RUNNING DEATH

Overdrive

2015 - Punishment 18 Records

A CURA DI
LORENZO MORTAI
18/06/2015
TEMPO DI LETTURA:
7

Recensione

Abbiamo già parlato svariate volte nel corso delle recensioni, di quanto il Thrash Metal sia diversificato a seconda del luogo di provenienza; persino nella sua patria più celebre e viscerale, gli USA, vi sono delle differenze a seconda della zona in cui esso è nato. Perché, parliamoci chiaro, il Thrash è una bilancia, con due piatti in cui appoggiare due elementi base per crearlo, Metal ed Hardcore Punk; a seconda del carico che mettiamo in un piatto piuttosto che in un altro, il suono cambia eccome, e possiamo ottenere una pozione che si chiama Overkill, un'altra che si chiama Kreator, un'altra ancora che si chiama Xentrix e così via. E' un equilibrio abbastanza versatile, pur non reggendo contaminazioni troppo pesanti, ed infatti, specialmente in Europa ed America Latina, il Thrash ha subito alcune mutazioni genetiche, fino ad assumere dei connotati che lo rendono facilmente distinguibile da quello a stelle e strisce. Anche in Europa però esistono delle diversificazioni abbastanza ramificate; se ci spostiamo nella metallica e imperiale Inghilterra ad esempio, troviamo un Thrash Metal assai veloce e ritmato, condito da quelle tradizioni Punk settantine che tanto sono care ai cuori degli inglesi (anche ai nostri, almeno per quanto riguarda il sottoscritto), il tutto ovviamente spolverato con quella matrice di Metal basico che in Inghilterra ha trovato la sua casa natale ormai anni ed anni fa. Se invece varchiamo i confini della manica e andiamo in Francia, oltre che cambiare alcune volte il modo di cantare (è prerogativa ogni tanto dei gruppi francesi usare il proprio idioma per esprimere le proprie idee, un'arma a doppio taglio, considerando che non tutti riescono ad essere francofoni) troviamo una matrice improntata sulle tradizioni tanto Hardcore quanto Heavy Metal (non dimentichiamoci che la Francia, pur non sembrando, nasconde delle perle metalliche davvero degne di nota), un equilibrio che però viene spezzato dalla cattiveria sociale che i galletti francesi riescono a mettere nei loro testi, cattiveria derivante dal loro alto ed immutato spirito critico nei confronti delle cose che li circondano. Proseguendo in ordine, e saltando la Spagna in cui più o meno l'equilibrio è simile, arriviamo nel nostro Bel Paese, in cui il discorso va affrontato a parte; noi siamo una delle patrie dell'Hardcore mondiale, un seme nato negli anni '80 che ha generato un vero e proprio movimento nel movimento, riuscendo a discostarsi dalla madre America in modo più o meno netto, gettando le sue personali tradizioni. Ovviamente, quando l'onda Thrash è arrivata anche sulle nostre coste, non poteva esimersi dall'essere "sporcata" da tali matrici, ed ecco che infatti in Italia troviamo gruppi fortemente influenzati dall'Hardcore tricolore, quindi rapportando formazioni come i Negazione o i Nerorgasmo alla propria musica, mischiandola ovviamente con quelle spolverate di Metal che servono per realizzare il Thrash. Sembrerebbe finita qua, ed invece ci siamo dimenticati una patria assai fondamentale per questo genere musicale, la rigida e impervia Germania. I Tedeschi, dal canto loro, sono sempre stati dei macinatori di Metal a tutti gli effetti, basti pensare agli Scorpions o tante altre formazioni che, nel corso della storia, hanno dato veramente tanto a questo mondo, e ne sono sempre uscite vincitrici, in un modo o in un altro. Per quanto riguarda il Thrash, i teutonici hanno sempre cercato di vessare questo genere con una atavica e intestinale cattiveria di fondo (pensate ai Sodom, per citarne uno a caso), anticipando anche in alcuni casi tanti generi estremi che di lì a poco sarebbero venuti. Il Thrash tedesco è una macchina per uccidere caricata di proiettili assai pesanti , che se presi nel verso sbagliato, fanno molto male. Negli ultimi anni anche la Germania, come tante patrie di questo genere così storico, sta vivendo una nuova rinascita, con centinaia di formazioni che prendono le redini di questa creatura del male, redini che per troppo tempo sono state lasciate un po' a briglia sciolta. Quindi, fra coloro che prendono la bilancia Hardcore, e coloro che invece scelgono la via delle borchie e catene, c'è anche chi decide di stare precisamente nel mezzo, fissando un equilibrio che, per un verso o per un altro, è statico e diretto come un pugno nei denti. Esempio di questo meccanismo sono i Running Death, formazione Bavarese che, dall'alto della loro giovane età, riescono comunque a mitragliare colpi assai possenti dai loro strumenti, unendo le tradizioni tedesche anche a qualche piccola spolverata di Thrash d'oltreoceano, creando una creatura che, a discapito di quanto si possa pensare, è assai interessante. Formati nel 2007, i Running calcano i palchi ormai da diverso tempo, e dopo la pubblicazione del loro primo EP nel 2010, a cui ne è seguito un altro nel 2012, era arrivato il momento di mettere insieme le proprie idee e tirare fuori qualcosa di ancora più grande. Mesi e mesi di sala prove, sforzi, sudore e sangue, hanno portato alla nascita di Overdrive, loro primo Full Lenght ufficiale. La copertina ricorda molto svariate grafiche di inizio anni '80, colorata e sarcastica al tempo stesso, con una fantomatica città a metà fra Tokio e Las Vegas che si staglia sullo sfondo, mentre un uomo in primo piano si sta cercando di girare la testa, quasi come se volesse staccarla per non sentire più alcune cose che aleggiano nel mondo. Contenuto del disco sono dodici tracce di devastazione, che adesso, come ogni provetto chef che si rispetti, andremo a sfilettare ed eviscerare con cura, servendovele fredde e sanguinolente su un piatto da portata.

L'introduzione, della durata di circa un minuto, è affidata alla strumentale It Begins (Ha Inizio), nome omen per l'incipit di un disco; una sirena quasi da antiaerea ci apre le porte infernali di questo disco, facendoci apparire davanti agli occhi uno scenario da post- apocalisse. Ci ritroviamo in una atmosfera stile Fallout, come sopravvissuti dopo una deflagrazione di proporzioni considerevoli, ci risvegliamo in un mondo che non è più lo stesso. Vaghiamo come disperati alla ricerca di qualcosa, la desolazione attorno a noi mette quasi i brividi per il suo immutato silenzio, e noi, forti del nostro essere umani, andiamo avanti sperando di incontrare qualcosa o qualcuno. Mentre l'atmosfera comincia a prendere forma nella nostra mente, una chitarra rocciosa intona un canto di morte, e capiamo che davvero sta iniziando ad aprirsi l'inferno sotto i nostri piedi; finchè non lo vediamo ovviamente non ci crederemo, ma basta questo breve intro di neanche un minuto per farci crollare il terreno sotto i piedi, vediamo tentacoli orripilanti afferrarci le caviglie, trascinarsi giù nelle viscere della terra, mentre dall'introduzione si passa al primo colpo di fucile.  Il proiettile che ci viene sparato addosso porta il nome di Hell On Earth (Inferno sulla Terra); una chitarra ritmata e metallica parte a battere la nostra testa, mentre la batteria si prepara a colpire duro sulle pelli con la forza di una onda assassina, il tutto prima dell'introduzione della voce e l'inizio vero del pezzo. Il ritmo andante di questo pezzo è ossessivo compulsivo, il ritmo è forsennato, e si inframezzano parti degne del miglior Groove, con altre la cui matrice è nettamente più ottantiana, cercando di scavare nella memoria di chi le speranze le ha perdute. Il brano cambia, muta in continuazione, soli di chitarra si scambiano a veloci tapping sul manico della stessa, e l'acceleratore di questa canzone è come il resto in continuo divenire, si passa da momenti quasi Speed ad altri molto più cadenzati. Un inizio dunque davvero col botto per questi tedeschi, che si inseriscono subito in medias res e ci tengono assai a mettere dei paletti al loro modo di fare musica; nella mente di questi giovani ragazzi la sperimentazione è quasi obbligatoria, ed ecco che infatti ci ritroviamo fra le mani un prodotto davvero ben fatto. Le strutture del brano sono eseguite molto bene, compresa la voce, anche se essa in alcuni frangenti stona un po', con una musica di sottofondo così devastante, avrei preferito di gran lunga un'ugola molto più marcata e gutturale, senza dubbio più altisonante. Tuttavia, nonostante qualche calo di framerate delle corde vocali, la restante parte del brano è encomiabile sotto diversi punti di vista, in primis per la varietà di stili ed elementi che si possono trovare al suo interno. Si parla di Inferno in questo primo/secondo slot, inferno che scende fra noi e ci divorerà tutti. I tentacoli che ci hanno afferrato durante l'intro adesso rivelano la putrida essenza di un famelico demone, pronto a mangiare ogni fibra di noi fino a non far rimanere neanche la polvere. I peccati commessi dalle nostre impure anime prima o poi dovranno essere saldati, qualcuno verrà a riscuotere il debito di sangue con la nostra malata mente, e sarà allora che l'inferno arriverà sulla nostra terra,  cercando di distruggere ogni cosa su cui il suo sguardo malefico si poserà. I Running ci mettono anche in guardia da noi stessi, dicendoci di non sottostare troppo alle leggi che i potenti uomini della terra vogliono imporci con la forza, dobbiamo capire che spesso il loro è solo un tornaconto personale, un meccanismo di sudicia brama di potere che porta il mondo alla distruzione, e noi con essa. Dobbiamo sapere quali sono le cose giuste ed importanti della vita e del mondo, dobbiamo saper muoverci su di esso con fare da persone vere, senza stare ad ascoltare la prima voce che si staglia nelle nostre orecchie. Un brano che contiene all'interno una polemica assolutamente non silenziosa, ma spiattellata li, come viene viene, ognuno poi ne trae le conclusioni che vuole; il tutto poi viene sostenuto ampiamente dalla musica di sottofondo, un enorme valzer metallico ed Hardcore che ci trapana le orecchie dall'inizio alla fine, lasciandoci soddisfatti, ma anche tumefatti. Dal ritmo decisamente più semplice è la traccia seguente, nonché una delle più lunghe di tutto il disco, Psycho? (Psicopatico?). Il ritmo, pur mantenendo la sua matrice Heavy Metal, ha un tono quasi da Rock'n Roll all'inizio, veloce e inframezzato da atmosfere che ti fanno saltare. Gli strumenti si uniscono piano piano, fino a formare un'unica creatura che inizia di nuovo a martellare su ogni nota che produce, il sound è compatto e granitico. Unica nota dolente, come nel brano precedente, è la voce, decisamente sotto tono anche in questo frangente, di nuovo avrei preferito qualcosa di più incisivo e cattivo. Non che il buon Simon (e anche Julian alle backing Vocals) sia un frontman (e chitarrista anche nel suo caso) dotato di poco carisma o di poca tecnica, semplicemente, per la devastazione musicale che i Running Death generano nei loro pezzi, forse aveva bisogno di un'ugola leggermente più accesa, ma sono dettagli che, di fronte all'ottimo lavoro di scrittura, composizione e produzione, possiamo anche dimenticarci per un secondo. Nei sei minuti di questo pezzo i tedeschi continuano a mutare forma come hanno fatto nello slot precedente, si concedono anche il lusso di un lungo assolo dopo i primi due minuti di brano, solo che porta in sé la matrice del metallo classico, con un lungo saliscendi sulla chitarra che pare non finire mai, seguito da un colpo di reni degli altri strumenti, ed un'altra sessione di tapping sulle note dello strumento, sessione che rinverdisce l'intero brano. Dopo di che il brano torna al suo ritmo assai Rock'n Roll nello stampo e nella ritmica, pur mantenendo quella cattiveria di fondo tipica del Thrash. Altri due assoli di chitarra ci trasportano all'accelerazione finale, dove i Running mettono la quinta senza avvertire, e ci spingono oltre il limite, prima di acquietare le proprie fumanti corde, ma si concedono ancora un ultimo stacco di chitarra prima del finale e della calma. E' un brano assai complesso questo, la sua lunghezza permette ai ragazzi di sbizzarrirsi sia con le tecniche che con le influenze; i ritmi Rock'n Roll (che, ripeto, sono soltanto nella velocità di esecuzione, e non nelle note usate) si dipanano come i rami di un albero qui e là, ma spesso e volentieri i Running Death si ricordano quale è la loro matrice di base, ed ecco che in svariati momenti dei sei minuti ci sparano in testa riff e cascate di note Thrash come se piovesse. Considerando il più alto lavoro che comunque si poteva ottenere dalla voce, anche questo risulta essere un pezzo piacevole, trascinante ed elaborato al punto giusto, momenti di stanca assai pochi, ripetizione quasi inesistente. Dunque, abbiamo prima parlato di inferno che scende sulla terra, ma è arrivato il momento di accennare anche a chi la abita, questa maledetta e sporca terra, principalmente psicopatici. Ecco qua, il pezzo parla sostanzialmente di questo, la descrizione, con qualche dubbio da parte di chi lo sta guardando (ecco il perché del punto interrogativo nel titolo) di un uomo il cui sguardo suscita davvero il terrore negli altri, la sua brama di sangue e morte quasi ci fa sentire delle prede agognate dalla sua folle mente. Tuttavia, scorrendo nel brano, viene fuori che la colpa di questa condizione umana, è da ricercarsi nella mente dello Psycho, quanto in coloro che malamente hanno cercato di aiutarlo, magari imbottendolo di farmaci sbagliati. Dunque torna sempre il tema della denuncia sociale, ed è interessante vedere come ragazzi così giovani riescano a scrivere testi che solo in apparenza sembrano semplici e lineari, ma che all'interno racchiudono una grande e costante protesta. In questo caso l'acredine dei tedeschi si scaglia contro coloro che pretendono di aiutare gli altri, ma in cambio vogliono sempre di più (come le case farmaceutiche, che tengono il mondo fra le loro rettiliane grinfie); soprattutto il brano si scaglia anche contro coloro che vogliono a tutti costi etichettare qualcun altro soltanto vedendolo (ecco qua anche spiegato un'altra volta la presenza del punto di domanda). Non bisogna mai fermarsi alle apparenze, né al giudizio iniziale, ciò che per uno può essere intelligenza, per l'altro è follia, e viceversa coloro che per alcuni sono psicopatici assetati di tutto, per altri sono esseri normali come tutti noi, è sempre questione di rifrazione.  Di matrice invece decisamente più devastante e meno Rock è il pezzo seguente, il cui incipit è un frullato di schiaffi di quelli che si sentono assai bene; Remote Controlled (Controllato a Distanza) è una esplosione di proporzioni assai ingenti, e, sorpresa delle sorprese, anche la voce qui alza il tiro finalmente, tirando fuori tutta la sua energia. Non so perché non l'avesse fatto prima, ma sicuramente adesso riusciamo a sentire delle parti vocali che rendono ben giustizia alla musica di sottofondo, dando vita ad un turbine in cui perdersi fino al collo. I toni degli strumenti si fanno gravi e veloci al tempo stesso, tornano le ritmiche quasi Speed che avevamo sentito nel primo brano, tornano anche a farsi sentire quei riff di chitarra facci di acciaio e pietra, che ci mazziano per bene prima di lasciarci andare alla fine dei cinque minuti di pezzo. Diciamo forse che questo è il primo vero brano Thrash di Overdrive; non che i primi due non lo fossero ovviamente, ma i primi slot erano permeati da una intelligente sperimentazione, cercando di inserire partiture diverse fra loro. Questa Remote è invece un pugno in pieno stomaco, veloce e devastante al tempo stesso, ma anche duro come il marmo, tornano anche a far capolino alcune venature di Groove. Sul finale poi, l'ultima mitragliata di batteria che si lancia in un trigger moderno, ma mai troppo, è un colpo di genio, il tutto poi inframezzato dalla chitarra che continua a macinare riff come se il tempo si fosse fermato, e ad un ritmo di fondo che passa costantemente dal veloce al tecnico e viceversa; tutti questi elementi uniti insieme ci fanno finire questo brano frastornati, ma desiderosi di ascoltarlo ancora. Qui la denuncia che i Running fanno è decisamente meno velata dei brani precedenti, si tende ad attaccare con molta più potenza di fuoco, al fine di far recepire meglio il messaggio; la canzone è rivolta alla televisione principalmente, e al suo maledetto potere di ipnosi che ormai sembra avere sulle persone. E' rivolta però anche a tutti coloro che si permettono di sentenziare sul mondo, pretendendo di saper dire sempre agli altri come comportarsi, cosa fare, come vestirsi ed agire; ecco perché alla fine, in un modo o nell'altro, ci sentiamo tutti controllati a distanza come macchine radiocomandate, ci viene data l'illusione effimera che il mondo sia alla nostra portata, ma alla fine ci accorgiamo sempre che qualcuno sta tirando i fili. Quei fili però possono essere recisi, semplicemente conoscendo come funziona il mondo e soprattutto come calcare la sua superficie senza problemi, soprattutto evitando di farsi gabbare. Ecco quindi che i Running Death si scagliano con forza contro tutti questi loschi individui, coloro che dicono sempre agli altri chi o cosa sono, senza mai guardare per sé stessi, e purtroppo, nel mondo moderno è anche facile che la gente ubbidisca a queste persone, adattando il proprio modo di essere alle parole che escono dalle loro fetide bocche. Ricordate sempre, il mondo è di chi lo sa vivere, se vi farete controllare a distanza, andando avanti nel tempo di voi non resterà neanche la cenere, diventerete automi programmati per fare sempre le stesse cose, mangiare lo stesso cibo, avere gli stessi vestiti, ed il conformismo sarà la vostra religione. E' necessario ribellarsi a tutto questo, avere la forza di alzarsi in piedi e combattere con la spina dorsale dritta, non piegare la propria volontà ai capricci di chi pretende di saperne più di noi, è il nostro cervello che fa di noi quello che siamo.  Un inizio che rimembra un po' alcuni brani dei Metallica, con una chitarra leggera e setosa, ci accompagnano al posto successivo, occupato da Close Minded ( Mentalità Chiusa); abbiamo detto che l'intro ci ricordava un po' i Metallica dei primordi, specialmente quelli di Ride o Master, strutture ripetute e altisonanti, atte soprattutto a far scaldare il pubblico prima del vero inizio. I Running, dopo averci deliziato con queste ritmiche, mettono la marcia più alta e partono senza avvertire, dando al pezzo una sferzata di energia davvero considerevole. Il brano si trascina per tutti  i suoi quattro minuti barcamenandosi fra ritmiche decisamente più Metal friendly, utilizzando delle tempistiche dal ritmo molto andante, ma anche momenti in cui una granata viene lanciata, e l'esplosione si fa leggermente più ampia, sommergendoci senza troppe remore. Riff di chitarra che si intrecciano nella seconda parte, mentre veniamo sballottati fra questi due piatti della bilancia, momenti di tradizione americana si amalgamano con altri elementi presi tanto dal Metallo tedesco, quanto dalle sue accezioni più estreme, ma sempre di terra germanica. La voce qui, che ci aveva deliziato nel brano precedente tirando fuori un po' di verve finalmente, viene lasciata un po' fine a sé stessa, nel senso che ciò che le accade intorno in alcuni frangenti la sovrasta un po', ma arrivati a questo punto del disco forse ormai è arrivato il momento di chiedersi se non sia proprio una peculiarità di questo gruppo, lasciare più ampio margine di mossa agli strumenti, e relegare la voce ad un secondo posto, pur mantenendo intatto senso del testo e messaggio di base che ne deriva. Una domanda che forse troverà risposta nelle canzoni successive, ma intanto ci godiamo come sempre l'ottimo lavoro di produzione che è stato operato sul disco; i suoni, pur distorti e pesanti, escono all'unisono e puliti, persino la voce, nel chiasso e nel caos degli strumenti, si distingue bene, pur conservando le sue velleità molto "basse" come abbiamo già detto svariate volte dall'inizio della recensione. E' interessante anche vedere come i Running Death riescano a mischiare fra loro influenze e stili così diversi, lo avevamo già detto nel primo brano, e qui, in questa Close, ritorna a farsi sentire la sperimentazione, soprattutto la cultura musicale di questi ragazzi, che spazia dal Thrash della loro terra natia a quello americano, al Metal più classico alle ritmiche Groove o Rock'n Roll più scanzonate e danzabili che si possano pensare. Un calderone che sobbolle, in cui veniamo infilati, cercando di capirne ogni sfumatura presente all'interno. Qui si parla di mente, probabilmente uno degli ultimi misteri del mondo moderno, una macchina così complessa che ancora oggi se ne capisce probabilmente solo una piccola percentuale del suo reale funzionamento, ma anche delle sue enormi potenzialità. Nella canzone però si parla di mentalità chiusa, si parla di tutte quelle persone che mettono muri all'interno del proprio cervello, senza pensare che tali muri non permetteranno loro di vedere bene come funziona il mondo che li circonda. Ed allora, a queste persone, non resterà altro che vagare come morti viventi, schiavi atavici della logica, senza sapere bene chi o cosa sono, ma seguendo i dettami dei loro limiti, imponendosi dei confini e non vedendo mai il quadro completo. La canzone, forse, potrebbe anche essere dedicata a tutti coloro che non accettano i cambiamenti, quelle persone la cui critica verso la modernità si fa sempre più aspra man mano che gli anni passano, quelle convinzioni che il mondo girava meglio qualche anno fa, e che ormai si sia perso ogni senso pratico. La verità, come sempre sta nel mezzo, nel trovare quel maledetto equilibrio fra nostalgia e moderno, fra l'andare avanti e il rimanere fermi sulle proprie posizioni, il tutto sempre senza mai frapporre confini fra noi e la verità ultima che andiamo cercando. Ritmo ancora più pesante e degno della migliore marcia da guerra o moshpit selvaggio permea la sesta traccia, Raging Nightmare (Incubo che Infuria); decisamente dalla matrice Speed, questo brano si colloca come uno dei più cattivi di tutto Overdrive. I ritmi sono fin dai primi secondi serratissimi e chiusi come i cancelli dell'inferno, finchè anche essi non si spalancano e rivelano la propria sanguinolenta e bramosa di male natura. Ben quattro minuti di furia omicida che, a discapito di brani precedenti, affondano decisamente di più le mani nelle tradizioni teutoniche, pur condendole con svariati sprazzi di Metallo d'oltremare. Il ritmo così incessante procede fino alla fine, combo di chitarra che si inanellano come se niente fosse, quasi come se dalle mani uscissero in maniera naturale, soprattutto encomiabile qui la voce del cantante, che dopo aver riperso un po' di verve nel brano precedente, adesso riacquista forza e si lancia in un sound viscerale e proveniente dagli abissi più profondi, ma sempre con quell'ovattato di sottofondo che ormai abbiamo capito essere uno dei marchi di fabbrica di questi teutonici ragazzi intraprendenti. Dunque un altro bello schiaffo questo incubo, che più che venirci a svegliare nel cuore della notte, ci malmena come se fossimo dei sacchi da boxe, finiamo anche qui esausti e pieni di lividi. Dopo aver affrontato la mente e le sue sfaccettature nello slot appena trascorso, qui si parla sempre di pensieri, ma stavolta di quelli che vengono a bussare alla nostra porta di notte, i tanto famigerati incubi che hanno generato film e culto fin da quando se ne è iniziato a parlare. Qui gli incubi sono famelici, si parla di bestie la cui sete di sangue non ha assolutamente mai fine, continuano a volerne ancora e ancora, senza fermarsi, senza concedersi un attimo di pausa. Incubo però può assumere anche i connotati del pentimento, dell'amara consapevolezza di aver progettato qualcosa di orribile, di avere talmente tanti scheletri nell'armadio da far trasalire anche un camposanto. Quegli scheletri prima o poi inizieranno a muovere le loro ossute falangi contro di noi, chiedendoci come mai non li abbiamo affrontati prima, perché la nostra mente era così funestata dalla nostra paura da non riuscire neanche a pronunciare i nomi e le cose che abbiamo fatto. Furenti dunque sono gli incubi che popolano questa canzone, sussurri di paura e raccapriccio che fanno accapponare la pelle anche al più indomito degli uomini, mani demoniache che battono sulla porta della nostra anima, desiderosi di strapparne quanti più pezzi possibile e farne coriandoli da gettare ad un macabro matrimonio fra noi ed i nostri peccati. Secondo intermezzo strumentale, di breve durata (anche qui si parla di poco più di un minuto), piazzato a mietere un po' di calma prima di continuare con la tempesta. Deludium è il nome di questa piccola pausa che i Running Death si concedono al fine di farci trasalire ancora con i brani successivi. Si tratta di un caffè da prendere in salsa melodica, con una dolce chitarra che, quasi come se a suonarla fosse un bardo, ci fa vedere un po' di luce prima di rigettarci nell'ombra della nostra mente a cercare mostri ed incubi di ogni sorta. Un raggio di sole ci bagna e ci scalda il viso, i nostri occhi si illuminano, e per un istante quasi ci sentiamo leggermente più vivi, le nostre dita ormai diventate diafane e senza più alcun legame con questa terra, si abbandonando ad un gesto di approvazione, prima che quell'intrepido raggio che aveva fatto capolino (rappresentato da questo preludio strumentale in chiave latina, con ritmi spagnoleggianti e melodici oltre ogni limite) si rigetti nel buio più totale, lasciando anche noi interdetti e soli come lo eravamo stati fino a quel momento. E' stato bello, ma adesso dobbiamo proseguire, non è ancora finita la battaglia contro il male. Ed infatti la guerra infuria nelle nostre orecchie, indossiamo cartucciera e gilet di jeans prima di gettarci nella mischia più cruenta grazie a Mercenary (Mercenario); il ritmo qua si fa decisamente degno del miglior pogo, parti cadenzate e con ritmo andante la fanno da padrone, la batteria si relega senza problemi a metronomo assieme al basso, dando il tempo come su un antico vascello in assetto da guerra; le due chitarre cozzano fra loro, scintille escono dalle loro corde mentre duellano a colpi di note. Un brano dal sapore decisamente più moderno rispetto all'old school puro o quasi che avevamo sentito nella base dei brani precedenti. E' un moderno però che porta grande rispetto per le sonorità da cui proviene, soprattutto evita di contaminare il proprio sound con elementi che non ci stanno per niente bene assieme, soprattutto evita grandemente di scadere nella violenza fine a sé stessa, è un pezzo ragionato e costruito, gli equilibri dati dalle varie parti sono sicuramente frutto di un grande lavoro in sala prove, ed ancora prima sul tavolo della costruzione. La voce qui riprende ancora vigore, accompagnata ed ingigantita dagli strumenti stavolta, che le lasciano il giusto spazio, ci vessa la mente con i suoi ammonimenti, e noi non possiamo far altro che prenderle senza poter dire niente. Sul finale il pezzo dimentica per un attimo le sue velleità moderne, e si rigetta nella vecchia scuola, producendo un ritmo da marcia funebre, prima di un assolo finale che ci fa sentire sicuramente a casa, è uno di quegli assoli senza troppi fronzoli o ricami intorno, solo puro Thrash Metal che ci entra in testa e non se ne va tanto facilmente. Tutti siamo più o meno mercenari nella nostra vita, accettiamo compromessi, facciamo cose che in realtà non dovremmo fare, ci diamo degli atteggiamenti che non dovremmo avere, il tutto al fine magari di piacere agli altri, o più semplicemente di sentirci leggermente più vivi. La canzone, oltre che riferirsi ai mercenari che tutti noi immaginiamo, uomini che combattono per soldi, si può riferire anche a questo, non è necessario imbracciare un fucile ed andare in una zona calda socialmente parlando del mondo per poter essere un mercenario, basta anche solo piegare la propria brama di denaro o potere per qualcosa che non sia fattibile da tutti, ed ecco che allora ciò fa di noi dei soldati a pagamento, solo che invece che combattere la guerra, combattiamo la vita nostra e quella degli altri. Bisogna stare molto attenti a questo meccanismo, le pratiche attraverso le quali si va avanti per questa impervia strada sono lì, alla portata di tutti, e si deve prestare attenzione a non imboccare la strada sbagliata. I Running infatti pongono l'accento anche su questo, tutte quelle persone che ad un certo punto si rendono conto di aver sbagliato, di aver operato delle scelte "mercenarie", che li hanno portati a vedere talmente tanta violenza ed odio nel mondo, che adesso chiedono soltanto pace e comprensione, soprattutto perdono per le loro azioni, pentimento e una indulgenza per quel che hanno fatto. Sono consapevoli del male che hanno inflitto ad altri uomini, e sanno anche che cammineranno a fianco del Diavolo, ma ciò che chiedono è soltanto questo, una piccola parola, un piccolo gesto, un perdono, tanto ormai la loro strada è persa da tempo.  Altro intro assai massiccio ci spalanca i padiglioni auricolari, e dopo aver battuto il tempo per qualche secondo, alcuni colpi di batteria e chitarra assieme introducono la traccia numero nove, dal titolo di Pray For Death (Prega per la Morte); ritmo qui decisamente di stampo Grooveggiante, andando a parare su ritmi che sono molto molto bassi e ripetitivi, ed anche la voce, pur continuando a rimanere in disparte, si concede di abbassare qualche semitono della sua ugola, di modo da dare ancora più vigore al brano stesso. Circa a metà il brano, prima di tornare al solito ritmato che abbiamo sentito all'inizio, subisce una piccola iniezione di adrenalina direttamente in vena, che da alla chitarra specialmente il potere di incastonare un Refrain di grande pregio durante il ritornello, la struttura è ciclica e si ripete anche nella seconda ed ultima parte della canzone, prima di arrivare al finale. E' un brano musicalmente molto semplice, poche note, molte delle quali basse e gutturali, strutture della chitarra assai easy listening, ma al contempo sentiamo anche una intelligenza di fondo nella sua realizzazione, si sente bene quanto questi ragazzi abbiano studiato ogni tassello da inserire, tant'è che, escludendo il discorso "voce", il resto dell'album è un mosaico che, a vederlo dall'alto, appare nitido e davvero ben fatto. Dunque, bisogna pregare, si, ma per morire. Il brano, col suo carico di tenebre date anche dal ritmo, fa scendere la notte su di noi, e ci troviamo a vagare in un mondo senza luce, lapidi e demoni la fanno da padrone, la nostra anima ed il nostro corpo bramano un po' di luce, ma ormai è solo un lontano ricordo. Non ci resta ormai che la morte, consolatrice che viene in nostro soccorso per tendersi la sua ossuta mano stringendo nell'altra la lucente falce. La nera signora ha bisogno di anime fresche stasera, e noi, poveri derelitti del mondo senza neanche più gli occhi per versare lacrime, non possiamo fare altro che pregare per essa, pregare perché venga a prenderci e ci porti non si sa bene dove, ma in un luogo che sia lontano da qui. Il pezzo in sé, va ribadito, non è una prova di genialità fuori da ogni schema, ma sicuramente la struttura unita ad un argomento così cupo e tetro, fanno di questo brano uno slot assai interessante di Overdrive, in cui sperimentazione, old school e modernità si fondono in un unico ibrido infernale. Va anche aggiunto che, in difesa della voce, in questo frangente l'avere le vocals così basse rispetto alla musica di sottofondo, genera, in un brano come questo, una atmosfera ancora più diabolica, ci sembra veramente di vagare nella terra di nessuno, senza meta, ma soprattutto senza speranza.  Di avviso decisamente meno oscuro, ma più old school, è il brano seguente, intitolato Reduced (Ridotto); si parte subito in medias res con un refrain ed un piglio dal sapore anni '80, piglio che si ripeterà come un rumore bianco durante tutto l'ascolto. La struttura qui è decisamente più densa e variegata del brano precedente, troviamo sessioni Speed inframezzate da assolo e refrain di chitarra che ci riportano alla mente ricordi lontani nel tempo, ricordi di serate e concerti che molti di noi, me compreso, non hanno visto, ma che impregnano la nostra mente ogni volta che ascoltiamo un disco vecchio stile. Dunque, si passa dalle tenebre alla devastazione con questa nuova traccia, ma continua a rimanere il problema della voce, tuttavia, arrivati quasi a fine, ci abbiamo fatto quasi l'abitudine, e ci concentriamo un po' di più sul resto degli strumenti, che invece vomitano ritmi e riff come se stessero decidendo di ucciderci lentamente. E' molto strano e intrigante riuscire a vedere come questi ragazzi riescano a passare da un lato all'altro della scacchiera senza sostanzialmente perdere un colpo (almeno a livello di struttura); qualsiasi genere o sottogenere in cui si cimentano, va a buon fine, dando vita ed aria ad un prodotto di pregevole fattura. Infuria la tempesta mentre ci avviamo verso la fine del brano, siamo capitani di una nave in balia delle onde, flutti e pezzi del nostro vascello vengono spinti e spezzati dall'acqua che incombe, mentre di sottofondo questa canzone ci ricorda quanto siamo vivi, o quanto allo stesso tempo stiamo per morire in un modo atroce. Ridotti, come ci siamo ridotti noi esseri umani negli ultimi anni? Abbiamo iniziato a mangiare la nostra madre terra come se fosse normale, calcando le sue terre con fare da padroni; ci siamo fatti schiavizzare da uomini in giacca e camicia convinti che le loro parole siano e saranno sempre le uniche da rispettare, ci siamo annichiliti a tal punto che ormai l'informazione è diventata disinformazione. Il brano, in maniera più o meno velata, si scaglia contro questi e molti altri argomenti, Simon, dall'alto del suo comunicare al microfono, arringa la folla con parole di disappunto verso il mondo che lo circonda, un vizio che nel Thrash Metal ormai è diventato prassi. E' una tradizione però che deriva molto più dalla scuola americana/latina che da quella tedesca, i cui testi sono sempre stati permeati da una massiccia aura di distruzione. I Running, come abbiamo detto nella introduzione, si collocano esattamente nel mezzo di questo discorso, attingendo ad entrambe le parti. Non è un disco propriamente americano, ma neanche brutalmente teutonico, è un mix delle due sonorità al fine di abbracciare probabilmente una fetta di pubblico più ampia. I testi non sono da meno, ed infatti troviamo esempi come la traccia precedente in cui scendono le tenebre sul nostro sguardo, in cui la fine sembra vicina, e brani come questo in cui torna la vigorosa denuncia sociale, è come un cane addormentato, pronto a svegliarsi e ringhiare contro chiunque gli dia fastidio. Brano dalle tinte forti, sia come musica che come testo, Reduced si rivela un'altra perla interessante del disco, pezzo da sentire e risentire senza freno, scapellando come forsennati a ritmo degli strumenti e del testo, scandendone ogni singola parola.  E' arrivato il momento di entrare in macchina, i prossimi sei minuti sono occupati dalla traccia che da il nome al disco, nonché l'altro brano più lungo di tutta questa sessione, parliamo ovviamente di Overdrive (Fuori Controllo); il brano in sé è una specie di testamento per i nostri tedeschi, in cui infilano tutto quello a cui ci hanno abituato fino a questa traccia. Nei sei minuti che la compongono troviamo elementi presi dallo Speed tedesco uniti a quelli del Metal classico di ottima fattura, il tutto ancora alternato ad elementi di Hardcore e Groove, con qualche spolveratina di Thrash americano a guastare il tutto come un invitato inatteso, ma che diventa l'anima della festa. E' un bel pentolone sul fuoco questa canzone, così tanti elementi potrebbero farci finire fuori strada, ma i Running sanno quel che fanno, ed infatti l'intera canzone ha un bilanciamento davvero eccelso, non incredibile, ma per essere un intreccio così complicato, è davvero di ottimo impatto. La voce di Simon qua si concede svariati momenti per alzare leggermente il tiro rispetto al solito, e considerando il minutaggio della canzone, è un lusso che si doveva permettere per forza. Le chitarre di Simon e Julian insieme continuano a mazzolarsi fra loro come guerrieri, le asce con le corde si legano fra loro come attraversate da invisibili fili rossi, ora una da il ritmo e l'altra l'assolo, o viceversa. In tutto questo si inserisce in maniera prepotente anche la batteria, che smette per alcuni attimi di essere metronomo, e comincia a picchiare senza freno sulle pelli, dando ampio respiro al proprio estro creativo. Musica veloce, testo veloce; siamo su una fiammante macchina americana, magari di quelle col motore a vita, le valvole fumano sotto i nostri piedi, gli scarichi in fiamme sotto la pressione dell'acceleratore, e partiamo le ruote slittano, fumata bianca dietro di noi, ma ormai la rotta è presa. Questa canzone è una corsa contro il tempo, giochiamo a carte scoperte, non abbiamo paura di nulla, guidiamo verso l'insanità mentale con fare da esperti, senza preoccuparci di chi o cosa incontreremo. Il contagiri aumenta, la velocità si fa smodata, la strada diventa sempre più una linea i cui contorni si percepiscono appena, ma ce ne freghiamo, andiamo avanti, vogliamo saggiare la potenza del motore, vogliamo vedere fin dove possiamo spingerci. Nel frattempo il pezzo continua a cambiare, ci sentiamo sballottati, ma le barre di sicurezza tengono duro, ed arriviamo in fondo alla corsa. E' anche un esame di coscienza questo brano, una analisi del mondo secondo gli occhi di questi ragazzi, una analisi improntata su tutte quelle persone che perdono il controllo di sé stessi, che dirigono la propria vita verso strade troppo impervie per il loro modo di fare, non sanno dove stanno andando, e alla fine si perderanno senza saper ritrovare la strada di casa. Una delle tracce sicuramente più degne e ingenti di tutto il disco, sono riusciti a collimare fra loro quasi tutti gli stili utilizzati in precedenza, ma al contempo non hanno rinunciato ad aggiungere anche altro, prendendo spunto dalle loro influenze personali e mettendole sullo stesso piatto al fine di dare vita a qualcosa di mai sentito. Chiude questo cerchio di deflagrazione la prima vera luce che vediamo in questo album, dopo tracce intrise di buio (se escludiamo il secondo intermezzo strumentale). I See A Fire (Ho visto un Fuoco) parte in maniera molto aggressiva, decisamente old school anch'essa nella resa, e mantiene questo spirito per quasi tutti i suoi cinque minuti. Nell'ultima parte dell'album, la voce tira fuori le ultime energie che gli sono rimaste, e decide di spremere la propria ugola per quell'ultimo sprazzo, tirando fuori un cantato che, a differenza di tante tracce precedenti, risulta leggermente più alto. I suoni, man mano che si procede, si fanno sempre più cacofonici ed uniti, fino alla parte centrale rappresentata da un lungo e poderoso assolo in stile cavalcata Heavy Metal, articolato e che ci guarda dall'alto della sua magnificenza. Elementi di classicità dunque che si ripercorrono ancora, anche se sempre grezzamente sporcate dalle ritmiche Thrash, che non mancano mai di tirarci qualche altro sonoro schiaffo prima di lasciarci andare. Ed infatti l'ultima parte che ci traghetta al finale assume i colori del Groove e anche del Thrash proprio di matrice tedesca, una rocciosa conclusione in ritmo ripetuto e grave per questo finale del disco, l'ultimo pugno prima della fine. Dunque, abbiamo vagato nelle tenebre, ora è il momento di vedere finalmente la luce, ma non si tratta di luce vera, bensì di un fuoco, un fuoco nel cielo; lampi e saette solcano le nostre teste, viene illuminato tutto a giorno, ma noi rischiamo, vogliamo vedere tutto. Il fato forse è contro di noi, ma ci interessa poco, vogliamo continuare a guardare il fuoco che si staglia nel cielo, dopo anni, secoli di buio, dopo la desolazione che i nostri occhi hanno visto, è tempo di far sentire alle cornee un po' di luce, un po' di calore. E dunque ce ne stiamo lì, sotto questa tempesta luminescente, aspettando non sappiamo bene cosa, se il perdono, la redenzione, o solamente la voglia di continuare a guardare. Quel che è certo è che intorno a noi la disgregazione continua, il mondo si sta accartocciando su sé stesso. Non possiamo però esimerci dal difendere questa caduta del mondo, siamo pronti, armati e combattivi, non ci resta che fare il grande passo e buttarci nella mischia. Entreremo nell'arena con aria non troppo spavalda, ma sicuri del fatto che faremo qualsiasi cosa per difendere ciò che è rimasto e che sta continuando a decadere. Quella luce che squarcia il cielo ci ha dato nuova forza, la vediamo brillare ed ardere quasi come se fosse il segnale di chiamata alle armi, alla lotta per la sopravvivenza, siamo pronti, è ora di cominciare. Una degna conclusione di un disco che, come elementi e struttura, è assai variegato; questa I See A Fire si colloca come ultimo lascito dei Running Death, se la canzone precedente infatti era il testamento, il monito con cui volevano riprenderci un'ultima volta, questo ultimo slot è la sferzata finale, come per dire "pensavate fosse finita, ed invece no, siamo ancora qua". E' l'ultimo baluardo di energia prima di lasciarci definitivamente andare a casa, lividi compresi, dovevano però tirarci un'ultima frustata. Come tutti i brani precedenti, anche l'equilibrio di questo è davvero ben fatto, e rende contenti sentire la voce riprendere un po' lo spazio che in altri momenti era stato lasciato da parte, al fine di dare più energia agli strumenti (si, ormai possiamo affermarlo con ancora più convinzione).

Sicuramente non è il "solito" disco Thrash Metal questo Overdrive firmato dai Running Death; al suo interno si trovano elementi che faranno la gioia di molti, e magari attireranno le critiche di altrettanti. E' un album votato tanto alle sonorità vecchio stampo quanto alla sperimentazione più smodata e senza freno. I tedeschi, dal canto loro, amano senza dubbio attingere dalle proprie esperienze pregresse, ma anche sicuramente dai loro ascolti personali, e mettere tutto insieme per forgiare il proprio demone di distruzione. Overdrive è un disco anche per palati abbastanza esigenti e fini, non è facile distogliere o storcere il naso se lo si ascolta in maniera distratta; facendo così infatti si rischia sicuramente di considerarlo una accozzaglia di cose che insieme non stanno affatto bene. Al primo ascolto però, come sempre, ne deve seguire un altro ed un altro ancora, almeno per avere il quadro completo. Facendo così, si scopre che questo disco, pur con i suoi difetti, è un ottimo album Thrash, di quelli che, al giorno d'oggi, sembra (e sottolineo, sembra) stiano tornando, almeno se uno sa scavare bene nel sottobosco musicale underground e non. La Germania poi, specialmente in ambito Thrash e Speed (basti pensare a pazzi folli come gli Stallion o gli Speedtrap) sta vivendo un momento assai florido, con tante band che vogliono dire la loro, e spesso ci riescono anche con un discreto stile. Dunque, consigliato questo album a tutti coloro che, pur come me amando alla follia il Thrash, cercando qualcosa che sia in parte anche diverso, soprattutto se amate le contaminazioni, questo disco sicuramente fa al caso vostro. Di grande pregio, come già detto, il lavoro sull'equilibratura delle varie tracce, che, in un disco come questo, così inzeppato di influenze diverse, non era cosa per niente facile da fare. Unica nota dolente, anche se l'abbiamo ripetuto alla nausea, è la voce di Simon; chiudendo il discorso iniziato più volte nell'analisi appena finita, certo non si può dire che sia una brutta voce quella di questo carismatico frontman, sicuramente riesce a dargli impronta personale, malignità e verve al punto giusto, ma è altrettanto vero che, in svariati momenti, viene sfruttata poco. Ora, abbiamo assodato che è una scelta della band, quella di lasciare grande spazio agli strumenti, e meno alla voce, ma il sovrastare non fa mai bene ai fini dei disco stesso. In un album Thrash poi, in cui i testi (salvo rare eccezioni) sono assai importanti, un fulcro su cui poggiare i piedi per arringare il mondo, avrei sinceramente preferito qualcosa di più. Tuttavia, e qui mi avvio alla conclusione, le restanti parti ed elementi dell'album sono così strutturate bene ed equilibrate, che man mano che si procede nell'ascolto, ci si fa l'abitudine, togliendosi anche qualche soddisfazione quando la voce decide di venire fuori in tutta la sua possenza o quasi, alzando il tiro del pezzo in maniera considerevole. Se lo vedete sugli scaffali, compratelo, e mi rivolgo a voi che avete fame di scavare nelle pieghe della musica underground, sarà un viaggio a metà fra old school, moderno ed esperimenti che non dimenticherete tanto facilmente. 

1) It begins
2) Hell On Earth
3) Psycho?
4) Remote Controlled
5) Close Minded
6) Raging Nightmare
7) Deludium
8) Mercenary
9) Pray For Death
10) Reduced
11) Overdrive
12) I See A Fire