RUNEATAVICHE

Cronache dall'Eterno

2020 - Indipendente

A CURA DI
CRISTIANO MORGIA
09/04/2021
TEMPO DI LETTURA:
7

Introduzione recensione

Con questo articolo andremo alla scoperta di "Cronache dall'Eterno" dei Rune Ataviche, che con quest'album si inseriscono sulla scena per la prima volta. Andiamo per ordine però, e cerchiamo di capire qualcosina in più su questa band. Sebbene il debutto sia uscito nel dicembre del 2020, per trovare il seme di questo progetto bisogna tornare indietro all'autunno del 2012, quando Marco Calenne (voce e chitarra), Francesco Imperioli (basso), Svartis Nattstjerne (batteria) e Daniele Ciavaldini (chitarra) decidono di mettere su una band con base tra Segni e Artena (due paesi a sud di Roma). Otto anni dopo i membri sono ancora gli stessi. Ognuno dei membri porta con sé un trascorso differente e gusti differenti, sia per quanto riguarda il campo metal sia per elementi extra-musicali, ma nonostante questo i quattro si mettono subito a lavoro su brani inediti, in cui si cominciano a notare proprio quelle differenze, che vanno dal progressive al metal classico, arrivando fino al death metal. Visto che c'è del materiale inedito da presentare, i Rune Ataviche si mettono subito alla ricerca di concerti, i quali effettivamente arrivano e sono rintracciabili nella provincia di Roma e nella capitale stessa. Tra i palchi che li hanno visti esibirsi ricordiamo il Traffic Club nel luglio del 2015 e il Let it Beer nell'ottobre 2016, che sono realtà ben consolidate nel panorama romano. In ogni caso, bisogna aspettare addirittura il 2020 per avere un debutto tra le mani, debutto che risponde per l'appunto al nome di "Cronache dell'Eterno" e racchiude tutti i brani composti tra il 2012 e il 2020. Come possiamo inquadrare questo lavoro? Parlavamo delle differenze che ogni membro ha messo nei brani, e infatti questo si può sentire piuttosto bene ascoltando le tracce. Diciamo subito che parliamo di un metal estremo che strizza l'occhio a certe soluzioni dei Draugr o degli Atavicus, quindi con sfuriate black metal incorniciate da linee vocali battaglieri ed epiche e chitarre squisitamente heavy metal che tradiscono un certo gusto per tutto il metal classico (epic in primis). Anche per le tematiche non siamo molto lontani da quanto si potrebbe trovare in un album degli Atavicus o dei Manilla Road, in quanto troviamo testi incentrati sulla Storia, sulla letteratura, sulla propria terra e via dicendo. Anzi, diamo subito una veloce panoramica delle tematiche. In "52 a.C." troviamo Vercingetorige per esempio, ma abbiamo anche un brano sull'avventura vichinga del film "Il 13° Guerriero"; immancabile Tolkien con "Nessuna Speranza", canzone incentrata sul personaggio di Fingolfin; canzoni come "Attacco Lepino" e "Guardiano" sono invece due brani strettamente collegati ai territori di origine della band, come vedremo meglio in seguito. "Rune Ataviche" è una canzone autoreferenziale che omaggia la musica metal e l'importanza che esso ha avuto per i membri. "Beyond the Victory" è un'altra canzone figlia di letture storiche e fantasy, mentre "Mahadeva", che è l'ultimo brano composto dalla band, si concentra sulla mitologia orientale, proponendo anche sonorità piuttosto differenti da tutte quelle presenti sull'album. Insomma, parliamo di un album molto variegato dal punto di vista lirico. Soffermiamoci un attimo sul titolo dello stesso, che a detta della band fa da collante tra le pulsioni storiche e quelle fantasy. Il cantante e chitarrista Marco Calenne infatti scrive: "Le cronache a cui fa riferimento il titolo sono le storie dei vari personaggi del disco, Vercingetorige e Fingolfin sono paradigmatici della figura dell'eroe sconfitto che anche sul punto di morte fa di tutto per salvare il suo popolo, e queste gesta rimarranno in eterno". Cerchiamo allora di entrare in questo flusso in cui eroismo, mitologia e Storia si fondono, analizzando anche come la musica riesce a narrarlo.

Rune Ataviche

La linea melodica che apre "Rune Ataviche", con la chitarra in primo piano, ci getta subito in territori heavy metal, che si fanno lievemente black'n'roll col passare dei secondi. Poco dopo il minuto l'andamento ritmato sembra smorzarsi, ma è solo per permettere alla voce pulita di Marco Calenne di farsi spazio tra il muro sonoro e iniziare a cantare in modo molto metaforico dell'amore per il metal: "È inutile che cerchi di cambiare, il nostro è un amore immortale, A mo' di runa su una pietra sta, Nel cuore di chi non la lascerà". L'amore immortale è proprio quello per questa musica, e forse non è un caso che questa traccia si trovi proprio a inizio album, come per far capire da subito quali sono le intenzioni della band. Gli ultimi due versi di questa strofa vedono il cantante cimentarsi anche nel growl, così da confermare con rabbia quanto appena detto, una sorta di ringhio contro chiunque abbia da ridire contro la fede metallica. A conferma di ciò, possiamo notare come la seconda strofa non sia altro che una ripetizione della prima, ma stavolta la batteria accelera strizzando l'occhio a partiture estreme e la voce è totalmente in growl. L'amore per il metal è cosa seria, guai a chi cerchi di portarlo via! Va però detto che ci si può anche provare, ma, come una runa, è scolpito nella pietra. Senza ulteriori indugi, e in modo piuttosto diretto, la band decide di lasciarsi andare ad un "anthemico" ritornello, in cui cori e growl dialogano in un botta e risposta molto efficace che riesce a restare impresso anche dopo pochi ascolti e ha le fattezze di qualcosa che dal vivo può riuscire molto bene. La melodia portante dettata dalla chitarra solita continua a serpeggiare per tutto il brano, accompagnando in quasi ogni momento la sua gemella ritmica, finché le due si uniscono in un'avanzata ritmata e accattivante. Il riferimento alla propria musica preferita si fa ancora più evidente nella nuova strofa, che in un certo qual modo è più esplicita della prima: "Sognando sopra storie ormai passate, Ammirando copertine trasandate, È un ricordo che mutiamo in realtà, Un suono freddo che riaccenderà". Qui sembra nascondersi, oltre alla passione per il metal, anche l'essenza della band stessa, che in quest'album ci narrerà proprio di storie passate e che si mischiano con il mito e la leggenda. Per quanto riguarda il riferimento alle copertine, beh, penso che ognuno di noi ha passato momenti ad ammirare copertine di album e ad immaginarsi che musica potessero contenere. Come abbiamo già visto, anche qui abbiamo una ripetizione più estrema della stessa strofa, che poi ci guida verso il roccioso ritornello e, poco più in là, verso un assolo molto gradevole che fa della melodia la sua forza, risultando quasi fischiettabile. Un rallentamento ci mette per un attimo in guardia, ma è soltanto un attimo di respiro prima della ripartenza dominata ancora una volta, l'ultima, dal bel ritornello, il quale ci accompagna quindi verso la fine di questo brano d'apertura.

Beyond the Victory

Anche "Beyond the Victory" (Oltre la Vittoria) si apre con una melodia chitarristica squisitamente heavy, lasciando trasparire un certo retrogusto battagliero e baldanzoso che ci prepara alla battaglia che sta per venire. Marciamo, compatti e composti, sicuri che quella che arriverà sarà una vittoria. Tuttavia, non appena la canzone comincia a farsi più cadenzata, l'atmosfera pare cambiare lievemente, risultando meno fiera e saltellante. Qualcosa sta cambiando. La voce pulita di Marco si inserisce in questo mid tempo vivace, narrando però di una sconfitta, nella quale il guerriero pensa a quanto è appena accaduto e guarda in alto verso il cielo. La voce in growl (qui da perfezionare) interviene subito facendo trasparire il lato rabbioso dello stesso guerriero che pensa: "Le risa di scherno
dei nemici riecheggiano ancora, grida di giubilo si alzano da terra"
. Tutto questo non fa altro che fomentare il guerriero e i suoi compagni, i quali cercano così una rivalsa, andando oltre una semplice vittoria. Il ritornello recita semplicemente il titolo della traccia, ed è proprio questa semplicità, unita ad una melodia di chitarra molto efficace, a renderlo subito accattivante e battagliero, tanto da spingerci ad alzare il braccio al cielo e a cantarlo. A questo punto sembra che la canzone riparta da capo, e la ripetizione della prima strofa ce lo conferma, come se un nuovo giorno porti ancora la medesima battaglia da combattere, ma l'obiettivo è sempre lo stesso: vincere. E i nostri guerrieri maledetti non si danno certo per vinti, tanto che dopo il pre-ritornello cauto e quasi sussurrato ritorna il semplice ma enfatico ritornello, che ci segnala che un'altra vittoria è giunta, lasciando morti dappertutto, con uno stendardo strappato e insanguinato che si erge sul campo di battaglia, a testimoniare l'accaduto. Dopo tutta questa fatica urge il riposo, ed ecco che la band lo concede, rilassandosi con un interludio dal sapore acustico che ci culla e ci porta piano piano verso una vallata luminosa e pacifica. È proprio qui che inizia l'ultima cavalcata, con la canzone che accelera nuovamente e prepara il terreno per l'assolo di Marco. I guerrieri hanno sconfitto tutti ormai, non ci sarà una nuova alba con una nuova battaglia, ma solo una nuova dimora in cui vivere, il tutto condito da linee melodiche dal sapore vittorioso: "La nostra nuova casa ai piedi di bianche cime che riflettono la nostra immortalità".

13esimo Guerriero

"13esimo Guerriero" è un brano che incuriosisce subito fin dal titolo, o meglio, incuriosisce subito chi conosce l'omonimo film o il libro da cui è tratto. Il film (1999) è una bella storia d'avventura ambientata tra i vichinghi ed è opera di John McTiernan, che a sua volta si è ispirato al libro Mangiatori di Morte di Michael Crichton. Nel film troviamo Antonio Banderas nel ruolo di Ahmed ibn Fahdlan, realmente esistito, e uno dei vichinghi migliori di tutti i tempi, ovvero Vladimir Kulich nel ruolo di Buliwyf. Ma vediamo la storia con calma, seguendo la canzone. Il riff iniziale è squisitamente heavy e cattura l'attenzione in un attimo, sembra di sentire un brano degli anni '80 anche per il suono delle chitarre. La batteria di Svartis Nattstjerne detta un ritmo cadenzato, e al riff portante eseguito da Daniele Ciavaldini si affianca la melodica chitarra solista di Marco Calenne. L'andamento è epico e roccioso, adatto alla storia che vuole raccontare. Ahmed ibn Fahdlan viene dal Medio Oriente, che ci fa in una saga vichinga? La prima strofa cominci a dircelo: "Dal lontano Oriente, ramingo ed esiliato, a Sorte più grande il destino ti ha chiamato". L'indovina avverte i guerrieri che a Nord, come si legge anche nella strofa seguente, incombe un grave pericolo che può essere sventato soltanto da 13 guerriero, e che il 13° deve essere uno straniero. È così che Ahmed si ritrova, suo malgrado, in questa avventura. Il ritornello lascia un po' da parte l'anima rocciosa riscontrata ad inizio brano, e risulta invece piuttosto solare e positivo. Tuttavia, lo stesso viene ripetuto anche in growl (anche qui da perfezionare), e questo dà quel tocco minaccioso che ci trascina in mezzo alla nebbia e al sangue. Il 13° guerriero nasce da un luogo lontano, e lontano da casa combatterà, ma è necessario per salvare re Hrothgar (chiaro riferimento a Beowulf) dalla minaccia che incombe su di lui. Il mid tempo continua vivace, con una batteria molto viva a tenere il ritmo, e ciò dà quel tocco d'avventura che è tipico del film, portando quindi anche noi su una drakkar che dal Mediterraneo viaggia verso il grande Nord, seguendo il richiamo di Odino. Verso metà brano possiamo immaginare i guerrieri che scendono dalle navi e si ritrovano immersi in una nebbia mortifera che cela morte In effetti, la canzone stessa si quieta e lascia parlare solo il basso, come se i 13 camminassero guardinghi sperando di non incappare nei temibili wendol. Eppure, la chitarra solista riparte con audacia, donando coraggio ai guerrieri e Ahmed, che nella battaglia finale partecipa all'emozionante preghiera vichinga insieme ai suoi compagni. Ormai è uno di loro: "La tua bruna pelle per noi tu darai, col tuo coraggio eterno nel Valhalla arriverai". Prima di quest'ultima strofa c'è nuovamente il ritornello, ma c'è da dire che rispetto al resto del brano è meno incisivo; forse qualche soluzione diversa per renderlo più corposo avrebbe giovato al tutto, ma in ogni caso parliamo di un bel brano.

52 a.C.

Dall'avventura ci spostiamo verso la Storia con "52 a.C.", che come già suggerisce parla di un fatto avvenuto in un momento ben preciso del passato. A prima vista non è proprio una data memorabile questa, eppure tutti noi, o almeno chi ha un minimo di conoscenza storica, conosce lo scontro tra Giulio Cesare e Vercingetorige, ovvero tra Romani e Galli. La data fa quindi riferimento alla sconfitta degli ultimi nell'assedio di Alesia, grazie al genio di Cesare. Tuttavia, il brano non parla del condottiero romano, bensì di quello gallico e della sua strenua resistenza all'invasione. Il riff iniziale è monolitico e forte come le mura di una cittadella, mi ricorda quasi "Snowblind" dei Black Sabbath, e procede lento ma inesorabile, come l'avanzata dei romani all'interno del territorio gallico. L'avanzata non dà segnali di accelerazione, e infatti l'andamento cadenzato farà da colonna portante per tutta la traccia, che si rivela subito come uno dei pezzi dal sapore più epic metal in assoluto. Non manca comunque il growl, che si fa sentire nella ripetizione della prima strofa, che ci mostra un Vercingetorige intento a guardare il nemico che comincia ad apparire in ogni angolo, mettendo ovunque simboli della sua dominazione. Il ritornello è leggermente più vivace e arioso, complice anche la doppia cassa Svartis Nattstjerne che accelera improvvisamente, anche se il brano resta saldo su tempi cadenzati. Quest'attimo di gloria non dura molto, e l'andamento torna a farsi lento e opprimente, con Marco Calenne che canta quasi a bassa voce, cercando di non farsi sentire troppo da Cesare: "Hai unito popoli, da sempre divisi, li hai condotti a Gergovia, dove la sete di sangue ha accecato il nemico e ha fatto quel suolo tuo amico". Uno dei meriti del capo gallico è proprio quello di aver riunito - anche se per poco - i vari popoli gallici che si trovavano in quei territori, unendoli contro un nemico comune, e Gergovia vi fu un'importante vittoria. Dopo il ritornello, la batteria guida un'accelerazione in cui si possono udire anche dei blast beat. Ora è la rabbia a dominare, visto che il progetto di unire tutti i popoli gallici non è riuscito, e l'assedio di Alesia sancisce definitivamente la vittoria di Cesare. A questo punto torna la calma, i fumi della battaglia si abbassano, così come le grida e il clangore delle armi; il mid-tempo riprende le redini della situazione, e ci racconta di un Vercingetorige trasportato a Roma come un trofeo da esibire. L'avventura è finita, il sogno anche, Cesare e Roma hanno trionfato e la Gallia diventerà romana, eppure lo sforzo titanico di un uomo rimane: "Hai offerto il tuo corpo per un popolo intero, la libertà vale più di qualsiasi guerriero".

Nessuna Speranza

Con i suoi 7 minuti e 50, "Nessuna Speranza" è la canzone più lunga dell'album e, come già anticipato, è incentrata sul personaggio di Fingolfin, ovvero il Supremo Re dei Noldor ne Il Silmarillion di Tolkien. C'è da dire che Fingolfin è uno degli Elfi più valorosi che abbiano mai poggiato i piedi sulla Terra di Mezzo, se non addirittura il più valoroso di tutti, quindi una canzone su di lui fa sempre piacere ascoltarla. La sua è una storia malinconica però, sì gloriosa, ma piena di difficoltà da affrontare. La melodia iniziale, che si protrarrà per un minuto abbondante, rispecchia quest'atmosfera infatti, e ci mostra l'Elfo solitario su una piana grigia e spoglia, con i fumi che non lasciano vedere più lontano di qualche metro. I blast beats improvvisi vanno a disturbare la quiete e inseriscono un lato più violento in questo scenario, con la melodia portante che però resiste, proprio come Fingolfin contro le avversità. È così che l'eroe è diventato ciò che è, e l'andamento cadenzato e epico del prosieguo del brano lo dimostra. La Dragor Bragollach è ormai persa, non resta altro che recarsi direttamente al cospetto di Morgoth e sfidarlo ad un duello all'ultimo sangue: "Cavalca ancora perché non c'è niente in cui credere, l'amore e l'odio ti fan correre
come vento tra la polvere"
. Anche qui la voce pulita si alterna al growl, come a simboleggiare le due spinte - l'amore e l'odio - che spingono il Noldo verso la sua fine. La melodia portante è molto efficace e sorregge benissimo tutto il brano. L'atmosfera non scema neanche quando la band preme con rabbia sull'acceleratore, portandoci velocemente al cospetto del Signore Oscuro stesso, che di certo non declinerà la sfida: "Alla mia porta hai osato bussare, l'ira del mio martello ora dovrai assaggiare". Il Nemico si erge enorme e cupo davanti alle porte di Angband, con tra le mani il martello Grond, il quale sconquasserà la terra che colpirà con i suoi colpi mortali. Eppure, Fingolfin non ha paura, deve continuare il duello e provare a vincerlo, poiché da quello deriva la salvezza del suo popolo e non solo. Dopodiché, la band continua ad alternare accelerazioni a momenti più cadenzati, come a simboleggiare gli atti di forza di un Fingolfin ormai sempre più stremato e prossimo alla fine, che però avrà la forza di ferire comunque Morgoth. Ovviamente, come recita anche il titolo del brano, non c'è speranza, e Fingolfin perisce, e la canzone termine come era iniziata, con una sorta di epitaffio che echeggia in ogni luogo della Terra di Mezzo. Uno dei brani migliori dell'album, anche se molto probabilmente è anche uno dei meno diretti.

Attacco Lepino

L'incipit di "Attacco Lepino" presagisce qualcosa di diverso, qualcosa di più veloce e battagliero. E infatti, dopo alcuni primi istanti sì energici, ma che sono solo preparatori, ecco che il brano parte in doppia cassa con una cavalcata niente male e un umore quasi nervoso e che pare strizzare l'occhio a certo black'n'roll. Anche il cantato è arrabbiato e carico d'astio, quello di alcuni ragazzi che si ritrovano sperduti tra monti e desolazione, lontani dalle grandi città e dalle loro opportunità. Per la precisione, sperduti in mezzo ai Monti Lepini, che sono una catena montuosa che fa parte dell'Antiappennino laziale e si trova tra le province di Roma, Frosinone e Latina. Posti molto belli e ricchi di Natura che conosce piuttosto bene anche il sottoscritto, ma che a volte sì, possono sembrare sperduti e lontani da tutto. Questo provoca rabbia e tristezza. Eppure, il carattere fiero e duro delle genti di montagna esce tutto fuori quando serve: "Un'orda disperata, un orda disprezzata mostrerà al tuo mondo una rabbia mai sopita". L'orda corre sempre più assetata di sangue, e il ritornello esplode in tutta la sua forza ed energia, risultando come uno dei più riusciti e fomentanti. La cavalcata continua lungo i dolci pendii dei Monti Lepini, che non saranno certo le Dolomiti o il Gran Sasso, ma hanno comunque un grande fascino (specialmente in alcuni luoghi ben precisi). Le bellezze naturali però non riescono ad addolcire la rabbia di questi ragazzi di Artena e Segni, che si ritrovano alla fine condannati a vivere un'esistenza che sembra essere prestabilita: "Spinge sempre più lo schifo attorno a me, ad odiar giudizio e immagine, un'immagine su cui tu emetti la sentenza che è il paradigma della tua esistenza". Pare proprio che nascere in provincia, per di più in mezzo ai monti, sia una cosa che può condizionare la vita, una sorta di determinismo sociale. Eppure, il pre-ritornello fa nuovamente la sua comparsa accompagnato dalla solita melodia chitarristica di Marco Calenne, e tutto il pacchetto spiana la strada al poderoso ritornello, che sembra stagliarsi roccioso e monolitico come una montagna che svetta sulle valli e sulle cime vicine, mentre la batteria pesta selvaggiamente come i tuoni che rimbombano tra i boschi. Improvvisamente la cavalcata rallenta, la rabbia ha bisogno di una pausa per ragionare e capire bene verso cosa indirizzarsi adesso, bisogna riprendere fiato, ma appunto, è solo per riprendere fiato, perché la batteria spinge la band a tornare a correre. È l'ultima corsa verso la fine, o verso la serenità? Senza ulteriori indugi si conclude uno dei pezzi migliori dell'album, se non il migliore, e anche il più corto.

Mahadeva

Ci avviciniamo sempre più alla fine dell'album, e il penultimo brano, intitolato "Mahadeva" ci porta verso sonorità leggermente diverse dal solito, con le stesse tematiche che stavolta guardano al lontano Oriente e alla religione induista. Mahadeva, il Grande Dio, è uno degli appellativi del dio Siva, che in tempi antichi era invece conosciuto come Rudra. L'inizio del brano è cupo e misterioso, la batteria è piuttosto viva, ma le chitarre restane salde al loro posto con melodie sinistre. Anche quando il brando prende il via in pieno, l'atmosfera non cambia poi di molto, inoltre, il tappeto sonoro della doppia cassa resta sempre piuttosto presente, con le chitarre che anche qui suonano riff lenti e non più battaglieri come nei pezzi precedenti. Le linee vocali di Marco però riescono, in ogni caso, a dare quel tocco epico in più, che ben si sposa con l'aria opprimente del pezzo e il suo tema mitologico. Si inizia quasi con una preghiera: "Eterno ed immortale, liberaci dalle catene
della perpetua vita"
. Dopotutto, Siva è conosciuto anche come il Grande Dio, quindi uno di quelli più importanti e potenti. Il growl si alterna alla voce pulita, ma la struttura della traccia non sembra cambiare, come se fosse anch'essa incatenata ad uno scorrere immutabile e predestinato. Una melodia sinistra però comincia a far capire che le cose possono cambiare e le catene si possono spezzare, e questa si fa ancora più sinistra e pungente quando Siva viene indicato come Rudra, il "dissolutore del cosmo". La canzone ora sembra aver acquisito forza e muscoli, le catene sono spezzate e verso metà brano troviamo anche un cambio nei riff, mentre Marco continua a tessere le lodi del dio: "Colui che porta la vi, colui che distrugge, infliggi la tua benedizione, benedizione distruttiva". Dopo un assolo molto melodico e disteso, ma che riesce ad essere cupo e grave come il resto della traccia, la dissoluzione del cosmo ha luogo, e riff e batteria spariscono. Siamo per un attimo immersi in un silenzio cosmico, ma ecco che dal buio udiamo dei leggeri accordi di chitarra che cominciano a ricostruire la vita. Vita che comincia a fiorire ovunque, piena di colori ed energia con un nuovo assolo, il quale è stavolta più fluido e sanguigno del precedente. Segue quindi un lungo finale con spunti interessanti per quanto riguarda le linee vocali, ma anche quelle strumentali, visto che troviamo l'ennesimo assolo. Questa volta le 6-corde però tirano fuori la migliore prova solistica del brano, con quello che è l'assolo più sentito ed emozionante dei tre, quello che forse rappresenta al meglio la rinascita dopo la distruzione, entrambe facce della stessa divinità. È proprio l'assolo, dunque, che ci porta verso la fine del brano più particolare e meno diretto del lotto, verso una nuova vita che ora offre innumerevoli possibilità.

Guardiano

Arriviamo alla fine delle cronache dall'eterno con "Guardiano", altro brano che supera i 7 minuti di durata e, come per "Attacco Lepino", è strettamente legato al luogo di provenienza della band. L'inizio è calmo e atmosferico, con una chitarra molto sanguigna e passionale disegnare il panorama dell'acropoli di Segni vista da lontano. Improvvisamente, però, riff epici che quasi richiamano certo black dal sapore altrettanto epico ci trascinano dentro al paese, nella parte più vecchia, dove le storie antiche si intrecciano per creare il presente. La chitarra solista quindi non può far altro che emozionarsi e lasciarsi andare ad un altro assolo molto melodico. Tuttavia, si era già sentito che un pizzico di black serpeggiava tra le mura ciclopiche, ed ecco che in un attimo arriva la sfuriata in blast beat con tanto di linee vocali veloci e arrabbiate in growl: "Edificato un tempo per la dea Giunone, migliaia di schiavi asserviti al loro padrone. Sassi, pietre e fango spostavano in quantità per onorare al meglio la propria divinità". Il testo fa riferimento alla chiesa di S. Bruno, la più antica del paese, che fu costruita nel XIII secolo sull'antico tempio romano dedicato a Giunone Moneta. Il tumulto black lascia presto spazio ad un maestoso rallentamento che porta al ritornello, che con le sue linee vocali ariose e distese sembra voler dare una descrizione dell'aria fresca che si respira sull'acropoli e della vista che si gode da lassù. Ciò significa che poco dopo torna il growl con i riff più rocciosi, e i versi descrivono proprio quanto detto pocanzi: "Antico tempio di culto pagano, oggi cristiano, si innalza maestoso sulle rovine di un antica civiltà". La rabbia iniziale, che sembrava tradire un certo astio per il fatto che una chiesa ora sorga al posto di un tempio pagano, rivela invece una sorta di attaccamento anche verso la chiesa stessa, ormai parte della propria terra da secoli e scrittrice anch'essa delle pagina di Storia che la riguardano. Il basso di Francesco Imperioli, in un momento di silenzio, si lascia andare ad una breve danza solitaria che apre il sipario per una vera e propria galoppata epica (forse uno dei momenti più belli dell'album) che, a sua volta, dà vita ad un nuovo assolo di Marco - stavolta più veloce degli altri. La musica però cambia nuovamente, e gli accordi si fanno nuovamente veloci e cattivi, con i blast beat che devastano ogni cosa. Tutto è devastato da quest'ultima fugace carica, tutto tranne la chiesa, che come ha resistito nei secoli alle intemperie e allo scorrere del tempo ora resiste anche a questo; anzi, questa canzone è come se desse nuova vita alla sua austera immagine, che viene decantata, quasi con amore, dal bel ritornello.

Conclusioni

E così, davanti a un'antica chiesa si conclude "Cronache dall'Eterno. È curioso pensare che l'ultimo brano strizzi un po' l'occhio al titolo, visto che la suddetta chiesa sorge su quello che era un tempio pagano risalente a secoli e secoli prima, ed ecco quindi che la storia di più di un millennio fa ce la ritroviamo lo stesso in mezzo a noi. Curioso anche che sempre nell'ultimo pezzo ci si riferisca al tempio/chiesa come "guardiano del tempo", ed ecco allora che ritorna il concetto del tempo. Tutto ciò mi piace, e crea una certa coesione all'interno dell'album. Cerchiamo dunque di fare una panoramica di questo CD di debutto. Diciamo subito che è buono, c'è più di un pezzo valido, o veramente valido, e non si contano pezzi brutti o mal riusciti. Nonostante le canzoni siano tutte piuttosto diverse tra loro, e forse a volte si ha la sensazione di ascoltare una raccolta, c'è un'anima di fondo che emerge spesso e volentieri. Parlo ovviamente degli scambi tra il lato estremo e quello classico, le continue melodie chitarristiche che accompagnano ogni pezzo e il suono epico che fa altrettanto. Il fatto che i brani siano diversi tra loro può esser fatto risalire al fatto che si sono sviluppati nel corso di anni, e quindi un brano nato due anni fa magari è diverso rispetto a uno di cinque. Tuttavia, probabilmente è anche la vena creativa e l'influenza di ognuno dei membri, i quali danno tutti i loro tocco alla riuscita del lavoro. Magari in futuro la band saprà, ancor meglio, trovarsi un'identità solida. Ci vuole sicuramente dell'esperienza, parliamo sempre di un debutto autoprodotto, nato nei paeselli di provincia. Questo ovviamente non ne mina le qualità, anche se forse c'è qualche piccolo difetto al livello produttivo. Per esempio, a volte la batteria sembra essere un po' ovattata e si perde sotto gli altri strumenti, a volte invece pare sentirsi di più. Lo stesso potrebbe dirsi per la chitarra ritmica, che meriterebbe un suono più corposo e tagliente. Il discorso non è tanto differente neanche per quella solista, che sicuramente si sente meglio della sua gemella, però a volte pecca di un suono un po' troppo casalingo. Per quanto riguarda la voce, Marco Calenne riesce a districarsi abbastanza bene tra pulito e growl, ma quest'ultimo a tratti sembra quasi forzato e sembra uscire a fatica. Errori e difetti forse ingenui, ma sicuramente c'è tempo per migliorarsi e fare meglio. Ora che un primo album è uscito farne un secondo magari è più facile e si saprà di più come muoversi. Tornando ai pezzi, forse, se proprio dobbiamo trovare un difetto, è "Mahadeva" a suonare un po' fuori dal coro, sia perché trasmette sensazioni più opprimenti e cupe rispetto agli altri pezzi, sia perché è meno diretta delle sorelle e ci vuole più di qualche ascolto per capirla. Anche "13° Guerriero" forse poteva dare qualcosa di più visto il bel riff iniziale. Ma comunque, brani come "Attacco Lepino", "Guardiano", "Beyond the Victory", "Nessuna Speranza" e "52 a.C." e "Rune Ataviche" sono più che godibili e riescono a convincere in pieno (pur considerando qualche lieve difetto qua e là). Quindi, si spera che questo "Cronache dall'Eterno" riesca a trovare un seguito in breve tempo, così da vedere se la band riesce ancora una volta a narrare di gesta antiche e non, riuscendo magari a far maturare il proprio stile che si muove a metà tra sonorità quasi alla Atavicus (anche per quanto riguarda le tematiche legate alla propria terra) e altre più tipicamente classiche, come si può notare particolarmente bene negli assoli e nelle melodie.

1) Rune Ataviche
2) Beyond the Victory
3) 13esimo Guerriero
4) 52 a.C.
5) Nessuna Speranza
6) Attacco Lepino
7) Mahadeva
8) Guardiano