RING OF FIRE

Battle Of Leningrad

2014 - Frontiers Records

A CURA DI
DONATELLO ALFANO
02/03/2014
TEMPO DI LETTURA:
8,5

Recensione

Ricominciare dopo dieci anni di assenza rievocando la magia del passato è un obiettivo che soltanto gli artisti dotati di un talento inesauribile possono raggiungere con estrema facilità e quel talento è sempre stato un aspetto fondamentale nella carriera dei Ring Of Fire. Fondata nel 2000 dal singer Mark Boals la band con il primo full-length intitolato The Oracle (2001) rivelò le proprie prerogative in un power/progressive ad altissimo tasso tecnico e ricco di incantevoli melodie, merito della storica voce di Trilogy di Yngwie Malmsteen ma anche dei suoi compagni d'avventura, un poker di musicisti semplicemente straordinari: Vitalij Kuprij (tastiere, all'epoca leader insieme a John West dei fenomenali Artension) George Bellas (chitarra) Philip Bynoe (basso) e Virgil Donati (batteria) con un team del genere era impossibile fallire la prima prova. Nel giro di pochi mesi la band tornò sul mercato con un funambolico album dal vivo (Burning Live In Tokyo 2002) una release che oltre a ribadire le qualità del combo nella dimensione live segnava l'ingresso del guitar hero Tony MacAlpine al posto di Bellas. Nel novembre 2002 è il turno di Dreamtower, secondo ed altrettanto valido lavoro in studio di una delle più belle realtà nate nel nuovo millennio, dopo il rilascio della versione in dvd del live registrato a Tokyo arrivarono i primi segnali di crisi con l'inaspettato split tra Kuprij ed il resto del gruppo, nonostante una defezione così importante Boals e soci decisero di proseguire la loro carriera reclutando un altro ottimo elemento come Steve Weingart e pubblicando nel 2004 Lapse Of Reality, un buon platter ma non ai livelli dei suoi predecessori, l'assenza del tastierista ucraino sembrava un ostacolo insormontabile... Da quel momento un lunghissimo stop terminato lo scorso gennaio con Battle Of Leningrad, strabiliante comeback discografico in grado di riconsegnarci il trio delle meraviglie Mark/Vitalij/Tony al top della forma ed in compagnia di due musicisti che compongono un'inedita sezione ritmica made in Finland: Timo Tolkki al basso (non è un omonimo, si tratta proprio dell'ex mastermind degli Stratovarius) e Jami Huovinen dei Sentiment alla batteria. Riprendendo tutti i trademark degli esordi i Ring Of Fire hanno realizzato il vero successore del sopracitato Dreamtower in un'opera dedicata ad una delle pagine più drammatiche della seconda guerra mondiale, quella sull'assedio di Leningrado; l'invasione dell'esercito tedesco durò novecento giorni (dall'8 settembre 1941 al 27 gennaio 1944) e si concluse con un agghiacciante bilancio di circa un milione di vittime tra civili e militari.



Una marcia poderosa e battagliera guidata dalle ossessive note del pianoforte introduce l'opener "Mother Russia", la chitarra di MacAlpine entra in scena dopo pochi secondi dosando aggressività e finezze stilistiche, è il preludio ad un massiccio up tempo dai marcati accenti classico/sinfonici, la timbrica di Boals è profonda ed evocativa, ogni parola del singer trascina l'ascoltatore lasciando un segno indelebile nel tagliente refrain, nei minuti centrali il guitar player statunitense torna ad essere il vero protagonista grazie ad un assolo perfettamente bilanciato tra tecnica e gusto melodico (Kuprij lo accompagna con delle atmosfere di grande effetto) il lavoro in fase di produzione curato dai tre leader pone in risalto un sound più duro e cupo rispetto al passato, considerato il periodo storico trattato quest'aspetto può essere considerato come un autentico valore aggiunto alla proposta dei R.O.F. Il testo annovera alcuni dei grandi capitoli legati alla storia della Russia come le guerre contro i Mongoli, la dinastia imperiale dei Romanov ed il regno di Ivan il Terribile, tutto questo dà vita ad un'era lunga, trionfale, difficilmente eguagliabile ma anche piena di controversie e dolori. Una rilettura in chiave moderna del power neoclassico prende forma con l'immediata "They're Calling Your Name", Tolkki e Huovinen compongono una base compatta ed energica, i finlandesi premendo con decisione il piede sull'acceleratore supportano l'ugola sempre più alta del frontman, i prodigiosi virtuosismi rappresentano un significativo punto di forza in una track dall'impatto travolgente, è obbligatorio evidenziare il meraviglioso break strumentale diviso in due parti; la prima è contrassegnata da un fulmineo duello tra Vitalij e Tony, nella seconda torna alla ribalta la componente sinfonica attraverso un incedere rallentato che amplifica la tensione a dismisura e prepara il terreno all'ultimo ed impetuoso assalto. Le liriche esternano uno straziante richiamo notturno dalle finestre della città; è il grido disperato di soldati e civili (indicati col termine "fantasmi") avvolti nella morsa del freddo e della fame. Un coro grondante epicità e pathos costituisce l'incipit della dinamica "Empire", una track perfetta per rappresentare i Ring Of Fire odierni, in poco meno di sei minuti il five piece fonde con maestria tutte le sue caratteristiche muovendosi senza un attimo di sosta tra passaggi iperarticolati e tempi dispari degni dei Dream Theater più ispirati e delle irresistibili armonie elevate da un'indimenticabile performance vocale, nonostante sia un musicista conosciuto ed apprezzato da anni Kuprij continua a sbalordire per quelle entusiasmanti fughe sui tasti che marchiarono a fuoco i lavori degli Artension (ascoltate con attenzione i suoi interventi al piano) nell'epilogo Boals coadiuvato dal coro iniziale strappa nuovamente applausi a scena aperta con degli acuti ai limiti delle possibilità umane. Nella trama l'impero avanza in maniera inesorabile e conquista ogni territorio fino a raggiungere le coste marittime, servendosi sia del proprio potere che di inganni e giochi politici, la salvezza sembra soltanto un'utopia. Un mood drammatico e struggente delinea il leitmotiv della ballad "Land Of Frozen Tears", la chitarra acustica disegna una melodia incisiva e toccante, Mark segue questa scia emotiva con un'interpretazione particolarmente sentita, l'ingresso degli strumenti elettrici ed un imponente ritornello accentuano l'intensità trasmessa dal cantante e donano al brano la dimensione di un appassionante caleidoscopio sonoro, nel solo MacAlpine punta soprattutto sul feeling creando così un'ulteriore nota di merito in un episodio che mette in mostra una classe cristallina paragonabile ad alcune delle migliori produzioni degli anni ottanta. Nella "terra delle lacrime ghiacciate" il popolo è affamato e deve affrontare il freddo e le intemperie senza la speranza di poter tornare allo splendore di un tempo e ad una vita normale. La successiva "Firewind" è aperta da un'ouverture ricca di enfasi elaborata da Vitalij, l'ucraino in una manciata di secondi passa dai suoni misteriosi ed avveniristici delle tastiere a quelli del pianoforte ispirati dai più grandi compositori del passato (con l'austriaco Carl Czerny in testa) un penetrante intervento del guitar player trasforma il brano in un vortice neoclassico vario e trascinante, i toni oscuri delle strofe cedono progressivamente lo spazio alle melodie di ampio respiro contenute nei bridge, queste ultime conducono ad un refrain tiratissimo sorretto dal drumming forsennato di Jami, lo stile del maestro Malmsteen è rintracciabile in ogni secondo ribadendo per l'ennesima volta l'influenza esercitata dallo svedese su intere generazioni di musicisti. Il vento di fuoco rappresenta l'inizio della guerra, è arrivato il momento di decidere il proprio destino senza possibilità di poter tornare indietro, il protagonista si trova circondato da una selva di baionette dei commilitoni con cui condividerà la sorte dei vincitori o degli sconfitti. Musica classica e power metal viaggiano di pari passo nella frenetica "Where Angeles Play", la velocità di esecuzione regna incontrastata, l'operato del basso e della batteria è incontenibile (la doppia cassa annienta senza pietà i padiglioni auricolari) e riveste una cospicua parte dei tratti distintivi dei Ring Of Fire, tra questi troviamo dei sontuosi arrangiamenti sinfonici ispirati dall'inverno delle Quattro Stagioni di Antonio Vivaldi, un riffing tritatutto ed un chorus possente ed anthemico, è una formula conosciuta da tempo ma quando ci sono classe ed esperienza come quelle in possesso del quintetto sorprende esattamente come venticinque anni fa. Nella storia il soldato rimane intrappolato con i suoi compagni in una situazione senza via di scampo, l'unico desiderio in un momento così terrificante è quello di avere le ali per volare "dove giocano gli angeli". Un clima oscuro e minaccioso prende forma in "Battle Of Leningrad"; nella title track la band forgia un granitico monolite cadenzato completamente immerso in marcate reminiscenze sabbathiane, il riff portante incarna la vera essenza del metal mentre le keyboards modellano un vasto campionario di sonorità tese ed opprimenti, il frontman reinterpreta la grande lezione impartita dal leggendario Ronnie James Dio (R.I.P.) con una timbrica ipnotica, solenne e dotata di un carisma con pochi eguali, l'efficace sovrapposizione dei cori, le monumentali aperture melodiche del ritornello e gli energici stop and go della parte finale completano il quadro di un pezzo destinato a diventare un nuovo inno nella carriera dei R.O.F. Contro un nemico soverchiante in numero e alle privazioni della guerra il popolo russo non si dà per vinto e continua a combattere, anche se a costi altissimi perché Leningrado è oramai diventata l'inferno in terra. Il supergruppo riprende a viaggiare a velocità sostenuta con "No Way Out", traccia caratterizzata da una prova a dir poco magistrale di Tony, supportato da un ritmo lineare il chitarrista si lancia in un'incontenibile successione di virtuosismi e riffs che indicano tutti gli stili e le influenze della sua formazione artistica, Mark rinforza l'indemoniata corsa dell'axeman con la consueta prestazione piena di grinta e trasporto tratteggiando in questo modo un altro volto della fortissima alchimia creatasi tra questi mostri sacri del pentagramma. La disgrazia della guerra è talmente prolungata che il protagonista comincia a perdere il lume della ragione e si chiede per quale causa il suo popolo stia ancora soffrendo così tanto. Una melodia soave eseguita dal pianoforte apre "Our World" seconda ballad presente nella tracklist, il vero dominatore del pezzo è Boals; inizialmente il frontman si muove attraverso registri vocali delicati ed introspettivi per poi arrivare alle tonalità alte di un refrain incantevole e commovente, la riproduzione di un'orchestra oltre ad accentuare la vena drammatica del brano riporta alla mente quel concetto di metal opera costruito dal geniale Tobias Sammet nei lavori degli Avantasia. Le frasi descrivono una città completamente cambiata dalla guerra, le strade sono deserte e il protagonista attende la fine in un ambiente che è stato raso al suolo e che non riconosce più. La conclusione dell"album è firmata dalla poliedrica "Rain", in quattro minuti e ventisei secondi i musicisti riassumono il loro universo in un incessante susseguirsi di cambi ritmici e d'atmosfera, le trame chitarristiche marciano su rocciosi e cadenzati territori heavy, le improvvise accelerazioni dettate dalla batteria trasportano la voce dall'oscurità dei primi versi ad un epico ed indimenticabile ritornello, nella parte centrale i suoni delle tastiere ricreano la struttura del mitico progressive rock dei seventies, è il tassello finale di una traccia breve per gli standard del genere ma ricca di  particolari interessanti ed avvincenti. La guerra è finita, non si può parlare di vittoria perché la città è distrutta, il mondo del protagonista non esiste più e sebbene lui risorga dalle ceneri non sarà mai più una persona sana di mente, la pioggia gli cade addosso lasciandogli solo memorie di cose belle perse per sempre.



Battle Of Leningrad è un album che riporta i Ring Of Fire nel gotha del power/progressive mondiale, l'impressione è quella che il combo sia tornato per far risplendere il proprio moniker senza dichiarazioni trionfali e puntando esclusivamente su dieci tracce varie, coinvolgenti e contraddistinte da una profonda emotività sul fronte lirico/compositivo, nonostante l'assenza prolungata l'attitudine del quintetto è sempre quella dei primi lavori con lo sguardo però rivolto in maniera decisa verso il presente, tutti quelli che in passato hanno adorato la band non impiegheranno molto a venerare questo fantastico comeback. Per motivi scaramantici preferirei evitare qualsiasi tipo di previsione ma sono convinto che per poter ascoltare il quinto full-length non saremo costretti ad aspettare un altro interminabile decennio, al momento ho un'unica certezza ed è quella che questo platter occuperà un posto d'onore nella mia classifica di fine anno.


1) Mother Russia      
2) They're Calling Your Name    
3) Empire    
4) Land Of Frozen Tears   
5) Firewind    
6) Where Angels Play    
7) Battle Of Leningrad 
8) No Way Out     
9) Our World 
10) Rain