RUINTHRONE

Urban Ubris

2013 - Buil2kill Records

A CURA DI
NIMA TAYEBIAN E DIEGO PIAZZA
13/03/2013
TEMPO DI LETTURA:
8

Recensione

Una bella novità è destinata a saziare il palato di tutti i metalheads amanti di sonorità power: giungono al loro traguardo discografico i Ruinthrone, band proveniente dall'underground romano destinata, si spera, ad un radioso futuro data la classe esibita nel loro album d'esordio, Urban Ubris. La band vede tra le sue fila Edoardo Gregni (voce) Adriano Strinati (chitarra), Giorgio Mannucci (tastiera), i tre membri fondatori, ai quali si uniscono successivamente Nicolò de Maria (chitarra) e Michele Attolino (basso). Alla batteria si sono succeduti diversi musicisti nel corso del tempo, mentre al drum programming troviamo Emiliano Cantiano. Con il suddetto lavoro i nostri riescono a tirare fuori dal proverbiale cilindro un Lp di grande fascino con un occhio rivolto al passato, tracciato da grandi esponenti del genere, e la volontà di guardare verso il futuro ricercando una propria dimensione personale ma non a discapito della fruizione del prodotto finale. Ma facciamo un passo indietro...Il progetto Ruinthrone matura ufficialmente nel 2008. Alla sua base c'è la voglia di trovare una propria identità musicale partendo dai sentieri tracciati dal power metal tedesco e statunitense, con una chiara fascinazione verso grandi esponenti del genere, nella fattispecie Blind Guardian, Nevermore e Iced Earth. La volontà di trovare una precisa identità artistica e musicale, fondamentalmente più scura, sinistra e malinconica, porta i nostri ad adottare chitarre a sette corde e ad abbassare l'accordatura di mezzo tono. I Ruinthrone iniano così a comporre i vari brani che troveranno poi spazio nel loro Lp, tentando di rendere questi ultimi quanto meno articolati e il più possibile originali. Si parte da tematiche fantasy, anche se, volendo sottilizzare, tale main theme risulta essere solo un pretesto, dato che si palesano nelle varie tracce "riflessioni personali sull'attualità sociale, figlia dei nostri tempi" (come spiega il vocalist, Edoardo Gregni). A riprova di questa scelta concettuale si decide di intitolare l'album Urban Ubris, connubio di due parole che attingono dal passato e dal contemporaneo: con Urban si mettono in evidenza le peculiarità di critica sociale prendendo spunto dallo sviluppo della società a noi coeva, mentre Ubris rimanda alla tragedia greca, ed indica il concetto di superbia, l'eccesso e la prevaricazione. Facile dedurre da questa alchemica unione (in teoria dicotomica, un' unione che apparentemente sembra vivere più di contrasto che di analogia) che vi è una forte critica allo status della società contemporanea, in cui il "vitello d'oro" di biblica reminiscenza è impersonificato dalle nuove tecnologie e dalla volontà lacerante di progredire ad ogni costo: in tale contesto le città vengono assurte a templi della spersonalizzante civiltà contemporanea. L' album quindi vive di questo forte contrasto oltre che nel titolo anche nelle tematiche. La parte più puramente "fantasy" non ha più niente a vedere con draghi, fate et similia, ma "qualcosa che abbiamo assimilato, una visione sognante che può essere applicata a qualsiasi tematica anche - come nel caso specifico - l'attualità, i problemi del nostro mondo" (come suggerisce l' axemen Adriano Strinati). A lungo studiato, ponderato prima di giungere in sala di registrazione, Urban Ubris viene alla luce dopo una ricerca meticolosa delle sonorità più adeguate al tipo di musica proposto dal combo romano.  La prima track, Breathe The Decay, in realtà è un'introduzione strumentale, molto atmosferica:  suoni flebili e distanti, quasi alieni, lasciano presto spazio a rintocchi di campane e ad una sinistra melodia appena accennata. E' il preambolo a Summoner, prima vera e propria track (la seconda in scaletta): l' inizio è fragoroso: la base ritmica non si perde in grandi sollazzi creativi, adempiendo bene al proprio compito di sorreggere gli svolazzi epici di chitarra destinati a creare un'atmosfera ridondante, magniloquente (che mi ha ricordato molto alla lontana il main theme di Stratosfear dei Tangerine Dream, ma riveduto e corretto in chiave metallizzata.). Oltrepassato il quarantesimo secondo subentra la voce di Edoardo Gregni, ruvida quanto basta ( peculiarità di un certo power teutonico, Blind Guardian e Grave Digger docet) e dotata di una giusta dose di aggressività. Il pezzo si mantiene in toto su ritmiche perlopiù quadrate, ma abbastanza variegate, risultando molto evocativo in certi frangenti. Molto intrigante il solo a partire dai tre minuti e 56 che riprende il tema iniziale del brano per sfociare gradualmente in un volo pindarico venato di una sottile malinconia. La terza track , Desert Twilight viene varata da un riff scarno quanto roboante, secco e meccanico.Presto la batteria si inserisce nel pattern facendolo defluire verso ritmiche indiavolate. Oltrepassato il trentesimo secondo i ritmi si distendono: siamo nell'occhio del ciclone. Neanche il tempo di riprendere fiato che arrivati quasi alla soglia del minuto i ritmi, in concomitanza dell'entrata del singer, tornano burrascosi. La voce di Edoardo è ancora una volta decisa, potente, accompagnata da una sezione ritmica inarrestabile. A quasi un minuto e venticinque il pattern viene sfregiato da un azzeccato solo guitar capace di rendere il tessuto sonoro maggiormente evocativo. In concomitanza con il reinserimento del singer i ritmi tornano nuovamente rilassati, per poi crescere gradualmente d'intensità alimentati dal crescendo dettato dalla batteria elettronica. Il pezzo risulta essere molto melodico, ma al contempo dotato di un forte impatto, senza dubbio capace di far presa già dal primo ascolto. Per altro le liriche ci descrivono un viandante che fugge dalla propria città in fiamme inseguito con l'unica protezione di un talismano (e qui, a livello lirico non mancano certo i riferimenti a già citati Blind Guardian ma direi anche agli ultimi Iron Maiden).  Il viaggio mistico è in realtà un viaggio interiore e particolarmente suggestivo il "Desert Twilight"  è come dice il testo "Il momento del giorno in cui l'Alba e il Tramonto coincidono , in quel preciso istante capirò". La quarta track Blinded parte con un introduzione durissima, la più devastante tra quelle ascoltate sino ad ora, ripescando a piene mani dal groove/post thrash. Ma è solo una parentesi: con l'entrata del singer, (che subentra stavolta con una voce smorzata e sofferente) siamo gradualmente trasportati verso territori non troppo dissimili da quelli dei Blind Guardian. A quasi un minuto e mezzo si fanno evidenti i richiami ai "bardi teutonici", con una parte decisamente melodica ed accattivante che sembra ispirata in qualche modo al combo tedesco. Verso i tre minuti e venti siamo deliziati da un intermezzo strumentale (della durata di circa due minuti) che parte in maniera abbastanza cupa imperniato su un riff opprimente, claustrofobico sorretto da un lavoro marziale al drum kit elettronico. Il clima asfissiante viene rotto da una lunga parentesi chitarristica dapprima incentrata su un cesellamento tanto epico quanto pregno di un sottile angst, quindi forte di un ricamo arzigogolato e in fine nuovamente carica di epos. La quinta track Another Cry  prende il via in maniera soffusa con delicate note di pianoforte, sulle quali si inserisce dopo breve il vocalist, con una voce stavolta molto pacata, trasognante. Il pezzo, essenzialmente una ballad, ha la peculiarità di "accendersi" come una supernova in concomitanza del refrain, accattivante e forte di una melodia molto orecchiabile, sensibilmente più deciso nei toni rispetto alla totalità del pezzo, più morbido e dal retrogusto malinconico. Assolutamente pregevole il solo guitar nel quale ci imbattiamo oltrepassata la soglia dei 2 minuti e 40, in linea con il flavour generale del pezzo in questioneLasciate da parte le tonalità pastello del precedente brano ci immergiamo con Throne Of Your Ruin in un pezzo dalle tinte accese, fiammanti. Il pezzo si snoda nei suoi quasi cinque minuti in ritmiche molto potenti alimentate da un guitar working di grande impatto. Pregevole come sempre l'apporto vocale di Edoardo e il supporto ritmico di Emiliano Cantiano. Il testo cita, fin dal titolo praticamente il nome della band, Ruinthrone e ci parla di come ci si sente prigionieri nelle proprie casa in mezzo a questi "troni in rovina" , chissà se la band romana si riferisca anche solo velatamente alla città di Roma che, in fondo nel suo splendore di gloria del passato, attualmente è un metropoli circondata da monumenti in rovina (certo ricchi di fascino e storia senza dubbio). Quasi bucolica la partenza della successiva Ocean Still Sing, lascia presto spazio a tessiture epiche che defluiscono ancora una volta in rimembranze à la Blind Guardian. Interessanti le liriche di questa canzone che ci parla di una leggenda marinara, "dei viaggi della Regina di tutti i mari aperti": in realtà come si deduce dal finale si tratta di una metafora suggestiva sul significato della "Libertà". Chiral Twin è aperta da un botta e risposta tra lunghe note di chitarra e batteria. Dopo una piccola parentesi orientaleggiante siamo scagliati a forza nel pezzo vero e proprio, che inizia a snodarsi su una ritmica tesa e tirata, destinata ad aprirsi in spiragli talvolta epici (come nel refrain), talvolta decisamente atmosferici. Esemplare la lunga digressione strumentale che prende il via all'incirca dal terzo minuto, dapprima molto secca, dura, composta da riff meccanici che ancora una volta rievocano lo spettro del groove thrash, quindi più evocativa, adornata da un solo guitar serpentiforme e narcotico. Il pezzo risulta pregno di fascino proprio per il saper alternare diverse anime all'interno di un'unica componente, con maestria e classe.  Molto riuscita anche la successiva Dance Of Lights, che riesce a deliziarci con una parte centrale che richiama sia i Bardi sia certo folk/celtic (mi viene in mente un analogia molto alla lontana con gli Skyclad) L' ultima Chant From The Sky ci proietta in un atmosfera autunnale e melanconica, aperta da uno scroscio di pioggia. Un attimo dopo ci addentriamo in un mondo languido dipinto attraverso tonalità tenui ed evanescenti dal vocalist, accompagnato per l'occasione da una controparte femminile, con una voce eterea ed evanescente. La chitarra solletica note struggenti che confluiscono con decisione verso una parte più accesa, folkeggiante, nella quale Edoardo indugia su tonalità più alte. I ritmi folk si cromatizzano volando alti verso vette screziate di epos, dove la chitarra è libera di volteggiare verso un assolo molto evocativo e ricco di pathos. Il pezzo si conclude magnificamente su queste note, libero di viaggiare come un uccello millenario. Ad aiutare anche a livello visivo nel capire le liriche delle singole canzoni vi sono degli ottimi artwork all'interno del libretto , mentre francamente non mi ha entusiasmato molto la cover, a cura di Annamaria Decataldo.  Questa figura femminile dalla pelle verde chiara di schiena da cui si trapassa aprendo uno scenario metropolitano in decadenza non mi convince, forse proprio anche per un accostamento dei colori non felicissimo. In sostanza un ottimo esordio di una band che ha parecchio da dire. Aspettiamo con trepidazione la prosecuzione di questa ottima strada tracciata con decisione da quelli che nel giro di pochi anni potrebbero diventare tra i portavoce riconosciuti del power tricolore.


1) Breathe The Decay
2) Summoner
3) Desert Twilight
4) Blinded
5) Another Cry
6) Throne Of Your Ruin
7) Ocean Still Sings
8) Chiral Twin
9) Dance Of Lights
10) Chant From The Sky