SACRAMENTUM

The Coming of Chaos

1997 - Century Media Records

A CURA DI
EMANUELE RIVIERA
03/02/2016
TEMPO DI LETTURA:
7

Introduzione Recensione

Curioso e sfortunato caso, quello degli svedesi Sacramentum, la cui breve carriera discografica si esaurì dopo appena tre studio album rilasciati prima della fine del millennio scorso. Luminosi e sfuggenti come una cometa i tre di Falkoping fecero perdere le loro tracce dopo il secondo tour europeo alla fine dell'estate del 2001 e, da allora, di essi non si hanno più notizie certe anche se, in un'epoca come quella attuale in cui le reunion vanno tanto di moda, un inguaribile romantico come me non perde, ancora, la speranza di vederli riemergere, un giorno, dalle fredde terre svedesi e deliziare di nuovo il nostro padiglione auricolare come ai vecchi, gloriosi e, di certo, irripetibili, tempi passati. Bizzarro destino, il loro, dicevamo poco sopra. Nel fulgido panorama del filone melodic black metal svedese emerso a metà anni novanta, in cui svettava in maniera indiscutibile il talento inarrivabile di Jon Nödtveidt con la sua creatura musicale, quei Dissection che tanto grandemente influenzeranno, in seguito, lo scenario metal internazionale, i Sacramentum furono, probabilmente, tra le realtà che più presero le distanze dallo stile proposto dall'artista originario di Strömstad ma il continuo confronto tra le due ensamble, (suggerito, di continuo, da critici ed addetti ai lavori più che cercato dalle band stesse), ne segnò, in maniera indelebile, le sorti future, tanto da portarli, prima, ad una virata secca verso sonorità parecchio differenti da quelle degli esordi e, poi, alla successiva, inevitabile conclusione prematura della loro brillante carriera. Abbiamo già fatto notare che il precedente maestoso "Far Away From The Sun" traeva ispirazione dai primi due lavori dei Dissection, come del resto praticamente qualsiasi altro materiale uscito in Svezia all'epoca, ma se ne distanziava per la velocità di esecuzione assolutamente superiore proposta da Brolycke e compagni e per la squisita e ricercata raffinatezza dei testi che, escluso un caso isolato, evitavano di affrontare tematiche di odio, violenza e morte tanto care all'intero panorama musicale dedito a questo tipo di sonorità. Lo stesso artwork di copertina era un evidente anello di congiunzione tra le due band: medesimo artista, ("Necrolord" Wahlin), identiche tonalità artistiche ed omologo pure lo stile di realizzazione, magnetico ed altamente evocativo. Le somiglianze tra i due gruppi però si esauriscono sostanzialmente qui e i Sacramentum lo certificarono, loro malgrado, con le successive due uscite discografiche che seguirono il loro portentoso debutto. "Far Away From The Sun", come detto, fu accolto in maniera positiva dalla critica specializzata che ne elogiò parimenti la componente musicale a quella, di assoluto pregio, lirica. Il discreto successo ottenuto, pur se contenuto nei numeri, (la tiratura limitata a 1000 copie andò presto esaurita), le potenzialità ancora inespresse della band ed il successo generalizzato che il movimento melodic black stava riscuotendo in quel periodo non passarono, pertanto, inosservati agli occhi della ben più ambiziosa, e facoltosa, major indipendente Century Media che provvide a mettere sotto contratto il gruppo nella primavera del 1997. La band, salutata e ringraziata la piccola "Adipocere Records" e con un accordo di massima più remunerativo già in tasca con la potente etichetta originaria di Dortmund, si lanciò, quindi, con entusiasmo nel primo tour europeo a fianco di altri gruppi emergenti quali i belgi Ancient Rites ed Enthroned ed i connazionali Bewitched e, una volta terminata l'esperienza live, decise di tornare in sala di registrazioni per il proprio secondo full length. Il panorama musicale di quel periodo era, però, caratterizzato da una estrema volatilità degli elementi in gioco, gli equilibri erano instabili e fragili, la concorrenza sul mercato si fece ben presto spietata e la scena melodic black, uscita rapidamente dai confini nazionali svedesi, venne contaminata da elementi assolutamente impensabili fino a poco tempo prima. Lo scenario internazionale si impregnò, in poco tempo, di tastiere "catchy" e sintetizzatori a profusione, voci femminili, per quanto gradevoli in sé ma di dubbia utilità, comparirono in qualità di accompagnamento lirico, e si diffuse, a macchia d'olio, l'immagine del vampirismo tanto cara ad una certa letteratura gothic - dark tipica del Regno Unito, ma non solo. La nuova corrente musicale emersa prese l'appellativo di symphonic black metal e vide quali seminali e degni alfieri i britannici Cradle of Filth ed i norvegesi Dimmu Borgir, (oltre agli stessi Emperor che furono, probabilmente, i primi in assoluto a fare un uso ragionato e "scientifico" delle tastiere), i cui debutti discografici, per correttezza, raggiunsero picchi qualitativi notevoli per originalità e stile esecutivo. Ma il mutato quadro musicale in cui si vennero a trovare non fu benevolo per i Sacramentum che, non hanno mai fatto mistero di puntare innanzitutto sulla sostanza e sulla qualità della musica proposta, le apparenze vampiresche e le scenografie teatrali, così estreme da assumere caratteri grotteschi, nei concerti, pur se accompagnate da lavori musicalmente validi, non andarono giù ai nostri che decisero, intenzionalmente, di abbandonare parzialmente lo stile proposto in Far Away From The Sun per virare verso sonorità più spiccatamente death - thrash già esposte, in maniera confusionaria ed immatura, nel primo demo prodotto. Anche qui, con il senno di poi, va detto che la scelta di rifuggire ad ogni costo la notorietà e il non dare la dovuta considerazione alla propria immagine esteriore non fu particolarmente indovinata, visto che, di lì a poco, il marketing ed il merchandising divennero due componenti assolutamente vitali per restare a galla in un mercato che fu letteralmente inondato di uscite discografiche provenienti da ogni angolo del Pianeta, riuscire a vendere sé stessi si fece arte, forse diventò anche preponderante rispetto alla qualità della musica stessa e i Sacramentum, coerenti con loro stessi fino alla fine, decisero di farsi da parte. In particolare fu proprio l'enorme successo commerciale di questa immagine vampiresca noir a scuotere le coscienze delicate ed anticonformistiche dei nostri che, stanchi di vedere improbabili succhiatori di sangue ovunque, si rifugiarono con dispiacere e, forse, nemmeno senza una propria volontà convinta, verso un impianto sonoro a base di death metal tirato ed arricchito di elementi thrash tanto caro a gruppi quali i connazionali Dismember, i tedeschi Morgoth o i polacchi Vader. Tuttavia la componente melodica rimase importante per i Sacramentum che, in più di un'occasione, parvero trarre ispirazione anche da band del calibro di At The Gates, Cermonial Oath ed Eucharist, dedite ad un metallo più soft. La potente ed agiata label Century Media suggerì, (forse dovremmo dire impose), alla band di affidarsi, per la realizzazione del secondo album, ai Los Angered Studio di mastro Andy LaRocque, chitarrista di successo con i King Diamond, ma di formazione strettamente classica e neoromantica, protagonista di un entusiasmante collaborazione con il genio smisurato di Chuck Schuldiner nell'album Individual Thoutght Patterns uscito nel 1993 ed autore di un incredibile riff ultratecnico, ormai divenuto leggendario con il trascorrere degli anni, nel brano Cold degli At The Gates, (lo stesso chitarrista originale della band, Anders Björler, ha ammesso, in una intervista postuma, di non esser mai stato in grado di replicare con precisione quel riff in seguito). Di nuovo una scelta sbagliata, come ricorderà con malinconia, più tardi, Anders Brolycke in una delle sue rare esternazioni pubbliche dopo la fine della band, dal momento che, benché dotato di un talento musicale sconfinato, LaRocque, in fase di produzione concentrò troppo le sue attenzioni alle sole sezioni chitarristiche e vocali confezionando, così, un lavoro disomogeneo e sbilanciato nelle sue diverse componenti. Angered è un popoloso, chiassoso e multietnico sobborgo urbano situato poco a nord di Gothenburg fatto edificare di punto in bianco su iniziativa del governo nazionale nell'ambito del vasto programma di riqualificazione urbana, denominato "Million Programme", avviato a cavallo degli anni '70 del secolo scorso. Lo scopo del Governo, a guida del partito socialdemocratico nazionale, era quello di realizzare un milione di nuovi alloggi in tutto il Paese da mettere a disposizione, a costi calmierati, delle numerose famiglie che, le migliorate condizioni economiche generali del secondo dopoguerra, avevano indotto a trasferirsi nelle città, provenienti dalle aree rurali dell'enorme, e per gran parte disabitata, Nazione scandinava. La riservata ed accogliente Finspång con i suoi magici Unisound Studio è lontana, ora, ben oltre i 300 km. Possiamo ipotizzare pertanto, (con buone probabilità di non sbagliare), che l'ispirazione artistica dei tre, ragazzi schivi e taciturni di natura, oltre al loro morale stesso, non debbano essere stati esattamente al top al momento di iniziare le registrazioni in sala prove, circondati com'erano, ad Angered, da grigi e tristi palazzoni a blocco multipiano, tutti rigorosamente uguali tra di loro.  In ogni caso il titolo scelto per l'album fu "The Coming of Chaos (La venuta del caos)" che venne registrato e mixato nel giugno del 1997 e immesso sul mercato l'11 settembre dello stesso anno. Il primo indizio rivelatore di una possibile svolta artistica del gruppo ci viene suggerito, ancora una volta, da una rapida analisi dell'artwork presentatoci. I Sacramentum decisero di separarsi dal sempre più impegnato "Necrolord" ma scelsero di restare, per così dire, "in famiglia". L'artista incaricato di realizzare la copertina fu, infatti Alf Svensson, (nome d'arte "The Haunting"), compagno dello stesso Wåhlin ai tempi di Grotesque e Liers in Wait e chitarrista per gli At The Gates nei primi due studio album, oltre che, nell'ormai memorabile, demo d'esordio Gardens of Grief . Non più, dunque,  pennellate a tinte blu - violetto, fredde e spettrali, ma un più caldo e rassicurante rosso intenso a farla da padrone. Il soggetto immortalato è una sorta di spirale luminosa primordiale, (evidente il riferimento all'immagine, universalmente riconosciuta, come quella più attendibile per rappresentare il caos cosmico degli albori della vita), più brillante nel suo centro ed oscura agli estremi, da cui fuoriescono alcune lingue di fuoco che si stagliano in primo piano. I Sacramentum, già da questo segnale preliminare, sembrano volersi muovere su sentieri più conosciuti e battuti, non è più tempo, almeno secondo loro, di avventurarsi per boschi misteriosi, castelli fatati e foreste di ghiaccio. L'originalità, almeno ad un primo impatto visivo, non sembra essere la prerogativa dominante di questo album. Ma procediamo con ordine.

Dreamdeath

La prima traccia che i nostri ci propongono è "Dreamdeath (Sogno di morte)" le cui coordinate musicali ci avrebbero spiazzato sicuramente senza il dovuto e necessario cappello introduttivo presentato poc'anzi. Nonostante fossimo, in parte preparati, ad un simile cambiamento, l'iniziale sensazione che avvertiamo, nel primo munito di ascolto, è di disorientamento pressoché completo: possiamo paragonarla al disagio che proviamo quando, al termine di una lunga galleria percorsa in macchina, usciamo, infine, alla luce naturale del sole: i nostri occhi hanno bisogno di alcuni istanti per riabituarsi a quella luminosità così intensa. Ora, invece, sono le nostre orecchie che devono entrare in sintonia con il nuovo stile dei Sacramentum, e la cosa richiederà un minimo di pazienza. I ritmi, invero, ci appaiono altrettanto serrati di quelli proposti nel primo album ma l'atmosfera che ci circonda è del tutto differente, l'aurea magica che aleggiava attorno al trio di Falkoping sembra essersi dileguata di colpo. I riff di chitarra risplendono ancora di luce propria, precisi e diretti come sempre ma la tonalità del vocalist Karlén ci appare eccessivamente elevata e meno poderosa che in passato, la batteria del funambolico "Terror" viene, inspiegabilmente, relegata sullo sfondo, e il basso del singer sembra essere addirittura inesistente. Devono trascorrere circa 90 secondi prima di ritrovare l'intonazione severa e baritonale del buon Nisse, (in realtà utilizzata solo per declamare una breve sezione lirica), che ci introduce al refrain centrale laddove, però, torna subito a farsi urlata e, a mio avviso, troppo sforzata. Fin dalla prima traccia si intuisce che le coordinate musicali sono state spostate a tutto vantaggio del lavoro chitarristico, peraltro sempre affascinante, di Anders Brolycke che si esibisce in riff gradevoli, pur se non particolarmente innovativi per il genere. Laddove si ritrovano le maggiori analogie con il precedente lavoro è, quindi, nella sezione lirica. Essa infatti è ancora una volta da segnalare come assolutamente affascinante e, come facilmente intuibile dal titolo, siamo di nuovo alle prese con un sogno tormentato e con aneliti di morte eterna quale unica liberazione salvifica. Viene dato particolare risalto al bisogno, spesso irrealizzabile, di dominare il proprio sonno ed i propri sogni con esso. Addirittura struggente l'ultima strofa, (ancora una volta "semplicemente" esposta a voce da parte di Karlén), in cui si implora il desiderio di divenire eterni, anche se si è consapevoli che non ci basterà l'ultima carezza della morte. Si esorcizzano le forze supreme a non alimentare più la nostra vita, se vissuta solamente quali ombre inconsistenti e vacue. "Ho dormito per fuggire, ho sognato per soddisfare. Sono morto per compiacermi, sogno di morte".

..as Obsidian

La successiva "..as Obsidian (..come Ossidiana)" si manifesta a noi con un incipit più cadenzato rispetto alla precedente traccia e, grazie all'inserimento di un pregevole riff di marcata derivazione thrash al minuto 1:16, rallenta ulteriormente i ritmi appena prima del refrain portante. Ormai ci è chiaro che dovremo ricalibrare il nostro ascolto in funzione del nuovo stile proposto dal singer che, pur non raggiungendo tali picchi qualitativi, sembra voler rincorrere le ugole d'oro dello scream svedese del periodo, (Tomas "Tompa" Lindberg, Henke Forss ed il primissimo Anders Friden su tutti). Tuttavia è nelle sezioni più rallentate, (come nel coro centrale qui presente), che la timbrica inconfondibile di Karlén emerge in maniera più nitida e cristallina. Dopo la seconda ripetizione del ritornello, più precisamente al minuto 3:21, parte una prima corposa unità di batteria di una ventina di secondi che riesce, pur se a fatica, a reggere il passo della chitarra di Brolycke, anche qui di gran lunga dominante quanto a tonalità di registrazione. Il tutto verrà riproposto una cinquantina di secondi, in chiusura del brano. I riff di chitarra sono tecnicamente impeccabili pur senza aver nulla di trascendentale, si avverte chiaramente l'influenza dei classici del passato che la band ha studiato in gioventù, ? as Obsidian potremmo definirla una delle prime manifestazioni del cosiddetto blackened death metal, (Behemoth, Belphegor, God Dethroned..), anche se l'ago della bilancia è spostato decisamente dalla parte del death. Interessante fare notare, a questo proposito, che quasi tutte le band ascrivibili a questo sottogenere esordirono come gruppi strettamente black metal, anche nel look, per poi incorporare, nel corso degli anni, elementi death sempre più marcati. I Sacramentum, in questo caso, non fecero eccezione.  Se proprio dobbiamo scomodare l'ingombrante paragone con i Dissection potremmo dire che qui Rudolffson e compagni anticiparono i più blasonati connazionali, dal momento che, un simile mix di riff death e black, con prevalenza dei primi sui secondi, sarà ripreso, pur se con meno vigore, dal "vate" Nödtveidt per il successivo, conclusivo e, sinceramente, mediocre Reinkaos, ultima sua testimonianza musicale prima del suicidio. Il testo è ancora una volta di stampo introspettivo e profondo ma rimanda, fin troppo chiaramente, a quella gemma di Beyond All Horizons che risplenderà in eterno di fulgida luce propria, diamante grezzo, ma proprio per questo ancor più prezioso, nonché vetta inarrivabile della carriera discografica del gruppo. La band ci prende, ancora una volta, per mano e ci conduce alla scoperta del nostro "io" più interiore, grande significato assume, nuovamente, la dimensione onirica che ogni individuo dovrebbe imparare a conoscere ed ascoltare con più attenzione. "Nel profondo di me stesso, fiorente di dolore, nei sogni delle tenebre la morte mi ha indicato la strada da percorrere. Ho udito, in sogno, voci cantare in maniera graziosa e suadente della mia fine, la mia volontà di essere è tetra e silente, la morte, sono certo, mi indicherà la via." I Sacramentum si trovano di fronte all'impenetrabile profondità dell'animo umano che circonda ogni pensiero, blocca le menti, si mostra a noi come un buio monumentale e ci fa apparire del tutto inadeguati, limitati. In conclusione della traccia torna a fare capolino il freddo intenso che, assai magnificamente, era stato rappresentato nel precedente album: ci voltiamo indietro ad osservare le eteree statue divenire sempre più piccole alle nostre spalle, abbiamo ucciso, con sistematica glacialità, tutte le nostre emozioni ed ora, fieri ed indomabili e con la forza della saggezza nel cuore, la nostra anima è portata in trionfo sulla pietra più nera. L'azzeramento delle nostre emozioni esteriori, il nostro profondo isolamento relazionale ci consegnano, in dono, un cuore di saggezza che è in grado di spingersi oltre i sogni. Un cuore buio, nero come ossidiana. A tal proposito pare giusto segnalare che nella cristalloterapia l'ossidiana nera è una pietra fortemente purificante nei confronti del disordine mentale, in quanto protegge i pensieri dagli influssi negativi e stimola il dono della profezia. Una traccia che, invero, non riesce a stimolare più di tanto l'ascoltatore, ancora spaesato dalla nuova proposta musicale del terzetto svedese. 

Awaken Chaos

La prossima è, a detta di chi scrive, di gran lunga la best track dell'album: "Awaken Chaos (Il risveglio del Caos)" ci accoglie, (finalmente!), con una fulminante sequela di blast beats al fulmicotone di Rudolffson per i primi 42 secondi circa durante i quali, per tre volte, il batterista, saggiamente, rallenta un momento i ritmi per poi ripartire immediatamente con ancor maggior enfasi e vigore. Già da questo sfolgorante incipit percepiamo una tensione diversa rispetto all'inizio, un po' in sordina, delle prime due tracce ed avvertiamo, di nuovo, sensazioni di potenza totalizzante ed assoluta e una percezione appagante di completa invincibilità. L'inserimento vocale del singer è, invece, ragionato ed arioso, quasi a volersi porre in competizione con l'assalto strumentale della sezione di drumming. L'armonia compositiva torna su livelli eccellenti e la chitarra, sempre puntuale di Anders non prevarica il resto della strumentazione. Dopo il primo passaggio dal cuore pulsante della canzone, Nisse si esibisce in un urlo rabbioso, ferito ma ancora in grado di graffiare ed incidere che precede un secondo, encomiabile, lavoro di batteria in cui si inserisce anche, esattamente al minuto 2:35, un riff di chitarra elegante ed assolutamente da segnalare. Una seconda bordata vocale, lancinante, ci immette nella parte finale del pezzo, più variegata ed omogenea dove, però, a farla da padrone è sempre la batteria di "Terror", in questo caso egregiamente accompagnata, (e non soffocata), dalla coppia chitarra - basso, a cui è affidata anche la conclusione del brano dopo quasi 5 minuti di emozioni e brividi a fior di pelle. Awaken Chaos ricomincia laddove Far Away From the Sun si era chiuso: una mirabile opera distruttrice di blast beats potenti ed incalzanti a cui fan da degno contraltare una varietà non indifferente di riff alla chitarra, (il ritmo portante della canzone cambia almeno tre volte nel corso del suo svolgimento). La preponderanza di sonorità black metal, dirette ed estreme, eleva, come accennato in precedenza, questa traccia al ruolo di pezzo forte dell'album tutto. Pur senza avere indicazioni precise al riguardo possiamo ipotizzare che essa sia stata una delle prime composizioni realizzate per il nuovo album, quando ancora l'ispirazione artistica e la ventata di novità portata da Far Away From The Sun non si erano affievolite nell'animo dei tre ragazzi. Anche il vocalist, qui, sembra più a suo agio nella veste di screamer e ci offre un degnissimo lavoro dietro il microfono, la sua timbrica si staglia autorevole e consistente nell'aria ed appare meno artefatta che in precedenza. La sezione lirica, a cui come nella precedente ?as Obsidian, collabora anche il batterista della band, ci porta al giorno del giudizio universale, un caos quindi legato alla fine del genere umano, all'Armageddon narrato nell'Apocalisse di San Giovanni Apostolo e non, quindi, indietro nel tempo al caos primordiale che, secondo la teoria scientifica dominante, avrebbe generato la nascita dell'universo. Apriamo gli occhi, perciò, e vediamo inferni di fiamme alimentati, inutilmente, dalla carne umana, stelle ricolme di odio con ardenti fuochi oscuri, cuori neri e puri che si risvegliano lavando il sangue dalla nostra purezza. Il sangue dell'umanità è il segno concreto del nostro onore ardente. Questo è il contesto in cui il caos domina, risorte sono le stelle dell'odio, la luce è ormai svanita allorquando le anime, sconfitte e smarrite, si riuniscono al cospetto degli agenti del caos, supremi signori della guerra che nessuno è in grado di domare. E di nuovo, si insiste, con demoniache dimensioni che l'uomo non può conoscere. Sopraggiungono, inevitabili dolore e morte mentre le ali delle tenebre possiedono le nostre anime e i signori delle fiamme leccano le nostre lacrime. Il genere umano ha perduto la sua purezza primordiale, il cuore degli uomini, luogo dei sentimenti e delle passioni per eccellenza, è stato reso arido ed insensibile e ovunque regnano dolore, oscurità e tenebre. Qui dove tutto sembrerebbe finire, si elevano, tuttavia, risate e gioia ed i nostri fuochi bruciano potenti. Curioso, peraltro, far notare che una simile situazione di disordine e di confusione viene, dai nostri ambientata, in una pianura, luogo ordinato, monotono e ripetitivo per antonomasia. Una sorta di diatriba ancestrale tra noto ed ignoto, tra autorità riconosciuta e stabile ed anarchia assoluta ed individualistica ed, in estrema ratio, tra bene e male, si trovano, così, fianco a fianco nel momento supremo della fine. 

Burning Lust

I ritmi si mantengono elevati con la successiva "Burning Lust (Ardente Brama)" che vede la collaborazione del chitarrista Anders alla composizione del testo. Proprio la sezione lirica merita un supplemento d'analisi immediato. Il longilineo chitarrista biondo ci conduce, infatti, in un viaggio alla scoperta del lato più perverso e malato della sessualità degli esseri umani. Come un moderno Dante, Brolycke ci ospita, dunque, nel suo canto quinto dell'inferno, laddove i condannati per lussuria sono costretti a guaire simili a bestie ed i loro patimenti sono più gravosi che altrove. A nulla vale l'avvertimento che il vocalist Karlén, ringhiando rabbioso, a ricordo del bestiale giudice Minosse, ci offre inizialmente in quello che, di fatto, è già il preludio al refrain. I desideri più scurrili si potranno, quindi, scatenare tra le immani fiamme orgiastiche del fuoco infernale. Trafitti dalle più carnali passioni, ipnotizzati dalle perversioni più recondite, sedotti dalla mente prima ancora che dal corpo, accarezzati sensualmente dai nostri istinti più bestiali bruceremo tutti in un orgia di vero desiderio. L'escalation di perversione malsana prosegue senza sosta alcuna e ci spinge sempre più a fondo, sempre più in basso. I gentili palpeggiamenti della pelle nuda, gli uteri disposti alla penetrazione più profonda in un'orgia di fuoco e di peccato, la bellezza del male è feroce e spietata. I baci roventi di passione hanno il sapore acido e velenifero delle serpi, la bestia ha la violenza e la forza per vincere il duello con il piacere, il dolore è esso stesso prevaricante su qualsiasi altra sensazione che l'umanità è in grado di avvertire. Le vesti di Virgilio, maestro sapiente e colto, sono indossate, per l'occasione, da Rudolffsson che, con il suo lavoro potente e certosino, ci indica la via: come siamo arrivati a simili bassezze non ci è dato sapere, né ha qualche importanza ora, è il cielo che ci ha condotti fino qui, inutile farsi altre domande ulteriori, meglio proseguire, pertanto, la nostra discesa agli inferi. Al minuto 1:10 le parole del testo suonano come una sentenza inoppugnabile: "Ardente brama di sadismo, Ardente brama di sangue, Ardente brama di violenza, Ardente brama di morte." Una breve sezione musicale, ben bilanciata e massiccia, ci conduce poi al minuto 1:47 allorquando alcuni flebili gemiti femminili di piacere misto a dolore ci ricordano immediatamente il contesto sfrenato in cui siamo stati catapultati. Le note a corredo dell'album, nel booklet interno, ci offrono qualche dettaglio in più. I Sacramentum, (con isospettabile ironia), ci segnalano che le protagoniste di questi ansimanti aneliti di passione sono le vergini masochiste appartenenti alla Società delle Lesbiche Sodomite. Un altro rimando ai classici del passato, leggasi, ad esempio, i Manowar che furono tra i primi ad inserire simili elementi sonori a corredo della loro proposta musicale. Prendiamo, per un attimo, le sembianze di uno smarrito Dante al cospetto dei primi dannati e, anche noi, sentiamo il lamento della bufera, in un simile scenario di guaiti, penitenze e peccati carnali ancestrali. La ripetizione della stessa struttura, (pre - refrain e refrain portante), ci porta al minuto 3:28 quando un interessante riff di chitarra introduce un ultimo minuto abbondante solo strumentale in cui si avverte chiaramente un equilibrato bilanciamento tra le tonalità dei tre musicisti per quella che, assieme alla precedente Awaken Chaos, risulta essere una delle migliori testimonianze sonore del platter, nonché una delle più furiose e blasfeme mai scritte dai nostri. L'anello di congiunzione con il precedente lavoro non può che essere Blood Shall be Spilled, anche se qui tutto viene estremizzato, l'erotismo viene declamato nella sua veste più degenere e scabrosa, i legittimi desideri carnali dell'umanità si tramutano in vere e proprie manie di possesso violente ed irrefrenabili ed il sadismo la fa da padrone incontrastato. Fortunatamente per noi gli ultimi secondi concedono un attimo di tregua ed il nostro corpo, duramente provato da un simile corollario di malata perversione animalesca, riesce a riemergere da questa diabolica Burning Lust, prima di incontrare le vittime della passione umana dantesche per eccellenza, Paolo e Francesca, di fronte alle quali un Dante, ormai esausto e privo di qualsiasi sentimento caritatevole cadde a terra inerte, come fulminato.

Abyss of Time

Una simile opera demolitrice richiede ancora qualche istante per riprendersi completamente e così i Sacramentum, misericordiosi e sensibili, ci offrono la breve "Abyss of Time (Abisso del Tempo)" che,  sostanzialmente, è un breve intermezzo semiacustico. Due minuti e mezzo cadenzati da un ritmo, pacato, ossessivo in cui il prode vocalist Nisse scandisce solenne e con toni drammatici i seguenti versi: "In oceani di false esistenze, tutti noi andiamo alla deriva. La vera essenza del tempo è fragile, ma i miei sogni non muoiono mai. Ansioso di raggiungere il fondo, un fondo che non esiste. Il tempo è come le fiamme del fuoco. Sta mangiando tutto a suo piacere ed ogni cosa appassisce e cade nell'abisso del tempo."  Certo non manca l'atmosfera anche in una così breve canzone, si percepisce il senso della tragedia che sta per consumarsi, il nostro destino di essere mortali si sta per compiere e le porte dell'oblio eterno si stanno schiudendo sotto i nostri passi. Solo i sogni, (ancora l'universo parallelo onirico quale ancora di salvezza), sono destinati all'immortalità. Le lancette del tempo procedono inarrestabili e, nel loro incedere perenne, fagocitano ogni cosa, simile alle fiamme di un rogo che, alimentate dal vento, divengono ben presto indomabili. A vent'anni di distanza, alla luce dell'infelice destino futuro del trio, possiamo anche azzardare una sorta di natura autobiografica nel testo: abbiamo dato alle stampe un capolavoro pressoché impeccabile, il successo di cui abbiamo beneficiato è stato breve ed illusorio, le esigenze di un mercato discografico vorace e famelico di soldi "facili" ci ha imposto, controvoglia, di prendere un'altra direzione e ben presto il nostro nome finirà nel dimenticatoio, affiancato a chissà quanti altri, anche meno meritevoli del nostro, nell'anonimato che tutto parifica e tutto appiattisce. Ma la vana gloria di cui altri hanno goduto al posto nostro in vita niente varrà a morte avvenuta, eroi e vinti, superbi ed umili, ribelli ed arrendevoli, il nostro destino sarà lo stesso, quello di finire lentamente ed inesorabilmente alla deriva in un oceano di ipocrisie e menzogne.

Portal of Blood

E' ora il turno della sesta traccia, "Portal of Blood (Il Portale di Sangue)" che ci riceve con una altra valida sezione di batteria di una ventina di secondi, in questo caso meno serrata che in precedenza ma comunque piuttosto solida e granitica. Anche in questa occasione siamo spinti in avanti nel tempo come testimonia l'uso del futuro per descrivere le vicende qui narrate. La nostra mente, assopita e ristretta, verrà quindi violentata, aperta dalla venuta dell'Io narrante che risveglierà la nostra vita perduta e che ci chiede di seguirlo per sbloccare il nostro intelletto sulla via che conduce all'eterna bellezza. Nuovamente veniamo letteralmente presi per mano, (probabilmente il testo si riferisce, però, solo al gentil sesso), per vedere ciò che deve essere visto. Dobbiamo lasciare questo tempo e questo luogo ed aprire il nostro portale. L'impostazione vocale di Karlén qui diviene sensuale e corposa, piena e rotonda, si fa un tutt'uno con la voce del protagonista del testo che ci chiede di scortarlo. Al minuto 1:21 fa capolino una sezione strumentale di una ventina di secondi in cui sentiamo, in lontananza, delle grida di preoccupazione e di ansia, come una sorta di sibilo sinistro e minaccioso. E di nuovo il vocalist torna ad incalzarci sinistro: ora che ci siamo, finalmente, liberati della nostra pesante ombra abbiamo svincolato la nostra anima e siamo così pronti per varcare il portale di sangue, attraverso il quale potremo, finalmente, vedere l'immane dolore che ci tormentava in passato e avremo, in concessione, l'eterna bellezza. L'intelaiatura della canzone è piuttosto lineare e viene riproposta, praticamente identica, nella seconda porzione che si mantiene compatta ed omogenea fino all'incessante ripetizione finale del singer che esattamente a partire dal minuto 4:04, declama, alcune volte il titolo stesso della canzone. Dopo due tracce iniziali evidentemente sbilanciate a favore di chitarra i Sacramentum proseguono sulla buona strada intrapresa a partire dalla terza proposta e ci offrono, un'altra valida song, discretamente tirata e con una buon mix di riff black e death metal. Gothenburg, come detto nella introduzione di questo lavoro, dista solo pochi chilometri e le influenze melodiche si avvertono chiaramente, specie nelle parti più sostenute, i rallentamenti improvvisi e fragorosi che la band, sapientemente, colloca nei momenti clou conferiscono una certa dose di atmosfera al tutto e riportano, questi si, alle cavalcate epiche di Storm of The Light's Bane, (Unhallowed è di un altro pianeta però). Un giusto e doveroso tributo che la band paga al maestro del genere. 

Black Destiny

La successiva "Black Destiny (Destino Nero)" si sviluppa invece in maniera più variegata e complessa. Al minuto 0:56 abbiamo anche l'inserimento di una novità assoluta per i Sacramentum: un coro profondo e lugubre che svolge degnamente il suo ruolo di contrapporsi alla voce principale aggressiva e feroce. Le poche note a disposizione ci indicano che il coro proviene direttamente dal caos infernale: il gruppo invertendo la disposizione delle lettere parla di Lanrefni Sohac Choir (Infernal Chaos Choir). In realtà è lo stesso Nisse a sdoppiarsi e a svolgere egregiamente la duplice veste di voce principale e voce di accompagnamento corista. Il testo racconta ancora una volta di un viaggio all'interno del nostro io più intimo e nascosto: il destino nero è ciò che più ci spaventa, l'uomo fatto a pezzi dalle certezze che ha perduto si domanda se, mai, sarà in grado di trovare la forza per distruggere tutte le illusioni ed il coraggio di rompere tutti gli specchi attraverso i quali potrà vedere le cose più in nitidamente, nella loro purezza, senza filtri. Egli potrà riuscirci solo scavando a fondo nella sua mente, il sacrificio a cui sarà chiamato richiederà uno sforzo immane. La seconda porzione si apre con un incantevole frammento di chitarra dell'eccellente Anders che sale letteralmente in cattedra e porta tutti a lezione fino al minuto 2:20 allorquando un corposo inserimento di drumming riporta, momentaneamente, in equilibrio la sfida tra i due. Tuttavia la situazione di stallo dura poco perché, dopo pochi secondi, un altro virtuosismo tecnico di Brolycke ci immette nel refrain, ancora una volta di stampo pessimistico e, apparentemente, senza via di scampo. Lacerati ed incatenati alle menzogne della vita, avvelenati da uno sconfinato paesaggio e con gli occhi sanguinanti, non vediamo altro che il colore nero davanti ai nostri occhi. Troppi anni di attesa dunque, troppi anni di fame e di irrequietezza, è questo il nero destino che attende tutti noi. Il canovaccio si snoda lungo un percorso sinuoso multiforme e mai banale, le tonalità si fanno d'un tratto più chiare e nitide ed un attimo dopo sono, invece, scure e tenebrose come se stessimo ammirando le incantevoli opere dei maestri del chiaroscuro, il nostrano ed irrequieto Caravaggio o l'olandese e prolifico Rembrandt, e la memoria non può che tornare al secondo album dei  Morbid Angel, quel Blessed Are The Sick, tanto audace e rivoluzionario nel suo modo di intendere il death metal da divenire termine di paragone per l'intero movimento nonché capolavoro indiscusso tra le numerose release d'autore uscite nell'anno di grazia a livello mondiale, il 1991, per il metallo più intransigente. Al minuto 3:07 un ulteriore riff, questa volta più classico per il genere, precede l'ultimo spezzone del brano che si mantiene cangiante e ricco di sfaccettature fino alla sua conclusione dopo 4 minuti e 30 secondi esatti di montagne russe emozionali. Rimaniamo, infine, soli con le ombre del nostro passato, un passato in cui mai ritorneremo, udiamo una spessa e contorta voce che ci satura la mente con disperazione e ci trafigge con malvagità la nostra personale, silenziosa tristezza.  Di gran lunga la pista più complessa dell'album e, a giudizio personale, pure una delle migliori del lotto. Il concetto di aridità d'animo e  inerzia di sentimenti, tanto caro ad una certa illustre letteratura nazionale classica, leggasi Petrarca e il suo approccio romantico, Foscolo nella sua accezione negativa di nemico dell'uomo desideroso dell'immortalità, ed anche lo stesso Dante per cui l'oblio è il tramite necessario per passare dal Purgatorio al Paradiso, viene messo in musica attraverso l'inutile scorrere del tempo, gli inani patimenti e le sterili giornate di ansia ed insicurezza. Tutto assolutamente superfluo, solo un destino nero ci attende:  solitudine, nichilismo e disperazione eterna. Sorprende, ancora una volta, il fatto che un concetto fondamentalmente statico come quello espresso nel testo venga messo in musica in una simile, poliedrica e multiforme struttura musicale. Ma del resto non si è creativi ed estrosi per nulla.

To The Sounds Of Storms

L'ottava e penultima traccia è "To The Sounds Of  Storms (Al Suono delle Tempeste)" che, come vedremo, inserirà due nuovi ed importanti elementi all'interno della proposta sonora dei Sacramentum. Dietro al microfono innanzitutto troviamo, in qualità di voce guida, Niclas "Vassago" Andersson, all'epoca chitarrista dei connazionali Lord Belial. Un nome che dovrete tenere a mente perché avrà un ruolo importante nel, pur fugace, ulteriore spezzone di carriera della band e che ritroveremo peraltro anche nella conclusiva The Coming of Chaos. Il talentuoso polistrumentista, anche noto come "Pepa", impone il suo stile vocale acidulo ed aggressivo, di chiara derivazione black a questo "Suono delle Tempeste". La sezione lirica torna ad essere romantica e tratteggia nordici, impervi e freddi paesaggi scandinavi. La nostra posizione iniziale, all'interno di una calma, silenziosa e gradevole serata nulla lascia presagire circa il repentino mutamento di cui saremo testimoni a breve. Infatti i venti che, inizialmente erano deboli e tenui, si intensificano in breve tempo. Ecco dunque sopraggiungere, improvviso, l'aroma aspro e metallico del sangue ed un fulmine distruttore riempie un cielo in rovina. Lo scenario muta in un attimo ed, ogni notte, incessantemente il canto delle tempeste sembra essere più gagliardo, il cielo sta lentamente morendo, ormai privo di luce. Nisse Karlén che, a partire dal quinto pezzo è tornato ad essere unico compositore lirico, ci delizia ancora una volta delineando magnificamente le proprie terre d'origine, dove le giornate sono brevi e l'oscurità cala in un istante. Eccoci, dunque, liberi dalle miserevoli catene che ci ancoravano al nostro destino, marciare, orgogliosi e fieri sopra una inutile emorragia di rifiuti. Si fa riferimento, ancora una volta alla nostra aridità di cuore, che trova terreno particolarmente fertile negli altrettanto aridi paesaggi svedesi più selvaggi, il colore nero è di nuovo il protagonista assoluto, le burrasche si fanno sempre più violente ed in una vorticosa danza di tempeste l'infinità sarà sopraffatta e la dannazione dominerà incontrastata. Al minuto 1:20 parte una sezione strumentale di una trentina di secondi piuttosto melodica per gli standard del gruppo e di chiara derivazione "gothenburghiana". La narrazione riprende, poi, presentandoci le anime mortali che vengono distrutte dalle diaboliche tempeste del caos, la nostra ira è di una violenza inquieta, il suono della dannazione ci sta chiamando. Al minuto 2:51 l'altra novità degna di essere menzionata: l'inserimento di una seconda chitarra di accompagnamento, molto ben posizionata all'interno del brano che conferisce una notevole nota di romanticismo decadente al pezzo stesso. Romanticismo che diviene quasi commozione quando, dando un'occhiata alle poche informazioni disponibili online su questo album, scopriamo che l'autore di questo pregevole inserimento chitarristico è Emil Nödtveidt, in arte Night-Mare, fratello minore del, prima, complice omicida e, in seguito, suicida Jon e musicista il cui talento non è mai esploso appieno, soffocato inevitabilmente dall'ingombrante e quanto mai scomoda ombra del fratello maggiore. Dal minuto 3:23 udiamo per alcune volte, in lontananza, un effetto sonoro simile ad un rantolo ringhioso, sofferente che sembra voler riprodurre il sibilo vigoroso e possente del vento in tempesta. La traccia va, quindi, a chiudersi con la seconda ripetizione del refrain, dopo quasi cinque minuti di durata.

The Coming of Chaos

E giungiamo così alla nona e conclusiva traccia di questo "The Coming of Chaos", la lunga, inattesa e, per certi versi, deludente title track. Oltre tredici minuti per concludere un lavoro che era filato via abbastanza speditamente e con una notevole fluidità appaiono decisamente troppi. La breve sezione lirica declamata a voce, flebilmente all'inizio, ed in maniera quasi liberatoria alla fine, da parte dell'ospite "Vassago" è decisamente di qualità e si conclude al minuto 1:13. Data la sua limitatezza si opta, qui, per la traduzione integrale: "Io sto al destino in un mondo morente. Guardo un cielo che indossa il colore della devastazione. Sento forti mormorii che risalgono a secoli addietro. La luna danza in un caos di visioni, colori sanguigni mi penetrano mente ed anima fino a farmi esplodere la testa e a distruggere il mio corpo. Sta giungendo la venuta del caos, caos vieni, caos vieni più vicino". I quasi due minuti successivi sono, di fatto, gli ultimi di vera esecuzione musicale del terzetto: un unico riff di chitarra si innesta in un  lavoro di batteria piuttosto delicato per il genere, il tutto accompagnato dalle strazianti grida di disperazione che si sentono in sottofondo, quasi che le anime dei dannati stessero lentamente ed inesorabilmente precipitando nel baratro del vortice rappresentato in copertina, senza possibilità alcuna di risalire la china. Dopo il quarto minuto iniziamo ad avvertire una sezione di suoni chiaramente campionati e riverberati, "di atmosfera" diremmo oggi, prima contenuti ed oscuri, poi progressivamente sempre più striduli e caotici, che paiono essere sul punto di detonare da un momento all'altro in un'esplosione cosmica e debordante a conclusione dell'opera. Tuttavia la tensione si protrae ancora a lungo poiché, dopo l'ottavo minuto di esecuzione, le tonalità vengono, ulteriormente, incrementate fino a farsi quasi fastidiose per un altro paio di minuti. Attorno ai dieci minuti i ritmi calano, anche se non di molto per preparare la conclusiva porzione del pezzo. Sembriamo, così, avviarci, quasi nell'indifferenza, alla conclusione del brano quando, al minuto 11:52 giunge, forse inaspettata, la deflagrazione che attendevamo già, alcuni minuti prima, ma essa risulta molto più contenuta di quanto una simile inquietudine interiore accumulata potesse far pensare. La traccia, di fatto, si conclude al minuto 12:11 ma prosegue, piuttosto inutilmente, per un altro minuto abbondante nel silenzio completo. Francamente questa campionatura portata così all'estremo avrebbe meritato un altro finale, più immediato, innanzitutto e decisamente più roboante. Il riferimento, pare fin troppo evidente, è la monumentale Elastic dei Meshuggah, di due minuti circa più lunga e autentica esperienza  uditoria distruttrice, con la sua ripetitività a tratti claustrofobica, specie se affrontata con le semplici cuffie quando pare di infilarsi in un profondo tunnel senza riuscire a vederne la luce all'uscita. Un esperimento francamente non particolarmente riuscito per i Sacramentum al punto che viene legittimo chiedersi quanto di questa proposta sia stato effettivamente farina del loro sacco e quanto, invece, sia stato suggerito dalla label produttrice, allora acerrima rivale della "Nuclear Blast", per cui era stato dato alle stampe, due anni prima, l'enorme Chaospere, contenente il brano sopra indicato, della band originaria di Umea.

Conclusioni

Giudizio non facile, dunque, per questo The Coming of Chaos ora che le nove tracce sono state analizzate una ad una. Il quesito che qualsiasi artista deve affrontare durante la propria carriera è sempre, sostanzialmente, lo stesso: rimanere fedeli ai propri ideali ed alle proprie convinzioni musicali sempre e comunque, con il rischio di divenire cloni di sé stessi, oppure, viceversa, mostrare flessibilità e sapersi adattare ai mutevoli scenari del momento con coraggio ed audacia, con la concreta possibilità, però, di snaturare completamente il proprio suono? I Sacramentum, nel loro secondo lavoro sulla lunga distanza, scelsero, salomonicamente, una via di mezzo e, del resto, una simile disquisizione tecnica, a fronte di una così breve carriera discografica, si esaurirebbe in breve tempo, in questo caso. La struttura portante delle canzoni resta, pur se piuttosto sfumata nei contorni, di ispirazione black all'interno della quale vengono inseriti, di volta in volta, riff di matrice death, altri più devoti al thrash di ottantiana memoria ed altri ancora più melodici e moderni. La sezione lirica rimane di valore assoluto anche se il calo rispetto al precedente album appare evidente. I testi si impregnano di sofferenze, patimenti, disperazione e morte spostando, così, l'ago della bilancia dalla parte del death più canonico. Gli ambienti nordici, aridi ed ostili, così mirabilmente descritti nel precedente lavoro, finiscono questa volta un poco sullo sfondo anche se non mancano passaggi di gran pregio, (?as Obsidian e To The Sounds of the Storms su tutte). Da un punto di vista musicale non convince, a detta di chi scrive, la scelta del cantato in scream, raschiato e fin troppo crudo nelle sue modalità espressive, il growl proposto nel primo album era, viceversa, molto personale, poderoso e solido. Il lavoro del vocalist viene anche penalizzato da un lavoro non ottimale in fase di produzione, impostata su toni eccessivamente alti e, in linea di massima, non ben equilibrata. Proprio qui sta forse il più grande difetto di questo platter. LaRocque confeziona un prodotto tecnicamente impeccabile per quanto attiene le parti chitarristiche del sempre monumentale Anders, evidenziate e premiate all'interno di ogni singola traccia ma mortifica tremendamente il lavoro dietro le pelli dell'ottimo Niclas che, solo in alcuni brani, riesce ad emergere in tutta la sua potenza, (Awaken Choas, Burning Lust e Black Destiny), oltre ad annullare completamente l'operato di Nisse al basso, da sempre, peraltro, strumento destinato al ruolo di vittima sacrificale all'interno del panorama della musica estrema, salvo rarissime eccezioni. In ultima analisi possiamo affermare che le tracce migliori restano quelle più tirate e furiose, debitrici del recente passato spiccatamente black della band, (Awaken Chaos su tutte con le sue rasoiate di batteria, poi Burning Lust ed il suo testo peccaminoso, Portal of Blood con i suoi rallentamenti mirati e la variegata e sorprendente Black Destiny). Un album, dunque, che parte in sordina ed in maniera piuttosto fiacca, cresce nel corso del suo sviluppo fino a raggiungere picchi notevoli di qualità e pesantezza per poi tornare a calare, anche in maniera piuttosto netta con la prolissa, titubante e piuttosto stucchevole ultima track. Sufficienza ampia, in ogni caso, per questo secondo full length del trio originario di Falkoping che, tuttavia, sulla strada per Gothenburg, ha già imboccato la parabola discendente all'interno della propria breve ed, inizialmente, sfavillante carriera.

1) Dreamdeath
2) ..as Obsidian
3) Awaken Chaos
4) Burning Lust
5) Abyss of Time
6) Portal of Blood
7) Black Destiny
8) To The Sounds Of Storms
9) The Coming of Chaos
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