RISE OF TYRANTS

Trauma

2014 - Buil2Kill Records

A CURA DI
GIACOMO BIANCO
21/02/2014
TEMPO DI LETTURA:
7,5

Recensione

Oggigiorno non è mai troppo facile arrivare a “creare” un disco: investire grosse quantità di denaro in un progetto musicale possono sembrare una vera eresia vista la crisi che dilania tutto e tutti. In questi anni ho visto personalmente numerose band emergenti gettar la spugna per i costi insostenibili, per la difficoltà di reperire locali che ti facciano suonare in santa pace, senza compromessi o limitazioni. Ho visto rinunciare ai propri sogni per i motivi più disparati. Ma la band che vuole farcela a tutti i costi deve anche superare questi primi ed imperiosi scogli, arrivando in seguito al fatidico momento della “registrazione in studio”, l’attimo in cui si vara il proprio progetto e si vedono potenzialità (e limiti) di ogni genere. Chi supererà anche questa fase arriverà sul mercato col proprio disco e toccherà poi alla critica ed al pubblico dare la definitiva sentenza sul prodotto: sarà un successo o una schifezza? Con l’augurio che siano più i trionfi che le sconfitte, si deve però fare i conti con un mercato che sembra saturo di prodotti alquanto scadenti. Molto amaramente mi viene così un pensiero: speriamo che chi arrivi a pubblicare un disco sia anche colui che si merita davvero questo traguardo. Se spesso però non è così, i Rise of Tyrants, la band che oggi mi appresto a recensire, dimostrano che per fortuna, pur non essendo dei mostri innovatori, si riesce ancora a dar vita ad un buon prodotto anche senza voler strafare o cercare ossessivamente quel qualcosa di rivoluzionario. I Rise of Tyrants, combo bergamasco formatosi nell’estate 2011, annoverano tra le proprie fila Diego Tiraboschi alla voce, Paolo Morosini alla chitarra, Riccardo Arrigoni al basso e Virgilio Breda alla batteria. Dopo aver consolidato l’attuale formazione già nell’inverno dello stesso anno, la band comincia a muovere i primi passi nella realtà locale, mettendo nel proprio bagaglio concerti su concerti, esperienze che culmineranno con l’apertura della leggenda thrash/death italiana Necrodeath. I nostri bruciano le tappe e nella primavera 2013 entrano in studio per registrare il loro album di debutto, “Trauma”, affidandosi al produttore Alex Azzali (che ha lavorato, tra gli altri, per Steve Di Giorgio, Blaze Bayley e Shane Embury). Il disco che ho tra le mani, uscito per conto della Buil2Kill Records, è un prodotto tanto diretto quanto semplice nel suo sound: si tratta di un efficace death metal moderno, a lunghi tratti melodico, che corrobora diverse componenti derivanti dal singolo corredo di ognuno dei musicisti. Trauma è un disco semplice, essenziale già nell’artwork, ma curato sotto ogni aspetto: la produzione è pulita, il sound “malsano” e deviato, così come deviante è l’immagine di copertina. Sopra al titolo campeggia infatti la figura di un neonato appena venuto alla luce: che sia la nascita lo stesso trauma esistenziale cui sembra suggerire il titolo? Senza abbandonarci in ulteriori ed inutili ciance, è con piacere che constato la musicalità diretta dell’opener “Never Relent”. Dopo un’intro arpeggiata e distorta, malata nella sua cattiveria, la band debutta con notevole impatto con quella che si candida a priori come una delle hit dell’album. La sensazione che questa canzone possa essere un possibile singolo è tanta, siccome il sound è sì potente, ma anche notevolmente ammiccante verso sonorità più melodeath (At the Gates su tutti). Le chitarre costruiscono un pattern decisamente accattivante, soprattutto nel break melodico del riff portante. Le vocals di Tiraboschi sono imperniate essenzialmente su un growl cattivo, ma non disdegnano sfuriate su timbriche più da scream. Le lyrics parlano di un passato che non lascia scampo, dal quale non possono che emergere brutti ricordi, fatti di menzogne ed illusioni. Quel che è più brutto è che i demoni del passato non svaniscono mai, t’accompagnano per sempre. Dopo un verso d’impatto, di cui ho già sottolineato l’efficacia del riffing, la band varia l’esecuzione quando la batteria vira sui crash, che riempiono di più il suono – scelta tanto accademica quanto efficace –, ma solo per un attimo, tant’è che si arriva ad un netto cambio di ritmo, che si manifesta prima con un bridge e poi con un breakdown con tanto di armonici artificiali. Le ritmiche si fanno più serrate e guerresche, ma il riffing si mantiene a buoni livelli su di un incessante drumming. Dopo questa parte, sfruttata in loco di un più convenzionale chorus, si ritorna sui precedenti ritmi iniziali. Anche se la scelta può apparire poco coraggiosa e ripetitiva, i nostri s’affidano ad una struttura che sanno essere azzeccata e dunque non si può certo biasimarli nel riproporre un riff pienamente indovinato. Insomma, Never Relent si costituisce di due parti fondamentalmente uguali, se non fosse per una brutale sequela di blast-beat che conferisce maggior cattiveria alla parte conclusiva della song, che pure si orienta verso partiture ancora più selvagge. Dopo soli quattro minuti si chiude così il biglietto da visita dei RoT, che colpisce assolutamente nel segno per la sua carica metallica ma anche catchy. Il secondo brano è “Master Illusion”, che riprende quasi pari-pari le ritmiche della precedente track. Sin dai primi secondi però il sound ci pare già più variegato, pur senza perdere cattiveria esecutiva o potenza. Oltre al bel cambio di tempo a 0:18, la canzone è fin da subito un turbinio di riff martellanti, dove al massiccio sviluppo del suono si alternano parti più lanciate in blast-beat. Le chitarre si prendono le scene per scelte dissonanti (dal minuto 1:06 in avanti), più orientate verso sonorità hardcoreggianti e ribelli agli schemi. L’impianto tuttavia si mantiene fedele al death metal proposto, seppur variegato con notevoli influssi che finora, nell’opener di cui prima, si erano poco notati. A 2:17 un mini break spezza la cadenza e così la sezione ritmica si cimenta in qualcosa di vagamente groove metal, per pienezza dell’organico (doppia cassa in mid-tempo martellante) e compattezza del muro del suono. A ciò si aggiungono ritmiche strascicate di chitarra ed armonici sibilanti, il tutto inframezzato da sfuriate prettamente death. In quella che è la traccia più corta dell’album (con i suoi 3:11), le vocals parlano di un abile “burattinaio”, abilmente camuffato per non farsi riconoscere dagli altri. Egli non è che un buffone solito a far muovere le persone-marionette come lui solo desidera. Facile intuire il risvolto “sociale” di questo tema, quasi come se, allegoricamente, la band ci volesse indicare quelle persone che abilmente riescono a far trottare chiunque secondo il loro piacimento, mascherandosi da “buoni” quando invece sono solo dei subdoli elementi. A nulla varranno le sue promesse compassionevoli quando tutti i suoi “spettacoli” saranno scoperti per quello che realmente sono: patetiche messinscene orchestrate al fine di creare una realtà distorta. Chi si pone contro di lui promette una livorosa vendetta: né si farà commuovere dai suoi sordidi tentativi di commiserazione, né verranno dimenticati i viscidi comportamenti di chi ha osato alterare a proprio piacimento la realtà. Terza traccia è “To Desecrate”, canzone anomala sin dall’inizio per le sue linee melodiche bizzarre e convulse. Tuttavia è il titolo ad essere evocativo: assolutamente dissacrante è il testo, come si evince da alcuni passaggi a dir poco espliciti: “The pain seed two thousand years ago your bastard fathers had planted and growth with blood”. C’è poco da aggiungere alla carica di cattiveria ed odio che questo verso trasmette. Come accennato, il riff di chitarra è quasi vicino a sonorità black, “liquido” nella sua velocità esecutiva. A 00:17 però esplode la sua brutale potenza, con una micidiale doppia cassa che spazza via tutto ciò che le si pone davanti. Alcuni stacchi più groovy arricchiscono le partiture, ma a 00:53 lo sviluppo irruento s’interrompe con un break di chitarra, a dire il vero piuttosto calmo, sebbene sia ancora il testo a colpirci: l’attacco alla struttura organizzata della Chiesa romana è ormai chiaro, il riferimento alla “eternal city” (Roma, ovviamente) è univoco. Di essa vanno sotto accusa le maniere: l’aver soggiogato con false promesse le menti delle persone, l’aver evangelizzato nuove regioni con insensato spargimento di sangue, tutti fattori che non possono passare inosservati a chi mastica un po’ di storia dell’Occidente. Il discorso però vuole assumere una direzione ben precisa, diventando ancora più potenzialmente polemico: s’attacca vigorosamente lo scandalo dei preti pedofili, dove non si capisce ancora oggi perché la Chiesa stessa, anziché mettersi in luce per un atto doveroso e sacrosanto, si ostini a nasconderli e difenderli dalle sentenze dei tribunali laici. Sarà un mistero della fede? Battute a parte, questa sezione centrale è molto più pestata ed imperniata su un mid-tempo, ma all’alba del secondo minuto ecco che ritornano i motivi deliranti dell’intro. Da segnalare a 2:56 un interessante break di basso, dove di ogni singola nota pizzicata dalle dita si sente davvero il feeling del musicista. Il finale della canzone rallenta ulteriormente, acquistando un incedere quasi doom, che ben s’intona con l’oscura profezia (o augurio) di distruzione e sciagura che incomberà sul Vaticano. Sotto le lunghe plettrate di chitarra, il basso riempie gli spazi con eccellenti fills, e così, come gli altari bianchi e gli scranni d’oro cadono, tutto sembra dissolversi nella polvere più totale, così come in dissolvenza si chiude la canzone, a conti fatti un episodio davvero felice di quest’album. La quarta canzone è “Death Factory”, introdotta da una linea di chitarra di nuovo orientata verso il più classico death/black. La potenza evocativa di un pur semplice verso è notevole, peccato che però duri poco, siccome quando entra la voce le partiture già cambino. "Death Factory" è certamente un brano meno impegnato rispetto alla precedente canzone: la band sembra piuttosto volerci regalare un classico pezzo spaccaossa, ma l’intento non pare aver colpito nel segno. Tra doppia cassa, armonici, breakdown e blast-beat sembra esserci davvero di tutto, però il brano inevitabilmente si colloca sotto agli altri finora ascoltati (in particolar modo della prima e terza traccia). Le lyrics si rivelano meno ingombranti ed anzi sembrano essere le più fantasy finora incontrate: un alone di malvagità si sta espandendo all’interno di questa “fabbrica della morte” (un richiamo all’omonimo film del 2002?), che ben presto sarà scenario di un massacro micidiale, in cui l’umanità potrà riscontrarsi ancora una volta sconfitta per via delle sue debolezze e per la sua bramosia illimitata di potere. Il brano si chiude senza lasciare particolari ricordi, quindi non ci resta che involarci verso la prossima canzone. “Painted Misery”, quinta traccia, parte col piede giusto, con un buon riff molto moderno e con una batteria velocissima, che ripiega subito anche su pattern di blast-beat. Da notare che, anche nel pieno d’orchestra, qualsiasi strumento è perfettamente ascoltabile, sintomo di un eccellente mixing, ma anche di grande capacità di quei musicisti (bassisti in primis) che tendenzialmente tendono a svanire in un genere così “caotico”. Dopo una prima parte decisa e tutta tirata, dove si parla di un’oscura entità che dal buio del suo antro reclama sangue ancora fresco, a 00:54 la band ci regala il primo solo dell’album, anche se davvero cortissimo per esprimere un giudizio: di esso si nota il carattere prettamente melodico a scapito di un contesto assai più brutale. Successivamente le ritmiche si fanno cavalcate, ripetendo anche il tema principale. A 2:12, una buona sezione di stacchi old-style apre ad una parte sensibilmente più tecnica, dove sono da ammirare le partiture elaborate, prima che le cavalcate riprendano il sopravvento e ci si avvii verso la chiusura del brano. Seppur breve, Painted Misery si presenta come una buona prova. Procediamo con il sesto brano in scaletta, “Sowers of Chaos”, introdotta da una piccola intro con le medie enfatizzate. Quando comincia la vera canzone si nota piacevolmente un groove spessissimo e decisamente adatto per scapocciare, con belle ritmiche pastose delle chitarre e crash bene in vista, il tutto mescolato in un suono “terroso”, moderno e molto congeniale al contesto. A 00:24, invece, una rullata sostiene un turbinoso giro di basso, in cui si sentono bene i toni aperti ed il suono metallico. Il verso della canzone è abbastanza teso per mantenere alta l’attenzione, anche se il testo appare ancora una volta inferiore per originalità tematica rispetto alla fatidica "To Desecrate" (che comincio a supporre essere l’apice massimo raggiunto per quanto riguarda i testi). Il tema centrale è il male insito nella natura umana, sua stessa condanna, e l’argomento ben si fonde fra i versi molto rapidi, anche se sostanzialmente quadrati. Il brano non presenta tecnicismi ostici, bensì mantiene una struttura regolare e di facile assimilazione. A 2:28, improvvisamente, la song cambia connotati per assumere una fisionomia decisamente più groove, anche se solo momentaneamente, con un interessante gioco di chitarra ritmica, basso e doppia cassa. Dopo neanche venti secondi, ecco che ritorna prepotentemente a galla la matrice death, prima con un break folgorante e poi con una sfilza di blast-beat velocissimi. Come se non bastasse, la canzone rallenta di netto con uno strascicatissimo breakdown con tanto di armonici dilatati e poderosi colpi sui tom, che si assumono il compito di chiudere la canzone in una maniera, devo dire, abbastanza “troncante”. “Instinct”, settima traccia, è una bella novità per una death metal band: l’entrata in arpeggio pulito è stilisticamente “un pugno in faccia al contrario”: armonici naturali di basso fanno capolino ad inizio brano, mentre poi tocca ad una voce calda e bassa irrompere su questo etereo tessuto musicale. Il basso accompagna con note tonde e piene, ma ben presto la sua partitura si tramuta in un rapido assolo, che va a morire con tutto il resto dell’intro verso il minuto uno, quando, scanditi i quattro tocchi sul china, la band esordisce con un mid-tempo bello potente. Ancora una volta non mancano sferzate di batteria davvero assassine, ma a 1:58 un inedito cambio di ritmo con stacchi sui tom – in una maniera affatto comune nel death – spezza il ritmo, che però riaccelera subito fino ad un break di basso – questa volta leggermente distorto – che inaugura una parte centrale più elaborata e tecnica. Il protagonista della canzone è un uomo cinico, freddo calcolatore che s’affida alla sola logica nella lotta per la sopravvivenza. Pur avendo sperimentato qualsiasi tipo di dolore e dissolutezza, ancora non concepisce come i deboli si sentano realizzati venendo manipolati dai pochi che comandano. Ad una domanda senza apparente risposta, il protagonista non fa che lasciarsi andare ai suoi istinti più ferali. Il brano è il più lungo di tutto il cd – sei minuti esatti – ma non stanca per strutture troppo arzigogolate, mantenendo anzi un solido impianto death, certamente più contaminato dall’ormai evidentissima componente groove, oltre che da un certo gusto per la melodia più orecchiabile. Tirando le somme, siamo dinnanzi ad un altro valido brano che giocherà a favore del voto finale. Ci stiamo avviando alla conclusione dell’album, essendo arrivati alla penultima canzone, “Bloodlust”. L’incipit è di quelli macina-tutto: sfuriate di blast-beat e velocissime partiture preludono ad una parte addirittura “alternativa”, in cui sembra di ascoltare un band alternative/nu metal. Particolare menzione dobbiamo farla al cantante: è interessante la linea vocale che, quasi a stento, arranca su un verso notevolmente più spedito e sincopato. Da sottolineare vi è anche il buon lavoro della sezione ritmica che ci offre tanti tipi di versi, ma tutti ben concatenati fra loro. A 1:08 un inedita sezione, che capiamo essere il chorus, si caratterizza per un andamento niente affatto death, ma che comunque ribadisce quanto detto prima: ai Nostri piace sicuramente la buona melodia e ne sanno fare buon uso. Dal contesto chitarristico ancora una volta si scorgono felici fraseggi di basso che impreziosiscono la canzone. La struttura del brano è semplice e lineare e tratta della “sete di vendetta” che ti consuma dal di dentro. Tu ci provi a scacciare i brutti pensieri dalla testa, anche a costo di soffrire molto, ma mai e poi mai questa necessità di vendetta ti abbandonerà. Poco prima del finale, a 3:13 un buon bridge molto diretto viene proposto dalla band, ma dura davvero poco, giacché la canzone si chiude subito. In questi pochi attimi però, ottimi passaggi di chitarra incernierano sezioni ritmiche lineari ma martellanti. Altro felice episodio dell’album è dunque questa "Bloodlust". Giunti a “Five Seconds”, siamo ormai alla fine del cd. L’inizio è di quelli atipici, col cantato che parte subito, strani armonici dissonanti e strutture dispari che lo rendono già da principio il brano più sperimentale. A 0:39 un eccellente break in tapping di chitarra apre le (pazze)danze di questa canzone strampalata. Per fortuna le componenti sperimentali non sono sole, ma sempre ben accompagnate da sezioni più classiche. Il testo è piuttosto ermetico, direi personale, in quanto è difficile eviscerare un filo logico che ci permetta di capire lo sviluppo testuale. Palese è che siamo ancora di fronte a lyrics da disadattato, da solitario che non vuole/riesce ad integrarsi. Tornando al lato musicale, il brano tende a riproporre i medesimi versi che, pur essendo articolati, dimostrano però di non essere prolissi. A 2:50 una sezione rallentata ripete pari pari l’introduzione, mentre a 3:29 si ha l’impressione che i ritmi si stiano per alzare, ma invece la band ci sorprende con un altro assolo – il secondo di tutto l’album – che a 3:38 si profonde al di sotto del cantato, dove possiamo finalmente accertare che il chitarrista Morosini ha anche una buona vena ispiratrice in fatto di parti solistiche. Tapping, schitarrate urlanti e scale: c’è di tutto e di più, ma a 4:04 un altro inconsueto bridge apre la strada per un ultimo, lentissimo breakdown che chiude il disco. A somme tirate, i RoT hanno lasciato il loro brano più d’avanguardia alla fine, forse per dimostrare che non sono solo dei grezzi deathsters, ma che hanno anche i numeri per scrivere qualcosa di più complesso ed elaborato. “Trauma” si è rivelato una bella sorpresa, un disco di death metal melodico, con folti inserti groove metal, composto da nove tracce che però non stancano mai. E’ comunque ovvio che ci sono stati degli episodi meno esaltanti, ma considerata la caratura di brani come l’opener, come l’icastica "To Desecrate" e – perché no – l’ultima "Five Seconds", non si può che apprezzare il lavoro di una band che ricordiamo essere all’assoluto debutto in studio. La perizia tecnica dei musicisti è ampiamente valida e particolar menzione vien fatta al bassista Riccardo Arrigoni, autore di un eccellente prova. Assieme a lui, nella sezione ritmica, Virgilio Breda ha saputo offrire parti di batteria diversificate, dimostrando di essere alquanto propenso a partiture ulteriormente più brutali. Le chitarre di Paolo Morosini svolgono una funzione essenzialmente ritmica – pochi sono gli assoli – ma nelle melodie si è scorta spesso una venatura di black/death che conferisce assoluta cattiveria alle composizioni. Ultimo in questa analisi, ma non per demerito, è il singer Diego Tiraboschi, abile growler fattosi portavoce di tematiche sia fantasy che più contestualizzate al mondo d’oggi, dense di rabbia e di odio.



Se siete amanti del death metal moderno, se amate ritmiche serrate, breakdown spaccaossa e sequele di blast-beat, allora vi consiglio vivamente questo disco e poi, come me, sarete concordi nel tener d’occhio questa neonata band che, superato il “trauma” del debutto, si appresta a muovere i suoi primi passi in questo squilibrato mondo..


1) Never Relent
2) Master of Illusion
3) To Desecrate
4) Death Factory
5) Painted Misery
6) Sowers of Chaos
7) Instinct
8) Bloodlust
9) Five Seconds