RUXT

Behind the Masquerade

2016 - Diamonds Prod.

A CURA DI
FABIO FORGIONE
27/01/2017
TEMPO DI LETTURA:
8,5

Introduzione Recensione

La Liguria, terra dei mitici Vanexa (uno dei primordiali alfieri in terra italica dell'invasione NWOBHM agli albori degli anni ottanta), è teatro di un interessantissimo progetto musicale che spazia su tutto il fronte Hard/Heavy, e che ha il suo terminale in "Behind The Masquerade", debut album dei Ruxt, licenziato nel 2016 dalla nostrana "Diamonds Prod.". Il disco, uscito nel dicembre scorso, è il suggello alle precedenti esperienze dei componenti, musicisti già operanti da svariati anni nel settore sotto diversi monicker. Si tratta,nello specifico, del vocalist Matt Bernardi (Purplesnake), del chitarrista ritmico Andrea Raffaele e la chitarra solista Stefano Galleano (Snake),il bassista Steve Vawamas (Athlantis, Mastercastle) e il drummer Alessio Spallarossa (Sadist). Il disco,è bene precisarlo sin da subito,non è un prodigio di originalità, e si muove in un solco già abbondantemente percorso, ma lo fa in maniera semplicemente brillante. Ritmiche e melodie rappresentano quanto di meglio la tradizione britannica possa proporre, il songwriting è estremamente maturo e affronta tematiche di non sempre facile assimilazione e interpretazione, segno evidente di un notevole spessore intellettuale dei Nostri. Ma, senza voler nulla togliere agli altri, la parte del leone la interpreta sicuramente Matt Bernardi. Vocalist dalle doti sensazionali, la sua timbrica è incredibilmente simile a quella di due grandissimi dell'Hard 'n Heavy: David Coverdale(Deep Purple, Whitesnake) e Jorn Lande (Masterplan, Jorn, Avantasia). Matt pone in maniera encomiabile il suo pregevole sigillo su un disco fluido e godibilissimo, ricco di sonorità datate ma rivisitate alla luce delle più moderne tecniche di registrazione e missaggio. E qui, oltre che alla mastodontica prestazione di Bernardi, occorre spendere parole di elogio anche per una veste produttiva (l'album é stato registrato nei "MusicArt Studios" di Pier Gonella) a dir poco perfetta. Il suono è nitido, pulito, potente, preciso e, nonostante la palese"modernità", non è scevro dal fascino rétro tipico delle produzioni degli eighties. Insomma, un disco d'altri tempi, un concentrato di hard/heavy old school suonato magistralmente ma rilasciato nel 2016, con tutto quel che ne consegue in termini di resa sonora. Unica pecca,mi sia concesso il termine, una certa prolissità o ripetitività date da una tracklist davvero troppo lunga (ben 14 pezzi) che a lungo andare ha l'effetto di creare leggeri cali di tensione, nonché di concentrazione. Qualche brano in meno avrebbe, a mio avviso, conferito più slancio e scioltezza ad una release che resta, comunque, estremamente valida e dai contenuti significativi. L'amore che i cinque nutrono per i mostri sacri dell'hard rock è il filo conduttore che percorre l'opera in lungo e in largo, senza compromessi, ma con la passione di chi ha nel proprio DNA certi stilemi. Irrinunciabili, magnetici,fisiologici. Nella release possiamo annoverare anche la collaborazione di una guest star d'eccezione: il già citato Pier Gonella (Labyrinth, Mastercastle, Necrodeath, Vanexa), autore di alcuni solos nonché collaboratore in fase di produzione. Particolare menzione merita infine la cover di un brano come "Soldier Of Fortune" dei Deep Purple, una sorta di doveroso omaggio reso alla mitica band britannica, che avremo modo di analizzare in sede di track by track. Andiamo dunque a scoprire nello specifico cos'hanno da raccontarci i Ruxt.

Intro / Scare My Demons

Una voce narrante sommessa e penetrante ci invita a seguirla all'interno di un viaggio da compiersi entro i nostri stati di coscienza. Sessanta secondi circa e la intro parlata ci spalanca le porte del  primo pezzo del platter. Brevi arpeggi di chitarra annunciano quindi la sontuosa opener, "Scare My Demons (Spaventare i miei demoni)", e ci introducono ai corposi riff che scandiscono una ritmica robusta e cadenzata, dando vita ad un mid tempo compatto e quadrato. Pochi secondi prima che la straordinaria voce di Matt Bernardi, ugola possente e profonda, una sorta di David Coverdale più ruvido e rabbioso, inizi a deliziarci intonando la prima delle due strofe che compongono il brano. Brano che, giova ricordarlo, è il primo singolo estratto dall'album, dal quale è stato ricavato il primo videoclip ufficiale della band. La melodia che permea la composizione è di quelle imponenti, e rimane stampata in testa sin dal primo ascolto. So che è vero, declama Bernardi descrivendo le sensazioni di timore e smarrimento che lo attanagliano. Ombre si levano dall'oscurità, la rabbia data dalle catene che gli ottenebrano la mente gli impediscono di discernere la verità dalla menzogna, ha smarrito la strada per inseguire la sua solitudine. Gli occhi dei demoni, i demoni delle paure e delle proprie angosce, piangono lacrime che non prevedono nessun rammarico. Ogni sua emozione gli sembra però dannatamente vera. Tutt'a un tratto i toni si innalzano, e Matt prorompe, non prima di aver lanciato un urlo struggente, in quella che sembra essere una sorta di esortazione/invocazione. Ti sto chiamando,dal profondo del cielo scorgo un angelo che reca con sé l'arcobaleno (alzi la mano chi di voi non abbia pensato alla cover di "Rising" dei Rainbow). Siamo nel pieno del refrain, maestoso, epico, commovente per certi versi, come sottolineato anche dalla voce rovente dell' ottimo Bernardi, che prosegue nella sua esortazione. Ti sto chiedendo se oserai affrontare per me la mia notte buia, per portarmi la luce,se griderai per me per riuscire a scacciare i demoni che mi opprimono. La sezione ritmica non varia sia pur minimamente il suo incedere, rimanendo corposa e massiccia. Senza un attimo di tregua i riff di chitarra ci introducono nella seconda strofa. So che è tutto vero, prosegue laconico Matt, ho perso la forza d'animo che possedevo, vedendo fulmini cadere dal cielo. La mia furia è pari a quella di una tempesta sull' oceano,ed annebbia le mie facoltà intellettive deturpandomi lo spirito. Ho perso la mia strada, cadendo vittima della mia cecità mentale. Piango, e la mia mente non riesce a spazzar via il pensiero della vendetta. Parole forti, maledettamente pregnanti, alle quali fa seguito il secondo refrain, del tutto speculare al primo, in cui la band invoca la luce che l'aiuti a respingere le tenebre e i demoni che la popolano. A questo punto trova posto il bellissimo assolo di Galleano, ricco di pathos e colmo di sofferenza, davvero un momento ad altissimo tasso emotivo del pezzo, coadiuvato dal gran lavoro di basso dell' ottimo Vawumas e dalla incessante sezione ritmica mandata avanti dalla coppia Raffaele/Spallarossa. È un attimo, poco più di un labile passaggio carico di armonia e coinvolgimento emotivo, che subito lo spettacolare refrain si riappropria del brano, con un Bernardi sempre più istrionico interprete delle peripezie del suo animo. Portami la luce, conclude, affrontiamo insieme l'oscurità, gridando, fino alla morte. Sono le ultime parole, dal vago sapore dell'epitaffio, che il singer pronuncia, prima di lasciar spazio ai solitari riff che, così come lo avevano aperto, chiudono laconicamente il primo, straordinario brano del disco.

Soul Keeper

"Soul Keeper (Custode dell'anima)", altro pezzo da novanta del full, è il più classico degli esempi di quel robusto e massiccio hard rock di cui i genovesi sono ottimi interpreti. La sensazione è infatti quella di sentirsi sin da subito in porti sicuri, nulla di drasticamente innovativo, ma percorriamo una strada che ci è familiare come poche altre. Il che è oltremodo lodevole, vista la giovinezza discografica della band. Altro corposo mid tempo introdotto da micidiali riff, in cui il dirompente Andrea Raffaele costruisce una solida impalcatura sonora insieme ai fidi Spallarossa e Vawamas, il terreno ideale per consentire le estrose scorribande del funambolico Galleano. L'ugola truce e tagliente di Bernardi, il quale intraprende una sorta di intimo dialogo col custode di anime cui rimanda il titolo del brano, ci scaraventa senza indugi nella prima strofa. Chi sei, irrompe il frontman, sei passato attraverso il mio mondo e la mia vita, smuovendo la mia fede, e mi rendo conto che non è troppo tardi per trasformare il bene in menzogne. Giorno dopo giorno,tu provi a dissolvere i sogni che io cavalco. Guardami, custode di anime, non fai altro che alimentare invidia mascherandola con falsi sorrisi. Tu trami nell'oscurità per ingannare la mente umana, ma io sono in grado di vedere oltre la barriera ingannevole che tu erigi. L'incedere della strofa cede il posto al maestoso refrain, in cui l'inossidabile voce di Matt dà vita ad un anthem da pelle d'oca. Custode di anime, tessitore d'inganni, so che ti senti vivo nell' indurre le menti al dubbio. Custode di anime, fonte di pensieri malvagi, emetti la tua condanna diffondendo dolore. La sezione ritmica, costante nella sua possenza, ci conduce alla seconda strofa, in cui Bernardi prosegue nella sua intrepida sfida verbale con il malvagio custode. Io ti conosco, falso, demente maestro di travestimenti, sei in grado di far vacillare la fede, ma ora è troppo tardi per trascinare la mia speranza nella notte. Dimmi come posso gioire quando gli spiriti temerari piangono. Alimenta pure l'invidia, ma guardami, stai per perdere la tua battaglia. Trami nell'oscurità per ingannare le menti altrui, ma io posso vedere aldilà delle barriere che tu innalzi. Quindi torna in auge il refrain, speculare al primo, un vero e proprio inno che ha come effetto quello di prenderti l'animo ed innalzarlo ad una dimensione suprema. Sul finire di refrain, Galleano dà prova di abilità alle sei corde, imbastendo un assolo intenso e passionale, non privo di effetti whammy che non fanno che accentuarne la componente hard rock e lo spirito ferino che anima la band. La ripresa del refrain in coda al guitar solo non è che la degna chiusura, nel pieno rispetto della più classica delle ripartizioni compositive, di un pezzo assolutamente eccezionale, in cui i cinque genovesi danno davvero un'ottima dimostrazione di forza, dispensando talento ed ispirato songwriting.

Spirit Road

Non sopporto la notte, non riesco a vedere la luce. Trova il tempo di fuggire dai tuoi giorni più cupi. Con queste parole, praticamente un accenno di refrain posto in apertura di brano, lo straordinario Matt (che qui sembra davvero voler fare il verso a Jorn Lande, l'altro suo illustre punto di riferimento artistico) ci introduce nell' energico e robusto hard rock di "Spirit Road (La via dello spirito)". Le chitarre scandiscono rocciose il mid tempo, ruggendo in un graffiante riff che ben presto si dissolve nella pacatezza della strofa. Mi trovo chiuso dentro una linea circolare in cui muri dipinti di verde mi accecano. Specchi frantumati nella mia vita,inseguo falsi sogni e mi perdo in cose sciocche. Spreco il mio tempo alla ricerca di falsi sorrisi,guardandomi intorno alla ricerca della mia nuova terra, guardando la pioggia che allieta la mia giornata che scorre via, cadendo nuovamente, con la mia anima ostacolata dalle mie mani proibite, segnando la mia faccia come una maschera, incolpando chi è innocente, sigillando libri, tenendo in piedi lo show, come un clown esterrefatto. La strofa, col suo iniziale incedere pacato, vive di un continuo crescendo emozionale che sfocia nella coralità del refrain. Non sopporto la notte, non riesco a vedere la luce, trova il tempo di fuggire dai tuoi giorni più cupi, guarda dentro la tua anima, chiudendoti dietro le porte, ti muoverai per allietare le tue giornate sulla strada dello spirito. L'ugola d'acciaio di un Bernardi ispiratissimo, dopo la sfuriata del refrain, ripiega su sé stessa, introducendoci nella seconda strofa, declamando: lavo la mia mente con una pioggia senza fine, colpisco le pareti con rumorose lame taglienti, inseguo la luce che trascina con sé la notte, cerco un cielo liberatosi dai morsi, cammino lungo la strada dello spirito e dell' anima, cavalcando il treno dei miei buoni pensieri perduti, volando con la brezza della pace del deserto, sempre più in alto, fuori dal fuoco. La mia anima ostacolata dalle mie mani proibite, segnando la mia faccia come una maschera, incolpando gli innocenti, sigillando i libri, tenendo in piedi lo show come un clown esterrefatto. Il ritornello torna imperioso e corale, seguito stavolta dal bell'assolo di Stefano Galleano, bruciante e ricco di effetti. La sezione ritmica coinvolge ed esalta l'ascoltatore dall' inizio alla fine, il bridge strofa /refrain funziona alla perfezione e la formula del ritornello orecchiabile rende il brano un anthem memorabile, da urlare a squarciagola durante i live show. Il refrain si ripete per la terza volta e sancisce la fine di un brano nel complesso ben riuscito, pur nella sua semplicità strutturale.

Forever Be

Semiballad dal gusto retrò e dall' eccezionale impatto emotivo, "Forever Be (Per sempre sarà)" è introdotta da morbidi arpeggi, e da un basso quanto mai pulsante e sinuoso, su cui la muscolare voce di Matt inizia subito a narrarci la strofa. Mi chiudo dietro le porte, al cospetto delle mie colpe, pregando in lacrime chino sulle ginocchia. Regressione, percezione, ricordi avvolti dalle fiamme, non ho più nemici.. da una piccola camera sacra viene fuori la Rivelazione. La maestosità dell' ugola di Matt travolge letteralmente il refrain, un'esplosione di pathos e melodia che mettono a dir poco i brividi. Sii per sempre, fuggendo ora dai cerchi danzanti, per cavalcare il vento, una mano mi guida, ora, volando libero, aprendo le ali per tornare ai miei sogni. Un breve ma intenso assolo da parte di Stefano suggella splendidamente il refrain e prepara la strada alla seconda strofa. Mi trastullo e non ho più speranze di superare i miei limiti, affrontando le mie ombre, perdendo i miei arcobaleni. Regressione, percezione, ricordi avvolti dalle fiamme, non ho più nemici, dalla piccola camera sacra viene fuori la Rivelazione. Ecco che il ritornello si fa strada prepotentemente per la seconda volta. L'enfasi è totale, la possente e ruvida voce di Matt ci trascina attraverso mille emozioni, mentre l'assolo partorito dalla chitarra di Galleano stavolta è di quelli struggenti e passionali. È un brano che trasuda pathos ad ogni singola nota, un brano che rapisce e fa sognare. Tutto funziona alla perfezione: la voce morde e nel contempo induce alla riflessione, le chitarre, fragorose ma mai invadenti, disegnano trame affascinanti in grado di proiettare in una dimensione quasi onirica. Nulla da eccepire, "Forever Be", con la sua magia evocativa, si candida di diritto tra le hits del lotto.

Where Eagles Fly

La lezione degli Whitesnake sembra esser stata sapientemente appresa, ma non usurpata, nella successiva, accattivante "Where Eagles Fly (Dove volano le aquile)". La voce narrante di Matt dà il là alla strofa, accompagnata da morbidi arpeggi e dal basso sempre vivo di Vawamas. È un brano di chiara matrice hard/blues, come testimoniano l'impostazione ritmica e il sound impresso dalle chitarre, oltre, ovviamente, alla sempre più sorprendente voce di Matt, vero valore aggiunto ad una band di altissimo spessore. La strofa, come sempre, è portavoce di fatti ed emozioni esposti in prima persona, non sempre di facile interpretazione e comunque dal significato sotteso, fantasioso, fortemente intimistico. La campana sta suonando, è giunta per me una nuova era, il vento del cambiamento agisce nella mia mente. La mia vita frenetica mi sta polverizzando, ho bisogno di riposo per essere soddisfatto, voglio ascoltare dal cielo le parole del silenzio, come eco in una grotta che non si dissolvono nella pioggia. Non ho paura di restare solo, di tornare nel luogo dal quale sono giunto. Il repentino innalzamento dei toni, in concomitanza con il pre chorus, ci consegna un Bernardi, al solito, muscolare ed istrionico. Voglio liberare la mia anima, potrebbe essere la mia ultima occasione, ora posso abbattere questo muro,voglio volare alto su una strada deserta,potrebbe essere questo il mio sogno venerando,non posso più piangere. Ombre mi circondano mentre cammino, occhi vuoti vanno alla ricerca di pace, gente intrappolata tra finzione e realtà,orizzonti dispersi senza piacere,stanotte voglio toccare la luna e le stelle. È un inarrestabile crescendo emotivo, in cui Matt fa letteralmente la parte del gran cerimoniere, incantando con la sua voce, mentre le chitarre disegnano trame sinuose e sanguigne. Ora, prosegue, troverò le risposte nel mio paradiso,voglio vedermi dall' altra parte,ora voglio mostrarti dove volano le aquile. Terminato il refrain, prende vita la seconda strofa e Matt prosegue con le sue oniriche visioni e le sue riflessioni. Ne ho abbastanza di essere invischiato in crudeli menzogne, la razza umana non cambierà mai i miei pensieri. Continuando a pretendere, essa non si preoccuperà mai, ma ciò che essa dà è ciò che ottiene. Sto invecchiando, il conto alla rovescia è in atto e non voglio perdere il controllo, sono con le spalle al muro. Ho bisogno di un rifugio per la mia anima stanca per vivere in pace. È tutto ciò che voglio. Sono come un fiume che scorre contro corrente ma continuo ad inseguire i miei sogni uno dopo l'altro. Secondo refrain e Matt urla possente: voglio sapere dove vive la bellezza, voglio vivere nell'estasi, raggi di luce mi scaldano, le cime dei monti siano per me le benvenute,spazi senza fine per essere libero. Immensi occhi aperti per trovare la chiave. Voglio toccare la luna e le stelle stanotte, ora troverò le risposte nel mio paradiso, voglio vedermi dall' altra parte, ora voglio mostrarti dove volano le aquile. E qui Galleano ci delizia con un altro dei suoi solos ad alto contenuto emotivo, la sua chitarra tocca l'anima e, al pari del testo, fa sognare. Segue la ripresa del chorus che conduce il brano al gran finale, tra i viscerali scream di Bernardi e le linee infuocate della chitarra di Galleano.

Lead Your Destiny

Portate indietro le lancette del tempo, perché con "Lead Your Destiny (Conduci il tuo destino)" la NWOBHM si palesa in tutta la sua carica esplosiva, il suo appeal travolgente, la sua immarcescibile sacralità. Il tutto coadiuvato da un ospite d'eccezione, Pier Gonella alla chitarra solista Cinque minuti e venti secondi in cui i Nostri giocano a fare i Saxon (quelli più straight), ma tenendo sempre ben presente di non varcare il limite che potrebbe generare la riproposizione sterile e fine a sé stessa. No, questi cinque scatenati ragazzi sanno suonare magnificamente, interpretano in maniera eccellente e sono più che consapevoli dei propri mezzi. Non tragga in inganno la ripartizione strutturale del brano, che ricalca fedelmente, questo sì, gli stilemi della già citata corrente musicale di fine anni settanta; nello stesso si percepisce quel qualcosa di lievemente indefinito ma di assolutamente peculiare che caratterizza i Ruxt in quanto realtà artistica della nostra epoca. È un aspetto che accompagna l'intera release, quello di suonare alla vecchia maniera mantenendo però saldamente i piedi nella contemporaneità, e a ciò concorre la mirabile, quasi perfetta, veste produttiva del platter. Un pungente assolo accompagna i riff granitici di Raffale in apertura di brano, mentre Spallarossa e Vawamas si danno un gran da fare per dettare sostenuti e dinamici, su cui ben presto si staglia il solito, regale Bernardi, autore peraltro delle musiche del pezzo, un up tempo dall'incedere roccioso. Io sono colui che vaga nel buio, al riparo dalle tue scintille, a caccia di un pezzo di malinconia, correndo all'impazzata per la sua strada, colui che aumenta la sua forza quando sei solo."Non si può tornare indietro" è il mio motto. Non c'è modo di evitare il gioco, il male è giunto per rompere l'incantesimo, se le mani della paura fanno si che tu cada, guarda il sole all'interno della tua anima. L'andatura briosa della strofa trova il suo più fisiologico completamento nel refrain, un' esplosione di sonorità coinvolgenti e a tratti epiche, con la maestosa ugola di Matt a farla letteralmente da padrona, pronunciando parole inneggianti al coraggio e all'ardimento. Nutri il tuo fuoco, battendo le mani sulle pareti della solitudine,scalando le montagne, raggiungendo i campi del destino infinito. Il fragoroso refrain lascia nuovamente spazio alla strofa, con le chitarre sempre ruggenti e dirette e la sezione ritmica tiratissima. Io sono colui che muta il tempo, prosegue Matt, mille uomini già caduti sotto le mie sacre mani, giorno dopo giorno abbandona le tue speranze, non vi è altro modo, finché non passerai a miglior vita. Non puoi abbandonare il gioco, il male giunge per rompere l'incantesimo. Se le mani della paura fanno sì che tu cada, guarda il sole che dimora dentro la tua anima. Quindi, ancora il bellissimo refrain ci avvolge completamente. Nutri il tuo fuoco, battendo le mani sulle pareti della solitudine, scalando montagne, raggiungendo i campi del destino infinito, e sii padrone del tuo destino. Il bellissimo assolo che segue è la sintesi perfetta delle sferragliate metalliche di questo straordinario brano, il picco massimo di una prestazione corale ed eccellente,anche dal punto di vista testuale, dove l'esortazione a vivere la propria vita da protagonisti trova il suo naturale sbocco in partiture pregevoli e scream di altri tempi. Appena il tempo di riprendere il pre chorus e il ritornello, che il pezzo si conclude, autoproclamandosi di diritto come altra sicura hit del platter.

A New Tomorrow

In un contesto hard rock a forti tinte melodiche come è quello proposto dai Ruxt, non poteva certo mancare la ballad. "A New Tomorrow (Un nuovo domani)" è infatti un componimento piuttosto breve (tre minuti scarsi) il cui tappeto sonoro è costituito da evocative e delicate chitarre acustiche su cui la voce stavolta suadente e pacata, ma sempre dirompente del buon Matt, disegna melodie dolci e sognanti. Nonostante la tipologia compositiva a cui il pezzo rimanda sia piuttosto abusata in ambito hard/heavy, il brano ha il non indifferente pregio di non scivolare nel banale e già ascoltato, anzi, resta un brano particolarmente interessante sotto tutti i punti di vista, non ultimo quello del comparto lirico. Ovviamente il pezzo non presenta la benché minima variazione ritmica, essendo il sottofondo acustico, sempre costante, il solo e unico substrato strumentale. È così che mi sento in questo momento, debole e schiacciato al suolo,il sole splende,ma io non riesco a scaldare il mio cuore,sono così combattuto anche se dentro di me mi sento calmo, e tutt'intorno a me la vita continua a scorrere. Nessuno potrebbe dire che questo era il giorno fissato per morire, se trovo la tenerezza di un angelo che bussa alla mia porta.. che mi abbracci e che spazzi via la mia tristezza,sarebbe un gran sollievo, come una grazia, un dono speciale che mi conduca sino a un nuovo domani, perché è per questo che siamo nati. I suoni dei bambini nelle strade, con la loro gioia e voglia di vivere. Gente che sorride, ma non riesce a vedere le lacrime dentro i miei occhi. La morte ti trova, proprio nel bel mezzo della vita, e non ci sono compromessi. Ci è concesso di prenderci tutta la fortuna che ci è stata data. Un testo, come si può vedere, fortemente intimistico, ma che tradisce anche una vena vagamente decadente da parte dei Nostri. Una poesia a tinte fosche, espressione di un songwriting quanto mai maturo e ricercato, richiuso in una cornice barocca.

Daisy

Riff compressi e sincopati ci introducono nel poderoso hard rock di "Daisy", brano dalla sezione ritmica travolgente e dal refrain di facile assimilazione, diretto e sanguigno, riconducibile ad una tipologia made in USA molto in voga negli eighties. Le melodie, piuttosto improntate verso un easy listening che ha però il notevole pregio di non scivolare nel banale (rischio, questo, che davvero non si corre con i Ruxt) rapiscono l'ascoltatore sin dai primi istanti, quando si percepisce che il pezzo è indubbiamente dedicato ad una fanciulla che ha qualcosa da farsi perdonare. Non è però dato sapere se la suddetta sia frutto della fantasia di Stefano Galleano, assurgendo ad emblema universale di qualsivoglia adolescente inquieta, o se invece sia una persona reale alla quale il chitarrista si sia di fatto ispirato per la stesura del testo. Ma, tant'è, hai girato le spalle all'innocenza, cara Daisy; esordisce Matt, nella notte stessa in cui sei fuggita, sbattendo la porta. Stai perdendo di vista ciò che è giusto, andando sicuramente incontro a tempi duri per te. Il tuo destino dipende unicamente da te, tua madre e tuo padre non possono nulla. Una giovane, dolce fanciulla divenuta improvvisamente cattiva. Cosa ti passa per la testa, sei come un fucile carico, pronto a sparare rabbia nella notte. La strofa viaggia su binari ritmici cadenzati e molto dinamici, pronti ad incresparsi nel refrain, complice il repentino inasprirsi della voce di Matt. Daisy, prosegue il vocalist, tutti i tuoi sogni sono svaniti,sei una principessa sulla strada. Sei in pericolo, sei in una situazione davvero rischiosa, tutto ciò di cui hai bisogno è soltanto un po' d'amore. Daisy, per favore, torna a casa! Passato l'impeto del refrain, ha così inizio la seconda strofa, in cui, tra chitarre compatte e il basso di Vawumas a dir poco ossessivo, Matt riprende: sei partita con le luci della città, ma le tue notti corrono via solitarie,nessuno mai scalderà il tuo cuore strappandotelo via. Presa in un gioco che ti vedrà sicuramente perdente, la tua vita non sarà più la stessa. Le tue ferite profonde e nascoste cominceranno a sanguinare, fino a quando troverai la chiave. L'integrità è ormai andata, il tuo fiore ora è disperso nel vento. Quindi ancora il diretto refrain: sei come un fucile carico, pronto a sparare rabbia nella notte. L'assolo seguente è quanto di più lancinante e sofferto la chitarra di Stefano potesse partorire, quasi un testamento spirituale della giovane protagonista delle lyrics. Un momento drammatico e sofferto, al quale segue una breve ripresa del chorus, mentre il brano viene concluso da un altro struggente assolo ad opera di Stefano.

Life

Un basso sommesso dialoga timidamente con le chitarre,prima che il drumkit di Spallarossa faccia il suo ingresso nel brano, scandendo deciso un mid tempo corposo e quadrato. "Life (Vita)" è un altro di quei brani delle melodie avvolgenti, come testimoniano anche i toni pacati ed evocativi della voce di Matt, figlio delle sonorità di quel soft rock tanto caro agli anni ottanta. La strofa inizia quasi in sordina, e ci presenta il protagonista delle lyrics che afferma di non sapere dove stia andando. Un'altra notte trascorsa in bianco, ha perso i suoi sogni di gloria in quello che è soltanto un combattimento senza fine. Condividiamo lo stesso destino fatto di dolore, siamo come fratelli al fronte. Il sangue che scorre nelle nostre vene potrebbe presto coprire la terra. Giunti al refrain, i toni di alzano decisamente staccandosi dall'incedere quasi mellifluo della strofa e Matt, accompagnato dalle chitarre, improvvisamente divenute roventi, di Galleano e Raffaele, prosegue: ogni volta che scorgo un bagliore, so che è il mio momento e che devo osare, ogni notte in cui spero di essere lì, questo tormento è troppo forte da sopportare. Ogni volta che combatto le tenebre, prego di finire di giocare con la follia. Centinaia di grandi occhi chiusi mi fanno capire che non sono mai stato tanto entusiasta della vita. Il ritorno alla strofa è quanto mai drastico, sottolineato da chitarre sornione, quasi svogliate. Una competizione senza senso, che nasce da ambizioni sbagliate, gli innocenti dovranno pagare quando gli stranieri verranno per la loro strada. Vendetta e morte hanno ucciso la nostra fede, case che bruciano nella pioggia, tutti gli eroi caduti vivono senza che nessuno ne narri le gesta.. eroi che invece per noi sono preziosi come oro. Quindi irrompe nuovamente il ritornello: ogni volta che imbraccio le mie armi, provo a dimenticare ciò che ho fatto, non conosco ancora un nome, ma sarà nella mia mente fino al giorno della mia morte. Ogni volta che affronto le tenebre, sono solo un piccolo soldato pieno di tristezza. Un bell'assolo di chitarra spezza l'armonia narrativa del refrain, che riprende subito dopo in maniera speculare al primo, sospeso a metà tra pentimento, speranze disilluse, e prese di coscienza che aprono al soldato gli occhi sul reale senso della vita. Sentimenti fortissimi ma anche estremamente contrastanti tra loro, ennesima dimostrazione di un songwriting ispirato e al di sopra della media.

Between The Lies

L'energico e poderoso hard rock a tinte blues di "Between The Lies (Fra le menzogne)" ci mostra la band alle prese con un brano dal deciso sapore sabbathiano che strizza l'occhio al miglior R.J.Dio solista. Riff compatti e rabbiosi precedono infatti il canto roco di Matt che squarcia letteralmente il nostro apparato uditivo, sorretto dal massiccio quattro quarti del drumming di Spallarossa. Vuoi vivere la tua vita e attraversare con me la linea invisibile, e fare un altro passo fuori dalla notte. Non voglio più ascoltare i racconti di sangue senza fine, ti condurrò dove non potrai sottomettere la speranza. Il tono della voce di Matt improvvisamente si stempera, mentre incessanti tastiere conferiscono alla melodia un senso di sfuggente inquietudine. Cosa vedi nella tua mente, prosegue il singer, sento il tuo cuore bruciare come l'inferno. In un crescendo di tensione e pathos, il refrain scivola via quasi inatteso. Gente che scruta stelle lontane,pregando gli dei dimenticati.. possiamo vederli cadere giù, condividendo il vuoto attraverso le menzogne. La seconda strofa ritrova intatta tutta la sua verve, mentre la voce di Matt torna calda e graffiante. Ti chiedo ancora un po'di tempo ,attraverserai con me la linea, dimmi cosa vedi ed io accenderò la luce. Cercando una vecchia vendetta, corvi ingoiano la terra. Seguirmi nell'oscurità e prendi le mie mani. Cosa sta accadendo, non ricordi? E come il vento la tua visione vola. Il refrain ci consegna dunque un'amara verità: la gente è troppo cieca per vedere si trincera ogni volta dietro una nuova malattia, strisciando lentamente sulle strade dei ricordi, tra le bugie. Un assolo tremendamente efficace nella sua semplicità espressiva spezza accresce in maniera esponenziale il feeling del pezzo,che vede la ripetizione dei temi del ritornello protrarsi sino alla chiusura dello stesso. In definitiva, il brano meno Ruxt tra quelli sinora ascoltati, ma le citazioni, per una band come quella genovese, sono una tappa obbligata, e comunque nulla di cui allarmarsi: incensare chi ha fatto la storia resta un atto d'amore se non si cade nello scontato. Non siamo al cospetto di una tribute band, ma di un gruppo che, pur percorrendo un solco già scavato, resta ricca di personalità ed estremamente originale nel modo di esprimersi.

Forgive Me

Con "Forgive Me (Perdonami)" torna in auge la rock ballad. Pezzo dal forte mood intimistico, è introdotto da arpeggi acustici carichi d'atmosfera, su cui Bernardi intona la strofa con fare fluido e sognante. Del resto, il testo parla chiaramente, il protagonista invoca il perdono della sua amata, e i toni non possono che essere suadenti e pacati. La chitarra scandisce languida le parole di Matt: mi sono perso da qualche parte, in una terra di menzogne e di bagliori, non posso esimermi dal mentire. Ho pensato che il mio sogno fosse reale e forte, ora invece so che mi sbagliavo, sono un re senza corona e c'è un prezzo che devo pagare, questo è quel che posso dire. Un lieve crescendo sottolineato dall'ingresso della batteria caratterizza la seconda strofa, in cui Matt afferma di essere prigioniero nel suo mondo delirante. Non vi è rispetto nel suo sguardo di pietra e le sue pistole tagliano come un coltello. Come un errore in tutta la sua vita, è difficile da giustificare se non si può tornare indietro nel tempo, perché ha perso la testa, ed è solo l'amore della sua bella che vuole ritrovare. E qui la quiete della strofa cede il passo ad uno struggente refrain in cui Bernardi si cimenta in uno dei suoi lancinanti scream. Semplicemente straordinario, è impossibile non farsi trascinare nel vortice emotivo ricreato dalla sua possente e raggiante ugola. Il repentino innalzamento dei toni fa il paio con una vera e propria invocazione rivolta dal protagonista alla sua donna. Le chiede un'altra possibilità: vuole prendere le sue mani, ella dovrà avere nuovamente fiducia in lui. È una promessa, e le giura che è vero. Il suo cuore le appartiene, egli sa bene quel che lei ha passato. Io sento il tuo dolore,tu perdonerai, mi perdonerai. Un primo breve assolo suggella come meglio non di potrebbe il grandioso refrain, mentre l'animo dell' ascoltatore è letteralmente rapito dalla impressionante carica suggestiva del brano che, passato l'impeto del ritornello, torna sui binari più evocativi della strofa. Troppo cieco per accorgermi della tua saggezza, occhi malvagi mi hanno condotto in prigione, in un gioco divenuto un tradimento, il mio passato dissennato è da dimenticare. Non rimpiangerò ciò che ho lasciato, sei la sola cosa di cui abbia bisogno. C'è un prezzo che devo pagare, ed è tutto ciò che posso dire. Il refrain deflagra nuovamente in tutta la sua prorompente forza d'urto, le invocazioni di perdono dell'amante pentito riemergono con drammaticità. Il resto del brano è un continuo susseguirsi di strazianti invocazioni ed assoli incalzanti. Quando, al minuto cinque circa, il pezzo sembra avviarsi ad una mesta conclusione, un ruvido intreccio di chitarra ci catapulta in un altro fantastico assolo,eseguito per l'occasione dalla guest star d'eccezione Emiliano Manuguerra, e che, tra le urla disperate del supplice amante, conduce il pezzo al termine del suo cammino. Un cammino fatto di sofferenza, sentimento, trasporto emotivo, in cui Matt ha ancora fiato per declamare il suo amore unico ed incondizionato: tu sei tutto per me, sei la sola che abbia amato, sarò lì, prendi le mie mani, sì, lo farai.

Madness Of Men

Le chitarre di Galleano e Raffaele ruggiscono magnificamente nella spettacolare intro di "Madness Of Men (La follia dell'uomo)", ultimo pezzo del platter (penultimo se si considera la cover di "Soldiers Of Fortune"). Riff infuocati dal retrogusto hard/ blues di chiara matrice Deep Purple, una valanga incandescente di note serrate e scandite da un massiccio mid tempo. Matt si cimenta in vocalizzi che non possono non riportarci alla mente due dei guru della band ligure, ossia Ian Gillan e David Coverdale, ed in effetti, sin dalle prime battute, questo brano reca con sé sonorità maledettamente familiari per chi ha l'udito forgiato nel classic rock britannico degli anni settanta. Viene passata in rassegna la follia umana in alcune sue sfaccettature, ed il buon Matt inizia dichiarando che in origine, vi era un tempo in cui eravamo sbagliati e dipingevamo storie su pietre sacre. In seguito abbiamo punito chi vide la luce (chi, in un certo senso, si era ribellato allo status quo), combattendo la paura con i sacrifici, spezzando vite in nome di Dio, mandando gli uomini lungo strade morte, bruciando croci per purificare, innalzando templi colmi di menzogne. Vi è stato un tempo in cui siamo stati stolti, intrappolando vecchi cuori in camere virtuali continuando a far soffiare venti di guerra, dove le grida dei giovani non potevano essere ascoltate. Cercando qualche posto nel cielo, trovando rocce anziché vita. Si bruciano bandiere per purificare, si costruiscono palazzi pieni di bugie. Irrompe il refrain, in un crescendo drammatico Matt innalza i toni, mentre le chitarre erigono un muro sonoro che si compatta mirabilmente con gli acuti del singer. Dentro questa pazzia troveremo una strada e sentiremo di nuovo la luce. Potremo vedere le stelle, sentire il cuore, troveremo il modo di cancellare il dolore e la follia umana. L'assolo di Stefano esalta ulteriormente l'incedere ruggente del pezzo, spezzando in due il refrain, che subito dopo ritrova, nelle parole di Matt, la speranza di debellare una volta per tutte la follia umana, che tanto dolore ha recato al mondo. Una visione della vita oltremodo ottimistica, potremmo dire utopistica, che mette in luce, ancora una volta, un songwriting maturo e che rende ulteriore onore ad una band talentuosa e spigliata.

Soldiers Of Fortune

La ciliegina sulla torta è senz'altro rappresentata dalla cover di "Soldiers Of Fortune (Mercenario)", celebre pezzo dei Deep Purple contenuto in "Stormbringer", nono album in studio della leggendaria band di Hetford. Quale modo migliore dunque per rendere omaggio ad una delle muse ispiratrici dei Ruxt,che rievocare le gesta del vagabondo cantore protagonista di uno dei brani più intimistici del combo britannico? Tributo tanto dovuto quanto sentito, perché i Nostri offrono una prestazione brillante, eccellente per fedeltà alla versione originale. Matt è completamente a suo agio nell'incensare David Coverdale. La sua timbrica calda e vellutata è spaventosamente simile a quella del singer d'oltremanica, e il risultato infatti è un'interpretazione da pelle d'oca di un testo che già nella sua versione originale si presentava velato di una penetrante malinconia e tradiva un afflato romantico dai contorni anche alquanto drammatici. Le chitarre disegnano languidi arabeschi dalle linee melodiche soffuse ed intense, su cui Matt inizia a passare in rassegna il rimpianto di chi, avendo trascorso l'intera vita da vagabondo, cantando canzoni alla donna che un giorno, sicuramente, si sarebbe unita a lui. Ma la vecchiaia avanza, e il nostro girovago si rende conto che le sue canzoni riecheggiano lontane come il suono di un mulino a vento. Egli in fondo sa che non potrà essere che un soldato di ventura. Nel suo gran peregrinare il Nostro crede di aver visto lei, e di poterla portar via con sé. Ma la cecità lo confonde, e la sua amata altro non si rivela che un'illusione. Un'amara illusione che lo convince sempre più del suo destino:quello di essere un soldato di ventura, un uomo senza una meta reale,incapace anche di coltivare un rapporto d'amore. L'incedere pacato delle chitarre accompagna la struggente storia nell'arco dei poco più di tre minuti di durata del pezzo,consegnandoci un momento di un'intensità unica. La classe dei Ruxt vien fuori anche dall' immedesimazione totale in uno dei gruppi fondamentali dell' Hard Rock,una manifestazione d'amore prima ancora che un atto dovuto.

Conclusioni

In un 2016 zeppo di uscite colossali, "Behind The Masquerade" fa la sua più che dignitosa figura in un contesto già prodigo di proposte che, proprio in ragione del fattore quantitativo, avrebbe potuto lasciare ai margini delle preferenze l'opera dei genovesi. E invece il disco un questione rischia di diventare una vera e propria rivelazione. Non tanto per un eventuale apporto in termini di originalità. I Ruxt non hanno inventato nulla, questo è fuori discussione, ma il feeling dimostrato nel rievocare un sound che ha fatto tremare le vene e i polsi ad almeno due generazioni, li pone in una sorta di immaginario agone in cui li immagino condividere il palco con i mostri sacri della scena. In effetti, basta astrarsi quel tanto che basta per figurarseli sudati e con una lattina di birra in mano in un backstage, insieme a Ritchie Bkackmore o a Ronnie James Dio. L'indubbio merito dei Ruxt è infatti quello di essere riusciti a portare indietro le lancette del tempo senza però perdete di vista le conquiste fatte in oltre quarant'anni di musica rock. Per quanto mi riguarda, le sperimentazioni, specialmente quelle troppo ardite,corrono sempre il rischio di snaturare un genere che si fonda su determinati e imprescindibili capisaldi. Alla faccia delle tanto agognate ventata d'aria fresca, troppo spesso, chi si è cimentato in ardimentose escursioni ha poi finito col superare il limite,finendo con un piede nel baratro. E questo, sia chiaro, magari è anche accaduto in concomitanza con strepitosi risultati di vendite. Come è risaputo, non sempre l'opera che vende, è necessariamente un'opera qualitativamente superiore alla media. I riscontri sono quasi sempre figli di cambi di tendenza che a loro volta sono lo specchio di stravolgimenti sociali di portata epocale. Ma perché, a forza di perseguire ideali meramente economici, si inaridisce la vena compositiva, si smarrisce definitivamente quel sacro furor che è la fonte primigenia di qualsivoglia opera d'arte. Bene, in questo contesto, l'opera dei Ruxt si colloca in una dimensione equidistante sia da grida al miracolo che da fenomeni da mainstream. La band sa fin troppo bene che colpisce dritto al cuore di chi si professa nostalgico. E a tal proposito, basta una qualsiasi delle tredici tracce per constatare che non sto scrivendo assurdità. I Ruxt suonano e interpretano con quella passione spontanea,genuina e sincera con cui si esprimevano i sancta sanctorum dell' Hard Rock. Poi, si sa; se hai talento, ci sarà chi si dimostrerà pronto a scommettere su di te. E magari anche la fortuna deciderà di girar bene in un contesto storico propizio, rendendo fatto il proverbiale gioco. La reale difficoltà risiede piuttosto nel ripetersi, e poi ancora nel confermarsi. Tappe obbligate che richiedono costanza e fiducia in ciò che si fa, oltre che uno smisurato amore per la musica. I Ruxt in questo possono essere dei più che valido punti di riferimento. Spero di poterli vedere live quanto prima. Nel frattempo mi godo quest'ottimo "Behind The Masquerade".

1) Intro / Scare My Demons
2) Soul Keeper
3) Spirit Road
4) Forever Be
5) Where Eagles Fly
6) Lead Your Destiny
7) A New Tomorrow
8) Daisy
9) Life
10) Between The Lies
11) Forgive Me
12) Madness Of Men
13) Soldiers Of Fortune
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