SADIST

Season In Silence

2010 - Scarlet Records

A CURA DI
VALENTINA FIETTA
07/05/2012
TEMPO DI LETTURA:
7,5

Recensione

Dopo anni di oblio i Sadist erano tornati nel 2007 con un disco dal titolo omonimo e dallo spirito combattivo, un album che aveva più pregi che difetti ma che in qualche caso mostrava degli strati di ruggine ancora da scartavetrare, ed è pure comprensibile. Parlando invece di questo "Season In Silence" uscito nel 2010 ,possiamo senza dubbio affermare che i Sadist si mostrano all'apice della maturità e dell'originalità stilistica. Infatti ridurli nel più semplice del Death Metal significa decurtarli delle loro particolari specificità, e mi sto riferendo ad una varietà di stili e influenze che non passano di certo inosservate.Sulla base di un solido e penetrante metal estremo si ergono divagazioni ritmiche (soprattutto per il basso) che odorano di Jazz/Fusion, caratterizzate da un'eleganza e da una specie di "semplicità" che non si dimostra mai boriosa o noiosa, anzi, finisce per arricchire di gusto delle intuizioni nel songwriting che già in partenza sarebbero vincenti. Credo che con questo album i Sadist abbiano saputo sfruttare con equilibrio l'innovazione, la loro personalità e anche un sano e onesto rimando al passato quando necessario; tutti fattori che però convogliano nella stessa causa: creare dell'ottima musica che resista all'inesorabile scorrere del tempo. Ma cerchiamo di vedere questo album più da vicino. In generale direi che il sound è sì metal, ma un metal che esplora il lato più oscuro di ogni  melodia se lo compariamo ad esempio al loro lavoro precedente. Per dirla senza mezzi termini, quello che sembra essere accaduto è che i Sadist abbiano abbandonato metà della loro Steve Vai-esque natura melodica e l’abbiano sostituita con alcune melodie caratterizzate da effetti molto particolari, mentre il cantante si sia letteralmente lanciato in un growl più mordace e profondo. Nota di merito va anche alla produzione, davvero efficace, che aiuta sicuramente questo ambizioso lavoro; la cosa che sorprende fin da subito in questo Season in Silence è la grande maestria con la quale Tommy Talamanca e soci sono riusciti a creare un album capace di giocare con vari elementi senza che uno si sovrapponga agli altri, risultando perfettamente incastonati tra loro e facendo sì che l’ascolto risulti sempre fluido. L’openertrack è “Aput”, 2 minuti puramente strumentali, anche se non hanno niente a che vedere con i pezzi strumentali effettuati nel precedente album.. per dirla senza mezze parole, se da un lato ci fa presagire il sound presente nell’intero album, personalmente non mi ha fatto emozionare abbastanza da dire “wow”! come invece aveva fatto  'Jagriti' fatto nel omonimo album “Sadist”. L’album inizia veramente con la seconda track “Broken and Reborn”. La prima volta che l’ho ascoltata ho subito pensato alla canzone “Shed” dei Meshuggah  senza la parte vocale sospirata, ma è chiaro che è decisamente qualcosa di più: siamo di fronte a una canonica scarica di aggressività firmata Trevor che, con il suo screaming abrasivo, quasi sovrasta i riff acrobatici di Tommy fino all'incedere maestoso del finale. La titletrack, appunto “Season in Silence” è senza dubbio il pezzo migliore di tutto il disco, parte con un’intro di batteria e un riff che colpiscono al primo ascolto; veloce e diretto, il pezzo si apre ad un improvviso duetto jazzato di pianoforte e basso per poi concludersi di nuovo all’insegna della durezza. Davvero una canzone coinvolgente, azzeccata, considerando anche l’artwork dell’album: un freddo e cupo paesaggio invernale con un malvagio pupazzo di neve che si erge minaccioso verso l’osservatore, foriero di oscuri presagi. La quarta canzone è ”The Attic and the World of Emotions”, traccia cadenzata e potente, e anche se l'assolo centrale dona al pezzo sicuramente un sound pungente e a tratti aspro, ancora non gli impedisce di suonare un po 'troppo come' 'Sanguine Seas of Bigotry' dei SikTh per le influenze jazz e per le tastiere(mio personalissimo punto di vista). Si prosegue con “Evil Birds” , uno dei pezzi che considero tra i più validi e variegati del lotto: pur breve, fa probabilmente discutere più per la bravura di Trevor che per l'eccezionale lavoro al basso di un Andy Marchini. Il bassista dei Sadist è ispiratissimo e dona perle di tecnica per tutta la durata del pezzo probabilmente un mixing non troppo equilibrato, penalizza molto l'apprezzabilità del suo strumento, favorendo maggiormente chitarra e voce nella maggior parte dei casi, e questo è davvero un peccato! La sesta canzone è “Ogron”, altro pezzo strumentale che possiamo apprezzare soprattutto per l’accurato  lavoro alle tastiere e alla batteria e che ci introduce al ritmo sincopato di “Night Owl”: un ritorno al midrange con toni acuti per il cantante, un pezzo che va riga dritto verso una serie di accordi piuttosto bizzarri, eseguiti piuttosto bene, bel tocco di chitarra. Questo pezzo risulta più morbido e piacevole da ascoltare rispetto ai brani precedenti, anche se il brano incorpora ancora tanti tradizionalmente heavy, si lascia andare in un solo molto dolce e piacevole. Un tintinnio di campanelli apre “Snowman”, assordanti note, taglienti come stalattiti ci fanno percepire la morsa del ghiaccio, siamo di fornte a una traccia nella quale Trevor è foriero di  una teatralità cupa e graffiante quando proprio la sua voce dà vita al mostruoso e poco rassicurante protagonista della cover dell'album, Snowman appunto. Segue “Bloody Cold Winter” che in qualche modo chiude idealmente il trittico di significati e sounds dato dai precedenti “Season in Silence” e “Snowman”. Pezzo accurato, con qualche influenza orientale azzarderei, ma sicuramente un brano in cui le influenze del death son fortissime nelle percussioni e nei ritmi thrash. La decima canzone di questo full-lenght si apre con un  agghiacciante il pianoforte che introduce “The Abyss”, nelle cui profondità sprofondiamo senza appiglio. La chitarra è frenetica e caotica, quasi al confine con lo stile Avant-Garde. Pur mantenendo lo stile death metal di questo album, ancora non può ridurre solo a questo: anche qui ascoltiamo riff e altri frangenti prog / soft. Davvero ascoltabilissima. “Frozen hands” la penultima track,  ci conduce verso la fine del nostro viaggio, con reminescenze dei Death del compianto Chuck Shuldiner e la chitarra acustica della conclusiva “Hiberna”, a duettare con un basso fretless, si perde nel soffio del vento freddo del Nord...Concludendo “Season in Silence” è un disco di spessore, una buona  prova per una band che ha saputo unire la cattiveria del metal più estremo ad una grande originalità e libertà espressiva, per perseguire un discorso personale e lontano da compromessi, con coraggio e coerenza. Possiamo essere fieri del nostro “metallo italiano”!


1) Aput
2) Broken and Reborn
3) Season in Silence
4) The Attic and the World of
Emotions
5) Evil Birds
6) Ogron
7) Night Owl
8) Snowman
9) Bloody Cold Winter
10) The Abyss
11) Frozen Hands
12) Hiberna

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