ci si volte si vede solo morte e distruzione. I credenti delle false religioni lanciano le loro ultime preghiere verso il cielo ma nessuno le ascolterà: Satana ha trionfato e ogni divinità è stata spazzata via. Il ritornello torna a suggellare la vittoria finale del principe delle tenebre e l'inizio di una nuova era. Le ultime note vagano veloci e malvagie nel nuovo mondo di fuoco che si sta delineando e, con questa promessa di apocalisse finale, i Sargeist chiudono l'opera.

Conclusioni

Il rischio principale che "Let the Devil In" porta con sé è quello di essere frainteso. Alla sua uscita l'album spezzò in due gli ascoltatori tra chi ne tesseva le lodi, rimarcando l'ispirazione del song writing e il mood assassino ma melodico che permea l'intero lavoro, e chi, invece, ne criticava la produzione troppo pulita e apparentemente lontana da quei canoni che sono ormai diventati capisaldi del black metal e a cui i Sargeist stessi si erano rifatti nei precedenti lavori. Il fraintendimento, dunque, sta tutto qui. "Let the Devil In" rappresenta il punto finale di un'evoluzione che la band finlandese stava palesemente compiendo: la presa di coscienza più completa dell'importanza della melodia nel loro sound. Mai come in quest'album la componente melodica assume carattere preponderante, penetrando all'interno di quasi ogni singola nota della produzione. Se nei lavori precedenti era facile rimarcare l'ispirazione melodica che alimentava il guitar working di Shatraug, in questo caso potrebbe apparire pure superfluo. Alcune tracce presentano addirittura una "facilità" di ascolto (ovviamente sempre contestualizzata nel genere) che potrebbe stupire e far storcere il naso agli amanti delle sonorità più dure e underground in materia di black metal. Anche costoro, comunque, non possono oggettivamente negare che l'esperimento risulti spesso riuscito. "Empire of Suffering", la title - track, "Sanguine Rituals" o "Twilight Breath of Satan" rappresentano esempi di tracce perfettamente riuscite se analizzate in quest'ottica, capaci di emozionare e lasciare un segno indelebile su chi ascolta, come altri brani dei Sargeist erano già riusciti a fare nei lavori precedenti. Tuttavia, il discorso cambia se andiamo ad analizzare l'opera nel suo complesso. Un ascolto consecutivo dell'album, senza interruzioni, mostra ogni tanto il fianco ad una eccessiva somiglianza fra le tracce, come se il comune denominatore melodico del lavoro avesse fatto vacillare l'originalità in più di qualche punto. Mancano le atmosfere oscure e cupe di lavori come "Disciple of the Heinous Path" e la presenza costante della melodia non permette di godere sempre appieno delle capacità emozionale della band. La malinconia sognante che ha sempre contraddistinto il sound dei Sargeist si autoalimentava nelle singole tracce, possedendo un riff o un particolare momento della canzone stessa. Qui, essa cerca di trapelare in ogni singolo istante, portando al risultato di non riuscire sempre a far spiccare alcuni momenti fra gli altri perché tutti realizzati secondo lo stesso stile compositivo. Non è un caso che un altro degli highlight del disco sia quella "Nocturnal Revelation" che così pesantemente si distacca dal mood generale delle altre tracce, introducendo i ritmi più rallentanti e doomy che i precedenti lavori dei Sargeist presentavano in abbondanza. La produzione appare effettivamente nitida e chiara e questo può essere considerato un difetto in base al gusto soggettivo (anche se i Sargeist stessi paiono aver dato seguito alle critiche scegliendo un ritorno ad una produzione grezza e sporca per l'album successivo) ma bisogna anche contestualizzare questa decisione nell'idea di rendere il più vivo possibile il twist melodico che la band ha deciso di attuare per questo lavoro. Per quanto concerne i singoli componenti, del lavoro di Shatruag e delle sue luci e ombre si è già parlato e non c'è poi molto da dire sulla sezione ritmica curata sempre da Horns alla batteria e dalla new - entry Vainaja al basso. Infatti, se il basso raramente appare udibile nella generale pesantezza delle tracce, la batteria di Horns è, al solito, molto spesso votata ad un continuo blast beat, caratteristica peculiare del genere ma che non permette grande varietà da questo punto di vista. Tuttavia, è giusto rimarcare che, quando la situazione lo richieda (vedasi "Twilight Breath of Satan) il batterista dei Behexen compia egregiamente il suo dovere. Menzione di lode, invece, per le vocals di Hoath Torog che forse rappresentano l'elemento che, nel disco, sia capace di convincere dall'inizio alla fine. Già si è rimarcato in passato sulle capacità di questo singer e di come la sua voce si sposi perfettamente con i Sargeist ma qui il cantante finlandese sfodera prestazioni vocali praticamente perfette e indimenticabili, basti pensare al brutale ritornello della title - track. In conclusione, "Let the Devil In" va analizzato come il tentativo di rendere la melodia l'autentica padrona del sound dei Sargeist. Un tentativo certamente riuscito, ma non perfettamente. Più che in passato l'uso della melodia stessa ha esposto lo stile della band a difetti di ripetitività ed eccessiva somiglianza delle varie tracce, sottraendo anche qualcosa all'impatto emozionale dello stesso. Un ottimo lavoro, con alcuni brani sensazionali ma anche con diverse tracce che non lasciano mai troppo il segno, una cosa a cui i Sargeist raramente ci avevano abituato.

1) Empire of Suffering
2) A Spell to Awaken the Temple
3) From the Coffin Black Lair
4) Burning Voice of Adoration
5) Nocturnal Revelation
6) Discover the Enshrouded Eye
7) Let the Devil In
8) Sanguine Rituals
9) Twilight Breath of Satan
10) As Darkness Tears the World Apart
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