SACRAMENTUM

Finis Malorum

1994 - Northern Productions

A CURA DI
EMANUELE RIVIERA
02/02/2016
TEMPO DI LETTURA:
8,5

Introduzione Recensione

Quest'oggi riporteremo indietro le lancette del tempo di oltre 20 anni fino a giungere agli albori della carriera di una importante e mai debitamente premiata band svedese: quei Sacramentum la cui luminosa ma effimera parabola artistica si interruppe definitivamente dopo la pubblicazione di soli tre album in studio, nel corso dei quali la band diede prova di grande abilità tecnica e, almeno nel primo portentoso episodio, di notevole originalità stilistica. Tuttavia in questo episodio non tratteremo un full length, bensì rivolgeremo le nostre attenzioni verso il primo ed unico ep pubblicato dal gruppo nell'ormai lontano 1994. Stiamo parlando di "Finis Malorum (Il Male Supremo)", progetto che il gruppo produsse in proprio per l'etichetta "di famiglia" "Northern Productions" e che la piccola ma ardimentosa label transalpina "Adipocere Records" ebbe la lungimiranza di ristampare in soli 300 esemplari nella prima metà dell'anno seguente. Ricordiamo che di questi la metà venne misteriosamente perduta in fase di pre - distribuzione e che sul mercato discografico ne vennero immessi, di conseguenza, solo 150 esemplari, esauriti nell'arco di poche settimane. Non è mai un compito semplice recensire un ep, storicamente considerati "figli minori" all'interno della discografia di una band, episodi volti, spesso, più a fidelizzare ulteriormente gli ascoltatori con la vendita di prodotti intermedi tra le pubblicazioni principali che non a promuovere la qualità della musica contenuta in essi. Tuttavia, specie nel panorama underground e ad inizio carriera, il rilascio di questi lavori sintetici e di facile presa sull'ascoltatore risulta di fondamentale importanza per far circolare il proprio nome all'interno dei circoli specializzati con la speranza che esso giunga, con l'ausilio della buona sorte, alle orecchie di qualche audace manager, produttore o ingegnere del suono che abbia voglia, tempo, e, soprattutto, denaro, da investire su certe nuove proposte. Diciamolo subito, questo non fu il caso dei nostri la cui prima release di un certo rilievo rimase sostanzialmente nell'ombra, anche perché venne offuscata totalmente da un capolavoro di portata epocale come l'album d'esordio, dato alle stampe appena due anni più tardi. "Finis Malorum" è, d'altro canto, un prodotto di notevole importanza storica per la band di Falkoping per una serie di motivazioni che ora andremo ad elencare. Innanzitutto esso è il primo lavoro di una certa rilevanza per il gruppo, dal momento che il precedente "Sedes Impiorum" non era altro che un demo tape autoprodotto, mal concepito e registrato anche peggio. In secondo luogo questo ep presentava una formazione piuttosto differente da quella che abbiamo imparato a conoscere in seguito. La line up era, allora, composta da quattro elementi: il vocalist Nisse Karlén, oltre alle parti liriche, si dedicava alla seconda chitarra, il basso era occupato da Freddy Andersson, la batteria (che in seguito venne affidata al formidabile Nicklas Rudolfsson) era, al tempo, proprietà di Mikael Rydén, già presente nel succitato demo d'esordio, ed il prode Anders Brolycke, vero punto di forza della formazione svedese, si occupava della chitarra solista. In questo lavoro, della durata canonica di una ventina di minuti circa, i Sacramentum posero, inoltre, le fondamenta per quel capolavoro artistico di "Far Away From The Sun" che risultò, pertanto essere, la naturale e progressiva evoluzione di quanto già contenuto in questa release. Un ascolto fondamentale, quindi, per capire il processo di sviluppo e i prodromi compositivi di quello che, a detta di molti, è secondo solo all'inarrivabile "Storm of The Light's Bane", in ambito melodic black metal. Ultimo ma non meno importante motivo per cui questo ep merita la qui presente recensione è perche esso, (lo diciamo subito in maniera chiara e forte), si candida di diritto ad essere il miglior prodotto mai realizzato nella storia della musica estrema per questa categoria. Punto, (esclamativo), e a capo! A seguito della prima demo - tape l'allora quartetto decise di imprimere una svolta professionale alla propria carriera e fece il grande passo di lasciare il nativo villaggio di Falkoping, troppo piccolo per ragazzi ambiziosi e creativi come loro, per spostarsi nella cittadina industriale di Finspång, ad oltre quattro ore di distanza di macchina, nel cuore della Nazione scandinava. Detto così, asetticamente, può voler dire poco all'interno di un così vasto Paese di cui se ne conoscono, fondamentalmente, solo il nome della capitale e la città di Gothenburg, ma se aggiungiamo che la località, prima famosa unicamente per le industrie belliche a servizio della famiglia reale, è anche quella che, nel 1973, ha dato i natali ad un personaggio del calibro di Dan Swano capiamo il perché della valenza strategica della decisione presa dalla band. I Sacramentum, con coraggio ed una buona dose di incoscienza giovanile, vollero affidarsi al meglio che il mercato discografico proponeva all'epoca. Il loro ep venne, infatti, registrato ai mitici "Unisound Studio" ed il leader degli Edge of Sanity confezionò, in fase di produzione, uno dei suoi innumerevoli gioielli. Le sessioni di registrazione durarono appena tre giorni, dal 25 al 27 febbraio del 1994 e la tracklist proposta si compose di quattro tracce "piene" più una outro song finale di meno di due minuti. Allacciate le cinture dunque, il godimento sonoro sta per iniziare.. ma prima, fermiamoci ad osservare per un istante la copertina di questo ep che, come ormai avrete imparato (leggasi recensione successiva), ci rivela molte cose circa il contenuto stesso del prodotto che andremo ad ascoltare. L'immagine mostrata in copertina, ribattezzata dallo stesso Anders (che collaborò alla sua realizzazione insieme a tale Marcus Nordgren) "Le Ombre dell'Oblio", è caratterizzata da una predominanza assoluta del colore nero nelle sue molteplici tonalità, nero il cielo rappresentato, nere e, a volto coperto, le sei figure umane che, a capo chino, si dirigono verso l'individuo al centro dell'immagine il quale, con le braccia tese verso l'alto, pare invocare una potente divinità ultraterrena, quasi come se stesse chiedendo una benedizione per iniziare una qualche forma maligna ed oscura di sacrificio. Solo l'orizzonte sullo sfondo, laddove il cielo incontra il mare, si tinge di una colorazione leggermente più chiara, plumbea, ma pur sempre lugubre e ancora decisamente poco rassicurante.

Moonfog

L'opener è la monumentale "Moonfog (Luna di Nebbia)" le cui primissime note già ci fanno intuire su che tipo di coordinate musicali la band ha intenzione di muoversi. Saremo assaliti da un'ondata travolgente di black metal nella sua forma più cruda, grezza e brutale. La band schiaccia a fondo il pedale dell'acceleratore fin da principio. Cogliete l'occasione per respirare a pieni polmoni per i primi 30 secondi, perché saranno gli unici istanti in cui potrete farlo per i successivi venti minuti. L'urlo a squarciagola di Karlén ci proietta in un vortice di emozioni senza tempo, un tourbillon di stati d'animo angosciati e turbati mai provato prima. Immediatamente ritroviamo la raffinatezza delle liriche che tanto sorprendono per un genere così estremo. Ci troviamo nella penombra, alla luce fioca della luna. La nostra anima è inquieta e soffre per una ferita aperta e mai più rimarginata, l'odio sarà nostro compagno fidato sulla via che ci condurrà a dominare le altezze incontrastate. Il singer schiuma letteralmente di rabbia, simile ad una belva feroce, e finisce addirittura per sbranarsi le parole del testo, non c'è alcuno spazio per pause o indugi, tutto è condotto all'estremo, fino al limite di sopportazione umana. Qualche indizio in più ci viene, ora, rivelato dal proseguo della narrazione: illuminati in eterno dalla nera luce stiamo scavando verso il basso, guidati dall'incessante scorrere delle nostre lacrime siamo chiamati a ricercare le origini del lutto per poterlo comprendere e metabolizzarlo. In un tale contesto di violenza incanta, meraviglia, l'incredibile dose di melodia che il gruppo riesce ad offrire. La batteria non è eccessivamente potente ma fa comunque egregiamente il suo compito con una sorta di cadenza progressiva ed imprevedibile davvero sorprendente. Nisse accompagna nel migliore dei modi alla chitarra ritmica il lavoro funambolico di Anders. Qui risiede la vera forza di questa canzone. L'esibizione di Brolycke è qualcosa di semplicemente mirabile, i riff sono freschi, innovativi e pieni di energia, le armonie che egli riesce a generare in un simile contesto di violenza e ferocia sono semplicemente fantastiche. Al minuto 03:20 cala, inoltre, un assolo da brividi già divenuto leggendario per gli appassionati del genere, anche perché simili soluzioni tecniche sono alquanto rare per il genere in questione. Tutto trasuda di passione e sentimento in questa traccia di apertura. Il racconto si conclude in un crescendo emozionale senza eguali, il testo è quanto mai introspettivo e carico di sofferenze, ci parla dal profondo dei sentimenti e arriva quasi a commuoverci per cotanto romanticismo decadente. I nostri occhi sono, ormai, rigonfi di le lacrime, un flusso ininterrotto di dolore pulsa nelle nostre vene, l'anima è velata di lutto, la frustrazione corrode la nostra sanità mentale mentre riflettiamo su come emanare il nostro ultimo respiro e balenano anche, nel nostro cervello ormai insano e sull'orlo della pazzia, propositi suicidi. Di fronte ad una simile introspezione così profonda e drammatica perfino Verlaine sarebbe stato orgoglioso di questi ragazzi!

Travel With The Northern Winds

La successiva proposta è "Travel With The Northern Winds (Viaggio con i Venti del Nord)" aperta da un variegato e del tutto particolare intarsio messo in piedi tra i tre strumenti a corde e i tamburi della batteria. Dopo la tipica sfuriata iniziale del vocalist ci troviamo, pertanto, smarriti nella notte più oscura tra antichi colli e foreste minacciose e con la sensazione ancora non divenuta certezza di essere immortali. Un primo, eccellente, rallentamento nei ritmi ci lascia quasi a bocca aperta al minuto 0:36 e, novità quasi assoluta per il genere, sentiamo pure alcuni accordi, gravi e dolorosi, del basso. L'equilibrio si sposta dunque su sonorità più moderate e delicate che, tuttavia, crescono progressivamente fino al secondo inserimento vocale. Ci lasciamo condurre dal vento maestoso del nord, nelle foreste impervie ed oscure che tutto possono sopraffare, le tenebre ci sussurrano circa il nostro avvenuto decesso. Segue ora una sezione strumentale di una quarantina di secondi in cui, ancora una volta, a farla da padrone è la prima chitarra ma anche la batteria si fa sentire corposamente ed ha il compito di introdurre la terza strofa del pezzo. Siamo ora finalmente consapevoli di essere immortali ed eterni, non apparteniamo più a questo mondo, viviamo nella angosciosa situazione di avere l'anima già collocata nelle altezze astrali, mentre il corpo si nasconde ancora, timoroso, nell'oscurità terrena. Rimuginiamo, infine, con rammarico, ad un passato glorioso, mentre, le nostre deboli membra rimangono ancora intrappolate in un inutile guscio privo di vita e noi stiamo congelando, il sangue scorre freddo, inerte nelle nostre vene. I continui cambiamenti di tempo e gli interscambi di ruolo tra i musicisti, (ad inizio traccia, come accennato in precedenza, si fa sentire pure il basso di Freddy), sono così esasperati da sembrare addirittura confusionari, caotici ma il risultato finale che ne scaturisce è assolutamente soddisfacente. Poche volte abbiamo sentito così numerose e così evidenti variazioni di ritmo in soli quattro minuti di canzone, specialmente in un genere come il black metal piuttosto lineare e diretto nelle sue strutture portanti. Forse è proprio questa giovanile inconsapevolezza, questo audace dinamismo sonoro che fa brillare la suddetta traccia più di quanto la composizione tecnica prettamente intesa potesse fare in sé. Una simile perizia lirica e una descrizione così precisa degli scenari la possiamo ricondurre addirittura ai primi due lavori dei finlandesi Sentenced, dediti inizialmente ad un death metal furioso e piuttosto canonico e che sempre hanno fatto della ricercatezza linguistica uno dei loro, molteplici, cavalli di battaglia. Il nostro viaggio giunge dunque al termine, siamo trasportati da questi gelidi venti e sorvoliamo un grande passato del quale siamo fieri ed orgogliosi custodi. Un passato che mai dimenticheremo e che presto ci infonderà la forza necessaria per conquistare l'immortalità, ed il dominio sul tutto.

Devide et Impera

E' il turno, ora, della terza traccia, "Devide et Impera (Dividi e Conquista)" che riprende una famosa locuzione latina, (probabilmente attribuita originariamente a Filippo il Macedone), e tanto cara alla potenza imperialistica dell'antica Roma, tornata in uso in tempi recenti secondo cui il miglior metodo di un'autorità per controllare e governare un popolo è riuscire a dividerlo, generando, dunque, rivalità intestine ed alimentando dissidi fratricidi. La traccia, che con in suoi quattro minuti e cinquantasette secondi, è anche la più lunga di questo ep, si apre con una maestosa intro di batteria che precede di qualche secondo un urlo secco ed immediato del vocalist al minuto 0:19. Fin dall'incipit così devastante capiamo subito che essa sarà la traccia più oscura e tenebrosa del lotto, nessun alone di luce filtra attraverso il buio più pesto fatto di riff sostenuti e sfuriate di drumming. La produzione cruda e brutale mette in primo piano la sezione vocale, mai così grezza come in questo brano, mentre il tappeto sonoro potente e massiccio che la coppia di chitarre riesce a creare viene posizionato, abilmente, sullo sfondo a fare da cornice al tutto. La batteria del discreto Rydén è la protagonista principale di questo pezzo, potente e precisa nella sua opera demolitrice, ultima effettiva testimonianza musicale di questo valido musicista prima di finire, piuttosto incredibilmente, nel dimenticatoio. Devide et Impera è la canzone che meglio incarna l'immagine posta in copertina di questo ep, durante l'ascolto riusciamo ad avvertire tutte le insospettabili sfumature del colore nero, la melodia è assai tenebrosa e consente perfino di scorgere, nella penombra, le ombre minacciose che si riuniscono a lodare le divinità del male al cospetto del loro sacerdote capo, possente e fiero, in procinto, perfino, di dominare gli elementi della natura. La sezione lirica si mantiene su livelli eccellenti e disegna, ancora una volta con incantevole delicatezza e precisione, paesaggi nordici al confine tra la dimensione reale e quella onirica, tanto cara ai Sacramentum durante tutta la loro carriera discografica. In un dormiveglia sofferto e tormentato, tra foreste tetre e infinte montagne, vaghiamo come cullati su di una nuvola attraverso sogni divini, che solo noi essere immortali possiamo conoscere, alla ricerca della conoscenza eterna che ci è concessa da visioni ancestrali ed arcane. Noi apparteniamo al passato ed ora che ci siamo elevati ad un livello di sapienza superiore ed infinito, ultraterreno, dobbiamo farci lupi tra gli agnelli, abbiamo la forza della vendetta al nostro fianco e, proprio ora, non ci resta che dividere i nostri nemici per poterli sopraffare. 

Pagan Fire

Ci avviciniamo alla conclusione di questo lavoro con la seguente "Pagan Fire (Fuoco Pagano)" le cui liriche, a differenza delle precedenti tracce, sono state composte dal chitarrista della band. Il pezzo ci accoglie con un altro straziante grido a squarciagola da parte di Nisse, instancabile ugola demolitrice di tutte le nostre vane illusioni di salvezza. Un interessante lavoro di batteria posizionato sopra un incantevole e soave tappeto di chitarra di una decina di secondi precede l'inizio della sezione lirica vera e propria. L'ingresso del vocalist delinea un fondale ricco di solitudine e di lutto in cui avvertiamo le fredde fiamme della malinconia lacerarci nel profondo, la gravità del nostro dolore ci lascia un sapore amaro in bocca. Una ventina di secondi di cadenzato equilibrio sonoro tra chitarre e batteria ci porta poi al minuto 1:20 laddove la narrazione, epica e maestosa, riprende. Così profondo, così buio e reale il nostro vuoto esistenziale sta riempiendo tutte le nostre vene, le anime disperse vagano senza meta, le illusioni sono svanite, sforziamo la mente ma non siamo in grado di trovare pace per noi stessi. Tematiche assai care ai Sacramentum quelle della solitudine interiore e della aridità di sentimenti che verranno riproposte anche in seguito nella carriera dei nostri. Già dal primo ep la band si pone come nostra guida spirituale e ci invita a seguirla nella nostra disperata ricerca. E' la frustrazione a condurre le nostre anime, veniamo catturati in un deserto di confusione che noi stessi abbiamo contribuito a creare. Sembriamo persi e smarriti in una sensazione di malinconico disagio che colora di nero la nostra anima, rendendoci di fatto delle anime erranti, senza meta, intrappolate in un labirinto sconfinato nel quale vagare senza cognizione di causa. I rimpianti, la tristezza.. tutto ci si riversa addosso quasi una montagna ci stesse effettivamente franando addosso, senza lasciarci scampo. Tutto quel che dobbiamo fare è congiungerci ad una sorta di infinito che ci chiama, ci anela, e riempie le nostre vene di quella forza che tanto desideriamo.. anche se la felicità e la tranquillità sono ben lungi dall'essere trovate. Purtroppo la traccia viene penalizzata, più delle altre, da una qualità non eccelsa nei suoni, la tonalità di registrazione dei suoni appare eccessivamente elevata e la voce fa fatica ad emergere in maniera chiara. Inoltre il finale appare troppo brusco e secco, una transizione più tenue e sfumata avrebbe certamente giovato alla resa globale del pezzo. I rimandi di questo brano, da un punto di vista lirico ed anche tecnico, sembrano riportare alla memoria un'altra band svedese il cui successo ottenuto è rimasto ben al di sotto del proprio talento musicale: quei Gates of Ishtar anch'essi autori di tre album di notevole qualità, (peraltro tutti successivi alla pubblicazione di questo ep), e veri maestri in quanto a liriche cariche di solitudine, depressione e patimenti interiori. Anch'essi, inoltre, fecero perdere le proprie tracce dopo la pubblicazione del terzo album, senza, tuttavia, comunicare mai lo scioglimento in maniera ufficiale, e questo rappresenta un altro anello di congiunzione con i Sacramentum, oltre ovviamente al comune, sconfinato senso della melodia e dell'armonia.

Finis Malorum (Outro)

"Come sono caduto in basso e nel profondo del mio sonno ho sentito una voce malinconica provenire dal mio subconscio bisbigliare per me. Io sono morto e riposo nell'oscurità eterna, Io sono morto e ho fatto mia l'eternità, mi sono svegliato morto e così resterò in eterno." Questo è il breve testo che accompagna la fugace e desolante ultima traccia dell'ep, "Finis Malorum (Outro)" che pone fine a questo grandioso lavoro di black metal puro e grezzo, ma quanto mai autentico e genuino. Un profondo sospiro all'inizio apre la descrizione parlata, pulita da parte di Nisse, i ritmi aumentano progressivamente ed il finale è affidato ad un altro assolo semplicemente geniale di Anders, stella tra le stelle di questa formazione così tanto ricca di talento. Una affascinante proposta in coda a questo ep che sarà di grande ispirazione per numerose altre band del nascente filone melodic death metal di Gothenburg che rielaboreranno, in maniera più o meno personale, questa decadente outro per realizzare, viceversa, delle intro ai loro primi, geniali lavori. Una nota ulteriore circa quest'ultimo brano ricorda che, in alcuni rarissimi esemplari della prima stampa autoprodotta, esso si chiamava semplicemente Finis Malorum, nella ristampa seguente per Adipocere Records venne aggiunta la dicitura (Outro).

Conclusioni

Sinceramente viene difficile trovare un solo difetto reale a questo ep, la produzione affidata ad un personaggio del calibro di Dan Swano conferisce un tocco inconfondibile di brutalità e crudezza a questo lavoro ma riesce a non essere eccessivamente abrasiva, (sempre considerando la tipologia di prodotto di cui stiamo parlando). Gli strumenti sono chiaramente udibili tutti anche se prevale ovviamente e con pieno merito la chitarra solista, il basso fa capolino ad inizio ep e poi torna umilmente ad indossare la veste di semplice accompagnamento musicale, la batteria non è eccessivamente potente se non nella terza traccia ma svolge comunque il suo compito in maniera soddisfacente, specie nelle sezioni leggermente meno violente e più tenebrose. Pur riconoscendo il valore del buon Rydén possiamo certamente affermare che con l'ingresso in formazione di Niclas Rudolffson la batteria acquistò grande potenza ed un vigore tutto nuovo. La voce di Nisse è decisamente di matrice black metal, come mai sarà riproposta in futuro, ed è assai caratteristica e sofferta pur se non eccessivamente elevata quanto a tonalità. Il vocalist preferì puntare sul riuscire a trasmettere il proprio pathos personale e sul trasporto di emozioni piuttosto che sul volume della propria proposta che riesce, in ogni caso, a raggiungere alcuni picchi non indifferenti, (l'iniziale Moonfog su tutte). La chitarra di Anders compie semplicemente un capolavoro artistico dall'inizio alla fine, ogni singolo riff trasuda energia, immediatezza e vitalità. La sua chitarra si fa baluardo, solo ed ultimo, contro un incedere senza freni di violenza, disperazione ed oscurità: è il solo elemento sonoro a cui è affidato il compito di conferire melodia a questo lavoro e, incredibilmente, riesce nel suo intento deliziando gli ascoltatori. Probabilmente nemmeno lui era troppo interessato a definire chiaramente cosa stesse suonando in quel periodo, semplicemente era uno spirito libero e creativo che si stava divertendo a comporre con il suo strumento favorito e ciò rende tutto più originale ed innovativo. Le etichette non interessavano allora ai Sacramentum, (come non interesseranno mai nemmeno in seguito), la qualità della musica proposta era quello che contava per loro e, in questo ep, l'allora quartetto confeziona un prodotto epocale in cui anche le piccole carenze , vedi la qualità non impeccabile nelle tonalità di registrazioni, (tipica peraltro per un demo tape), e alcune transizioni non propriamente ben riuscite vengono spazzate via di fronte a tanta epicità, tanta accuratezza lirica e tanto entusiasmo naturale. I testi sono eccezionalmente ben scritti,  come per tutti gli album dei Sacramentum, anche successivi: ciò assicura una incredibile dose di freschezza al lavoro anche a più di venti anni di distanza dalla sua uscita, la ripetitività non è cosa gradita qui. Finis Malorum non smette di stupire l'ascoltatore in qualsiasi punto della sua durata, oggi come ventidue anni fa. Le vicende così mirabilmente e profondamente narrate e che poco si discostano le une dalle altre si muovono in maniera lineare e progressiva lungo un unico filo conduttore fatto di tremende sofferenze d'animo, faticosa elaborazione del lutto, aneliti di immortalità dello spirito contrapposti alla misera certezza della caducità del corpo tanto da farci azzardare la definizione di concept - ep per questo lavoro. In relazione a quanto indicato all'inizio di questa recensione, circa l'effettivo valore che hanno queste pubblicazioni, (e anche per ovvie ragioni economiche), non ho mai approfondito particolarmente questa tipologia di release: ad oggi i soli due ep che posso dire di conoscere abbastanza sono Subterranean degli In Flames e Despise the Sun dei Suffocation, (ovviamente anche, io come i Sacramentum all'epoca di affidarsi a Dan Swano, ho scelto il meglio sulla piazza): difficilmente riuscirò ad avere in collezione questo Finis Malorum, (ormai introvabile da tempo), ma posso senz'altro dire che esso si colloca al pari, se non sopra, i due ep poc'anzi indicati. I semi del successivo Far Away From The Sun sono stati gettati qui? direi che questo è un motivo più che sufficiente per dare, almeno, un ascolto a questo ep.. Semplicemente enorme!

1) Moonfog
2) Travel With The Northern Winds
3) Devide et Impera
4) Pagan Fire
5) Finis Malorum (Outro)
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