ROTTING CHRIST

Passage To Arcturo

1991 - Decapitated Records

A CURA DI
DANIELE VASCO
18/08/2017
TEMPO DI LETTURA:
7,5

Introduzione Recensione

In questa occasione, ci troviamo a fare un piccolo passo indietro nella storia che abbiamo iniziato a raccontare. Siamo sempre nella scena Metal estrema greca e protagonista della nostra disamina è sempre la band creata dai fratelli Tolis, i Rotting Christ. Parlando del primo full-lenght della Black Metal band ellenica, nelle battute conclusive accennavamo a quello che rappresentava il varco tra due epoche, tra gli esordi del gruppo e ciò che sarebbe avvenuto negli anni successivi. Quindi, se il debut-album ufficiale dei Nostri, "Thy Mighty Contract" viene subito identificato come un album importante per capire appieno la formazione, i concetti alla base dei testi, l'importanza delle tematiche, la maturazione del suono e via dicendo, ovviamente (come già ripetuto) il suddetto album segna un passaggio molto in avanti rispetto al lavoro precedente dei Nostri, del quale ci occuperemo in questa sede: "Passage to Arcturo". È molto importante come si è capito parlare di questo EP, poiché dopotutto è l'anello di congiunzione tra passato e futuro, capitolo indispensabile per capire il cambiamento stilistico avvenuto sia nello stile compositivo che esecutivo della band stessa. A differenza di "Thy Mighty Contract", l'intero EP suonava come se fosse stato concepito direttamente in una sala prove, senza essere stato provato prima, in presa diretta, in una sorta di "buona la prima", con la band che ancora era carente dell'energia virale infusa nei successi lavori. Quello che andremo a sentire possiamo quindi definirlo anche come la "Chiave di volta" per comprendere il percorso del gruppo lungo tutta la sua carriera fino ad oggi. Detto questo, è indispensabile (nonostante si sia già parlato, nel precedente articolo, del primo vero album della band greca) esaminare più da vicino questo EP, rilasciato originariamente nel 1991 dalla "Decapited Records"; il quale, negli anni, è stato ristampato e ri-editato più volte in edizioni differenti: nel 1994 da parte della "Hellion Records" su vinile 12" con la cover originale del 1993 e due live-tracks, nel 1995 dalla "Unisound" (la quale viene ancora indicata, il più delle volte, come prima etichetta distributrice di questo EP) su CD e su vinile pictures-disc, nel 2006 in versione MCD dalla "Unruly Sounds" con tre bonus-tracks: The Nereid of Esgalduin (Dawn of the Iconoclast, EP), Vicious Joy and Black Delight (Dawn of the Iconoclast, EP) e Feast of The Grand Whore (Satanas Tedum, Demo) ; escludendo però l'intro strumentale originale e le due live-tracks presenti nella precedente riedizione e, recentemente, rilasciato dalla Nuclear Winter Records a Gennaio 2012 in edizione professionale limitato a 300 copie per poi essere ristampato a Marzo 2013 in versione tape, limitato a cinquanta copie.  Un'operazione che ha permesso a questo lavoro di giungere fino ad oggi per poter essere scoperto e apprezzato. Un disco dal sound oscuro e grezzo, in cui a dominare la scena sono tuttavia le inquietanti tastiere e il riffing serrato e misterioso che risente di influenze a metà tra il Death e il Doom. "Passage to Arcturo" entrerà negli annali del Black con pezzi indimenticabili come "The Forest of N'Gai" e "Gloria De Domino Inferni", rappresentando un disco epocale, un pilastro assoluto del Nero Metallo. EP che all'uscita aveva suscitato l'interesse di un certo Øystein Aarseth, meglio noto come Euronymous. Siamo ancora agli esordi della band, quindi (superfluo dirlo ma va ribadito) alle prese con un gruppo la cui identità musicale non era definita e da un lato risentiva ancora degli inizi in campo Grind, mentre dall'altro iniziava ad approcciarsi al Black traendo spunto dai massimi esponenti del già fiorente Movimento. I primi Demo e i primi Split, dunque le prime prove della band ellenica, come sappiamo e come ribadito, avevano uno stile dedito alla violenza e all'impatto diretto del Grindcore, mentre il cambiamento del loro approccio musicale, influenzato (positivamente) da gruppi come Venom e Celtic Frost, arriva nel 1989 con il rilascio dello storico Demo di 5 brani "Satanas Tedeum" che di fatto segna il loro ingresso ufficiale tra le fila del Movimento Black Metal. I pezzi del demo mostravano una band intenta a mixare le sue precedenti esperienze Grindcore con il nuovo approccio Black. Quindi, in sostanza, persisteva ancora un approccio acerbo rispetto a quello che sarebbe stato il loro avvenire come gruppo. Questo EP, ripetiamo, ci mostra la band che evolve oltre i suoi inizi entrando nell'andamento contemporaneo del Black Metal di seconda ondata, del quale diverrà una delle bands più influenti e fondamentali. Questo EP breve ma importantissimo, mostra la band in una fase transitoria, intenta ancora a canalizzare le sue influenze verso un proprio status. Vediamo dunque attraverso quali passaggi il gruppo transitava dalla sua fase embrionale verso la forma definitiva, quella che conosciamo e amiamo oggi. Nei due / tre anni successivi la band diede poi alle stampe un altro Demo (Ade's Wind, 1992) e due singoli, Dawn Of The Iconoclast, già citato EP del 1992 e ???????????? (APOKATHÍLOSI, Pietà) del 1993, con quest'ultimo poi inserito come bonus-track all'interno del successivo "Thy Mighty Contract"

Ach Golgotha

Si parte dunque dall'introduttiva "Ach Golgotha (Il Calvario)", breve intro strumentale della durata di un minuto e dieci secondi, la quale si snoda attraverso una struttura atmosferica dagli echi gotici giocata sull'uso di cori ieratici e ritualistici prima soffusi, poi dominanti e poi utilizzati come sottofondo fino a farli sparire. Effetti vocali spettrali e maligni supportati da percussioni sinistre... tutti questi elementi ci accolgono al varco dandoci modo di respirare fin da subito quella che sarà l'aria che tirerà abbattendosi su tutto il disco. Si nota già subito il passaggio attraverso il quale viene progressivamente mutato il sound, specie prendendo come riferimento i precedenti "Satanas Tedeum" (Demo, 1989) o il primissimo "Leprosy Of Death" (Demo, 1989) dove era già presente una nota oscura ma l'approccio ancora diretto del Grind iniziale nascondeva quest'impronta che solo da questo momento iniziava a farsi strada e a prendersi lo spazio meritato. Tornando dunque a questa opener, in un rapido crescendo, quasi impercettibile se non si presta la dovuta attenzione, veniamo proiettati senza ulteriori preamboli verso la partenza ufficiale del disco.

The Old Coffin Spirit

Partenza ufficiale affidata a "The Old Coffin Spirit (Il vecchio spirito della bara)". I cori rituali utilizzati nell'opener ritornano in questa seconda traccia , creando così il giusto finale per la traccia precedente, facendola confluire in questo secondo pezzo. Abbiamo quindi una rapida intro corale e atmosferica che viene subito raggiunta (e coperta, ma fino allo scoccare del primo minuto riesce comunque ad essere percepibile e fornisce il giusto apporto atmosferico al pezzo) da chitarra e batteria. Lo stampo dei riff e della batteria non è ancora definibile Black Metal ma è ancora decisamente improntato vero un Death Metal pesante e tagliente che ben si sposa con la vocalità di Sakis Tolis, che qui presenta ancora molti punti in comune, anche se il ruggito mantiene comunque un'impronta Death, con lo stile di cantanti della scuola Metal estrema nord europea come Attila Csihar o Varg Vikernes (giusto per fare un esempio). Questa introduzione del brano scorre in maniera abbastanza lineare senza particolari invenzioni o soluzioni, dove il riffing portante e la ritmica veloce ma a modo suo cadenzata e scandita dettano l'andamento del pezzo. Non ci sono quindi i blast-beat tipici del Black mentre la distorsione della chitarra è già più vicina all'impronta che avrà il sound della band ellenica già a partire dal primo album. Allo scoccare del primo minuto, il riffing portante rallenta leggermente e si avvicina di più all'incedere ritmico mentre intervengono (al minuto 1:15) le linee vocali ad incrementarne la ferocia della canzone. Come già accennato, le vocals sono cavernose e possenti e donano quell'aura nera al tutto. Questo primo minuto della traccia viene giocata sull'alternanza tra riffs e ritmiche che si spostano rapidamente dal mid-tempo al lento e cadenzato, senza pause o stacchi ma in maniera molto fluida creando una sensazione di velocità inusuale per lo stile scelto per questo frangente, sensazione accentuata dalle linee vocali. L'impronta sonora rimane sempre ancorata ad echi Death molto marcati ma che comunque risultano già più personali e tetri rispetto allo stile classico. Allo scoccare del secondo minuto, assistiamo al secondo cambiamento; ritmica e chitarra aumentano repentinamente la loro velocità, subito imitate dalle vocals, spostando quindi il mood del brano dall'oscuro all'aggressivo, anche in questo caso senza creare stacchi o discontinuità, ma sempre in maniera fluida nonostante la repentinità della manovra. L'accelerazione è notevole e presenta già (sempre tornando al discorso fatto in apertura) alcune delle caratteristiche che confluiranno nei lavori successivi. Torniamo a questa terza parte del brano. Minuto 2:00, tutto il comparto sonoro accelera. I pattern di batteria iniziano ad avere delle somiglianze con il blast-beat tipico del Black e la furia esecutiva di Themis Tolis dietro alle pelli è esplosiva. Ma non c'è solo velocità in questo passaggio. A partire dal minuto 2:20, la band, inizia a giocare con l'arrangiamento reinserendo le soluzioni utilizzate nel minuto precedente, ovvero quell'alternanza tra riffs e ritmiche che si spostano rapidamente dal mid-tempo al lento e cadenzato; questa "trovata" toglie linearità al muro sonoro e crea molto movimento mantenendo vigile l'attenzione di chi ascolta oltre che a creare il giusto coinvolgimento. Al minuto 2:44 (il momento esatto in cui le vocals terminano il loro lavoro nel brano e lasciano il posto ai soli strumenti) tutto rallenta nuovamente in maniera totale e la scena viene lasciata alla sola chitarra, per pochi secondi; al minuto 2:48 si riprende a crescere in velocità e tutto torna ad essere agguerrito fino al minuto 3:25 (notare come è mutata la suddivisione tra le diverse sezioni che compongono il brano, dalla divisione netta dall'inizio al primo minuto, poi da 1:00 a 2:00 e adesso da 2:44 a 2:48, poi da 2:48 a 3:25) dove la tensione cala di nuovo, i ritmi rallentano e riff sembrano "ammorbidirsi". I Nostri passano dai rimandi Death ad echi Doom (altra caratteristica che si ritroverà nei lavori successivi, compreso il debut-album già analizzato nel precedente articolo sulla band) che fanno apparire il muro sonoro ancor più pesante nel passo oltre che ulteriormente più cadenzato e marziale nella ritmica, la quale però si concede repentini stacchi più veloci di uno o due secondi, i riffs si fanno più grevi e sulfurei, apparendo subito più tetri rispetto al leitmotiv iniziale. Al minuto 3:50 i suoni si appesantiscono ancora di più diventando più lenti e dall'incedere più deciso accompagnando verso il finale (minuto 5:02) avvolgendo chi ascolta in una atmosfera soffocante e buia.

"La mia anima trema, esalazione asfissiante... una bara non coperta mi attira. Strano richiamo mentre leggo il nome. Ora posso riposare nella mia nuova dimora, sono il vecchio spirito della bara, maestro e schiavo sulla mia terra". Questo testo spiazza leggermente se si pensa a quali sono le tematiche tipiche della band: Anti-Cristianesimo, Occultismo, Mitologia Greca. Un testo che parla di un uomo la cui anima viene richiamata da una bara scoperta che lo reclama, trasformandolo appunto nello Spirito della bara. Un testo strano che non fornisce elementi per troppe interpretazioni o ricerche di significati intrinsechi, a meno che non si interpreti l'aspetto gotico e orrorifico di questa canzone come la spiegazione dell'inizio di un viaggio extra-corporale verso una dimensione spirituale più alta, un richiamo che spinge dunque a voler abbandonare la vita mortale per varcare una soglia ben più impegnativa ed importante. Un qualcosa, insomma, che dia il LA per l'inizio del concept narrativo dell'EP. O più semplicemente, la storia di un fantasma e nulla più. 

The Forest Of N'Gai

Arriviamo immediatamente al giro di boa (sei i brani previsti) con "The Forest Of N'Gai (La Foresta di N'Gai)". L'apertura riparte dal medesimo stile con cui si era concluso il pezzo precedente, quindi ancora all'insegna del Doom. Prima novità rispetto al duo iniziale l'entrata in partita delle tastiere di George Zaharopoulos che aggiungono alla tavolozza dei colori la giusta sfumatura in più al paesaggio sonoro che si inizia ad intravedere sulla tela, con un taglio già più epico. Il connubio tra la solennità delle tastiere, il taglio affilato delle chitarre e l'incedere ritmato di basso e batteria permette subito di respirare un'aria diversa in questo album, grazie a questo arricchimento del sound. In questa prima parte introduttiva completamente strumentale, porgendo bene l'orecchio, è possibile scorgere qualche sottile vagito Gothic Metal (anche questo lo rivedremo in seguito) nell'approccio tastieristico di Zaharopoulos il quale risalta immediatamente tra i granitici riffs e la ritmica decisa. Lo stile della parte introduttiva si trasforma ben presto nel leitmotiv del brano. Al minuto 0:26, mentre il tema strumentale prosegue, si fanno avanti le vocals che, come per il brano precedente, infondono subito, grazie al graffio e alla cavernosità, l'esatta dose di aggressività e oscurità; unendosi il tutto all'impronta alla base di questa traccia, si dà vita subito ad un certo senso di epicità. Ma non è l'unico tratto delle linee vocali. Al minuto 0:40 un improvviso rallentamento di ritmi e melodie, nonché del riffing principale, porta ad un cambiamento nell'apporto vocale, che passa dal cantato al recitato; rimanendo comunque grezzo ed aggressivo. Questo rallentamento accompagna l'ascoltatore fino al minuto 0:55 (abbiamo quindi una sorta di break di 15 secondi che spezza abilmente l'incedere iniziale della traccia). Da 0:55 a 1:20 si riprende con il passo iniziale, dove le linee vocali rudi e grezze assumono caratteristiche prossime al DSBM (Depressive Suicide Black Metal o Depressive Black Metal) come abbiamo notato nella terza traccia del primo full-lenght dei Nostri, "Fgmenth, Thy Gift (Fgmenth, Il tuo dono)"; vocals quindi dalle caratteristiche acute e dal mood straziante che amplificano la già soffocante atmosfera della canzone. Al minuto 1:20 l'andamento generale rallenta nuovamente, ma senza l'intervento di parti "recitate", infatti in questo secondo break le linee vocali si interrompono a favore dei soli strumenti guidati dalle tastiere, decisamente più in evidenza rispetto alla triade chitarra-basso-batteria. Anche questo secondo intervallo dura 15 secondi (da 1:20 a 1:35). Giunti a questo punto ci si aspetterebbe una ripetizione della formula già utilizzata, la quale creerebbe un movimento lineare del brano... ma non è questo il caso. Senza nessun ritorno da parte delle vocals, la traccia si trasforma in un pezzo totalmente strumentale nel quale la band si diverte nel creare diverse variazioni di tempo e melodia. Andando nel dettaglio: terminato il secondo intermezzo rallentato al minuto 1:35, l'arrangiamento riprende i tratti Doom del suo leitmotiv ma con una differenza nei patterns di batteria che invece che tenersi su uno schema ritmico uguale a quello già utilizzato variano tempo e velocità mentre i riffs e le tastiere proseguono sullo stesso percorso crescendo lentamente di intensità mano a mano che il pezzo avanza. Allo scoccare del secondo minuto il passo della canzone cambia ancora e si torna a frangenti lenti e cadenzati dove la batteria scandisce il tempo in momenti ben precisi e dove le tastiere si zittiscono lasciando la scena a chitarra, basso e batteria, il tutto fino al minuto 2:13 (possiamo quindi definire questa parte come il terzo break nonostante la formula sia in qualche modo cambiata); quando l'impronta varia ancora una volta e grazie al ritorno dei cori in sottofondo si sposta su connotati più ritualistici e solenni senza che ci sia una eccessiva modifica della melodia principale. Tema che a partire dal minuto 2:44 cresce sempre più in velocità, mentre i cori tacciono, fino al minuto 3:09, quando rientrano in scena (che termineranno al minuto 3:34). La velocità dei riffs e della ritmica non varia rimanendo veloce e ben scandita. Questa sezione della canzone termina al minuto 4:00 quando subentra una nuova variante dovuta al ritorno in prima linea delle tastiere. Non c'è un grosso cambiamento nel lavoro chitarristico o nel lavoro della sezione ritmica che si riporta soltanto su un incedere rallentato e cadenzato già utilizzato in questa "The Forest Of N'Gai", ma l'apporto delle tastiere ripone tutto sul piano Epic Doom dell'apertura. Seconda "novità" all'interno di questa sezione è lo spostamento delle linee di basso dal secondo piano al primo piano, arrivando ad essere più in evidenza di fianco alle tastiere, permettendo di apprezzare la tecnica allo strumento di Jim Patsouris. Un duello che permette al pezzo di spostarsi dalla crudezza dell'impronta di base della band verso un approccio più aperto e quasi onirico, che coinvolge e avvolge. Il finale non è però questo. Mentre questo frangente volge al termine, al minuto 5:13, quando sembra di essere arrivati al finale (visto il progressivo affievolimento dei suoni), si viene investiti da un'atmosfera simile ad una danza tribale fatta di percussioni ipnotiche ed effetti sonori che mischiano suoni e voci che invitano chi ascolta ad entrare, ormai rapito da questa danza, all'interno della foresta del titolo."Tutti i potenti  messaggeri potenti, dal mondo dei sette soli alla terra. La foresta di N'GAI, dove arriveremo... colui che non può essere nominato, ITHAKUA ti servirà. Oh padre di milioni di delizie, E ZAAR sarà chiamato da ARCTURO. È l'ordine di OUME AT TUIL, glorificherete AZATHOT insieme a TSHATHOGUA". Attraverso una serie di nomi ispirati a Lovercraft (Tshathogua (Tsathoggua), Azathot, Ithakua (Ithaqua), entità presenti nei racconti del Ciclo di Cthulhu), nomi verosimilmente inventati (Zaar, Oume At Tuil) e mitologia greca (Arcturo il quale richiama Arcturus, Arturo, stella della costellazione di Boote, che secondo la mitologia greca fu la stella posta da Zeus a protezione della costellazione della sua amata Callisto [l'Orsa Maggiore] dalle ire di Era), ci viene descritto un viaggio mistico verso una sconosciuta foresta dove, probabilmente, si compirà un rituale che richiamerà sulla Terra potenti divinità attraverso le quali si potrà acquisire un infinito potere che metterà fine al gioco delle false credenze. Come già accaduto in un'altra canzone già analizzata nell'articolo precedente ("Fgmenth, Thy Gift"), non sarebbe da escludersi una sorta di tematica satanista nascosta tra le righe di questa canzone, tematica unita però ad una certa conoscenza in campo letterario nonché nell'interesse mostrato per la mitologia e i culti più arcaici.

The Mystical Meeting

Passiamo ora a "The Mystical Meeting (L'incontro mistico)" o "The Mystical Meeting (Sevlesmeth Esoth Spleh Dog)". La partenza è nettamente più diretta rispetto alle tracce precedenti e riprende i dettami del Death più grezzo e viscerale che riporta subito alla memoria il primo Demo del gruppo, il già citato "Leprosy Of Death", dove i rimandi a band come Venom e Possessed erano tangibili; questi echi si rispecchiano anche nella partenza di questa quarta traccia di questo EP. Dall'attacco al minuto 0:45, la traccia scorre velocemente senza particolari soluzioni, con riffs granitici, linee di basso veloci e patterns di batteria veloci dove a comandare e a dettare il tempo è il doppio-pedale tipico del Death Metal, anche se non mancano sottilissimi echi Thrash Metal tra le pieghe di questa partenza. Fino al minuto 0:45, il brano scorre veloce con una ritmica decisa e martellante e un riffing serrato. Si percepisce sempre una certa ispirazione al Doom nel guitar-working (e questo possiamo già identificarlo, se non fosse ancora chiaro, come uno dei tratti distintivi dell'impronta dei Nostri), che aumenta l'oscurità del pezzo. Al minuto 0:45 (fino al minuto 2:25)  l'arrangiamento subisce un cambiamento radicale e tutto diventa lento, sulfureo, soffocante, con inserti di tastiera inquietanti, vocals recitate dallo stampo sinistro e rituale, il basso sale in primo piano divenendo la voce che detta il tempo e l'andatura. Gli echi Thrash e i rimandi Death scompaiono lasciando il posto alla componente Doom della band, consegnandoci così un'impronta Black Metal già più personale, con una forte connotazione rituale. All'interno di questo quadro (da 0:45 a 2:25), assistiamo a ciò che avevamo sentito in "The Forest Of N'Gai", ma senza quel passaggio dal Doom al melodico/onirico nel suono, ma mantenendo quella vena nera e aggressiva che rapisce immediatamente. Il passaggio risulta subito più articolato, nonostante al primo ascolto sembri lineare e posto su un unico binario. La prima sezione va dal minuto 0:45 al minuto 1:16 e gioca su una altalena di sali-scendi tra chitarra, basso e tastiera (la batteria subentra insieme alle linee vocali al minuto 1:02) che creano un moto ondulatorio ipnotico il quale si amplifica all'ingresso della batteria e della voce (di cui manca una trascrizione del testo per comprenderne le parole, l'unica frase riconoscibile è quella contenuta nel titolo, ovvero "Sevlesmeth Esoth Spleh Dog"). La seconda sezione parte al minuto 1:16 e vede un ulteriore rallentamento dei ritmi e appesantimento dei riffs con l'aggiunta, al minuto 1:44, di interventi spettrali della tastiera e di vocals sofferte racchiuse in un solo "urlo" anch'esso decisamente spettrale, che si conclude in un «Sevlesmeth Esoth Spleh Dog» in growl atto a preparci alla chiusura di questo passaggio, spianando la strada al passo successivo. Terminata quindi questa parentesi, al minuto 2:25 (siamo quindi alla metà del brano, secondo più secondo meno) il pezzo riprende a crescere in aggressività e velocità ritornando al mood iniziale, recuperando quindi quello stile tra il Death e il Thrash che aveva caratterizzato i primi 45 secondi. Facendo bene attenzione, è possibile captare il suono delle tastiere sotto al possente muro sonoro di chitarra e sezione ritmica, suono che diventa più nitido al minuto 3:10 quando l'arrangiamento compie un piccolo break e la tastiera può emergere. Questo nuovo rallentamento, segna un ritorno a ciò che avevamo sentito nella traccia precedente, questa volta con lo stesso spostamento dalla crudezza alla melodia grazie anche ad un assolo di chitarra rockeggiante e aperto, con una certa componente tecnica e virtuosa. Il rallentamento dura poco comunque e il pezzo, man mano che si avvicina alle battute conclusive riprende a crescere, non in modo eccessivo e mantenendo sempre l'apertura guadagnata in quest'ultima sezione. "Cerchio all'interno del cerchio, le ore sacre vengono. La fase finale prima dell'incontro, superare l'intera vita mortale, oltrepassando la zona invisibile. Coloro che credevano seguono ora la luce, segnando la strada all'incontro mistico". Ecco che in questo testo troviamo la prosecuzione delle liriche precedenti. Troviamo ancora una vaga somiglianza con un testo successivo ("His Sleeping Majesty") dove la band prosegue nella narrazione del rituale raccontato nella traccia precedente.  Tutto è pronto per il mistico incontro con il Potente Signore che porrà fine ai falsi Dei e alle false credenze cristiane. Come nel testo citato, quando i cristiani si accorgeranno di aver adorato il dio sbagliato, lo rinnegheranno seguendo la luce verso la strada giusta.

Gloria De Domino Inferni

Le battute conclusive vengono introdotte da "Gloria De Domino Inferni (Gloria al Signore dell'Inferno)", traccia numero cinque che potremmo classificare come introduzione al finale (come abbiamo visto in apertura con "Ach Golgotha" e "The Old Coffin Spirit"), data la durata di appena un minuto e 46 secondi. Dopo una rapida introduzione atmosferica composta dal sibilo del vento, al minuto 0:19 una delicata armonia di pianoforte si aggiunge al sibilo sinistro del vento, creando una seconda atmosfera, onirica e quasi romantica, che viene poi supportata (a partire dal minuto 0:39), in sottofondo, dalla chitarra distorta di Sakis. Al minuto 0:44 (fino al minuto 1:19) si inseriscono le liriche del brano; unico brano della scaletta i cui testi sono scritti e recitati in latino (anche se a ben vedere appare subito come uno scritto in un latino non proprio preciso e corretto). Quelle che ne scaturisce è una preghiera solenne che ben si sposa con il tipo di arrangiamento scelto. Al minuto 1:19 e fino al secondo finale, il brano rimane totalmente strumentale e l'aura sognante e per certi versi romantica che concede quell'attimo di respiro all'ascoltatore e amplifica la vena mistica e rituale che sta alla base della proposta della band. Inutile sottolineare che il guitar-working di questo intermezzo finale, apre, almeno come ispirazione, l'ultima traccia dell'EP."Gloria al Signore dell'Inferno e della terra della vita comune degli ultimi. Ti lodiamo. Ti veneriamo. Ti adoriamo. Ti glorifichiamo. Grazie per la tua grande potenza, Satana Signore, Re dell'Inferno, Padre Onnipotente". Sempre rivangando parole già usate, va detto che tradurre correttamente questo testo è stato arduo; trattandosi di un testo che già in latino presentava delle imprecisioni che con una traduzione troppo sbrigativa lo avrebbero fatto apparire incomprensibile. Quella che ne esce è una preghiera volta a celebrare quello che per molti rappresenta l'Avversario, il Nemico, ma che come sappiamo rappresenta invece la conoscenza e la ribellione. Una lode per magnificarne la grandezza. Questa traccia, liricamente, contiene una delle tematiche base che ritroveremo sovente nei dischi successivi. Stando alle liriche precedenti e alle successive, questo testo potrebbe sembrare discordante, ma alla luce di quanto emerso, è la giusta prosecuzione del rituale narrato: dove, senza nomi ispirati alla letteratura o riferimenti mitologici, viene dunque rivelato il vero protagonista. Un testo breve, anzi brevissimo, immediato, per niente complesso o criptico.

Inside The Eyes Of Algond

Siamo dunque giunti, purtroppo, alla conclusione di questo EP. A porgere i saluti e ad invitare all'ascolto e alla scoperta dei dischi successivi (di cui mano a mano ci occuperemo) troviamo "Inside The Eyes Of Algond (Dentro l'occhio di Algond)". Come accennato poche righe fa, lo start di questa traccia riprende dalla traccia precedente, soltanto per quanto riguarda il riff iniziale, concludendo quindi la sua introduzione rappresentata da "Gloria De Domino Inferni" e aprendo alle note finali dell'EP. La prima cosa che salta all'orecchio è la dominanza della batteria e del basso rispetto alla chitarra, la ritmica ha un volume più alto e copre quasi il riff alla base di questo sesto arrangiamento, rivelando una produzione non certo cristallina, ruvida e grezza ma comunque in linea con l'aspetto ancora fortemente underground di questo lavoro. Abbiamo subito una variante rispetto alle cinque tracce che hanno preceduto questa "Inside The Eyes Of Algond", immediatamente nei primi secondi. Una variante che ovviamente interessa il passo del pezzo e il suo stile. Fino al minuto 1:09, il brano scorre lungo un moto perpetuo in cui riff e ritmica procedono con la stessa struttura senza cambi, in maniera ridondante, lenta e cadenzata, dove persiste sempre l'impronta Doom e viene abbandonato (almeno in questa parte iniziale) il Death. Il mood del brano perde in pesantezza, mantenendo una certa "oscurità" ma spostandosi verso un'apertura quasi scanzonata e ariosa, in netto contrasto con le vocals sempre ruvide e graffianti (le quali intervengono nel brano, in questo primo minuto, da 0:23 a 0:32). Al minuto 1:09 viene introdotto il primo assolo di chitarra (da 1:09 a 1:44), un assolo con un certo approccio più Rock e con un gusto arabeggiante che si discosta rispetto al groove della canzone, ben amalgamato con i riffs e con l'incedere ritmato, coperto purtroppo però dagli alti volumi della sezione ritmica che non lo fanno ergere nel modo corretto. Al minuto 1:43, la conduzione viene lasciata nelle mani della sola chitarra che ha così modo di far sentire la sua voce, raggiunta al minuto 1:49 dalla batteria che batte il tempo per la ripartenza generale di tutti gli strumenti (eccezion fatta per le tastiere, ancora assenti in questa canzone). Il secondo minuto sposta il tiro rispetto a quanto appena sentito, modificando nuovamente il tutto; di base l'arrangiamento rimane il medesimo ma vengono accelerati i tempi esecutivi e quindi il tutto viene percepito come più carico e tagliente rispetto all'andamento ritmato e rallentato. Anche in questo caso, gli interventi rapidi delle linee vocali servono ad imprimere più cattiveria al muro sonoro. La distorsione della chitarra (che in questa parte della traccia, riesce sempre più ad emergere sulla ritmica) riesce a rendere la canzone ancor più affilata, rimuovendo la vena aperta che dominava nel primo minuto. Giunti al minuto 3:19, veniamo colti improvvisamente da una nuova modifica; basso e batteria riprendono il dominio della scena prodigandosi quasi in una sorta di duetto, un assolo a due voci mentre i riffs proseguono con la stessa impronta denotando una certa ripetitività. La velocità decresce, non certo in maniera esponenziale, ma si riduce rispetto a ciò che si è sentito dal minuto 1:49 al minuto 3:19. Da 3:19 a 3:49 si viene progressivamente introdotti verso un ulteriore cambiamento di percorso, attraverso ritmiche sempre più cadenzate e riffs che rallentano progressivamente. Al minuto 3:49, quindi, tutto diminuisce ancora una volta, fino al minuto 4:28. Non si tratta certo di un rallentamento eccessivamente vistoso (altra caratteristica già notata nel debut-album se vi ricordate) ma la sensazione che si percepisce è quella di una improvvisa frenata e della ripresa sotto un passo felpato. A 4:28, la batteria inizia a crescere in velocità riportando in auge i connotati Death della proposta (udibili specie nei patterns di batteria più che nei riffs che restano improntati più al Doom), subito seguita anche dalla chitarra e dal basso. Una accelerazione che non dura troppo tempo, circa dieci secondi, da 4:28 a 4:39, quando si rallenta nuovamente in favore di un Doom pesante, soffocante, sulfureo e lento, con pochi spazi a cambi di tempo, tranne che per un progressivo alzamento dei toni che però non ne modificano l'impronta, nemmeno con l'ultimo rapido intervento vocale. Una traccia conclusiva che non è proprio il massimo, specie se paragonata alla precedenti, con delle buone idee ma non espresse al meglio. "Ho viaggiato con lui in dimensioni incontrollate. Sapevo l'altopiano proibito... Kuntath il deserto gelido. Oltre il cancello della chiave argentata. Sono arrivato a Kythal, vicino ad Arcturo, fino a Mnar e al lago della stanza. Fino a ky-yian e la mitica Karkassa... fino a Yantith e Y'XA-NULEI, vicino a Insmuth, dentro l'occhio di Algond. Ho visto da lontano sotto allo zodiaco, sll'interno dell'occhio segreto. La stella di Famelot, ho toccato la cima dell'albero". Liricamente potremmo dire che questa canzone riprende dalle precedenti "The Forest Of N'Gai" e "The Mystical Meeting" e conclude il concept. Siamo dunque giunti, narrativamente, all'acme, al punto focale, al culmine. Il rituale si è concluso, i Messaggeri sono giunti sulla Terra, la Foresta li ha accolti, il cerchio si è chiuso e la Via è stata aperta. Quello che ci viene ora raccontato, dopo la Lode al Signore dell'Inferno, è un viaggio attraverso le spazio e la mente, ovviamente attraverso luoghi inventati (ad esempio Kuntath il deserto gelido) e già presenti in diversi racconti fantasy Horror (la lovecraftiana Innsmouth e Carcosa, città inventata da Ambrose Bierce) dove esoterismo, mitologia, astronomia si mischiano nel creare la mappa di un viaggio onirico e dai tratti pagani dove la propria coscienza tocca il suo massimo apice e la mente si apre ad una più ampia conoscenza.

Conclusioni

Come abbiamo già ribadito, il disco presenta un suono sì oscuro ma ancora fortemente grezzo oltre che altamente evocativo; un sound  in cui inquietanti (e a tratti epiche) tastiere si mescolano con un riffing serrato che risente di influenze Death e Doom (così per la ritmica) consegnandoci un'impronta Black Metal già più personale, senza che il gruppo adoperi le vertiginose velocità della Scuola norvegese. "Passage to Arcturo", con pezzi indimenticabili come "The Forest of N'Gai" o "Gloria de Domino Inferni", rappresenta un disco epocale la cui malignità resterà sogno proibito di molte band ed un capolavoro assoluto della musica nera. Ad aggiungere, se vogliamo, "fascino" al tutto interviene quell'aura lo-fi tipica degli esordi del genere. Una cura per nulla studiata del dettaglio, un suono ruvido e schietto, decisamente sincero, "buona la prima". Pochi accorgimenti, poche pretese: l'interno di uno studio o di una sala prove adibita, gli strumenti collegati agli amplificatori, qualche microfono... l'importante era suonare ed esprimere la propria interiorità a suon di note, cosa che i Rotting Christ sono riusciti a fare senza alcun problema, anzi consegnandoci un prodotto vero al 100%, privo di rimaneggiamenti e per questo particolarmente interessante, in linea con l'attitudine DIY tipica del primo Black Metal, quello più arcigno, orientato alla conquista di poche menti, purché recettive ed in grado di comprendere ciò che la massa non sarebbe riuscita a far proprio. Tutto questo, passando comunque per un qualcosa ancora "in  fieri", in via di delineamento. Qualcosa era ancora da rivedere, ancora da sistemare. Qualche situazione avrebbe necessitato di una piccola limata, qualche angolo doveva ancora essere smussato; tuttavia, la personalità emergeva eccome, in questo EP. Gli esordi della carriera dei Rotting Christ conservano (come ribadito più volte) ancora un suono prettamente Death, sporco ed istintivo, nel quale ovviamente, come evidenziato in questa analisi, viene raggiunto e arricchito da un suono più ricercato e a modo suo curato. "Passage to Arcturo" presenta effettivamente questa qualità, quella più chiara e lampante. La capacità di cercare di andare "oltre", scrivendo una storia personale, iniziando ad inserire all'interno della proposta qualche scomparto "inedito" ma per questo estremamente efficace. Insomma, i Nostri stavano già cercando di superare loro stessi ed il genere, approdando verso lidi ancora sconosciuti ai più. Lidi che, con "Passage...", cominciavano ad essere esplorati per la prima volta, seppur in maniera non ancora definitiva o comunque decisa, netta, marcata. Elementi che, sommati assieme, divengono suggerimenti di una visione musicale comunque più ampia, complice l'uso delle tastiere, i ritmi studiati in maniera intelligente e linee di basso le quali, unite al lavoro chitarristico giocano un ruolo importante nel proporre l'impronta Doom / Death che pervade i solchi di questo disco. In conclusione, idee musicali fondamentali mischiate alla scelta diretta di accordi e note, la collocazione in tempi "complessi" fanno sì che si possa distinguere facilmente lo stile della band (anche se, come già ripetuto, ancora in fase embrionale) e ciò che verrà trasmesso con i lavori successivi, fermo restando che ancora non si può parlare di Black Metal in senso stretto.. ma le basi ci sono già tutte e possiamo dire che da questo punto che i Rotting Christ hanno incominciato a prendere coscienza delle potenzialità e dell'espressività del loro suono e dell'alchimia che si stava formando. Un inizio importante, sei tracce che avrebbero dunque condotto i greci verso la conquista definitiva del loro spazio. Di quello spazio importantissimo che, a posteriori e come ben sappiamo, essi hanno saputo guadagnarsi. A suon di dischi importanti, spesso imprescindibili. Tutto, comunque, aveva inizio da qui. Ed è bene esplorare sempre la radice, prima di giungere verso la cima; capire il percorso, poi battere il sentiero, in maniera progressiva e paziente.

1) Ach Golgotha
2) The Old Coffin Spirit
3) The Forest Of N'Gai
4) The Mystical Meeting
5) Gloria De Domino Inferni
6) Inside The Eyes Of Algond
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