RUDHEN

Imago Octopus

2015 - Self Released

A CURA DI
SANDRO NEMESI
06/11/2015
TEMPO DI LETTURA:
7

Introduzione Recensione

Mi fa sempre piacere recensire band italiane, cercando di aiutarle a trasmettere il loro messaggio musicale, quando ovviamente ne sussistono le circostanze. Stavolta devo allontanarmi e non poco dall'ambiente progressive, campo in cui mi muovo solitamente durante il mio lavoro di recensore, fatta eccezione di qualche sporadico, ma pur sempre piacevole cambio di direzione. Stavolta ho fra le mani l'ultimo lavoro dei Rudhen, band del trevigiano che con il loro Imago Octopus ci propone un stoner rock che magicamente ci fa compiere un lisergico viaggio a ritroso nel tempo, fino a raggiungere le acide sonorità psichedeliche dei primi anni 70. Benché solitamente l'oscura band di Ozzy Osbourne non venga mai menzionata quando si parla di stoner metal, o rock, che dir si voglia, la prima band che mi è venuta in mente durante il primo ascolto di Imago Octopus sono proprio i Black Sabbath, ma forse questo è dovuto ad alcune mie lacune nell'ambito dello stoner, che si limitano ad una minima conoscenza degli Spiritual Beggars e delle altre due band pioniere del genere, ovvero Kyuss e Fu Manchu, oltre che ai primi lavori degli inglesi Orange Goblin ed i più recenti Wolfmother, tutte band le cui influenze si percepiscono inevitabilmente fra i solchi di questo Imago Octopus. Il termine "stoner" deriva dalla parola "stoned", che in inglese significa "in stato allucinogeno, stonato". E' giusto precisare però che è assolutamente scorretto definire gli appassionati del genere stoner come assidui consumatori di marijuana o di altre droghe in generale, i viaggi lisergici vengono provocati dalle acide sonorità sparate dagli strumenti. Ma andiamo a conoscere da vicini i nostri Rudhen, che nascono nella primavera del 2013 a Crespano del Grappa, un ridente comune della provincia di Treviso, sito alle pendici del Monte Grappa, secondo il desiderio del batterista Luca De Gaspari e Alessandro Groppo, chitarrista e cantante, di dar vita a una band di genuino e sano stoner rock. Ben Presto ai due si aggiunge il secondo chitarrista Fabio Torresan. Nell'autunno del medesimo anno va a completare la line-up il bassista Riccardo Rix Rigo. L'originale nome della combo veneta, deriva dalla parola dialettale "ruden", che in dialetto trevigiano significa arrugginito, lo stesso termine è valido anche per il sostantivo "ruggine". Luca e Alessandro erano in cerca di un termine che rievocasse le caustiche ed acide sonorità dello stoner rock. La lettera "H" è stata aggiunta per dare una nota "straniera" al nome della band. I nostri si immergono nelle acide sonorità dello stoner ed iniziano a lavorare sulle loro prime composizioni. Già sin dai primi mesi del 2014 i nostri iniziano ad esibirsi in alcuni locali del Veneto, per poi ad Aprile pubblicare il loro primo EP, che porta semplicemente il nome della band, contenente quattro tracce, compresa il singolo Hellraiser, che rappresenta in maniera significativa il loro stile, accompagnato anche da un videoclip. Sempre sotto la Iris Video, i nostri pubblicano in seguito altri due videoclip. A luglio del 2014 il bassista Rix Rigo lascia il Bel Paese per motivi personali (disarmante situazione che ho sperimentato sulla mia pelle NDR), ma viene rimpiazzato prontamente da Massimiliano Maci Piovesan. Con l'avvento del nuovo bassista prendono forma nuove composizioni, e vengono sperimentate nuove sonorità. Grazie la successo ottenuto con il loro EP d'esordio, i Rudhen arrivano alle fasi finali del concorso Go Down Goes Underground, vinto poi sul filo del rasoio dagli stoners romagnoli Komatzu. Nel mese di maggio del 2015 iniziano le sessioni di registrazione per il nostro Imago Octopus, sotto certi aspetti più maturo e diverso dall'EP d'esordio, grazie all'avvento del nuovo bassista ed alla sperimentazione di nuove sonorità. I nostri cercano di dare un'impronta originale alle classiche sonorità stoner, mixando assieme le proprie influenze musicali, condendo il tutto con evocative e visionarie liriche, che si sposano alla perfezione con sature ed ipnotiche sonorità, aggravate dalla accordatura in Re, ovvero un tono sotto rispetto agli standard, come del resto la stragrande maggioranza delle band stoner rock è mezzo tono più bassi rispetto ai dinosauri Black Sabbath. Ci siamo dilungati sin troppo, è giunta l'ora di inserire il nostro Imago Octopus e iniziare un fantastico viaggio attraverso le lisergiche sonorità dal gradevole retrogusto settantiano.

Sorrow For Your Life

La prima traccia che incontriamo è Sorrow For Your Life (Tristezza per la tua vita), aperta dal fragoroso basso distorto di Maci Piovesan, un paio di battute e poi si aggiunge la chitarra, che all'unisono segue il sinuoso groove del basso. La ritmica cadenzata inferta dal drummer Luca de Gasperi, grazie ai rumorosi piatti confeziona un'atmosfera dai sentori sabbathiani. Improvvisamente Luca aumenta di brutto i BPM, dando vita ad un potente wall of sound. Andando avanti incontriamo la strofa, la ritmica cambia di nuovo, il tappeto di note steso da Max Maci è massacrante, la chitarra ritmica ci colpisce con un riff stoppato, al quale si intreccia a meraviglia il graffiante cantato di Alessandro Groppo, ricamato da un intarsio psichedelico di una seconda traccia di chitarra. Un effimero stacco di basso e poi siamo investiti nuovamente dal potente impatto sonoro iniziale, che fa da chorus strumentale. Ritornano le acide sonorità della strofa, seguita dall'inciso strumentale, poi rallentano i BPM, i nostri ci riportano alle cadenzate atmosfere iniziali. Al minuto 02:12 Massimiliano Maci Piovesan ci colpisce allo stomaco con un potente giro di basso sporcato dal distorsore. La chitarra spara un cadenzato arpeggio, anch'esso sporcato dagli effetti a pedale. I nostri danno vita ad un delicato crescendo, diminuendo gli intervalli fra gli arpeggi. La chitarra varia leggermente il tema, quasi ci ipnotizza, poi la batteria annuncia un travolgente ed abbacinante crescendo che però muore subito, e siamo nuovamente avvolti dalle ipnotiche spirali di questo bellissimo interludio strumentale. Ritorna nuovamente il potente crescendo, che stavolta sfocia nel devastante ritornello strumentale. La strofa successiva viene interpretata in maniera più cattiva dal bravo Alessandro, che con un lancinante urlo apre le porte al chorus strumentale, variato leggermente nel finale fino a che non si allaccia al cadenzato tema dell'introduzione che va a concludere il brano. Le liriche affrontano la fine di un rapporto amoroso, con un massiccio uso di licenze poetiche dai sentori visionari. I bei tempi passati insieme vengono definiti i giorni cattivi, ora coperti da un grigio manto di tristezza che avvolge entrambe le vite degli ex innamorati. Si cerca di dimenticare, ma i ricordi riaffiorano, pungenti come un manto di spine stretto in una mano. La solitudine e la tristezza viaggiano a braccetto in una vita priva di un legame amoroso, che neanche il sole riesce ad illuminare; ci sentiamo vagare e galleggiare nella solitudine ascoltando questo brano, magari rimembrano storie che abbiamo vissuto e che ora sono ormai un lontano ricordo nel tempo, cerchiamo di non dimenticare i volti di chi ci è stato accanto, e la loro lontananza, anche se magari ormai siamo affiancati da una nuova persona, continua a pungerci il fianco come uno spillo rovente. Direi che abbiamo ascoltato un ottimo biglietto da visita, che è riuscito a conquistarmi nonostante non sia avvezzo ad ascoltare le acide sonorità dello stoner rock. Geniale l'idea di un ritornello strumentale, che punta sul potente impatto sonoro confezionato dal combo trevigiano. In evidenza basso distorto che domina dall'inizio alla fine del brano.

Rust

La traccia successiva si intitola Rust (Ruggine), andando a riprendere il significato del nome della band Rudhen, e viene aperta da un graffiante unisono che ricorda i primissimi Motorhead. Dopo qualche battuta incontriamo un bellissimo dialogo fra il basso e la batteria dal sapore tribale, che accoglie Alessandro Groppo, sempre graffiante, con una linea vocale avvolgente, ricamata da fraseggi di chitarra che lo seguono all'unisono, mentre in sottofondo il basso ci avvolge in un vortice senza fine. Arriva l'inciso, la voce di Alessandro esplode, trasportata dai caustici accordi della chitarra. Ritorna la calma, con la strofa che vede ancora dialogare voce e chitarra. Il sinuoso groove del basso ci trasporta in una spirale allucinogena, Alessandro continua a dialogare con la chitarra di Fabio, poi veniamo destati dal prepotente ritorno dell'inciso. Il charleston aperto sferraglia, tenendo testa alle acide sonorità della sei corde. Andando avanti ritroviamo l'unisono iniziale, che annuncia un bellissimo interludio dal sapore sabbatthiano, con la batteria in evidenza, un ottimo bridge per il ritorno del graffiante chorus. I nostri chiudono con l'assolo di chitarra, ipnotizzante, dalle sonorità acide e psichedeliche che inevitabilmente con la mente ci trasportano agli anni settanta. Liriche visionarie al massimo, piene di acide licenze poetiche. La ruggine è l'insieme di tutti i demoni che con il passare del tempo sono riusciti a corrodere tutti quei valori che un tempo albergavano nell'essere umano. Lentamente, specie nella gioventù, questi valori si sono andati ad estinguere, lasciando il posto alle bugie e al sesso, l'unica cosa in cui si riconoscono i giovani. La ruggine lentamente sta cambiando l'essere umano, corrode l'animo dei giovani, riducendolo in sabbia, sopraffatto dai cattivi pensieri che dominano nella mente della gioventù, insieme ad ataviche paure che minacciosamente riaffiorano, fino a fargli esplodere la testa; è interessante osservare la metafora che i Rudhen sono riusciti ad utilizzare per questa canzone, la ruggine, una corrosione di qualcosa che dovrebbe essere duro ed eterno come il ferro, eppure, se non trattato a dovere, anche quello più resistente può ossidarsi, esattamente come gli uomini ed i giovani, se non intraprendono la strada corretta, per quanto il loro animo sia forte e risoluto, anche loro potrebbero andare incontro alla ruggine della loro stessa anima. I nostri riescono incredibilmente a rievocare le psichedeliche sonorità degli anni settanta, trasportandoci magicamente in un viaggio lisergico senza l'uso di sostanze stupefacenti.

Flying Into the Mirror

E' il turno di Flying Into the Mirror (Volando dentro lo Specchio), aperta da un fastidioso basso distorto che ci massacra timpani e stomaco. Un crescendo sul "ride" annuncia la strofa. Anche qui Alessandro dialoga all'unisono con l'acida chitarra. Il basso inizia a sparare sedicesime, annunciando il chorus. Luca inizia a massacrare il charleston, la linea vocale forma un trascinate unisono con gli strumenti a corda, risucchiandoci in un lisergico vortice che termina la sua corsa dentro uno specchio. Un bellissimo interludio con la chitarra protagonista ci riporta alla strofa, che sembra tenerci sospesi in aria, in attesa che il martellante ritornello ci ributti dentro allo specchio. Andando avanti troviamo un interludio strumentale, Il basso sporcato dal distorsore ci avvolge con un groove ipnotizzante, seguendo la corsa sulle pelli dei tom di Luca. La chitarra da un senso ritmico con leggeri accordi distorti dal sapore acido. Un crescendo di tutti gli strumenti annuncia l'assolo di chitarra. Fabio Torresan inserisce la modalità "Fast Eddie Clarke", e spara una serie di note che lentamente ci riportano verso l'ipnotizzante inciso, il quale poi lascia il campo ad una serie di accordi aperti di chitarra, accompagnati brillantemente dalla sezione ritmica. Un effetto a pedale satura il sound della chitarra, rendendolo ancora più caustico. Il basso ci cattura con profondi glissati. Al minuto 03:09 incontriamo un interludio, l'atmosfera ricreata dal combo trevigiano è ipnotizzante. Gli strumenti si calmano, le avvolgenti note della chitarra fanno da eco alla linea vocale di Alessandro, leggermente effettata. Sembra di essere veramente entrati dentro uno specchio magico. Un acido break di chitarra e una serie di effimere escursioni soliste sugli strumenti ci portano verso il finale, dove domina un oscuro riff sabbatthiano. Ho l'idea che più che andiamo avanti e più che le liriche sono vaneggianti e di difficile interpretazione. Sembra di assistere al lavoro di un pittore visionario, come Johann Heinrich Füssli, che dà vita ad un orribile paesaggio rovinato dal progresso e dai prodotti chimici. La decadenza dell'ambiente, ormai corroso dagli genti chimici e soffocato dalla plastica, sembra oscurare anche la bellezza del corpo di una donna. Solo facendo un folle volo dentro uno specchio, riusciremo a fuggire dalla pazzia che regna sulla Terra, in cerca di quel mondo pieno di colori e leggiadre farfalle che l'uomo è riuscito a distruggere con le proprie mani; un brano "ecologico" per i nostri Rudhen, che continuano ad analizzare i comportamenti umani da varie angolazioni, prima la corrosione, adesso la decadenza del nostro trattare il mondo, facendolo diventare una discarica a cielo aperto. Altro pezzo caustico, dove affiorano velate reminiscenze del primissimo progressive rock.

Lost

Le avvolgenti atmosfere del precedente brano vengono spazzate via dal brioso unisono della successiva Lost (Perso): pochi graffianti accordi e ritmiche serrate in pieno stile Circle Jerks. Anche la linea vocale ha sentori punckeggianti. Un breve e brillante bridge con una accattivante linea vocale ci cattura all'istante, annunciando il chorus, musicalmente sulla falsa riga della strofa, con una leggera variazione della linea vocale che si limita alla ripetizione della frase "Lost and Tears (mi sono perso e lacrime)". Ritorna l'ammaliante bridge che ci spinge in una nuova dimensione. Calano vertiginosamente i BPM, siamo avvolti da un'oscura atmosfera dai sentori doom. Come spesso accade, Alessandro segue i passi dei cantilenanti e saturi accordi sparati dalla chitarra, accompagnati dai cadenzati colpi della sezione ritmica. Un prolungato accordo distorto in fader sembra porre fine al brano, ma è ancora troppo presto. Una serie di enigmatici accordi di chitarra, seguiti all'unisono dal basso, seguono l'articolata ritmica dai sentori jazz proposta da Luca De Gasperi. Il riff di chitarra assume vesti più melodiche, indicando la strada da percorrere ad Alessandro Groppo, che ancora una volta ne segue i passi. Il drummer rinvigorisce il ritmo, trascinandosi dietro tutti gli altri. Trasportato dagli accordi della chitarra, Alessandro incattivisce la linea vocale sempre di più, fino ad arrivare al minuto 02:57, dove Luca raddoppia i BPM. I graffianti accordi di chitarra della strofa ci riportano verso il bellissimo bridge, che senza ombra di dubbio è la parte migliore del brano. La successiva strofa annuncia l'assola di chitarra, acido e saturo, con il quale Alessandro duetta fino a graffiarsi la gola. In chiusura ritorna il bridge, diminuito di un tono, che ci porta verso l'estinzione del brano. Le liriche raccontano un viaggio onirico di un musicista, che in preda ad un viaggio lisergico abbandona il suo corpo durante un concerto. La chitarra sembra essere diventata muta, lui si trova perso in un'altra epoca senza tempo, dove non riesce a ritrovare la sua amata, che pochi istanti prima era ad acclamarlo sotto il palco. Ora si trova perso, in lacrime cerca invano la via del ritorno, cerca qualcosa di familiare nel nuovo mondo che lo ha rapito. Si ritrova in un arido deserto, dove una tempesta di sabbia lo allontana sempre di più dalla sua anima gemella. In preda a visioni oniriche si sente inutile come un vitigno privo di uva. Pian piano la lucidità torna lentamente ad occupare la sua mente, emergendo dalla tempesta di sabbia che imperversava dentro di lui. Si sente morire di vergogna, vorrebbe essere preso a pugni. Quel maledetto demone lo ha catturato, ora si ritrova disteso al suolo, con una banda che non suona più. In queste liriche visionarie percepisco una velata critica nei confronti di tutti quei musicisti che troppo spesso salgono sul palco in pessime condizioni psico-fisiche, rovinando lo spettacolo sia ai fans che ai colleghi musicisti. Lost è il brano più grintoso del platter, brano che alterna momenti grintosi dalle reminiscenze punk a cadenzati interludi in pieno doom style. 

Arabian Drag

E siamo giunti all'ultima traccia Arabian Drag (Resistenza Araba), aperta da percussioni tribali che sposano in pieno il titolo del brano, percussioni gentilmente offerte da Davide Zanella. Irrompe una satura cavalcata di chitarra, seguita dalla sezione ritmica. Poi calano vistosamente i BPM, un orientaleggiante riff cadenzato caratterizza la strofa. Alessandro sembra rispondere alle domande poste dalla chitarra di sabbatthiane memorie. La ritmica tribale viene impreziosita da un avvolgente giro di basso, sempre sporcato dal distorsore. Arriva il chorus, un esplosione sonora che accoglie i lancinanti urli dello special guest Diego Bizzarro (voce degli Ivy Garden Of The Desert) che lotta follemente con gli acidi accordi saturi della chitarra, che successivamente diventa protagonista per un breve interludio strumentale. Ritorna l'enigmatica strofa, voce e chitarra continuano il loro botta e risposta intrapreso precedentemente, accompagnati dall'ipnotizzante groove di basso. Siamo aggrediti nuovamente dal chorus, le strazianti urla emergono dal pastoso impatto sonoro, annunciando l'assolo di chitarra. Il basso genera un sinuoso serpente di note che avvolge le lancinanti note sparate dalla chitarra. Successivamente è il basso distorto di Maci a dialogare con i saturi accordi della chitarra, mentre Luca ci ipnotizza insistendo con la ritmica tribale. Maci Piovesan va a chiudere il brano con un breve acidissimo assolo di basso, saturato dagli effetti a pedale. Nelle liriche vengono descritti gli straziante desolati scenari delle terre arabe devastate dallo stupido conflitto che ormai segna il destino di tutta la popolazione del medio oriente, viste attraverso gli ingenui occhi dei bambini, descritti in maniera angosciante con degli occhi bianchi che ricordano gli inquietanti bambini della mitica pellicola fantascientifica "Il Villaggio Dei Dannati". Gli occhi assenti osservano le sbiadite uniformi delle forze marine americane, le ingenue orecchie immagazzinano le troppe bugie. In sottofondo strazianti urla senza volto cercano di fuggire dal demone della guerra, che come grandine spazza via i sogni di chi, contro il suo volere, si trova coinvolto in un terribile quanto inutile conflitto. Si sprecano allucinanti licenze poetiche, fra le quali spicca un enigmatico "leone liquefatto" di difficile interpretazione, ma che potrebbe essere l'orgoglio, la virtù e la storia del popolo arabo, spazzato via dall'inarrestabile cammino dei signori della guerra. I nostri chiudono in maniera brillante il loro lavoro, cercando di dare un tocco di originalità alle acide sonorità dello stoner.

Conclusioni

Ho iniziato ad ascoltare con diffidenza questo Imago Octopus, in quanto, come già detto in apertura di recensione, non sono un assiduo ascoltatore di stoner rock, ma poi ho fatto la fine della avvenente mora presente sulla copertina, che è finita intrappolata fra i tentacoli di un gigantesco polpo. La combo trevigiana ha saputo brillantemente mixare alle sonorità dello stoner tutte le proprie influenze, andando a confezionare un sound originale senza eccedere in virtuosismi o complicati arrangiamenti. Le tentacolari ed avvolgenti sonorità dei Rudhen mi hanno catturato sin dalle prime note, con quei saturi riff alla Black Sabbath, quel basso sporco che domina per tutto il disco ed interessanti soluzioni in fase di arrangiamento, a mio avviso non molto distanti dalle sonorità del progressive dei primissimi anni 70, che agli albori erano separate solamente da un sottile limbo da quelle psichedeliche del precedente decennio. Con il nome Rudhen (che vi ricordo nel dialetto trevigiano significa arrugginito) e con il titolo dell'album Imago Octopus (tradotto alla lettera suona come "l'immagine del polpo") i nostri cercano di amplificare gli effetti del loro messaggio musicale, lanciato tramite le acide e tentacolari sonorità. Imago Octopus è venuto alla luce il 26 Settembre del 2015, registrato tra il Maggio e il Giugno del medesimo anno da Davide Zanella e mixato da Paolo Piovesan, il tutto presso uno studio privato di un amico. Il CD è stato autoprodotto, e qui devo fare i miei più sinceri complimenti alla band, in quanto sono riusciti a rievocare in maniera perfetta le acide sonorità del rock anni settanta, con quelle chitarre psichedeliche sature al limite, quel basso sporco e quei piatti sferraglianti, riportandoci magicamente indietro nel tempo. La copertina è stata affidata alla IrideArt. Disegnato in una sorta di Manara style (con le dovute proporzioni), su un'ipnotizzante sfondo verde, domina un gigantesco polpo, che avvinghia con i suoi lunghi tentacoli una avvenente ragazza mora. Immediatamente sotto il nome Rudhen sembra sgretolarsi, come corroso dalla ruggine, seguito dal titolo dell'album, rappresentato con un tentacolare font che va a riprendere gli arti del simpatico cefalopode. La psichedelica foto sul retro di copertina, in verde e nero è opera di Fabrizio Bolzonello. Veniamo ora ad analizzare le singole prestazioni di questi simpaticissimi ragazzi veneti. Il vocalist Alessandro Groppo ci assale con linee vocali taglienti come rasoi, partorendo inoltre liriche di difficilissima interpretazione, quasi impenetrabili, visionarie e lisergiche, e  che si sposano alla perfezione con le caustiche sonorità della band. L'altro membro fondatore, il chitarrista Fabio Torresan, ci massacra con temi psichedelici e riff saturi, sfruttando al massimo l'accordatura in Re. Sembra che la macchina del tempo abbia portato ai giorni nostri il batterista Luca De Gasperi, che percuote le pelli e gli sferraglianti piatti come i vecchi batteristi degli anni 70, i quali con un rullante, un tom, un timpano, una gran cassa ed un paio di piatti ottenevano i medesimi risultati dei batteristi moderni, che si nascondono dietro stratosferici drum set. Massimiliano Maci Piovesan, nonostante sia l'ultimo arrivato, domina per tutta la durata del disco, con il suo basso sporcato dagli effetti a pedale riesce a dare un tocco originale al sound della combo di Crespano del Grappa. Tirando le somme, direi che i Rudhen hanno tutte le carte in regola per continuare brillantemente la loro strada, se si ascoltasse a scatola chiusa questo loro secondo EP, difficilmente si dedurrebbe che si tratta di una band italiana. E' lapalissiano che questo Imago Octopus sia straconsigliato ai cultori dello stoner rock, ma è indicato anche a chi come me, non è un habitué di certe sonorità, che i nostri hanno sapientemente reso più originali e meno oppressive. Ho affrontato piacevolmente questo lisergico viaggio attraverso le psichedeliche e vetuste sonorità dei Rudhen, direi che il nuovo stoner rock made in Italy è promosso a pieni voti. Vi consiglio vivamente di gustarvi questo luculliano polpo, cucinato con radicchio trevigiano e annaffiato con il superbo Prosecco di Valdobbiadene.

1) Sorrow For Your Life
2) Rust
3) Flying Into the Mirror
4) Lost
5) Arabian Drag