ROLLING STONES

Sticky Fingers

1971 - Atlantic Records

A CURA DI
LEA
20/05/2012
TEMPO DI LETTURA:
8

Recensione

Cari rockers,



 rieccomi a voi questa volta con una della band più amate, odiate, discusse, citate ma sicuramente arcinote del pianeta: The Rolling Stones.Nati agli inizi degli anni '60 in piena epoca beat, sono da sempre noti alle masse come gli antagonisti dei Beatles (almeno fino allo scioglimento di questi ultimi).

Siamo nel 1971, la rivoluzione del '68 non è molto lontana e di sicuro gli animi dei giovani non si sono certo smorzati: c'è ancora voglia di novità, di ribellione, di libertà, di trasgressione e proprio sull'onda della trasgressione i Rolling Stones pubblicano Sticky Fingers, uno degli album di maggior successo della loro storica carriera, se non il più famoso. La trasgressività degli Stones trapela da quest'album fin dalla copertina dove troviamo jeans sdruciti (ed evidentemente ben guarniti) e la cerniera vera e regolabile (almeno nelle prime edizioni su vinile), il tutto naturalmente firmato Andy Warhol.

 Scorrendo la tracklist s'intuisce subito che le Pietre Rotolanti non scherzano e soprattutto non hanno la minima intenzione di rinunciare al loro mood irriverente nonostante all'ascolto si senta una maturità musicale in continua ascesa. Inizio col botto con "Brown Sugar", uno dei pezzi più gettonati degli Stones e singolo da classifica che ben rappresenta quelle che sono le due anime della band: l'esagerata ed animalesca vocalità di Mick Jagger e i riff al limite del magico di Keith Richards, il tutto miscelato ad un'onesta chitarra ritmica suonata da Mick Taylor (Ron Wood arriverà in seguito) e da inserti molto ben riusciti di pianoforte e sax. Di contro la seconda track, "Sway", è una ballad bella e malinconica, con un drumming di quelli da accademia, che ti fa davvero vibrare anche l'anima, lamenti di chitarre, un pianoforte incalzante ed energico ed una sezione d'archi a legare il tutto per un pezzo che difficilmente le vostre orecchie scorderanno.

Rimaniamo su ritmiche decisamente basse anche con "Wild Horses", ma questo pezzo evoca più una mattina nebbiosa in aperta campagna e quest'immagine ben si addice alle sonorità acoustic-folk della canzone. Anche qui troviamo un Jagger che duetta, in maniera magistrale, con le sei corde di Richards proiettando l'ascoltatore in un universo parallelo. Per capire il peso del brano, basti dire che vent'anni dopo un'altra band di successo planetario, i Guns n' Roses, utilizzano il ritornello come intro, in sessione live, di una delle loro più famose ballads: Patience.

 Alziamo il numero dei bpm con "Can't You Hear Me Knocking", brano non famosissimo in realtà, ma non certo meno valido che unisce il più classico rhythm n' blues con del funky-soul, basso e batteria che avanzano come schiacciasassi, chitarre che si rincorrono l'un l'altra con la voce che cadenza il tutto con punti di rottura impreziosite da un organo ben presente e dal ritmo delle congas.Piccola concessione alle cover la troviamo in "You Gotta Move" suonata in maniera sì essenziale, quasi scarna verrebbe da dire, ma pur sempre mantenendo quella alchimia tra Jagger e Richards che è l'impronta del sound Stones. Si rialzano i toni con "Bitch" (e già il titolo è abbastanza evocativo), un brano che nel suo insieme racchiude vari generi che hanno contribuito al rock: dal blues delle chitarre, se mai ci fosse il caso di rimarcarlo, al soul degli ottoni il tutto ricamato su una base ritmica decisamente funky seppur in chiave animalesca e sanguigna.

Altro brano più "tecnico" è "I Got The Blues" che scorre ancora una volta sulla vena soul ben supportata da una prestazione chitarristica di Taylor degna di nota e particolarizzata da un solo di organo che penetra e sconvolge ogni singola parte del corpo dell'ascoltatore."Sister Morphine" è un racconto duro di una storia di tossicodipendenza narrata nella sua cruda verità con la voce di Jagger più affilata e tagliente che mai,a tratti quasi sanguinolenta ma sempre appassionata. Qui il blues lascia il passo ad un più marcato sound folk con degli inserti di piano pesanti come macigni, quasi a voler richiamare il nome della band. Firma eccellente nel testo quella dell'artista poliedrica Marianne Faithfull che, come i più scavati metallari sapranno, ritroveremo più avanti negli anni nella struggente "The memory Remains" dei Metallica.

Altro giro di puro folk è "Dead Flowers", quella che al primo ascolto può sembrare una canzonetta allegra ma che in realtà racchiude in sé tanto lavoro tecnico ed una quantità spropositata di innato istinto musicale. Non a caso è uno dei brani degli Stones più amato e ricordato dai fans anche se all'epoca non assunse mai il ruolo di singolo trascinatore. Chiude l'album "Moonlight Mile", altro brano "leggero" ma che richiama a sè tutto quanto è stato sviscerato nel disco: il folk, il blues, il soul suonati con estrema perizia e ricercatezza, quasi al limite dell'eccesso. Ma come ben sappiamo nel vocabolario di Jagger e soci la parola "troppo" non è contemplata.

 Data la sua moltitudine di suoni e generi, questo album richiede un ascolto molto attento e probabilmente dovrà essere riascoltato più volte per coglierne a pieno l'essenza, ma ogni volta saprete carpire sfumature che vi sono magari sfuggite all'ascolto precedente consentendovi di plasmare il disco a vostro piacimento.

 Quindi cuffie ben calzate, mente libera e rock selvaggio!!!



 


1) Brown Sugar
2) Sway3 - Wild Horses
3) Can't You Hear Me Knocking
4) You Gotta Move
5) Bitch
6) I Got The Blues
7) Sister Morphine
8) Dead Flowers
9) Moonlight Mile