SACRAMENTUM

Abyss of Time

2008 - Century Media Records

A CURA DI
EMANUELE RIVIERA
21/04/2016
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6

Introduzione Recensione

Eccoci giunti, così, al conclusivo tassello della tormentata carriera discografica della band svedese dei Sacramentum, una formazione inizialmente composta da tre elementi e successivamente arricchita dall'inserimento di un secondo chitarrista e resasi protagonista, a metà degli anni novanta, di appena quattro pubblicazioni complessive qualitativamente eccelse pur nelle diverse sfaccettature proposte, (in ogni caso la qualità dei lavori andò progressivamente calando dopo gli sfavillanti esordi). Se, infatti il primo ep ufficiale rilasciato, ("Finis Malorum"), ed il successivo album, (il capolavoro assoluto della loro carriera, "Far Away From The Sun"), si caratterizzavano per un melodic black metal di grande impatto e raffinatezza piuttosto affine a quello realizzato dagli inarrivabili Dissection, (da cui se ne distanziavano, comunque, per la velocità di esecuzione nettamente superiore e per la quasi totale assenza di tematiche a sfondo satanista tanto care al vate Nodtveidt), i successivi due album, ("The Coming of Chaos" e "Thy Black Destiny"), segnarono la virata del gruppo verso sonorità meno originali e personali bensì più tradizionalmente devote ad un certo tipi di death metal di matrice thrash. Come ben saprete, avendo senz'altro letto i precedenti lavori del sottoscritto, (di cui il presente ne rappresenta una sorta di riassunto stringato), tutta la breve carriera artistica del combo di Falkoping fu segnata da una avversa, pur se in certi casi colpevole, intempestività nelle proprie scelte strategiche: arrivò, pertanto, con un anno di ritardo rispetto a quasi tutte le relaese principali del filone dedito al black più ricercato il prodigioso full length d'esordio: il che ne offuscò in gran parte lo splendore compositivo e l'abilità tecnica dell'allora terzetto, la cui prima fatica sulla lunga distanza venne rivalutata e celebrata come si conviene ad un simile capolavoro solo dopo svariati anni ed alcune ristampe meglio distribuite e reclamizzate su più ampia scala. Pure la scelta di non proseguire nel campo della sperimentazione sonora e di affidarsi, viceversa, ad un più canonico sound, memore della solida e gloriosa tradizione propria della Nazione scandinava in ambito death, apparve quantomeno inopportuna dal momento che, proprio a cavallo del nuovo millennio, stava iniziando a prendere piede il movimento del cosiddetto "technical death metal", ramo in cui, vista la straordinaria abilità dei nostri, li avremmo visti cimentarsi con curiosità e piacere negli anni duemila. In particolar modo il secondo ed il terzo album del gruppo passarono praticamente quasi inosservati in un mercato discografico che andava rapidamente saturandosi nella corsa al successo, sfrenata e vorace, che caratterizzò gli anni immediatamente precedenti al cambio di millennio. Due lavori assolutamente sopra la sufficienza in cui a brillare era ancora una volta, da una parte, il talento compositivo del binomio chitarra - batteria formato dagli eccezionali Anders Brolycke e Niklas Rudolffson, in arte "Terror", assurti a ruolo di protagonisti principali, rispettivamente del secondo e del terzo album della band e, dall'altra, la brillantezza dei testi redatti, per la stragrande maggioranza, con paziente diligenza ed accuratezza poetica sorprendente dal bassista/cantante Nisse Karlen. Gli album in questione pagarono lo scotto di essere successivi ad una opera d'arte di ineguagliabile completezza e trasporto emozionale senza pari quale era il precedente "Far Away From The Sun", vera croce e delizia dei Sacramentum e capace di issarsi, a livello puramente personale, in una ipotetica classifica all time tra i dieci migliori album mai pubblicati nella storia del metallo pesante. Le critiche arrivarono da più fronti: "The Coming of Chaos" e "Thy Black Destiny" si ritrovarono, sostanzialmente, in una sorta di limbo limaccioso in cui era più facile rimanere impantanati che non riuscire a venirne a galla. Stilisticamente assai distanti dal grandioso lp che li aveva preceduti, si addossarono su di sé le osservazioni negative di una molteplicità eterogenea di fan: quelli che criticarono la band per non aver voluto proseguire lungo il cammino intrapreso nelle primordiali due uscite discografiche e che desideravano, con poca originalità ed ancor meno apertura mentale, di fatto, che venisse riproposto un "Far Away From The Sun" vita natural durante e quelli che, sull'altro versante, smisero di seguire i Sacramentum accusandoli di essere diventati nient'altro che una delle numerose band fotocopia nell'immenso calderone ribollente dell'universo death metal. Inevitabile che, di fronte, ad un muro tanto alto da divenire invalicabile fatto di scetticismo e disinteresse, le personalità sensibili ed alienanti dei ragazzi di Falkoping andassero a schiantarsi inesorabilmente e fatalmente con la quasi attesa interruzione della carriera dopo un' ultima, toccante esibizione live tenutasi in Germania nell'agosto del 2001, anche se, lo ricordiamo una volta di più, nessun comunicato ufficiale è mai apparso in merito ad uno scioglimento definitivo della formazione e ciò alimenta in noi un minimo focolare di mistica speranza di una futura, (pressoché impossibile), reunion. Una storia sfortunata quella dei Sacramentum cui anche io, nel mio piccolo, ho contribuito: ammetto, facendo mea culpa battendomi il petto, di essermi a lungo fermato al loro album di debutto fino a pochi mesi fa quando ascoltai per la prima volta le successive due pubblicazioni, (oltre al sopra citato, eccellente, ep che lo precedette in ordine cronologico). Del resto come avrei potuto staccarmi da quegli assoli di chitarra magnifici ed elaborati pur per un non addetto ai lavori come me, come potevo smettere di leggere quei testi cosi precisi e minuziosi nel descrivere scenari nordici da sempre per me affascinanti come pochi altri al mondo, con quale coraggio avrei potuto ascoltare ritmi meno indemoniati di quelli messi in piedi da una batteria al fulmicotone che splendeva di luce propria e che aveva letteralmente fatto a pezzi le mie orecchie durante tutti i nove pezzi contenuti in quel "Far Away From The Sun" la cui copertina, magnetica e diabolica e con quelle tinte così splendide pareva svettare sopra tutte le altre duecento che, fino a poco tempo fa, affollavano la mia collezione. I primi ascolti che diedi ai successivi album, ironia della sorte, coincisero con le recensioni da me redatte per questa testata e, sinceramente, anche io rimasi piuttosto deluso da quei due lavori. Ancora ammaliato dalle splendide alchimie generate da un terzetto in stato di grazia valutai come troppo simili a quelli rilasciati da una miriade di altre band, più o meno famose, quei due platter, troppo carenti della personalità che, invece, era un punto di forza assoluto, dell'illustre predecessore. Con il passare del tempo e alcuni, più attenti, ascolti potei correggere un attimo il tiro e rivalutare sotto una luce diversa il proseguo della carriera dei Sacramentum. Innanzitutto la tecnica pura rimase assolutamente inappuntabile, i riff erano ben eseguiti e la perizia compositiva, pur infarcendosi di alcuni cliché tipici del genere, (la guerra, l'oscurità, il nichilismo), rimase su livelli elevati; ciò nonostante, come evidente in sede di giudizio finale, il divario con chi li aveva preceduti fu, comunque, netto e l'aggettivo che meglio li descrisse, a mio avviso, non poté andare oltre il tradizionale "discreto" di studentesca memoria. Fu così che tra la sorpresa generale, nell'autunno del 2008 gli scaffali dei coraggiosi negozianti di nicchia rimasti sulla piazza nell'era di internet e di qualche lungimirante grande catena di distribuzione si riempirono di un nuovo prodotto sotto il moniker Sacramentum. Anni di silenzio e di attesa discreta avevano fatto intendere che sotto il "riciclato" titolo di "Abyss of Time" potesse celarsi il quarto lavoro in studio sulla lunga distanza dei nostri amati svedesi. Che avessero lavorato sotto traccia per tutti questi anni per poi rispuntare dal nulla con un inedito di capolavori degno della miglior tradizione melodic black metal nordica di metà anni novanta poteva anche essere vista l'indole taciturna ed introversa che, da sempre, ha caratterizzato i componenti del gruppo, più inclini a comporre musica nella sua essenza più intima che non a pubblicizzare loro stessi in una più ampia e, a lungo andare, molto più redditizia ottica di marketing commerciale Tuttavia già il sopracitato titolo che, richiamava alla memoria una delle tracce contenute nel secondo full length, suonava come un evidente campanello d'allarme. Una copertina affascinante con disegni color rosso fuoco su sfondo nero che rappresenta una sorta di rosa dei venti del male con una versione di tridente satanico parecchio simile a quella più celebre degli immancabili Dissection attorno ai quali è posta una corona più esterna in cui sono incise, probabilmente, lettere dell'alfabeto runico tanto care a questo genere di musica estrema ed ancestrale, in realtà nulla più contiene se non la riproposizione per filo e per segno proprio del secondo e del terzo album della band, ovviamente debitamente rimasterizzati e "ripuliti" dalla lunga mano, sempre più ingorda di denaro, della onnipotente label Century Media Records sotto alla quale erano già usciti nelle versioni originali, rispettivamente 11 e 9 anni prima. Sul valore pratico che una simile "compilation" possa avere potremmo disquisire qui a lungo e, in parte, vi torneremo in chiusura di questo lavoro, ciò che conta qui è sottolineare l'ennesima astuta mossa dell'etichetta originaria di Dortmund che, con un colpo di teatro degno del miglio illusionista, riuscì a rimettere in circolo due cd ormai fuori catalogo da tempo in un unico prodotto, il che incise positivamente anche sul prezzo di esso, fin da subito piuttosto contenuto per essere un doppio album, (anche in virtù di un certo disinteresse generale per una band ormai chiusa nei cassetti della memoria di molti), e reperibile facilmente online a costi ancora più contenuti. L'elegante confezione interna propone, dunque, "The Coming of Chaos" nel primo cd e "Thy Black Destiny" nel secondo: vediamo di rinfrescare la memoria al pubblico lettore con il nostro caratteristico track by track in versione leggermente più coincisa del solito.

Dreamdeath

"Dreamdeath (Sogno di Morte)" riporta indietro le lancette del tempo di oltre un decennio e ci propone una band che, smarrita l'atmosfera magica e fatata del profondo nord della Svezia, preferisce, (più che altro è costretta a) cimentarsi sotto i cieli grigi e spenti della caotica Gothenburg in una sequela di riff certamente ben eseguiti e tecnicamente inappuntabili ma privi di quel mordente, di quella verve che invece avevano caratterizzato l'accoppiata Finis Malorum - Far Away From The Sun. Difficile francamente riconoscere il sound tipico dei Sacramentum: se non avessimo già ascoltato l'album nella precedente versione originale potremmo facilmente confonderci con una qualsiasi altra band di ragazzotti imberbi dediti ad un non meglio definita forma di death metal con contaminazioni di natura thrash. In particolare colpisce la somiglianza con una band che certamente sprovveduta non è: paiono evidenti, infatti le correlazioni con i connazionali Necrophobic di Darkside, non a caso uscito nello stesso anno. Non aiuta certo la rimasterizzazione della Century Media che rende l'atmosfera ancora più ovattata ed artefatta in un brano che già non brillava di luce propria nella propria versione madre.

?as Obsidian

La seguente "?as Obsidian (...come Ossidiana)" mostra a noi una band più matura, calcolatrice nella propria nordica freddezza e che sa come rallentare ulteriormente le tempistiche portanti della contesa. Nisse Karlen sbraita la sezione lirica in una acuta forma di scream che, tuttavia, non pare convincere appieno e soprattutto perde il fascino dell'impostazione greve e baritonale che, personalmente, aveva così tanto piacevolmente impressionato nell'album d'esordio. All'epoca capostipite del genere in questione erano gli At The Gates, già scioltisi in realtà e guidati dal formidabile Tomas Lindberg la cui influenza e personalità fuori dal comune furono contagiose per una molteplicità infinità di gruppi, Sacramentum inclusi. Ago della bilancia di queste prime due proposte è la chitarra elettrica del virtuoso Anders Brolycke, sempre preciso e puntuale nelle sue esibizioni che sovrastano in gran parte la sezione di batteria dell'ottimo Rudolfsson, qui ridotto allo scomodo ruolo di semplice comparsa o poco più. Caratteristica peculiare di questa song è la brillantezza della narrazione lirica: il gruppo si avvale di una profonda conoscenza dell'ego umano, evidentemente e misteriosamente ben dispensata a queste latitudini così settentrionali e scava nel profondo dell'animo tormentato e senza pace di ogni uomo. In particolare, grande importanza assume la dimensione onirica: i sogni, però, ben presto divengono incubi e si ammantano di oscuri presagi di morte e di oscurità eterna e ristoratrice, qualcuno nelle altezze dei cieli canta già della nostra dipartita terrena. Il titolo scelto, tuttavia, non sembra molto calzante rispetto ad una proposta musicale che appare piuttosto distante dalla lucentezza e dalla affilatezza della nera pietra vulcanica diffusa soprattutto nel sud dell'Italia. Le lame che la band scaglia verso il pubblico ascoltatore necessitano di un vigoroso e scrupoloso passaggio sotto la mola del fido arrotino sotto casa: il meglio in questo "The Coming of Chaos" deve ancora venire.

Awaken Chaos

Ed effettivamente le cose migliorano di gran lunga con la successiva "Awaken Chaos (Caos Risvegliato)", titolo questo si davvero azzeccato che ripropone una band in grande forma e, finalmente, sorretta come le si conviene da un granitico ed apocalittico assalto di batteria eiettato dritto in faccia. Terror riparte più furioso e selvaggio che mai ogni qualvolta la cadenza pare farsi un filo più ragionata, evidentemente un effetto studiato ad arte per ingannare l'ascoltatore ed aggredirlo con randellate in blast beats quando egli meno se lo aspetta. Qualche contaminazione di natura black riporta alla mente i clamorosi esordi del combo svedese la cui onda lunga, fortunatamente, non si era ancora esaurita nel 1997 ed anche le prestazione dietro al microfono di Karlen stavolta veleggia ben oltre la sufficienza, potente e ben udibile nella sua interpretazione stilistica. L'ora del risveglio del caos è, così giunta, e veniamo proiettati in uno scenario caratterizzato dalla distruzione più totale, l'apocalisse in terra sembra essere giunta mentre ovunque divampano fiamme indomabili ed ormai fuori controllo. Tematiche quanto mai attuali, dunque, in una modernità dominata da intolleranza razziale e religiosa sempre più marcata ed in cui "la terza guerra mondiale a pezzi" citata da Sua Santità Francesco aspetta solo di completare i tasselli del proprio puzzle per deflagrare in una globalità che appare inevitabile e con scenari, a dir poco, raccapriccianti. I Sacramentum confluiscono nel nascente filone del cosiddetto blackened death metal sulla scia del successo planetario che stanno riscuotendo parallelamente diverse altre band europee, i polacchi Behemoth su tutti, (all'epoca ancora più orientati al black per dovere di cronaca), e, di conseguenza, anche le tematiche principali delle canzoni divengono quelle standard del genere perdendo quella originalità e quella amenità tipiche degli inizi di carriera. Un breve rimando va fatto, pertanto, con il conclusivo album "Thy Black Destiny" che risulterà essere quasi una sorta di concept album sulla guerra decantata in tutte le sue sfaccettature, persino nella sua versione più deturpante ed orribile ossia la guerra atomica. Variegata è pure la sezione ritmica intessuta sapientemente per noi dal binomio di strumenti a corde chitarra - basso i cui tempi portanti variano almeno tre volte nel corso della canzone.

Burning Lust

Un elemento sostanziale di novità viene, quindi, inserito nella successiva "Burning Lust (Lussuria bruciante)" composta in questo caso dal biondo spilungone chitarrista della band, quel Anders Brolycke tanto ricco di talento e di squisita raffinatezza stilistica quanto poco lungimirante quanto a capacità di saper promuovere sé stesso e finito così, crudelmente, nel dimenticatoio una volta interrotta ogni attività con i Sacramentum. In uno scenario dominato dalla perversione e da una sessualità piuttosto spinta e declamata, impensabile per chi aveva adorato il gruppo, riservato e timido, nei primi due lavori discografici vengono aggiunti dei sospiranti gemiti femminili in preda ad un evidente stato di eccitazione che spostano le coordinate musicali dell'album su di un differente registro. Sospese momentaneamente le descrizioni di paesaggi post - apocalittici e dominati dal caos supremo i nostri esplorano un altro aspetto della vita umana: quello dell'erotismo decantanto nella sua versione più malata ed auto distruttrice fintanto che il piacere si fa esso stesso dolore e sofferenza. Trait d'union di questa track è la grandiosa Blood Shall be Spilled contenuta nell'album d'esordio del gruppo, anche se qui ogni aspetto della trattazione lirica viene spinto al limite, il sadismo, anch'esso tema tanto caro alle forme più estreme di metal assurge al ruolo di protagonista principale. Sensazioni contrastanti pervadono il nostro animo alla lettura ed alla interpretazione di codesto testo: se, da un lato, infatti esso rappresenta una piacevole divagazione su tematiche che stavano cominciando a farsi ripetitive e piuttosto similari una all'altra, dall'altro viene da chiedersi cosa o chi abbia convinto la band a comporre di simili dissertazioni. Un combo, da sempre discreto e confidenziale, meticoloso fino all'estremo nel proprio lavoro, si fa improvvisamente alfiere di argomenti notoriamente intimi e riservati e ne analizza gli aspetti più perversi e, per certi versi, tabu' uniformandosi, anche in questo caso, con molteplici altre realtà musicali per cui la sessualità, la naturale passione che ogni essere umano prova nel corso della propria esistenza, debba per forza degenerare in qualche primitiva e brutale forma di violenza e di depravazione carnale promiscua e totalmente inaffettiva. Nulla da obiettare, invece, sulla sezione ritmica che si mantiene su standard qualitativi di ottima fattura e risolleva un attimo le sorti dell'album dopo le prime due tracce francamente non troppo esaltanti. 

Abyss of Time

A metà album ecco, ora la breve e struggente "Abyss of Time (Abisso del tempo)", (che la Century Media scelse, con poca fantasia, come titolo per questo doppio cd): centocinquanta secondi circa in cui viene inserita una brevissima sezione lirica, declamata con toni drammatici e altamente solenni dalla grandiosa voce profonda e penetrante di Nisse Karlen. Si tratta, di fatto, di un breve passaggio semiacustico volto a spezzare un attimo la tensione, (invero non particolarmente eccessiva), accumulata nelle precedenti quattro canzoni. Un duro atto di accusa nei confronti di una umanità governata dalle falsità e dall'ipocrisia ed un monito, simile ad una sentenza capitale, per il futuro: tutti noi siamo destinati alla ineluttabile morte terrena, i nostri corpi vacui svaniranno nell'oblio ed i nostri nomi diverranno ben presto sconosciuti a tutti: non basta coprirsi di una gloria effimera e passeggera durante il nostro cammino su questa terra, il fato è già stato scritto per ognuno di noi, le lancette del tempo scorrono veloci, inesorabili. Solo in una dimensione parallela, quella dei sogni, le cose ci appaiono per quelle che sono realmente, in tutta la loro essenza, per questo ad essi soltanto è riservato il dono dell'immortalità. In appena due minuti e mezzo i Sacramentum offrono una profonda riflessione etica e morale sul corso della vita stessa e sembrano gettare un primo velo di mistero sul proprio futuro immediato: la riluttanza a mostrarsi in pubblico e l'anticonformismo smodato che contraddistingue i tre giovani svedesi rischiano quindi, di trasformarsi in un boomerang, (e lo saranno poi effettivamente). Il mercato del disco esige e detta nuove regole, la necessità impellente di fine millennio è quella di fare soldi a palate subito e questo comporta il dover scendere necessariamente a compromessi con le sempre più potenti etichette discografiche. Violentare sé stessi per restare a galla o, viceversa, restare comunque fedeli ai propri ideali ed alle proprie scelte strategiche con il concreto rischio di venire spazzati via da una concorrenza sempre più agguerrita e combattiva è il dilemma interiore che il gruppo affronta a cavallo degli anni duemila. La band in un primo tempo, pare salomonicamente scegliere una via di mezzo tra queste due opzioni: i cambiamenti stilistici apportati dopo il precedente Far Away From The Sun appaiono evidenti ma, nel profondo, l'animo del trio Karlen - Brolycke - Rudolfsson non è felice, un sentimento di disamore e disinteresse per la musica e per il mondo intero cova nei loro cuori sensibili e cresce con il passare del tempo.

Portal of Blood

"Portal of Blood (Portale di Sangue)" si mantiene su livelli discreti di qualità e miscela con arguzia elementi di matrice death ad altri ancora memori del passato black della band: i riff di chitarra sono precisi ed eleganti ma privi di quella freschezza e di quella ventata di originalità che sarebbero, invece, serviti per elevare la traccia ad un livello superiore. La batteria del fenomenale Rudolfsson recupera parte del terreno perduto in partenza anche se non deborda in tutto il suo potenziale distruttore, la sensazione, anche in questo caso, è che il gruppo debba sottostare ad ordini di scuderia imposti dall'alto per confezionare un sound meno grezzo che in passato, quella sensazione piacevole di brividi lungo la schiena che avvertivamo durante tutte le nove tracce del nostro viaggio "Distante dal Sole" viene assopita da una produzione troppo chiusa e pomposa, ulteriormente, adulterata in questa ristampa postuma. Rallentamenti secchi sparsi qua e là nel corso della traccia ed un certo gusto per la melodia più classica rappresentano un ulteriore avvicinamento della band al tipico sound della città di Gothenburg e, perché no, strizzano l'occhio pure ad una certa forma ispirata di doom - death metal, (vedasi Asphyx e primi Morgoth su tutti).

Black Destiny

La prossima canzone, "Black Destiny (Destino Nero)", si gioca sul filo di lana il posto di best track dell'intero platter con la precedente Awaken Chaos grazie anche e soprattutto all'inserimento di un eccezionale coro centrale, sempre eseguito dal vocalist Karlen, utile a conferire un dovuto e quasi necessario tocco di novità alla proposta musicale dei Sacramentum. La voce del bassista - singer sembra provenire direttamente dagli abissi infernali più reconditi per quanto si fa cupa e lugubre, perfetta contrapposizione con il resto della narrazione in cui i toni espressivi sono bellicosi ed irruenti. Anche un finora troppo remissivo Brolycke appare, in questo caso, maggiormente ispirato e lascia libero sfogo del suo talento musicale nella seconda porzione del brano in alcuni incantevoli, pur se eccessivamente stringati, accordi di chitarra in grado di incantare il pubblico ascoltatore. La struttura portante del pezzo risulta assai intricata e cangiante di continuo, forse finalmente liberi da impedimenti di sorta altrui, i tre riescono ad esprimere appieno tutto il loro enorme talento a disposizione in una cavalcata maestosa fatta di saliscendi tortuosi, ai picchi massimi toccati nei momenti salienti della traccia fanno da contraltare, immediate e repentine discese a rotta di collo verso le profondità più nascoste che la mente umana sia in grado di toccare. La sezione lirica, viceversa, si sofferma su concetti già espressi in precedenza: l'oblio, l'aridità del cuore umano, lo stesso destino nero di morte e di annientamento totale attende tutti noi in futuro. Ogni individuo è solo su questa terra, obbligato ad interpretare un ruolo non suo, quasi simile ad un attore teatrale che recita a menadito una commedia dell'arte, egli viene privato della propria personalità e della propria capacità di giudizio critico e conduce, stancamente, la sua esistenza fatta di menzogne, doppie facce e silenzi impenetrabili. Come fatto nella recensione specifica di questo album ritengo sia giusto sottolineare anche in questo caso la capacità del gruppo di inserire una descrizione lirica fondamentalmente pessimistica, statica e senza una apparente via d'uscita all'interno di una intelaiatura strumentale dinamica, mai scontata e, in fin dei conti, anche piuttosto briosa, considerando che stiamo sempre parlando di death metal. "Black Destiny" rimase così quasi una sorta di unicum all'interno di una struttura generale dei pezzi abbastanza simile e caratterizzata da ritmi non eccessivamente serrati, anche per questa ragione, ripetiamo, essa si candida a vincere la palma di miglior traccia dell'album qui analizzato.

To The Sound of Storms

"To The Sound of Storms (Al suono delle tempeste)" che traghetta l'album verso la sua conclusione viene ricordata per la presenza di due ospiti d'eccezione all'interno della line up del gruppo. Il vocalist Karlen cede, in questo caso, il microfono al virtuoso Niclas Andersson, parallelamente chitarrista dei connazionali Lord Belial e che entrerà in pianta stabile nella band, pur sdoppiandosi con la poc'anzi citata realtà musicale, a partire dal successivo, conclusivo studio album. Concentrato principalmente sulla sezione lirica il frontman del gruppo riesce ad esprimere al meglio tutta la sua classe di compositore delicato e dal gusto estetico squisito: i paesaggi sono quelli tipici del profondo nord Europa laddove l'oscurità cala in un attimo e le notti paiono diventare interminabili per la loro lunghezza. Normale, quasi inevitabile, che in tali contesti, malinconici e desolanti per eccellenza pure l'animo dell'uomo perda il proprio naturale calore e si faccia sterile, insensibile, atono fino allo sfinimento. I ritmi sono pacati e la tensione che nella sezione centrale del platter aveva, pur se a fatica, raggiunto un livello apprezzabile, cala sensibilmente, si avverte chiaramente il fatto di essere quasi in chiusura di album e le energie dei nostri sembra vengano meno progressivamente. Il secondo ospite illustre presente in questa track ci viene incontro con la sua suadente, decadente chitarra ritmica poco prima del terzo minuto. Emil Nodtveidt, fratello minore del più celebre Jon, detta il ritmo con arpeggi di gran pregio e carichi di un velo di nostalgia non indifferente. Egli dimostra di saperci fare grandemente con la sei corde e ci regala questo breve spezzone ritmico assolutamente valido prima di buttarsi a capofitto nel progetto personale di industrial - gothic metal dei Deathstars sviluppato a partire dall'anno 2000 e tuttora in corso. La conclusione di questa "Venuta del Caos" lascia, per certi versi, a bocca aperta, esterrefatti. Dopo aver proposto tracce compatte e tutte contenute tra i quattro ed i sei minuti di durata, (breve intermezzo centrale a parte), la band si dilunga per oltre tredici minuti in quella che fu la title track dell'album originale. 

The Coming of Chaos

"The Coming of Chaos (L'arrivo del Caos)" presenta, dunque, una breve sezione lirica declamata semplicemente a voce dallo stesso Andersson, in arte "Vassago" che si esaurisce dopo poco più di un minuto. Da lì in poi segue una lunga sequela di suoni apparentemente confusionari, prima soffusi e indistinti, poi sempre più caotici e frenetici, campionati al sintetizzatore e devoti ai maestri della specialità, quei Meshuggah la cui imponente Elastic aveva visto la luce due anni prima come traccia conclusiva del grandioso Chaosphere. Per dovere di cronaca va detto che qui non si raggiungono mai quei picchi emotivi e quel pathos inarrivabile, fin quasi sul punto di mandare in frantumi i nostri timpani, che i ragazzi originari di Umea erano stati in grado di toccare, grazie anche ad un incedere ancora più chiuso ed ossessivo. I Sacramentum confermano un certo qual sapore romantico e tenue e contengono decisamente il loro furore musicale, i ritmi, invero non degradano mai sopra ad un livello di guardia eccessivamente elevato e pure la conclusione di questa insolita proposta musicale è contenuta e pacata. La piccola deflagrazione che, di fatto, conclude la traccia poco prima dello scoccare del dodicesimo minuto, ricorda da vicino quella che i nostri posero in conclusione di Darkness Falls For Me, ultima testimonianza acustica contenuta nel precedente lavoro sulla lunga distanza. Si conferma, così, la tendenza, già evidenziata nel precedente brano, di un calo di ispirazione della band che propone si un pezzo assolutamente fuori dagli schemi che gli erano propri fino a quel momento ma che, in effetti, non riesce a convincere granché per via di una certa qual ridondanza, a mio avviso eccessiva, e per un finale troppo blando e francamente inappropriato per un pezzo di oltre tredici minuti di lunghezza. Un azzardo dunque per i Sacramentum privo, probabilmente, di quel quid in più necessario a promuovere senza riserve una proposta musicale così lontana dagli standard del gruppo, "The Coming Of Chaos" potremmo definirla un esperimento riuscito solo a metà.

Iron Winds

Facciamo ora un ipotetico balzo in avanti nel tempo di circa 16 mesi ed arriviamo, così, nel gennaio del 1999 quando vide la luce, anch'esso a firma Century Media Records, Thy Black Destiny terzo ed ultimo full length della carriera dei nostri riservati ragazzotti svedesi. La line up della band venne, per l'occasione, completata dall'inserimento in pianta stabile del sopra citato Niclas Andersson, anche noto come "Pepa", in qualità di secondo chitarrista. Paradossalmente proprio questo fatto comportò, inconsapevolmente, un certo immobilismo di fondo da parte del primo chitarrista della formazione originale. Forse sgravato in qualche misura dal peso delle responsabilità, Anders Brolycke confezionò, infatti, una prestazione piuttosto limitata, pochi furono i passaggi veramente significativi e da ricordare, mentre, sull'altro versante, la presenza di una seconda chitarra caricò a mille il batterista Niklas Rudolfsson che si prese la scena quasi tutta per sé contribuendo, non poco, alla comunque più che sufficiente riuscita complessiva del disco. L'opener è la breve e piuttosto canonica "Iron Winds (Venti di ferro)", classica ouverture di poco meno di un minuto, utile a calare un attimo l'ascoltatore nel contesto che si appresta ad affrontare. Echeggiano nell'aria i pesanti suoni di tamburi di guerra, di reminescenza vichinga, con i quali i Sacramentum palesano subito quali saranno le loro intenzioni bellicose. Fin dall'inizio l'ago della bilancia pare essersi spostato in direzione della batteria, essa appare più presente e vispa di quanto sembrano essere le due chitarre. L'album abbandonerà infatti completamente i retaggi più melodici ed eleganti del debutto e perderà pure gran parte delle contaminazioni thrash ancora contenute nell'album cronologicamente appena precedente. Thy Black Destiny suonerà, pertanto, 100% death metal, sia nelle partiture musicali sia nelle narrazioni liriche, (salvo rarissime divagazioni fantasy, peraltro piuttosto interessanti).

The Manifestation

Si continua, quindi, con la prima traccia effettiva contenuta nell'album: "The Manifestation (La Manifestazione)" è un mix letale di rabbia e di brutalità all'ennesima potenza. Il minutaggio complessivo non eccessivo, le tematiche trattate, (la guerra in tutte le sue più bieche declinazioni), e pure il tiro sostenuto ed incalzante della canzone sembrano rimandare ai polacchi Vader del carismatico Piotr Wiwczarek, a cui sembra rifarsi, inoltre, l'impostazione vocale di Nisse. Il gruppo gioca abilmente con le espressioni linguistiche e regala una narrazione precisa e dettagliata, anche grazie ad un riuscito gioco di parole incentrato attorno al lemma "wind", a fianco del quale vengono accostati, di volta in volta, altri brevi termini di facile impatto sul pubblico, (war - wind, death - wind, iron - wind, battle - wind, fury - wind?). Lo scenario è quello tipico della guerra totale in cui ogni risorsa umana viene impiegata per la riuscita dello sforzo bellico: anche il "macchiavellico" motto secondo cui "il fine giustificherebbe i mezzi" viene scomodato allorquando compare l'onda lunga e distruttrice della guerra nucleare, come ultima ed estrema prova di forza per vincere gli indomiti rivali. L'ultima porzione del brano viene arricchita dall'inserimento di un breve assolo di chitarra e di alcuni effetti sonori in lontananza che richiamano alla mente i rumori classici delle ostilità generalizzate: lo scoppio di pesanti granate che si infrangono sul bersaglio ed il ronzio caratteristico di aerei militari in volo, pronti a recapitare al nemico il loro messaggio di morte supremo. Ricalibrato il tiro su standard decisamente meno originali, i Sacramentum appaiono abbastanza in palla in questo inizio di album che convince maggiormente rispetto a quanto fatto vedere nel precedente lavoro.

Shun The Light

La prossima "Shun The Light (Fuggire dalla luce)" è, forse, la canzone in cui il biondo chitarrista offre il meglio di sé: virtuosismi tecnici a go go ed assoli di pregevole fattura innalzano il livello di un brano che pare iniziare un po' in sordina nel primo minuto. Brolycke prende per mano gli altri tre componenti del gruppo e li sprona a tirare fuori il meglio che, in quel periodo, essi sono in grado di offrire. Certo i tempi di Far Away From The Sun sono lontani, ma la band conferma una discreta ispirazione tecnica ed il nuovo arrivato, Andersson, dimostra già un certo affiatamento con il resto della formazione. Alcuni, fugaci, elementi cari alla mitologia più tradizionale cominciano a fare capolino nella sezione lirica, (uno su tutti la leggendaria figura del feroce drago sputafuoco), ancora dominata, tuttavia, da presagi nefasti di oscurità, caos ed annientamento globale, come peraltro facilmente intuibile dal titolo stesso della traccia che ci esorta a "Rifuggire la Luce". Qualche spruzzata di sano thrash teutonico di metà anni ottanta conferisce una certa qual dose di longevità al pezzo in cui, unico caso di tutto l'album in questione, l'elemento che probabilmente delude più degli altri è proprio la batteria dell'eccezionale "Terror", troppo limitata nel suo incedere e a cui non basta una sezione centrale più vigorosa e massiccia per emergere appieno. Nulla di preoccupante in ogni caso, il futuro leader dei formidabili Runemagick avrà modo di rifarsi con gli interessi nel corso dell'album.

Demonaeon

Già dalla prossima "Demonaeon", infatti, percepiamo distintamente una tensione di fondo ben maggiore: il drumming diviene incessante e selvaggio nel suo dipanarsi e trascina con sé il resto del combo su di un livello superiore di intensità. La sezione lirica e il degno accompagnamento offerto dalla coppia di chitarre trasudano death metal da tutti i pori, non vi è spazio alcuno per compromessi o trucchetti di sorta. Non mancano, peraltro, brevi rallentamenti durante il corso del pezzo; decelerazioni funzionali a conferire ancor più vigore alle immediate e repentine accelerazioni sempre guidate dal portentoso Rudolfsson, desideroso di rifarsi per un inizio un po' in sordina ed evidentemente ancora animato dal sacro fuoco della passione per la musica, (non è un caso se egli sarà il solo membro dei tre originali a garantirsi un futuro importante anche fuori dai Sacramentum stessi). Una sfuriata di liberatoria adrenalina percorre le nostre vene durante gli oltre quattro minuti e mezzo di questa "Demonaeon", di gran lunga il pezzo migliore dell'intero album pur non reggendo il confronto con i classici del passato, (Fog's Kiss su tutte). Fu proprio lo stesso Brolycke, piuttosto curiosamente, a mettere sullo stesso piano queste due canzoni in quella che, di fatto, fu l'ultima intervista concessa prima dell'interruzione di ogni attività con la band definendole le migliori mai composte dal gruppo. La sezione lirica non si discosta più di tanto dal canovaccio generale che l'album sta assumendo nel suo sviluppo. Siamo, ancora, di fronte a paesaggi in cui a regnare sono l'anarchia, la dannazione eterna e le fiamme infernali. Le tinte che i nostri dipingono sono caratterizzate dalla classica bicromia rosso - nero: il rosso a simboleggiare il colore del fuoco e delle alte fiamme, il nero a rappresentare le tenebre e la morte. Un brano tirato, sospinto a velocità elevate in cui la band svedese dimostra, (non che ce ne fosse bisogno in realtà), di saperci fare anche in campo death, anche se, personalmente, non avrei disprezzato un minimo di coraggio e di sperimentalismo in più, ma tant'è questa è una storia mai scritta e di cui non sapremo il finale.

Overlord

A metà album il gruppo amplia e perfeziona il discorso appena accennato nella precedente Shun The Light legato ad una certa letteratura fantastica e mitologica celtica e ci propone "Overlord (Signore Supremo)" il cui testo fa riferimento agli scritti del letterato britannico Michael Moorcock. L'isola immaginaria di Pan Tang ci accoglie dunque con i suoi signori del caos, in continua competizione tra loro e sempre alla ricerca di nuove e fertili terre da conquistare. Le forze supreme del disordine guidate dal vecchio e magnifico Slortar conquisteranno e sottometteranno al loro volere le entità della legge in un universo in cui a dominare saranno la magia, l'edonismo e le continue rivoluzioni cosmiche. Di nuovo uno scenario in cui gli elementi fondanti appaiono di due soli colori, in questo caso il nero simboleggia l'anarchia suprema, la soggettività delle cose ed il cambiamento, mentre, sull'altro versante, il bianco è inteso come il colore del rispetto della legge, l'oggettività ed un certo interesse a mantenere lo status quo vigente. Una piacevole divagazione sul tema portante della guerra, che pure non è esclusa del tutto nemmeno in questa dimensione parallela immaginaria, dove la sezione ritmica vede ancora una volta la preponderanza della batteria, decisa e mai ondivaga, accompagnata in maniera migliore dalla chitarra principale che prende coraggio, specie nella seconda porzione di brano, con passaggi acustici eleganti e ben calibrati. Il vocalist Nisse Karlen offre il meglio di sé negli stacchi più rallentati del pezzo grazie alla sua formidabile capacità di scavare nelle profondità più recondite che le tonalità umane siano in grado di raggiungere, eppure anche nei passaggi più serrati e demoniaci va apprezzato il suo impegno e la dedizione alla causa comune.

Death Obsession

"Death Obsession (Ossessione per la morte)", anche nota come "Black Destiny Part II", vira nuovamente verso coordinate tipiche del death metal: la batteria fa da apripista in questo contesto con una prima sventagliata a velocità folli dopo appena una decina di secondi. Come per la precedente Black Destiny contenuta in The Coming Of Chaos funziona la scelta di inserire un coro centrale in grado di conferire una marcata dose di durevolezza e di ri - giocabilità in sede live al pezzo stesso. Alcuni riff di chitarra appaiono di chiara ispirazione heavy, nel senso più propriamente detto del termine e chiamano in causa perfino gli Iron Maiden del periodo d'oro, (Brolycke non ha mai fatto mistero di essere un accanito fan dei lavori cesellati dalla coppia inossidabile Murray - Smith). Il brano mantiene una certa freschezza anche a distanza di quasi vent'anni e conferma la tendenza, già evidenziata nel precedente lp, del gruppo di saper offrire il meglio nella sezione centrale dei propri lavori, quasi a voler intendere che i primi due brani siano una sorta di riscaldamento prima di entrare nel vivo della contesa. La band, venuta meno la certezza della solida base di melodic black metal imbastita nelle prime due release ufficiali, pare, nei due successivi lavori, volersi concedere una decina di minuti per testare le proprie capacità su nuovi lidi musicali, una sfida a sé stessi per verificare quali siano i propri limiti e le proprie debolezze all'interno del mutato contesto generale di fine millennio. Ancora una volta ad emergere è la prestazione sopra le righe del batterista del gruppo, capace di sprigionare una potenza di fuoco non indifferente grazie a molteplici sfuriate in blast beats a cui, seguono, spesso, ragionati passaggi più cadenzati.

Spiritual Winter

La seguente "Spiritual Winter (Inverno Spirituale)" è un altro dei pezzi meglio riusciti all'interno di questo album. Fin dal titolo possiamo, nuovamente, apprezzare, pur se in minima parte, sentimenti che ci ricollegano al maestoso album d'esordio. Quel freddo, dunque, che invece di spiazzarci e di rabbuiarci, ci offre sensazioni di vitalità fulgida e di maestosa onnipotenza accompagnato dall'immancabile tonalità dell'ebano e dai rintocchi delle campane a lutto. L'imminente fine non è per noi un patema ma, viceversa, appare come una liberazione salvifica, motivo unico di consolazione rispetto ai tormenti di una vita condotta ormai vacuamente e miseramente. Gli arpeggi dell'ottimo Anders divengono gentili, quasi timidi e ciò conferisce un profondo velo di atmosfera nostalgica all'insieme, anche l'intonazione vocale di Nisse ben si adegua al nuovo contesto strumentale in cui viene a posizionarsi e la sezione centrale del brano assume sfumature quasi epiche, solenni nella loro drammaticità. Il nostro desiderio è quello di perire questa sera stessa, inutile posticipare ancora il momento della nostra dipartita terrena quando siamo ormai immobilizzati nella nostra condizione di inverno spirituale dell'animo, l'aroma della morte, che già iniziamo a percepire nell'aria, risulta per noi dolce ed in grado di assopire le nostre stanche membra, simile all'effetto dell'etere esso ci anestetizza gentilmente prima di chiudere gli occhi in eterno. Uno dei più corposi assoli di tutto l'album, una trentina di secondi circa, conclude magnificamente il brano che, con poco meno di cinque minuti totali, è anche il più lungo dell'intero lotto di canzoni proposte. Per gli appassionati del basso va segnalato, infine, un raffinato momento di gloria posto verso la conclusione del pezzo. Karlen dimostra il suo talento anche nelle vesti di bassista; un talento troppo spesso mortificato dalla natura intrinseca dello strumento suonato, da sempre ritenuto fratello minore della preponderante chitarra e, salvo rarissime eccezioni, confinato al ruolo di comprimario di lusso. 

Rapturous Paradise

"Rapturous Paradise (Peccata Mortali)" ci accoglie a ritmi impressionanti in un susseguirsi di blast beats eclatanti e riff di chitarra taglienti e feroci come nella miglior tradizione del genere. La band pare aver ripreso vitalità e l'accoppiata lirica - strumentale convince fin da principio nel suo insieme. Dopo circa novanta secondi fa capolino l'assolo più imponente dell'intero album, ultima testimonianza tangibile e concreta dell'immenso talento del nostro amato Anders Brolycke, all'epoca accostato a più riprese al solito, immarcescibile e quanto mai ingombrante genio impareggiabile del compianto Jon Nodtveidt. Il suono della sua chitarra si staglia fiero, libero e indomabile nell'aire e l'ascolto di un simile passaggio di gran pregio provoca non poca emozione, alla luce dello sfortunato destino che venne riservato ad un così abile strumentista e ad un band in generale che avrebbe meritato molta più fortuna di quanta ha avuto in realtà. Vengono passati in rassegna i sette peccati capitali che da sempre tormentano l'uomo, con un occhio di riguardo per la lussuria intesa come passione irrefrenabile per la carne umana: l'umanità è messa nella condizione ideale per peccare e per liberare i propri istinti più ancestrali, di animale imperfetto per sua stessa natura. Con la precedente Spiritual Winter la canzone in esame va a collocarsi sul podio ideale di questo "Thy Black Destiny", appaiate in seconda piazza alle spalle dell'inarrivabile Demonaeon. In generale il gruppo sembra dare il meglio di sé quando, almeno da un punto di vista lirico, cerca di distaccarsi, anche solo parzialmente, dalle tematiche classiche del death metal. Le cornici che la capace penna di Karlen tratteggiano sono assai precise e riescono molto spesso a calare l'ascoltatore appieno nel contesto descritto, quasi che egli divenga il protagonista medesimo delle vicende narrate e questa dote conferisce un notevole senso di durevolezza nel tempo a quasi tutti i pezzi composti dai Sacramentum. 

Weave of Illusion

Antipasto della conclusione di questo lavoro è "Weave of Illusion (Intreccio di Illusione)", altro pezzo cattivo e violento in tutto il suo sviluppo. La coppia di chitarre ha ripreso un certo smalto e duella alla pari con la mai doma batteria di Rudolfsson, il vocalist della band fa la sua parte degnamente con una prestazione maschia e vigorosa; abbandonate le reminescenze black di inizio carriera, Nisse sfodera una più che valida interpretazione di chiara impronta death old school che, se pure non verrà ricordata come la migliore nel suo genere, non sfigura di certo al cospetto dei mostri sacri del genere. Un terzetto di brani veramente riusciti e in grado di farci apprezzare la band nella sua ultima versione di sé: una formazione dedita ad un death decisamente canonico ma tecnicamente eseguito alla perfezione in ognuna delle sue componenti. Certo, almeno a livello personale, non è questo il ricordo che custodisco con maggiore gelosia nel mio cuore quando rievoco, con un incredibile alone di nostalgia, il nome Sacramentum; esso sarà per sempre legato alle atmosfere magiche e fatate dell'incredibile album d'esordio, quel melodic black metal accurato e brillante tanto da divenire, con il passare del tempo, il mio sottogenere preferito in assoluto: come non citare, infatti altri nomi gloriosi nati in quegli anni, quasi tutti legati alla patria svedese (Lord Belial, Ophthalamia, Naglfar, Necrophobic, Unanimated, Vinterland?). Curioso far notare come il sottoscritto non sia un amante del black metal propriamente inteso. Il testamento artistico ultimo che la band affida al mondo intero è rappresentato dalla struggente e drammatica title track nella prima stampa dell'album.

Thy Black Destiny

"Thy Black Destiny (Il tuo destino nero)" procede con un ritmo pacato e funereo degno della miglior tradizione di metallo nero della confinante Norvegia. L'addio dei Sacramentum all'universo discografico è scandito da partiture chiuse e claustrofobiche in cui anche le poche sfumature di colore che erano apparse qua e là nel corso dell'album svaniscono completamente: l'ultimo drappo che Brolycke e soci calano dall'alto ha la sola ed unica tonalità del nero più intenso, le pennellate di colore divengono materiche, vibranti. Il nero del lutto, dell'oscurità e della morte, dell'animo prima ancora che del corpo stesso. La subitanea sezione lirica viene declamata a voce da parte di Karlen, mai così ancestrale nella sua impostazione timbrica personalissima. "Oblio, silenzio, vuoto. Rompere l'illusione, trascendere attraverso requiem in dissolvimento. La fiamma è andata per sempre, ed io con essa." I dieci pesanti, onerosi, rintocchi di campana che risuonano nell'atmosfera poco dopo il terzo minuto segnano la parola fine sulla carriera del gruppo di Falkoping: memori di quanto aveva letto il Sommo poeta fiorentino oltre seicento anni prima all'ingresso del canto terzo dell'inferno, i Sacramentum abbandonano ogni speranza prima di entrare all'interno del panorama musicale del terzo millennio e depongono le armi, con onore. Anders Brolycke, commentando la ristampa del 2013 di Far Away From The Sun, ha affermato di non aver più imbracciato la sua fedele chitarra da quei tempi. Noi che abbiamo apprezzato questa band alla follia e che siamo inguaribili romantici per natura vogliamo credergli, come imperitura testimonianza dell'amore per una realtà musicale cui solo un infausto destino ha impedito di scrivere altre pagine importanti nel corso della storia del metallo pesante.

Conclusioni

Dare un giudizio ad una ristampa che, in fin dei conti, non è altro che l'esatta riproposizione di due album usciti rispettivamente 11 e 9 anni prima da parte di una band che ormai, purtroppo, sta inesorabilmente finendo nel dimenticatoio non è compito facile. Già in apertura di questo testo si è fatto accenno alla azzeccata mossa commerciale del colosso Century Media di fondere in un unico lavoro The Coming of Chaos e Thy Black Destiny per permettere ad un più ampio pubblico di poter fruire dell'intera discografia dei Sacramentum stessi. In questa sede si vuole, però, fare un ulteriore passo in avanti nella nostra riflessione e offrire qualche spunto in più. Perché ad esempio non inserire, in coda ai due cd come bonus track, le riuscite cover che la band realizzò proprio nello stesso periodo ed uscite solamente nelle compilation tributo rispettivamente di Mercyful Fate, Sepultura e Bathory? Sarebbero state un valido motivo per apprezzare al meglio il gruppo anche su pezzi non di propria realizzazione, per provare ad interpretare al meglio il processo evolutivo che il gruppo ha intrapreso nel corso degli anni e per cogliere fino in fondo tutte le molteplici gradazioni di talento che essi possedevano. Nessun accenno è stato fatto, inoltre, all'ultima esibizione live che il gruppo tenne nell'agosto del 2001 in Germania, un paio di brani estrapolati da quella performances avrebbero certamente offerto quella marcia in più a questo prodotto, senza contare che la musica, ed il metal in particolar modo, trovano la loro essenza più pura proprio nella dimensione on stage. Francamente, dunque, non posso confermare il voto dato ai due cd singolarmente ma mi vedo costretto ad abbassare di un punto il mio giudizio finale, che, per forza di cose, si limita ad un platonico 6 di stima, per l'impegno profuso dalla label distributrice, (invero non particolarmente gravoso per una così attrezzata e agiata etichetta leader su scala mondiale). Difficile, veramente arduo, trovare altre ragioni se non quelle squisitamente economiche in una ristampa che non offre nulla di nuovo rispetto ai due full length presi nella loro individualità. Devo anche dire di essermi imbattuto, di recente e non senza un minimo di stupore, nella prima stampa di The Coming of Chaos tra i banchi di una fiera del disco a cui ho preso parte, segno evidente che il cuore nero dei Sacramentum continua a battere, indomito e gagliardo anche nel 2016 e che, evidentemente, vi è ancora richiesta da parte dei cultori più raffinati e nostalgici. L'ultimo atto della carriera dei Sacramentum volge al termine, il libro aperto oltre venti anni fa dal diabolico ep Finis Malorum si chiude con quest'ultimo capitolo riassuntivo: due sono le conclusioni che possiamo tirare alla fine del nostro viaggio. La prima è che solo i migliori hanno il coraggio di lasciare all'apice del successo, (i prodigiosi Sentenced tra gli ultimi a farlo, prima ancora che il destino, beffardo più che mai, li privasse del loro componente più talentuoso), molto più facile sarebbe stato arrampicarsi sui vetri con una serie di release fotocopia, sciatte e prive di passione pulsante, ma ciò non era quello che i Sacramentum desideravano fare. La seconda la ritroviamo nel testamento redatto da un certo Kurt Donald Cobain, prima che un colpo di fucile alla tempia gettasse nello sconforto e nella disperazione praticamente tutta l'intera costa occidentale statunitense: "quando non si ha più nessuna emozione, è meglio spegnersi in fretta che bruciarsi lentamente"! Forti di questi due assiomi e incrollabili nella nostra fede devota al metallo pesante non rammarichiamoci, dunque, per quello che poteva essere e non è stato ma gioiamo, innalzando al cielo i nostri calici, per quello che i Sacramentum, band di culto della scena underground svedese, sono stati capaci di fare in appena un lustro di attività. "Il dolore è temporaneo, la gloria è eterna"! Grazie di tutto ragazzi.

1) Dreamdeath
2) ?as Obsidian
3) Awaken Chaos
4) Burning Lust
5) Abyss of Time
6) Portal of Blood
7) Black Destiny
8) To The Sound of Storms
9) The Coming of Chaos
10) Iron Winds
11) The Manifestation
12) Shun The Light
13) Demonaeon
14) Overlord
15) Death Obsession
16) Spiritual Winter
17) Rapturous Paradise
18) Weave of Illusion
19) Thy Black Destiny
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