ROB ZOMBIE

Venomous Rat Regeneration Vendor

2013 - Universal Music Enterprises

A CURA DI
ANDREA ORTU
26/08/2015
TEMPO DI LETTURA:
7,5

Introduzione Recensione

Per il fan boy medio di Robert Barleh Cummings, in arte Rob Zombie, il 2013 fu un anno davvero ricco di premesse e trepidazione, mentre per i fans un po' più cinici ed analitici fu piuttosto l'atteso giungere di una sorta di "Momento della verità" del loro beniamino. Infatti, che fosse a causa di favorevoli congiunzioni astrali, o che fosse semplicemente dovuto a una ricercata ridondanza pubblicitaria, o più probabilmente entrambe le cose, il 2013 diede alla luce due distinti prodotti, generati dalle due anime di Cummings: quella del musicista e quella del regista, attraverso l'uscita di The Lords of Salem nelle sale cinematografiche ("Le Streghe di Salem", in Italia), e da "Venomous Rat Regeneration Vendor", il quinto album solista di un artista prossimo ai cinquant'anni, con trent'anni di carriera alle spalle, eppure più che mai deciso a dimostrare che il suo status indiscusso di rockstar è ben lungi anche solo dallo scricchiolare. Tagliamo la testa al toro: è un ottimo album. Forse non una memorabile pietra miliare come La Sexorcisto (dei White Zombie), ma senz'altro un piccolo gioiello, impreziosito da eccellenti musicisti come il chitarrista, John 5 ed il batterista Ginger Fish, "rubati" dalle grinfie di Marilyn Manson con tanto di quelle diatribe che ben volentieri appassionano molti fans, Bob Marlette alle tastiere, e naturalmente Piggy D al basso. Venomous Rat Regeneration Vendor è un ritorno ad uno spirito scanzonato e "zombiano" che tanti fans attendevano dopo la mezza delusione del precedente Hellbilly Deluxe 2, album generalmente apprezzato ma relativamente fiacco, come imbrigliato tra la voglia di spiccare il volo e l'incapacità oggettiva di farlo. Questo "Ratto Venefico" è un album più discusso e discutibile, un disco in grado di spaccare in due la critica, e proprio per questo, a mio parere, superiore al precedente. Superiore per tanti versi anche a tutti gli altri album di Zombie (solista), tranne forse il primo Hellbilly Deluxe. Da un punto di vista sonoro, rispetto al predecessore, vi è in questo caso un palese ritorno alle origini, attraverso sonorità industrial ed elettroniche in grado di soddisfare sia i vecchi fans nostalgici che le nuove generazioni, a cui il sound eterogeneo, sporco ma al tempo stesso patinato del nuovo album è senz'altro più congeniale di quelle degli ultimi lavori di Zombie (Hellbilly Deluxe 2 ed Educated Horses, in particolare), molto più classici nelle sonorità spesso prive di eccessivi compromessi stilistici. Dal punto di vista delle tematiche, Venomous Rat Regeneration Vendor non delude e non stupisce, inquietando, divertendo, disturbando ed eccitando l'ascoltatore attraverso i classici argomenti che sono il marchio di fabbrica di tutta la carriera artistica di Rob Zombie: una divertita e a tratti pornografica spregiudicatezza, criptici (e spesso volutamente insensati) giochi di parole, e soprattutto l'horror, vero ed assoluto tratto distintivo dello stile di Rob; non perché originalissimo nei suoi presupposti, non perché innovativo nella scena musicale, (non lo era nemmeno ai tempi del debutto con i White Zombies), ma perché unico nello stile e nella personalità, nell'estetica e nello scopo finale, che non è più solo la selezione di determinate atmosfere o la volontà di infondere nell'ascoltatore certe sensazioni attraverso tematiche più o meno disturbanti o grottesche, ma bensì la capacità, tutta post-moderna, di sapere e volere soprattutto divertire ed eccitare attraverso tali presupposti; sì, post-modernista, in quanto si pone in un contesto in cui tutti i presupposti sopracitati sono ormai assorbiti, catalogati ed abusati da ogni media, sapendo dunque giocare cinicamente sugli stereotipi di un intero genere, distorcendolo e decostruendolo in maniera quasi sempre spassosa, abbandonando ogni velleità darkeggiante o goticheggiante tradizionalmente associata a quel genere di tematiche. Operazione non banale, anticipatrice di una tendenza cavalcata dallo stesso Zombie attraverso i suoi film. Ed è proprio attraverso i film da lui diretti che possiamo intuire lo spessore artistico, oltre che culturale, di un così poliedrico autore, ed i suoi limiti come tale, soprattutto come musicista. Prima di addentrarci nel discorso, basti pensare che Venomous Rat Regeneration Vendor è come già detto un ritorno alle origini, e se è vero che come tale centra perfettamente l'obiettivo di far tornare a divertire riappropriandosi al contempo di un sound sfaccettato e poliedrico, è anche vero che in virtù di ciò esso rappresenta anche l'evidenza di un empasse, di un limite creativo. Vediamo innanzitutto quali sono i pregi e i difetti dell'album, pezzo dopo pezzo.

Teenage Nosferatu Pussy

Il disco di apre con "Teenage Nosferatu Pussy", che prima ancora di partire ci delizia con una piccola chicca tipicamente zombiana, pochi secondi di dialogo tratti da un vecchio programma televisivo a tema scientifico anni '50 chiamato Housewife in LSD Experiment, in cui possiamo udire le frasi vagheggianti e sconnesse di una casalinga a cui è stato appena somministrato dell'LSD. Pochi attimi dopo chitarra, basso e batteria partono con un lento e martellante ritmo industrial, reso più gotico dalla melodia d'organo del tastierista, Bob Marlette, artista versatile e dal curriculum chilometrico che di Venemous Rat Regeneration Vendor è anche il produttore. Sebbene come già detto non vi siano serie velleità gotiche nello stile di Rob Zombie, ciò non gli impedisce di cavalcarne gli stereotipi, come in questo caso, in una chiave parodica e revisionista che ben si adatta ad una traccia che fonde l'elemento "teen porn", che è il piatto preferito dai giovani fans di Rob, a quello del cinema classico horror (Nosferatu il vampiro, appunto), che è il piatto preferito di Rob stesso. La ritmica rimane identica anche dopo l'entrata in scena della voce di Zombie, per diventare ancora più pesante e grave durante il chorus, in un crescendo di suoni elettronici graffianti e stridenti fino all'ovvio exploit finale, preceduto dall'incombere sempre più minaccioso delle percussioni e chiuso dalla voce da bluesman di Zombie con l'ultimo chorus (teenage nosferatu pussy / turn it on / turn it on), per concludersi con i lievi gemiti di piacere della nostra piccola vampira. Il testo è quasi irrilevante: un'accozzaglia, in senso buono, di parole pensate per evocare immagini e sensazioni a sé stanti, non necessariamente in relazione al soggetto del titolo. Teenage Nosferatu Pussy è come un bigliettino da visita: mette in mostra il bagaglio classico del suo autore affascinando l'ascoltatore medio, ed illudendo i fans più conservatori di stare per ascoltare l'erede (quello vero) di Hellbilly Deluxe, quando invece Venomous Rat è forse qualcosina di più, ma con presupposti molto diversi.

Dead City Radio And The New Gods Of Supertown

L'ascolto prosegue col pezzo più caciarone e festaiolo dell'album, uno dei miei preferiti, vista la natura fortemente anni'70 del pezzo, tra influenze blues rock, boogie ed heavy metal, che tuttavia avranno fatto storcere il naso a molti talebani di un certo tipo di sound tradizionalmente associato a R.B. Cummings; parliamo di "Dead City Radio And The New Gods Of Supertown", scritta a quattro mani con Bob Marlette. Un singolo del brano uscì il 23 febbraio (abbinato a Teenage Nosferatu Pussy sul b-side), due mesi prima dell'album, forte di una versione estesa di quasi 30 secondi rispetto a quella del full length. Il singolo fu preceduto da un video diretto splendidamente dallo stesso Zombie; sebbene egli si fosse detto poco propenso a realizzare video musicali, la concomitanza col Mayhem festival spinse la band a darne alla luce uno per questa frenetica ballata vintage. Girato in bianco e nero dentro una sorta di ampio magazzino, il video ci carica con diverse performance estetiche, compresa quella di Sheri Moon Zombie, la splendida moglie di Rob, e naturalmente ci presenta l'autore e la sua band. Il tema del brano è una sorta di commemorazione della cara vecchia radio, non tanto in una chiave nostalgica sul genere di Video Killed the Radio Star Radio GaGa, ma piuttosto un omaggio al suo status di strumento decaduto eppure immortale, nonché un pretesto per sintetizzare in poche ma efficaci strofe un incedere negativo delle vicende umane, con l'asservimento al potere di turno e lo smarrimento della wasted youth, la gioventù bruciata. Il pezzo si apre anch'esso con una frase evocativa che sembra provenire, per l'appunto, da una radio: Radio has changed our lives and practically saved our lives, "la radio ha cambiato le nostre vite e praticamente salvato le nostre vite". Oh yeah!, parte carica e consapevolmente svogliata, sporca ma puntualissima la voce di Rob Zombie che si diverte, e si sente, ad omaggiare un periodo musicale che ci riporta immediatamente ai suoi film ed alle loro atmosfere. Il riff di basso e la batteria scandiscono il tempo definendo praticamente da soli tutta la personalità del pezzo, mentre Marlette fa da sottofondo replicando alla perfezione le sonorità caratteristiche dei 70's, con i loro organi elettrici, patinandole quanto basta con un pizzico di modernità. Tuttavia è forse la chitarra di John 5 a rimanere impressa alla gran parte degli ascoltatori. L'ex chitarrista di Marilyn Manson ha infatti la possibilità di esprimere estro e bravura, sempre nei limiti di una canzone mai davvero sbilanciata o fuori le righe, chiudendo lo show insieme alla batteria di Fish nel più classico dei modi. Tra le righe del testo passiamo da omaggi e riferimenti alla personalità vintage del pezzo (I'm a Rhinestone Tiger in a Leisure Suit, "sono una tigre di strass in un completo leisure", quello alla Tony Manero per intenderci) alle solite espressioni criptiche ed immaginifiche fino alla già citata, per quanto velata e criptica anch'essa, parentesi sociologica sulla "gioventù bruciata", del "saluto a Re Giorgio", dell'asservimento e dell'ipocrisia. Tutto in un clima di festa che fagocita ogni mestizia, ogni avversità. "Today on this program you will hear the sound of our soul. We known that music is music, but when are together we got power", "Oggi in questo programma sentirete il sound delle nostre anime. Sappiamo che la musica è musica, ma quando siamo insieme, deteniamo il potere" (Jesse Jackson, 1972, per il discorso d'apertura del Wattstax Music Festival); questa l'azzeccata, ultima citazione della canzone. Dead City Radio And The New Gods of Supertown è il pezzo che non ti aspetti in cui tutto bene o male è prevedibile, ed a ragione: non vuole innovare, vuole citare, non vuole stupire, vuole divertire come e quando deve, e ci riesce. "Pretty fucking cool", si complimenta con se stesso Rob Zombie a proposito di video e canzone, e noi concordiamo.

Revelation Revolution

Proseguiamo con la terza traccia, "Revelation Revolution". Come i pezzi precedenti si apre con una frase evocativa ed astrattamente attinente al tema della canzone: What joy is there in life? Life should be- Life is, should is, and should be ecstasy. Being alive should be a joy and it's a drag (Che gioia c'è nella vita? La vita dovrebbe essere - lo è, e dovrebbe essere, estasi. Essere vivi dovrebbe essere una gioia, ed è un fardello). Tale frase è tratta da un vecchio video-documentario ,The Student Movement and Counter Culture, piccola fotografia delle generazioni di ragazzi tra gli anni '60 e '70, sui loro punti di riferimento, le loro filosofie ed i loro santoni. Venomous Rat Regeneration Vendor è un album molto equilibrato nella sua eterogeneità, e risulta difficile trovare pezzi che funzionino meno di altri, tuttavia Revelation Revolution è nel complesso un brano apparentemente deboluccio, se accostato ai pezzi da cui è preceduto e seguito, e tuttavia la sua "debolezza" è funzionale alla fisiologia dell'album, non facendosi affatto avvertire durante un ascolto lineare del disco; è la perfetta chiusura della prima parte dell'album, che da sola sintetizza e comunica all'ascoltatore la natura dell'opera e le intenzioni dietro di essa, ovvero riportare il suo autore alle sonorità che l'hanno consacrato come rockstar dell'alternative rock, riconsegnandolo alle grazie dei suoi fans storici, ed integrare tutto questo con il lavoro svolto nei precedenti album, in parte spogliati di quegli elementi industrial tipici dei primi due e maggiormente concentrati su una maturazione orientata a classiche sonorità heavy blues ed hard rock. Revelation Revolution chiude il cerchio anche strutturalmente, costruendosi sopra una solida base industrial leggermente sporcata di elettronica, con gli stessi presupposti di Teenage Nosferatu Pussy, ma proseguendo sull'onda della party song, andando così a smorzare la corsa intrapresa durante Dead City Radio senza però dare la brutta impressione di una brusca frenata. Inoltre, dal punto di vista concettuale, pone gli ultimi elementi del caotico quadro immaginifico di Rob Zombie, dal quale l'elemento religioso non poteva certo mancare (soprattutto dopo l'ultima fatica cinematografica), non privo anch'esso dell'ironica caratteristica del personaggio che Robert Cummings incarna. Già il titolo della canzone, Revelation Revolution, è di per sé la citazione esplicita di una tipica espressione cristiana inerente alla rivoluzione (culturale, umana) seguita alla Rivelazione di Cristo, già abbondantemente attinta e decostruita con ironia da altre band, come i Lovin' Spoonful ed il loro Revelation: Revolution '69 (1969). Nel caso di Rob Zombie trattasi, naturalmente, di una Rivelazione sinistra e grottesca (inchinatevi di fronte al Dio dalle due teste), intrisa di elementi dissacranti e blasfemi alquanto spassosi. Gli elementi di connessione col suo cinema, pur se nascosti, si fanno notare a più riprese dandoci la netta impressione che il Dio della Rivelazione sia lo stesso Rob Zombie, incarnazione del personaggio cinematografico da lui creato ne La Casa dei 1000 Corpi e The Devil's Reject, Otis B. Driftwood, un bifolco "Messia" sceso in terra che in realtà è il Diavolo, "ed è qui per fare il lavoro del Diavolo". 

Revelation Revolution

Dopo questa ispirata ed incoraggiante prima parte dell'album, a seguire "Revelation Revolution" e separarla idealmente dal resto dell'opera ci pensa una mini-traccia di "intermezzo", "Theme for the Rat Vendor", che rifacendosi al titolo del disco ne è il reale inizio dopo la "prefazione" delle prime tre tracce. Un minuto esatto di canzone in cui chitarra, basso e batteria creano un sottofondo folk e tribale, su cui Marlette costruisce la sua melodia orientaleggiante, creando un'atmosfera che ci fa ben immaginare, quasi palpare, un luogo caotico e straniero, popolato da figure caratteristiche e stereotipate tra cui gli immancabili venditori di fumo che strillano ai quattro venti le loro cure miracolose ed i loro intrugli magici, tra cui forse c'è anche il nostro mercante di ratti, quello di cui parla il titolo dell'album, onestamente intraducibile e anche in originale privo di un reale senso. A detta dello stesso Rob Zombie, infatti, "Venomous Rat Regeneration Vendor" è semplicemente il primo nome evocativo e sufficientemente disturbante ad essergli passato per la testa, mentre John 5 ci suggerisce che esso esprime semplicemente delle sensazioni malate, sporche, stridenti e venefiche, in poche parole una rappresentazione adeguata allo stile horror-grottesco del suo contenuto. 

Ging Gang Gong De Do Gong De Laga Raga

D'altra parte il nostro "venditore di ratti", con le sue melodie indiane e le sue grafiche psichedeliche, ci riporta ancora una volta a quegli anni '70 mai abbastanza omaggiati dal nostro morto vivente di fiducia, che dopo questo veloce intervallo ci riporta subito in pista con un energico pezzo da headbangers, visto che anche questo lato vuole la sua parte, e la ottiene con "Ging Gang Gong De Do Gong De Laga Raga", canzone che nonostante il titolo possiede una sua poetica nelle rime e nella scelta delle parole, anche se felicemente insensata. Dalla traccia è stato anche tratto un video live, con Hector Santizo alla regia, parte del tour da cui è stato prodotto il secondo disco live della carriera solista di Rob Zombie: Spookshow International Live, pubblicato il 24 febbraio del 2015; video che merita per la capacità di mostrare ed esaltare la prestanza sul palco di Zombie&band, oltre che per il tripudio di seni al vento che certo non guasta. Il testo, pur non avendo un filo logico generico, ci parla chiaramente del suo autore, o per meglio dire di come egli si sente percepito da fans e media, naturalmente sfociando nell'assurdo. Per esempio la parte in cui si definisce "uomo-diavolo hollywoodiano dalla parlata veloce" che "eccita le ragazze con un onda sonora" sia probabilmente la miglior descrizione di Rob Zombie che abbia mai sentito. Il ritmo martellante, il riff di chitarra lucido e regolare, I riferimenti erotici ed orrorifici, tutto predisposto a caricare l'ascoltatore fino a un chorus degno del più orecchiabile dei tormentoni. Una canzone che potrebbe forse sfruttare meglio l'abilità del suo chitarrista, ma che rompe la sua regolarità unicamente con qualche effetto elettronico d'atmosfera, concedendo a John 5 solo alcuni studiati ed artefatti exploit. Nonostante ciò, o forse anche in virtù di ciò, il brano funziona egregiamente, ed è giustamente uno dei due principali pezzi di punta dell'album. Grazie alla sua semplicità compositiva, al suo classico sound hard rock lucidamente contaminato dai soliti elementi zombiani, e ad un ritornello ricercatamente vuoto in grado di fissarsi nel cervello, Ging Gang Gong De Do Gong De Laga Raga ottiene esattamente ciò che da esso si desidera: il tormentone dell'album, il suo pezzo più divertente e commerciale. 

Rock And Roll (In a Black Hole)

Un brano come questo, come già detto dal sound classico e vendibile, si ritrova a fare perfetta coppia con il successivo "Rock And Roll (In a Black Hole)", che ne è quasi l'esatto contrario. Aprendosi con le prime, vere sperimentazioni elettroniche, che di questo pezzo sono l'anima, il Buco Nero del Rock'n Roll zombiano prosegue mischiando un po' di sana tamarraggine funky al potente incedere dell'industrial più puro. Poco dopo i primi graffi di elettronica risuona la voce di uno scienziato pazzo proveniente dal regno dei b-movie britannici anni '70, a dirci: "gloriose creature del nostro futuro, generate dalla manipolazione genetica", frase tratta da The Freakmaker, conosciuto anche col titolo The Mutations, del 1974. Dopo una corsa sostenuta, tra lo stridere degli effetti elettronici ed il susseguirsi delle rime di Rob, il brano parte in una fuga disperata con un esplosivo chorus impreziosito da echi di urli lancinanti in lontananza. Il testo è come la rappresentazione di un susseguirsi di figure umane delle tipologie più disparate, dalla più banale alla più improbabile, ma tutte che "danzano in un buco nero", mentre "tutto ciò che desiderano fare è il rock'n roll" (We're all dancing in a black hole / When all we wanna do is rock and roll). A intramezzare il delirio (che tale in fondo è solo in apparenza), arrivano altre frasi tratte da The Freakmaker, che di questo pezzo non è solo parentesi citazionista ed evocativa, ma parte integrante; la voce dello scienziato risuona ancora e ancora sul terreno arroventato dal riff di John 5: "Potete credere di essere normali, ma siete tutti il prodotto di una mutazione", e nuovamente, prima del ritornello finale: "Cosa può accadere quando le mutazioni sono incontrollabili?". Probabilmente per Rob Zombie, come I vecchi films sui freaks insegnano, il vero mostro il più delle volte è il tipo comune, celato nella banalità. Rob, ed i fans che in lui si riconoscono, sono le "mutazioni incontrollabili" in seno alla società. Ging Gang Gong De Do Gong De Laga Raga, e Rock And Roll (In a Black Hole) rappresentano un'accoppiata che incarna le due anime dello stile di Rob Zombie, entrambe ugualmente in grado di fomentare gli animi e far scuotere la testa. 

Behold, The Pretty Filthy Creatures!

 Con la seguente "Behold, The Pretty Filthy Creatures!", Cummings prosegue il suo cammino in una selva di vintage che lo vede in grado di orientarsi alla perfezione. All'inizio la consueta citazione, che stavolta ci riporta ai trailer dei vecchi film horror tra gli anni '50 e i '60 (è decisamente a causa della sua approvazione di pratiche sessuali scioccanti come prerequisito per la salvezza), poi la partenza incalzante della batteria seguita dall'organo elettrico, ad inscenare nuovamente quei set anni '70 su cui si costruisce buona parte della poetica dell'artista del Massachussetts, ed infine l'energia del rock'n roll (quello vero) più puro potenziato da sonorità heavy metal con sfumature di influenze che vanno dal glam al power. Le lyrics, formate per due terzi da bisillabi e monosillabi, contribuiscono con la loro semplicità ed ambigua cripticità a rendere il brano ancora più folle e sparato, nel contesto di un album ormai lanciatissimo ed inarrestabile nella sua prorompente missione: divertire e divertirsi rivisitando tutto il meglio del repertorio, non solo di Rob Zombie, ma del rock tutto. 

White Trash Freaks

È con questi presupposti, soprattutto quelli strumentali, che il disco si avvia verso la più pesante ed aggressiva "White Trash Freaks", e se avevamo l'impressione che la citazione sul pezzo precedente a proposito del "approvare pratiche sessuali scioccanti come prerequisito per la salvezza", ed il successivo accarezzare la storia del rock ed insieme quella del cinema (horror) fosse decisamente un'immersione più intima nel background di Rob Zombie, con White Trash Freaks siamo finalmente alla genesi della sua poetica, anche cinematografica: un omaggio alla sottocultura "bianca" (non certo in senso teutonico) che egli stesso rappresenta; dalla "rapina" del blues come musica del proletariato di colore a genere bianco e tutto sommato un po' più borghese, contaminato da una miriade di influenze, di lì all'heavy metal (e suoi derivati), al postmodernismo dell'elettronica e dell'industrial. Un omaggio rivolto anche a quei bianchi "trash", quei redneck insieme sfottuti ed in fondo presi in simpatia da Rob Zombie, portati all'estremo nei suoi primi due film (specialmente The Devil's Reject); bianchi trash così tanto "freaks" da non essere nemmeno inquadrabili negli stereotipi sui redneck pseudo repubblicani e razzisti, ma piuttosto in una vera e propria sottocultura consapevole di esserlo. Proprio come Otis e Baby, che sono come sono perché cresciuti a quel modo, in una famiglia di degenerati, ignoranti, isolati. Sono davvero il Male, perché solo il male hanno conosciuto. Zombie non giustifica né esaspera il loro operato in chiave positiva, salvo ovviamente nella deriva parodistica che necessariamente caratterizza simili personaggi, in opere che avrebbero solo da perderci prendendosi del tutto sul serio. Quel che gli preme è usare le sue creature in due modi: come modello "estetico" e di background cool, divertenti e liberi freaks senza morale intimamente invidiati dal nostro retaggio inevitabilmente borghese, e soprattutto (specialmente, ancora una volta, su The Devil's Reject, a mio parere il capolavoro di Zombie) come termine di paragone: il loro Male si contrappone ad un Bene ambiguo, spesso ipocrita, ed infine crudele nella sua sete di vendetta, indistinguibile dal male stesso ed incarnato splendidamente nella figura dello sceriffo Wydell, quest'ultima davvero espressione dell'America repubblicana e giustizialista, dei veri "cattivi" in giacca e cravatta. Ancora una volta, dunque, Rob Zombie contrappone se stesso ed i suoi fans ad una massa distortamente "buona" e pulita, mentre loro, i freaks, sono veri e liberi. White Trash Freaks è uno dei pezzi in cui i musicisti si esprimono al meglio, confermando che se Venemous Rat Regeneration Vendor è un disco così ben riuscito e ricco di sfumature, lo deve anche alle sue maestranze, vecchie e nuove. Soprattutto nuove: Ginger Fish dà il meglio di sé, mentre John 5 dà finalmente libero sfogo al suo talento. Il loro folle e durissimo rock'n roll si fonde con l'elettronica subliminale di Marlette, divenendo lo sfondo per l'incedere industrial delle rime di Rob Zombie, andando così ancora una volta a completare il puzzle tipico del sound desiderato per questo album, senza tuttavia suonare come "già sentito". Non troppo, almeno. La citazione cinematografica è anche qui d'obbligo, stavolta tratta dal film svedese del 1976 Dixie Dynamite. Il testo, come d'obbligo, unisce elementi grotteschi e disturbanti ad altri sensuali, e come ogni testo di Zombie è ricco di citazioni, come ad esempio quella sul "boogaloo", uno stile di ballo degli anni '60, anch'esso sorto dalla cultura popolare afro-latina, "acquisito" dalla cultura di massa e divenuto quindi mainstream. White Trash Freaks è la generazione di Rob Zombie e dei suoi più giovani adepti, cresciuta tra poli in tensione e contaminazioni di ogni genere, che nel nome rimanda ai precursori White Zombies, a loro volta citazione dell'omonimo film del 1932.

We're an American Band

 Al culmine di questa grande festa, inizio e completamento della Rivelazione e nel bene e nel male essenza di tutto questo, troviamo "We're an American Band", cover tratta dall'omonima del gruppo anni '70 Grand Funk Railroad, dal '96 nuovamente riunita ed in attività. In quanto cover, la scelta di implementarla nel disco è stata assai dibattuta tra amanti e detrattori dell'album di Zombie. Personalmente mi sento di promuovere tale scelta sia tecnicamente che spiritualmente; tecnicamente perché oltre ad essere suonata con gusto, la versione di Rob Zombie riesce a vivere di vita propria attraverso il semplice indurimento del sound ed un cantato tendente al growl, senza tuttavia minimamente tradire lo spirito di festa originale, anzi, pompandolo se possibile ancora di più. Spiritualmente perché We're an American Band esprime davvero bene l'origine di quanto detto finora, lo spirito in cui Rob Zombie ed i suoi musicisti si riconoscono, figlio dell'ideale di libertà e del melting pot così ben rappresentato dalle influenze artistiche che lo contraddistinguono. Perfino il sound della band autrice della canzone originale è embrionale dello spirito rumoroso e festaiolo con cui Cummings si è accostato al suo ultimo full length. In definitiva, come accennato proprio da Zombie, perché "è quello che siamo, una band americana". Lui non avrebbe saputo esprimerlo meglio dei Grand Funk Railroad, e non ci prova nemmeno; piuttosto, li omaggia. E per me fa benissimo. 

Lucifer Rising

La successiva Lucifer Rising, anziché smorzare i toni dopo un culmine così lungo e dilatato, preme ancora di più il piede sull'acceleratore. Qui sono John e Ginger Fish a gestire tutta la potenza del pezzo, in mano loro l'atmosfera ed incontenibile carica del brano, attraverso rimarchevoli sprazzi di vero virtuosismo, il tutto lanciatissimo sulla strada aperta dagli impeccabili riff si Piggy D. Anche qua la scelta delle parole è pensata per rendere il pezzo rapido ed incisivo nel suo complesso, glissando frasi o parole dal significato troppo ampio, preferendo diluire l'aspetto concettuale in tutti i tre minuti e diciotto secondi di demoniaco galoppo. Ed il concetto è semplice: Lucifero è risorto, e tutte le ragazze gridano a più riprese "I love you, yeah baby", perché le donne, come dimostrano le streghe di Salem e come tradizionalmente vuole il cristianesimo, al peccato sono portate per natura, e questo a Rob non dispiace affatto. Fondamentalmente è la storia, parafrasata, di una sbronza, ma i riferimenti dentro un simile soggetto sono molteplici: Lucifero "risorto" è il tema dell'ultimo film diretto da Rob Zombie, The Lord's of Salem, uscito proprio in concomitanza con Venomous Rat Regeneration Vendor. Lucifero è lo stesso Rob Zombie che "risorge" grazie al suo nuovo album dopo un periodo di apparente stallo musicale. Infine, Lucifer Rising è la citazione ad un film omonimo, la cui produzione fu avviata nel 1966, ma la sua pubblicazione avvenne solo quattordici anni dopo, nel 1980. Una storia maledetta, quella di questo film, che vide la partecipazione di Jimmy Page alla colonna sonora, scartata dal regista Kenneth Anger con conseguente litigio e prolungamento dei lavori. Prolungamento già avvenuto in precedenza per contrasti tra il regista e Bobby Beausoleil, attore e responsabile della colonna sonora. Dopo la defenestrazione di Page, tuttavia, la colonna sonora venne nuovamente affidata a Beausoleil, che la realizzò in quattro anni da dentro il carcere, dove scontava l'ergastolo per un omicidio commesso dietro ordine di Charles Manson. Queste, e tante altre vicende avvenute durante e tra le riprese rendono Lucifer Rising un film davvero degno del suo nome, a cui uno come Rob Zombie non poteva non appassionarsi. Il riferimento all'interno del testo del brano al 1969 può essere dovuto ad un cortometraggio che Anger realizzò usando le primissime riprese di Lucifer Rising, dal titolo Invocation of My Demon Brother, ed uscito appunto nel '69.

The Girl Who Loved The Monesters

Il pezzo successivo, "The Girl Who Loved The Monesters", abbandona la finezza citazionista del precedente brano per tornare a tematiche più tradizionali del repertorio di Zombie: una ragazza in cui le fans di Rob possano immedesimarsi, riferimenti pulp, horror, sfumature intimiste all'essenza del concetto di fondo: i "mostri" vivono dentro di me e dentro di te, (questo è ciò che ci lega), liberali, falli "essere". In sostanza, una canzone d'amore nell'unico stile che ci piace sentire da Robert B. Cummings. Il sound è più dark e cupo, l'andatura più contenuta, quasi drammatica. Nel complesso il pezzo non offre nulla di nuovo, né particolari sprazzi di genio, semplicemente si inserisce perfettamente nel contesto dell'album e ne rallenta il ritmo, "incorniciandolo" tra esso e la prima traccia, Teenage Nosferatu Pussy, portandolo di fatto a compimento nonostante manchi ancora una canzone alla fine. Un cinematografico "oh God" (Oh Dio!) urlato da qualche donna in preda al panico apre le danze, e l'ennesima citazione le chiude: "Dopo un po' i loro denti iniziano a crescere. Diventano affamati, ed avvertono il loro stesso soffocamento. Naturalmente non uccideranno membri della loro stessa tribù, ma nella paurla di morire, uccideranno il più debole di loro. E poi un altro debole, ed un altro ancora, finché uno solo, il ratto superiore ad ogni altro, rimarrà nella gabbia.". In quest'ultima frase, tratta dal film del '99 Balkan Baroque, si fa riferimento ai ratti in una chiave sanguinosa ed inquietante, a ricordarci che con questo brano si chiude Venomous Rat Regeneration Vendor. 

Trade in Your Guns For a Coffin

L'ultima canzone nella lista infatti, "Trade in Your Guns For a Coffin", è praticamente una traccia bonus. Il titolo è tratto da uno spaghetti western del 1970, "C'è Sartana, Vendi la Pistola e Comprati la Bara", ed è un pezzo che oscilla tra il punk e l'heavy blues. Un'ultima alzata di mano per Rob Zombie che pare dirci "sono tornato più carico che mai". Anche il tema politico/sociale suona come un gran "vaffanculo" a mo' di commiato, mandando al diabolo tutto e tutti attraverso una critica alla sottomissione, al mito del sogno Americano, alla mediocità che non porta a nulla, ed un ostentato pessimismo. "State svegli a guardare la tv, siate felici, siate felici". Così, ricordandoci la strada che dall'alto si vuole che noi percorriamo, ed implicitamente consigliandoci di non percorrerla, Rob Zombie e la sua band si accomiatano da noi

Conclusioni

Alla resa dei conti "Venomous Rat Regeneration Vendor" si è saputo dimostrare un'operazione vincente, capace di rilanciare un artista che chiaramente sa come rimanere sulla cresta dell'onda. Un album compatto, frutto delle sue eterogenee maestranze, capace di divertire e far saltare fino allo sfinimento e che però, come accennato all'inizio, tornando alle origini ed evitando qualsiasi rischio (tranne forse la presenza della cover), sia compositivo che concettuale, rappresenta in maniera ambivalente il culmine ed il limite di Rob Zombie, che in campo cinematografico, viceversa, mostra di trovarsi ancora in piena crescita. I due precedenti full length non erano dischi malvagi, tutt'altro, ed avevano un pregio che però era anche il loro difetto: vorrebbero essere ma non sono. Da un punto di vista strettamente commerciale, pur non dispiacendo al pubblico, non erano in grado di catturare nuovi accoliti né di soddisfare del tutto i palati di quelli vecchi, che non riuscivano ad apprezzare quest'esigenza di riscoperta del classico, di ricercare un sound sporco per davvero, e non patinato, di avventurarsi in poetiche più particolareggiate pur mantenendo i capisaldi. Nel loro complesso questi album erano anche più "sperimentali" ed innovativi, nell'ottica del lavoro del loro fautore, di Venomous Rat Regeneration Vendor. Quest'ultimo è un compromesso tra Zombie ed il suo pubblico, attraverso il quale entrambi si divertono, ed anche il livello tecnico fa un salto di qualità; ma non aggiunge nulla di nuovo, nemmeno lo cerca, e qualcosa lungo la strada sembra andato smarrito. Così non accade nel cinema: Le Streghe di Salem, in uscita nello stesso anno del Ratto Venefico, è un film pieno di difetti, controverso, per certi versi perfino sbagliato, eppure a me è piaciuto. Dentro ci ho ritrovato Rob Zombi, non un prodotto artefatto come, dopo il successo, c'era il rischio che Hollywood lo trasformasse. E soprattutto ci ho trovato nuova ricercatezza ed evoluzione, vedendo passare il suo autore da uno stile fortemente figlio dei classici slasher come Non Aprite Quella Porta, passando per le forche caudine del remake di un grande classico carpenteriano parzialmente riuscito (risultato già così davvero raro, per un remake), ad un film che raccoglie Lynch e Polanski fondendoli insieme senza tuttavia perdere l'originale personalità, ed in qualche modo riuscendo nel suo intento: di inquietare, certo, di offrire atmosfere malate e scene grottesche, naturalmente, ma soprattutto di raccontare una storia senza nemmeno badare molto all'esistenza di una trama, quella della progressiva perdita dell'Io. E lo fa attraverso un'estetica che pur rifacendosi ai classici, sa essere del tutto inerente alla poetica erotica ed oscura di Zombie. Se ne potrebbe discutere ampiamente, ma c'è chi l'ha già fatto meglio di me. Il punto è che ci sono buoni motivi se Rob Zombie viene sempre più identificato prima come regista che come musicista (oltre al successo commerciale dei suoi film). Sa anticipare le tendenze e sfruttare il sistema a suo vantaggio, senza lasciarsi sfruttare, cosa che lo rende un autore vero, e non l'ennesimo mestierante pompato dai media. Ma soprattutto sa evolvere. È questa la caratteristica che è venuta a mancare sul piano musicale, pur avendo comunque dimostrato di poter ancora sfornare un album eccellente sia sotto l'aspetto tecnico che sotto l'aspetto ludico. Nonostante questa osservazione mi preme considerare che un così ben riuscito ritorno alle origini, quale è Venomous Rat Regeneration Vendor, potrebbe essere un ottimo nuovo punto di partenza da cui trovare rinnovata crescita ed ispirazione. Un nuovo album si rumoreggia potrebbe essere in arrivo nel 2016, quindi possiamo sperare di saperlo presto. Nel peggiore dei casi, con questa band e questa voglia di divertire, di certo non correremo il rischio di annoiarci. 

1) Teenage Nosferatu Pussy
2) Dead City Radio And The New Gods Of Supertown
3) Revelation Revolution
4) Revelation Revolution
5) Ging Gang Gong De Do Gong De Laga Raga
6) Rock And Roll (In a Black Hole)
7) Behold, The Pretty Filthy Creatures!
8) White Trash Freaks
9) We're an American Band
10) Lucifer Rising
11) The Girl Who Loved The Monesters
12) Trade in Your Guns For a Coffin