SABBAT

Dreamweaver

1989 - Noise Records

A CURA DI
ALISSA
17/01/2019
TEMPO DI LETTURA:
9,5

Introduzione Recensione

Recensendo "History of a time to Come" avevo messo in mostra pregi e difetti di una band, i Sabbat, chiamati certamente al compimento di una missione non da poco: ritagliarsi uno spazio all'interno di una scena (quella Thrash britannica) disperatamente a caccia dei propri alfieri. Per quanto gli Onslaught facessero faville, per quanto l'intero movimento "Bay Area" fosse in enorme debito nei riguardi di band quali Tank e Venom, c'era bisogno di un ulteriore colpo di reni, una spinta significativa che lanciasse un altro gruppo d'Albione verso le vette più alte raggiungibili in ambito Thrash. Dicevo giusto in apertura: pregi e difetti. Per quanto l'esordio di Andy, Martin, Fraser e Simon presentasse certamente dei picchi degni di nota, sotto tanti punti di vista si rivelava ancora un po' troppo acerbo e prevedibile. Un album godibile, onesto, intenso ma nulla di più. Serviva premere significativamente l'acceleratore ed ingranare la quinta, questo i nostri inglesi lo sapevano bene. Anche e soprattutto per via della concorrenza a dir poco feroce e dei profondi cambiamenti ormai innescatisi nel mondo del Thrash. Il 1989, anno di "Dreamweaver" (secondo album dei Sabbat) sembrava decisamente iniziare a voltare le spalle alle sonorità più veloci ed old-school, mostrandoci un nuovo modo di intendere il Metal; se vogliamo, più orientato verso un sound più composto e d'impatto che brutale, veloce e violento. Già i primi dei '90 avrebbero accolto a braccia aperte dischi come "Metallica" e "Countdown to Extinction", album nei quali il verbo del Thrash viene momentaneamente messo da parte in favore di situazioni più "lente" e controllate, più adatte ad un pubblico di più ampio respiro che ad una masnada di ragazzi in jeans sfilacciati e bullet-belts. Per questa serie di motivi, i Nostri si trovavano dunque in una situazione assai complessa. Da un lato, l'urgenza di rappresentare il proprio paese in ambito Thrash, divenendo baluardi della crudeltà sonora, onorando i padri fondatori loro contemporanei. Dall'altra, fare i conti con interessi e velleità mutevoli come foglie al vento, scontrarsi con l'evoluzione (od involuzione, per molti) della musica pesante. Una vera e propria guerra, dunquem attendeva gli inglesi; per l'occasione tramutatisi addirittura in un quintetto. Nuova recluta apparsa in "Dreamweaver", il giovane Simon Jones: tutt'oggi alla guida degli Holosade, che lasciò proprio per poter salire a bordo di una nuova nave, alla volta di avventure mai viste prima. Il sodalizio con la "Noise Records" era ancora e più che mai valido e stabile, l'etichetta sembrava credere molto in questa rocciosa compagine, intenzionata questa volta a lasciare un segno visibile sulla poderosa corazza del mondo Thrash. Come fu per "History...", a spiccare per novità fu sin da subito la copertina... ancor più "fantasy" del disco precedente! disegnata da Tim Beer, la cover vede rappresentati due stregoni ai lati di un calderone. Evocato su di esso, uno spirito di nebbia... il tutto inserito in un cammeo posto su di uno sfondo boschivo. Funghi, erba, sterpaglia... insomma, sembra proprio di essere al cospetto di un album Folk Metal più che di un disco Thrash! Non vorrei spoilerare nulla... sarà forse perché Martin Walkyier, appena due anni dopo il rilascio di "Dreamweaver", avrebbe formato gli Skyclad? Mi piace pensare che la risposta sia questa. Lasciatemi sognare, orsù! Tornando a noi... eccoci dunque pronti ad indagare col piglio di Sherlock nei meandri del secondo lavoro di casa Sabbat. I difetti del precedente episodio saranno stati corretti? Avremo sul piatto un qualcosa di più coinvolgente? Restate sintonizzati e non andate via... lo scopriremo subito!

The Beginning of the End

Si comincia con "The Beginning Of the End", l'inizio della fine. Una voce solenne ed impostata declama pochi versi, a mo' di prologo, ben spalmata lungo un brevissimo sottofondo di campane e corvi gracchianti. Sembrerebbe quasi un incipit a metà fra Manowar e Demon, riprendendo le caratteristiche epiche dei discorsi dei primi, miste all'ambientazione horrorifica dei secondi. Cominciamo col piede giusto, la voglia di proseguire è effettivamente incoraggiata.

The Clerical Conspiracy

Gettati nell'occhio del ciclone, eccoci al cospetto di "The Clerical Conspiracy" (La cospirazione clericale). Un brano che si slaccia decisamente dall'eccesso di derivazione udito nell'opener di "history...", proponendo un Thrash certamente di chiara matrice Slayeriana ma al contempo decisamente personale. Un che di epico e magniloquente fende l'aria, la furia cieca con la quale il quintetto si approccia al proprio brano è comunque mitigata da una sorta di ricercatezza sonora e metrico/testuale. Abbiamo la presenza di melodie ben sistemate all'interno del comparto estremo, cadenze che smorzano gli eccessi di velocità ed una storia - alla base - decisamente fuori dagli schemi per un gruppo Thrash. Chiariamoci: non che i riferimenti letterari fossero del tutto sconosciuti alla scena (a livello mondiale)... i Metallica ci avevano abituati a citazioni derivate da Hemingway e Lovecraft; eppure, quanti gruppi prima dei Sabbat avevano dedicato un intero brano ad un libro/autore decisamente di nicchia? Musa ispiratrice di "The Clerical..." è infatti la storia posta alla base di "The Way of Wyrd", libro scritto da Brian Bates nel 1983. L'opera filologica ed archeologica di Bates fu senza dubbio imponente, visto e considerato che il suo manoscritto derivò da tutta una serie di informazioni, miti e storie presenti in antichissime pergamene risalenti al quinto secolo dopo Cristo. La trama ruota attorno alle vicende di Brand, giovane monaco inviato dal suo superiore Eappa alla scoperta dei costumi delle tribù pagane anglosassoni. Scopo di Brand è quello di carpire quante più informazioni possibili, cercando di condurre i "senza Dio" verso il culto cristiano. L'amicizia con lo sciamano Wulf e l'ambiguo quanto ammaliante fascino di quelle storie, quella spiritualità così arcane e proibite condurrà Brand verso un vero e proprio viaggio spirituale, alla ricerca della sua vera fede. Strutturato come un dialogo, il brano alterna dunque momenti più aggressivi ad altri più "epicheggianti", con il collante Thrash a tener saldi ogni aspetto, ogni velleità. Siamo dinnanzi ad un vero e proprio picco di originalità, una canzone non composta solamente per aggredire o far del male; al contrario, ci permette di empatizzare con i personaggi, spingendoci a capirne psicologia e comportamenti. Davvero un gran bel biglietto da visita!

Advent of Insanity

Si prosegue con "Advent of Insanity" (L'avanzare della pazzia). Spoiler alert, amici lettori. Posso confermarvelo senza tenervi più sulle spine... siamo dinnanzi ad un vero e proprio concept album dedicato all'opera di Bates. Il continuo dei riferimenti ed i vari brani-capitoli sono quindi incentrati sulle vicende di Brand, raccontandone le gesta passo dopo passo. Rumori di onde che si infrangono sulla costa ci presentano il brano numero tre del lotto, rumore rafforzato dai melanconici arpeggi di una chitarra acustica. Ecco dunque che un'ugola da bardo inizia a declamare versi. Sembra quasi di trovarsi al cospetto di un antico trovatore, di un menestrello intenzionato a narrarci le gesta di eroi e cavalieri, dame ed avventure mozzafiato. Un violino interviene a rafforzare il comparto strumentale. Ciò di cui avevamo bisogno: un qualcosa di sinceramente spiazzante, un brano interamente acustico-declamatorio, un concept basato su di un libro ai più sconosciuto. Bravi Sabbat, bravi davvero! Soprattutto nel modo in cui le vicende di Brand vengono trattate, mettendo in luce le prime strane debolezze del monaco. Quel luogo desolato che egli scorge da prua, quegli scogli, quella tempesta... tutto sembra stranamente inquinare il suo cuore. Stringe in mano una croce eppure non riesce a capacitarsi di quella strana paura. Perché Dio non gli infonde quanta più forza possibile? Perché sembra che lo stia abbandonando? Brand scaccia via ogni pensiero maligno, facendo finta di non credere a quel che gli sta capitando: un'infatuazione subitanea per quel mondo, per quel modo di vivere.

Do Dark Horses Dream of Nightmares?

Quarto brano del lotto, "Do Dark Horses Dream of Nightmares?" (Possono i cavalli neri fare degli incubi?) riprende la cattiveria del primo brano. Riff immediatamente ruggente ed aggressivo e partenza in quarta, mitigata solo in parte da un piccolo virtuosismo melodico prima del colpo di reni definitivo. Si corre ma sempre stando attenti a non scadere nel già sentito, nella fotocopia ad ogni costo. I Sabbat hanno finalmente plasmato il proprio sound, rendendolo stranamente magniloquente, in qualche modo. Come se un'aura di sciamanesimo aleggiasse attorno ad ogni nota emessa; brani strutturati in maniera decisamente più complessa, ben lontani dal classico schema strofa/ritornello. Si corre e si picchia ma si porge il fianco ad un qualcosa di più complesso, di non semplicissima assimilazione. Per quanto i richiami ad alfieri come i Nuclear Assault possano risultare ancora percepibili, essi sono ben "nascosti" dietro improvvisi cambi di prospettiva, come i piccoli sprazzi melodici posti prima del violentissimo assolo spezza brano. Tocchi neoclassical a tratti e voglia di narrare storie antichissime... un Thrash senza dubbio fresco e particolarissimo! Particolare come l'ambiente che Brand scorge, ad egli forse ostile ma anche affine, per certi versi. Nelle terre abitate dalle tribù pagane, il pover'uomo è costretto in solitaria ad accamparsi lungo la costa, troppo stanco per continuare il suo viaggio e senza nessuno che lo scorti laddove dovrebbe recarsi. L'ansia comincia a pervadere il suo cuore e strane voci, spiriti cominciano a perseguitarlo. Il suo avvento in quelle lande selvagge era stato previsto e ne è consapevole. Le "Sorelle di Wyrd" lo incalzano e lo invitano a non piangere... loro stesse, a mo' di parche, avevano tessuto il filo del destino. Wotan stesso, il padre degli Dei pagani, tuona dall'alto dei cieli parlandogli in maniera severa: egli ora appartiene a quel mondo, a quella gente, a quella cultura. Brand è spaventato, si chiede come mai non sia il suo "vero" Dio a parlargli, a rassicurarlo. Che stia impazzendo? Le voci sono reali... o nella sua testa?

The Best of Enemies

Quinto brano del lotto e chiusura del lato A, "The Best of Enemies" è un altro brano "mattone", di notevole durata (ben otto minuti!) ma non per questo pesante o comunque noioso. Certamente si configura come un qualcosa di imponente, ben lontano dai gusti di un tipico fan del Thrash di quegli anni. Un brano che fonde magistralmente attitudine Thrash e Power Metal; quest'ultimo inteso come quello delle origini, sembra proprio che i Sabbat abbiano studiato a fondo compagini come Jag Panzer ed Ostrogoth, Running wild ed affini, trasportando la peculiare epica velocità di quel filone all'interno del proprio amore per l'estremo. Quindi si corre eppure ci si esalta, non una rissa bensì un intenso duello di spade. Sangue e morte giungeranno... sicuramente, in maniera più gentile! La linearità del pezzo viene interrotta sapientemente da cambi di ritmo e cadenze ora militaresche ora più manesche, ora momenti di furia ora momenti di declamazione acustica... posso confermare come l'imponente durata non possa fare la felicità di un pubblico alla ricerca di Speed/Thrash sanguinolento e brutale; eppure, questo brano non riesce a passare inosservato, anzi alimentando la voglia dell'ascoltatore di immettersi nelle vicende di Brand, ormai giunto al cospetto dello sciamano Wulf. A differenza del monaco cristiano, Wulf si dimostra sin da subito benevolo ed aperto al culto del protagonista, non giudicandolo in maniera aprioristica ma anzi mettendone in mostra i lati negativi dovuti esclusivamente al comportamento di Brand e dei suoi amici. In nome del cattolicesimo e di Dio, il ragazzo giudica miserabili e barbari i popoli anglosassioni, definendoli dei selvaggi da colonizzare. Ecco dunque che Wulf calca la mano, facendogli capire quanto egli si sbagli e sia pieno di preconcetti inutili. In nome di Wotan, lo sciamano non ucciderebbe mai un "invasore", anzi lo accoglie cercando di metterlo in contatto con una natura repressa da un credo sanguinario. La vita monastica è dura e rigorosa, costringe Brand a rinunce su rinunce. La paura delle punizioni divine, del Diavolo e di Dio... è forse questa, vita? Ecco che il "barbaro" invita il cattolico a spogliarsi di ogni menzogna, cercando di vivere secondo la sua vera natura. Brand, confuso sin dal suo approdo in quelle terre, inizia a cedere pian piano.

How Have the Mighty Fallen?

Lato B aperto da "How Have The Mighty Fallen?" (Come cadde il possente?). Brano più lungo del lotto, appena qualche secondo in più del precedente, sembra almeno agli inizi ben più violento ed arrabbiato. Si corre e si opta per una metrica / un riffing serratissimo, senza concedere neanche un secondo di tregua... salvo poi far prendere aria al tutto con i soliti "inaspettati" capovolgimenti di fronte, tanto rapidi quanto sorprendenti. I due pezzi, sommati, potrebbero quasi sommarsi dando vita ad una suite di un quarto d'ora di durata, una vera e propria magna opera circa una storia interessante e particolarissima. I momenti di peggiore dubbio esistenziale di Brand vengono dipinti da melanconiche parentesi acustiche e declamazioni pronunciate in maniera decisamente teatrale, senza dover adottare a tutti i costi un cantato Thrash al 100%. Il viaggio è lungo e le cadenze Power-eroiche si fanno ascoltare in tutta la loro magnificenza, altro bellissimo assolo ben confezionato e soprattutto vibrante, espressivo come non mai: davvero, i Sabbat stanno letteralmente dando vita al racconto, dipingendone un'efficacissima colonna sonora. Brand non sa più come comportarsi: è pazzo, sta uscendo di senno... o deve davvero dare ascolto a tutto ciò che vede e sente, assecondando questo suo "slancio" pagano? Wotan in persona lo ammonisce: prima o poi i fantasmi ed ogni sussurro verranno a cercarlo per chiedere il conto finale. Il ragazzo dovrà affrontare una lunga battaglia contro se stesso, cercando di capire cosa sia effettivamente meglio fare. Un percorso impervio, carico di ostacoli, difficile da battere... eppure, necessario. Faccia a faccia con i suoi demoni, il monaco ha continue visioni di un culto a lui sconosciuto ma terribilmente affascinante. Comincia a pentirsi di tutto ciò che abbia rigettato in nome di un Dio che - forse - non gli appartiene più. Ogni rinuncia, ogni frenata, ogni penitenza od autocommiserazione. Quale Dio potrebbe volere l'infelicità dei suoi adepti?

Wildfire

Torniamo a durate sicuramente più "usuali" con "Wildfire" (Fuoco selvaggio), brano in cui le vicende spirituali di Brand divengono di volta in volta più intense e particolari. Fissando il fuoco il monaco comincia ad avere delle visioni particolari, circa corvi ed altri animali assai cari ai culti che dovrebbe estirpare e convertire. Le sue notti sono ormai costellate da incubi d'ogni sorta, uno in particolare sembra turbarlo più spesso e ferocemente d'altri: un lupo sbrana ed uccide un cavallo, una scena di caccia che terrorizza il ragazzo ed ogni volta lo spinge a destarsi in un bagno di sudore. Continua a peregrinare in compagnia di Wulf, continua ad uridre gli spiriti della foresta, ad udire il richiamo di Wotan: che sia quello il suo vero mondo? Che sia quella la sua strada? In fondo, egli cedette ad un Dio "straniero", un Dio proveniente da terre lontane anni luce dalla sua. Gli dei di Wulf, Wotan... c'erano sin da molto prima. Avrebbe dunque senso combatterli? Avrebbe senso scacciarli con la violenza? Il giovane non sa più cosa pensare. Certezze portate dalla musica, per lo meno; in quanto i Sabbat tornano su lidi decisamente più "prevedibili", abbassando il tiro continuando comunque a proporre un qualcosa di livello. Un brano lineare dopo tanto impegno e dedizione alla causa dell'originalità; non guasta di certo un bel momento estremo composto all'80% da pura potenza, senza dimenticarsi naturalmente di quel pizzico di melodia oscura ben spruzzato lungo tutta la durata della canzone. Ci stiamo avvcinando alla fine di un album che ci ha riservato non poche sorprese, senza dubbio possiamo "perdonare" (passatemi il termine!!) un momento più calmo.

Mythistory

Penultimo pezzo prima dell'epilogo, "Mythistory" (Mitostoria) non presenta musicalmente nulla di nuovo rispetto a quanto abbiamo udito nel brano precedenze. Come se le pene del giovane Brand si fossero alleviate, ecco che la musica dei Sabbat fa lo stesso, almeno in quanto a complicatezza e struttura dei brani. Anche quest'ultimo (effettivamente...) brano non presenta chissà che scheletro od impalcatura, al contrario ci troviamo di fronte ad un qualcosa di veloce ed arrabbiato ma comunque contenuto, decisamente compatto e diretto. I Sabbat vogliono picchiare non scordandosi le proprie origini: di questo li ringraziamo e ci godiamo quindi un duo di canzoni spacca-ossa, volenterosi di pogare e svagarci un po' dopo tanta magnificenza udita lungo questo platter. Dicevamo di Brand: le sue visioni si acquietano ed il monaco... pardon, ex-monaco ha ormai fatto la sua scelta. Spogliatosi paradossalmente egli stesso di una fede che non aveva mai sentito sua, eccolo abbracciare il culto della madre natura, donandosi ad un perpetuo divenire, trasformarsi, respirare all'unisono con la nascita degli alberi e lo scorrere degli uccelli. Ogni suo senso è ormai amplificato, dalla vista all'udito. Il cuore batte a ritmo del cinguettare degli uccelli, del crescere delle montagne... la vita, una vita di libertà, priva di catene ed obblighi morali. Wulf, alla fine, è riuscito ad impartirgli la più importante delle lezioni: mai privarsi della vera felicità in nome di una fede cieca. Scoprire, indagare, sbagliare, cadendo, inciampando, rialzandosi... questa è la vita. Dobbiamo accettarla e proseguire lungo il sentiero, senza mai fermarci ad ammuffire in un angolo da noi ritenuto "sicuro".

Happy Never After

Conclusione effettiva affidata a "Happy Never After" (Mai felice, dopo), brevissima strumentale affidata a qualche arpeggio di chitarra. Il bardo chiude la sua narrazione, congedandosi, emettendo poche note prima di svanire nella nebbia.

Conclusioni

Giunti ormai alla fine di questa avventura, non si può fare altro che promuovere i Sabbat (quasi) a pieni voti. Magari una conclusione un po' più interessante avrebbe giovato ad un concept oggettivamente difficile da racchiudere in nove brani, un paio di pezzi in più avrebbero sicuramente fatto la differenza permettendo al quintetto di raggiungere il massimo del massimo. Eppure, non posso né voglio essere troppo severa nei riguardi di un disco che è riuscito a consegnare all'Inghilterra uno dei "suoi" gruppi Thrash. Sarebbe impossibile avere troppo da ridire su "Dreamweaver", diciamolo chiaramente: un album che conquista ed affascina, scegliendo di trattare una materia sinceramente inusuale per un gruppo del genere. Cristianesimo, paganesimo, eterna lotta fra Dio e Dei: sembrerebbe più un concept da Bathory, piuttosto che un qualcosa di adatto a cinque giovani inglesi di Nottingham. Eppure ricordate cosa dissi, nella recensione di "History..."? Che le troppe derivazioni, la troppa sudditanza psicologica nei riguardi dei numi tutelari Slayer & co. avrebbero potuto schiacciare il talento di cui i Sabbat erano, sono portatori sani. Eccoli quindi slegarsi da ogni preconcetto e presentare un concept album basato su di un libro estremamente di nicchia, narrandolo in musica in maniera esemplare. Brani lunghi ed articolatissimi, difficili da interiorizzare immediatamente ed anzi ostici, ad un primo ascolto. Come la trama di fondo, del resto. Perché mai un disco Thrash dovrebbe parlare di un qualcosa che non riguardi l'odio per i poteri forti, il diavolo, l'essere anti sociali e così via? La mia vera domanda è: perché dovrebbe per forza? Niente dovrebbe mai essere standardizzato e penosamente cristallizzato in degradanti confini. Gusti personali a parte (molti di voi potrebbero preferire generi estremi trattanti tematiche estreme, nessuno vi giudicherebbe; anzi!), dovremmo tutti essere liberi di dare sfogo alla nostra arte, alle nostre idee. Che queste siano legate alla volontà di fondere Thrash Metal, mitologia anglosassone e romanzi storici... perché mai dovremmo rigettarle? In fondo, la storia di Brand è la storia di "Dreamweaver": partire convinti e tornare profondamente cambiati, rendendosi conto di esser stati forse troppo ciechi in passato e non totalmente avvezzi alla vera libertà, al porsi delle domande. Magari, di quando in quando, ascoltare "la voce di Wotan" potrebbe aiutarci. A capire, se non altro, che non possiamo campare di paraocchi e pregiudizi. Lezione che i Sabbat avevano imparato alla grande, scavalcando ogni confine e presentandoci uno degli assoluti masterpiece del metal estremo britannico.

1) The Beginning of the End
2) The Clerical Conspiracy
3) Advent of Insanity
4) Do Dark Horses Dream of Nightmares?
5) The Best of Enemies
6) How Have the Mighty Fallen?
7) Wildfire
8) Mythistory
9) Happy Never After
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