RIGOR MORTIS

Rigor Mortis

1988 - Capitol Records

A CURA DI
MARCO PALMACCI
24/11/2014
TEMPO DI LETTURA:
10

Recensione

Oltre la superficie ed oltre l'apparenza. Grazie all'acquisizione di questo particolare.. chiamiamolo pure mantra, è possibile ampliare notevolmente il proprio raggio d'azione, se parliamo di Vita ed, in questo particolare caso, di musica Metal. Proprio per via delle sue importanti peculiarità, il nostro genere di musica non è propriamente accessibile a chiunque: va capito, interpretato, studiato, inquadrato. Un tornado d'emozioni e sensazioni, che gira vorticosamente e mai si ferma, alla perenne ricerca di qualcuno che non tema le raffiche di vento ma che anzi, sia deciso a domarle. Un genere che attrae i coraggiosi ed i curiosi, e chi mixa abilmente sia coraggio sia curiosità, dato che la prima qualità e senza dubbio figlia della seconda. Studiando e scavando, come dei "particolari" archeologi, è dunque possibile trovare e far rinascere dei veri e propri tesori perduti, manufatti di pregiatissimo valore appartenenti a civiltà lontanissime dalla nostra; eh si, la nostra, la civiltà dell'uomo del duemila, che non esce più di casa in quanto il mondo di internet rappresenta una tentazione molto, molto forte.. un mondo ben diverso da quello degli anni '80, dove essere giovani voleva realmente dire qualcosa. Un tempo in cui a scuola non si cercava sollievo nello smartphone ma nel dialogo, nella ricerca di interessi comuni. Si giocava a pallone, si andava in skateboard, ci si ritrovava tutti in pizzeria o in sala giochi.. si cercava qualcuno con cui condividere una passione, per parlarne, per viverla. Gli anni '80, il periodo in cui nei licei i primi metalheads facevano la loro timida comparsa, con i loro capelli lunghi ed i loro giubbotti di pelle decorati in maniera squisitamente D.I.Y, perché il merchandise non era ancora troppo diffuso come oggi, e naturalmente non esistevano colossali negozi online dove poter comprare di tutto, dal vestiario agli accessori. Si rimediava un giubbotto di jeans e lo si tempestava di loghi disegnati tramite pennarelli indelebili, si portavano i jeans attillati, chi aveva la fortuna di avere un chiodo non mancava di "metallizzarlo" con tutte le borchie che riusciva a trovare. Si passeggiava per i corridoi con i libri sotto braccio, scherniti e derisi dalla gente "normale". L'unica forza era data dalla musica, e dal fatto che "pazzi" come noi ne esistevano, eccome se ne esistevano! Ed incontrarli era sempre una festa. Si creava la Scena, orde di giovani arrabbiati col mondo ed affamati di decibel facevano conoscenza nelle aule di Storia o Matematica, e decidevano di ritrovarsi dopo scuola in un garage per bere birra, sentire qualche disco e provare a strimpellare qualcosa, seguendo le orme di chi era venuto prima e che la Storia l'aveva scritta, o comunque la stava scrivendo. Imbracciando dunque gli strumenti del mestiere ed appropinquandoci a scavare in quel che è il contesto - materiale a nostra disposizione ("anni '80", "scuola", "giovani ribelli") e spostandoci negli Stati Uniti, uno dei primi nomi che sicuramente balzerà all'occhio di questa nostra indagine sarà quello dei Rigor Mortis. Un nome potente, evocativo, mutuato attraverso esperienze di ogni tipo: musica possente, film e fumetti horror.. insomma, interessi non propriamente "comuni" a tutti i giovani dell'epoca ma assai affascinanti, in grado di catturare l'attenzione di chi, di giocare a basket, non voleva proprio saperne. E ben venga, la capacità/possibilità di poter scegliere! I nostri protagonisti rispondono ai nomi di Harden Harrison (giovane batterista di belle speranze) e di Casey Orr, bassista. I due vanno molto d'accordo sin dai tempi della scuola, ed in quel di Dallas-Fort Worth (Texas) decidono di "far gruppo" condividendo i loro particolari interessi. Ben presto, il duo diviene un trio, dato che in questa ristrettissima cerchia di ragazzi si inserisce l'altrettanto giovane (ma assai talentuoso) Mike Scaccia, nativo di New York e di chiare origini italiane. Fra i tre era proprio quest'ultimo ad essere anche il più preparato: l'arte era elemento integrante del suo DNA, e sin da piccolissimo fu abituato ad ascoltare musica di un certo tipo, grazie a suo padre, grande appassionato di Jazz ed in particolar modo di batteria. Trasmettendo al figlio il suo interesse per il leggendario jazz man Gene Krupa, già maestro di Peter Criss (ma questa è un'altra storia..), il genitore sperava vivamente che il piccolo Mike rimanesse stregato da quel percuotere ritmato ed elegante, e che decidesse di prendere in mano un paio di bacchette a sua volta. Missione riuscita, ma solo a metà, in quanto effettivamente gli ascolti furono molto graditi.. ma a stregare Scaccia non fu la batteria, bensì la chitarra. Ammaliato da quel sound così fulgido ed intricato, arrivò a pensare, seppur timidamente: "diamine, è questo quel che voglio fare". Il colpo di grazia fu l'aver assistito, guardando la televisione, ad un'esibizione del celeberrimo (e leggendario quanto Krupa) Les Paul, un'esibizione che in tempi recenti Scaccia arrivò a definire come "la cosa più incredibile che avessi mai visto!", in una delle ultime interviste rilasciate prima della sua triste dipartita, avvenuta nel 22 Dicembre 2012. Continuiamo però a ricordare il grande musicista che è stato, e compiamo un ulteriore passo indietro nella cronologia della sua vita. Ancora il tubo catodico protagonista nella vita del giovane Mike, e dopo Les Paul è il turno di Bill Haley, che con i suoi The Comets e la loro interpretazione del classico "Rock Around the Clock" arriva a sconvolgere letteralmente la vita del ragazzo, questa volta ancora più determinato che nella volta precedente. La chitarra sarà il suo strumento, e complice una sua vicina di casa (che Mike osservava timidamente suonare, di nascosto), chitarrista a sua volta che accoglie simpaticamente la curiosità del suo giovane "ammiratore" nei riguardi della sei corde, i genitori decidono finalmente di fargli prendere lezioni. Il talento del giovane è subito notevole ed i maestri faticano a contenere tanta bravura: cresce a vista d'occhio ed inizia a fare incetta di ascolti d'ogni tipo, per ampliare i suoi orizzonti musicali. Cresce, come già detto, con il padre che lo mette in contatto con il jazz e con figure come Miles Davis, prosegue scoprendo il Rock 'n' Roll e Chuck Berry, arriva sino alla collezione dei dischi delle sue tre sorelle, raccolta dalla quale scopre Billy Gibbons e Jimi Hendrix. Si appassiona al blues ed impara ad ascoltare veramente di tutto, anche se il suo "pallino" rimane la ricerca di sensazioni sempre più forti. Il suo interesse si incentra su "tutto quanto di più estremo io riuscissi a trovare", ed arriva così alla conoscenza definitiva dell'hard rock. Deep Purple e Black Sabbath fungono da maestri cerimonieri, padrini di Mike durante il suo battesimo a suon di decibel. E da lì, il passaggio da studi ed ascolti alla formazione di una vera e propria band fu assai breve. Riunì, sotto il nome di Spectrum, gli amici Chuck e Chad Williams (rispettivamente chitarra e basso), Johnny Carpenter (batteria) ed il cantante Barry "Baron" Lane. L'esperienza è discretamente proficua ma non destinata a durare molto. Siamo nel 1983, in Texas, Mike ha definitivamente cambiato casa e maturato un suo interesse musicale prettamente "estremo" (come i suoi gusti in fatto di cinema), e tutto ciò ci riconduce agli inizi della nostra Storia. L'incontro con Harrison ed Orr viene visto come una vera e propria manna dal cielo, da tutti. Stessi interessi musicali "particolari" e prettamente "pesanti", il piacere di visionare assieme pellicole Horror particolarmente estreme.. i pianeti si allineano, ed i Nostri decidono di fondare ufficialmente i Rigor Mortis, band che sin dagli albori si prefigge di "appesantire" ancor di più lo speed - thrash metal allora molto in voga. Non dimenticando la grande lezione Heavy, of course. Ben presto i tre ragazzi trovano un nuovo "adepto" da condurre all'Inferno: il suo nome è Bruce Corbitt, un singer di tutto rispetto, ben felice di aderire alla causa di quei tre maniaci del metal e dell'Horror. Con questa formazione, i Rigor Mortis cominciano a farsi conoscere (e molto) nel loro stato, creando una vera e propria Scena texana, formata da band e pubblico particolarmente rumorosi e convinti, devoti alla loro causa, fortemente decisi a supportare al meglio i loro beniamini. Il talento compositivo di Scaccia è il vero fiore all'occhiello del combo, e dopo aver registrato una demo nel 1986, i "Morti" sono pronti per il definitivo salto di qualità. La "Capitol Records" (che già vantava collaborazioni con band come Megadeth, Exodus e W.A.S.P.) decide di fornire ai Rigor Mortis la chance della vita, ovvero registrare il loro primo, vero debutto discografico. Dalle semplici demo ad un lavoro prodotto da professionisti, quelle che erano nate come "semplici" passioni adolescenziali hanno condotto i nostri quattro ragazzi oltre mete che mai si sarebbero aspettati. Lo stile comunque non cambia, a cominciare dalla copertina di questo debutto, che presenta una sorta di Jolly Roger (la bandiera pirata, per intenderci) assai macabro, un teschio letteralmente sfondato sul davanti, con dietro due armi incrociate (un Ascia ed una Mazza Ferrata) su sfondo arancione. Il titolo? Semplicemente "Rigor Mortis", come il nome della band. Giunti a questo punto, non rimane altro da fare che catapultarci nel macabro mondo di questi pazzi thrasher texani, e di assimilare appieno quello che poi diverrà uno stile musicale assai invidiato e perché no, addirittura imitato (se non copiato). Thrash or die, che la battaglia cominci!

Ad aprire le danze è un pezzo interamente strumentale: "Welcome to Your Funeral", lungo tutti i suoi tre minuti e trenta secondi di durata, si presenta come il miglior biglietto da visita che la band potesse presentare a chi fino ad ora non avesse mai sentito parlare di loro. Il riff iniziale è calmo e cadenzato, ascoltiamo un ottimo lavoro di batteria compiuto da Harrison, splendidamente presente, che accompagna gli altri musicisti in maniera egregia. Il suono pulito dell'ascia di Scaccia sembra quasi riuscire a farci letteralmente "vedere" ogni singola nota che egli riesce a sprigionare, mentre la sezione ritmica continua a supportarlo. La belva sta comunque per scatenarsi, e dopo un sound dilatato e decisamente "arioso", è il momento di partire in quarta (e chi voglia, ci segua!). Mike "impazzisce" letteralmente e si lancia in una raffica di note impossibile da seguire se non correndo, il tutto non sfocia in nulla di confusionario o di poco chiaro, anzi: è disarmante, quasi, come il chitarrista riesca nuovamente a rendere il suo sound pulito ed aggressivo allo stesso tempo, fiero come una tigre ed elegante come un'aquila. La sua chitarra ruggisce ed accoglie, si lancia dapprima in sfuriate dal tipico gusto speed - thrash, e subito dopo condisce il tutto con una sanissima dose di Heavy - Power di matrice dichiaratamente europea. Un modo di suonare a metà fra l'aggressività primordiale dei primi Megadeth ed i Judas Priest, riff sparati in successione che lasciano letteralmente stupito chi si ritrova ad ascoltare questo pezzo. Nel frattempo, la batteria di Harrison continua a martellare imperterrita, mentre il basso di Orr riesce nel difficile compito di mantenere il ritmo e comunque supportare adeguatamente un titano come Scaccia, che fornisce subito una grande prova della sua incredibile tecnica. Al sentir pronunciare questa parola, molti metalheads storcono il naso, pensando che questa sia un elemento limitante ed in qualche modo raffreddante.. ebbene, non è affatto così, ed il bravo chitarrista ce lo dimostra senza troppi giri di parole, che si può essere tecnici ed incredibilmente evocativi, appassionati, allo stesso tempo. Proviamo ad ascoltare, per rendercene conto meglio, cosa accade dal minuto 2:24 al minuto 3:11, momento in cui un assolo da manuale del Metal prende forma e vita. In questa tempesta di note è presente realmente tutto: tecnica, velocità, passione. Tre elementi sapientemente combinati sfruttando quel che la tradizione dell'Acciaio Pesante era nel 1988: la rabbia del thrash metal, il power veloce e dinamico degli Helloween, il sound epico della chitarra di Rolf Kasparek, la sempiterna presenza di colossi come Dave Murray o Glen Tipton? tutto sapientemente filtrato e mescolato secondo i dettami di "casa Scaccia". Mike fornisce sin da subito una grande prova, di intensità e di musicalità. L'impossibile gli viene letteralmente naturale, e non era un caso che durante quel periodo venisse costantemente rimandato a casa dai suoi insegnanti di chitarra, in quanto erano loro stessi ad ammettere di non potergli insegnare granché, proprio perché era già ad un livello assai elevato. Dunque, in sostanza, una strumentale densa di ottimi momenti, ben strutturati e bilanciati, in cui tutta la band supporta egregiamente la sua punta di diamante? pardon, il suo plettro di diamante. Grande inizio, ottima presentazione. Ancora carichi e in preda a convulsioni estatiche ("Welcome to Your Funeral" scatena un air guitar piuttosto selvaggio) giungiamo alla traccia numero due, "Demons", che si presenta con un arpeggio malinconico ed "oscuro", se vogliamo simile ad altri famosi "colleghi", come l'intro della struggente "In My Darkest Hour" dei Megadeth (presente nell'album "So Far, So Good.. So What?", contemporaneo di "Rigor Mortis") o la intro di "How Will i Laugh Tomorrow" dei Suicidal Tendencies, brano contenuto nell'album "How Will i Laugh Tomorrow when I can't Even Smile Today", anch'esso contemporaneo come "So Far.." del debutto dei giovani texani. C'è tuttavia una particolarità: mentre i due arpeggi citati erano carichi di tensione emotiva e malinconia (in particolare quello suonato da Mustaine), quello di "Demons" sembra come rivestito da una patina di malvagità. Una melodia disturbante, inquietante, che lascia presagire un qualcosa di incombente. Una rullata sui piatti da parte di Harrison ed un suo conseguente battere ossessivo sul rullante ci fanno capire che non sono solamente sensazioni, e di lì a poco assistiamo alla definitiva esplosione. La chitarra di Scaccia parte nuovamente sparata lungo un rettilineo ricamando un riff estremo come pochi, di chiara matrice speed ma tendente ad un qualcosa di molto più devastante, proprio come accadeva negli album degli Slayer. I tempi sostenuti sono incredibilmente veloci, la batteria di Harrison tuttavia non fatica a scandire il ritmo e nemmeno il basso di Orr si tira indietro. Stavolta Mike decide di propendere più per un qualcosa di maggiormente possente e non notiamo particolarissime velleità Heavy nel suo sound, perfettamente incentrato sulla violenza - impatto sonoro del thrash metal, da questa traccia perfettamente rappresentato. Abbiamo ben visto, citando Megadeth e Suicidal Tendencies, quanti e quali erano i "concorrenti" con i quali i Rigor Mortis dovevano misurarsi.. ebbene, vi sembra forse che sfigurino? Assolutamente no! Dato il ritmo incalzante della batteria ed i riff serrati, ci troviamo dinnanzi ad un brano che avrà sicuramente ispirato non pochi musicisti Death Metal: proviamo difatti ad inasprire la voce di Corbitt, a renderla più cattiva, gutturale. Otterremo senza dubbio un brano "proto - Death", se vogliamo esagerare con le definizioni. Esagerare nemmeno troppo, dato che tutti gli elementi dei saranno Deathsters sono già tutti qui. Si riprende a piene mani dai maestri Slayer, Corbitt con un tono di voce maggiormente aggressivo avrebbe potuto fare molto di più ma d'altro canto va anche bene così. Grandi protagonisti del brano, l'assolo imperiale di Scaccia, nuovamente velocissimo e molto tecnico, nonché il basso di Orr, suo degnissimo comprimario in questo particolarissimo frangente. Il sound corposo delle note di Casey è infatti la perfetta cesellatura di un momento solista d'altissima scuola, un vero e proprio must per tutti gli appassionati di tecnica e genuinità. La batteria di Harrison continua imperterrita a dettare i tempi dell'inferno, e la band si appropinqua al finale urlando a più riprese il titolo della canzone. "Demons", appunto, un brano che sembrerebbe proprio essere dedicato all'omonimo capolavoro di Lamberto Bava, datato 1985 (e prodotto nientemeno che dal maestro del brivido Dario Argento), il cui slogan promozionale è presente in alcuni versi della canzone, seppur leggermente riadattato. Tale frase di lancio recitava quanto segue: "faranno dei cimiteri le loro cattedrali e delle città le vostre tombe", la ritroviamo tradotta in inglese in passaggi come "Cathedrals are now cemeteries" oppure "..and make tombs of your cities". Il film, come il testo del brano, è incentrato su una particolare epidemia in grado di trasformare le persone in creature demoniache molto simili a zombie. Il contagio avviene velocissimamente e non c'è speranza di salvezza: trasformarsi o essere mangiati dai mostri più affamati. La maledizione che questi esseri portano con loro li priva dunque della naturale dignità umana nonché di un normale aspetto terrestre. Giovani ragazze e ragazzi vengono totalmente mutati, il loro bell'aspetto si tramuta in un'apparenza atroce fatta di artigli, zanne, occhi fuori dalle orbite e pelle verdastra. Questi esseri hanno a cuore unicamente la continuazione della loro stirpe, e non esitano dunque a far proseliti, ignorando quali e quante vite rovineranno a causa della loro cieca fame e della loro irrefrenabile volontà di dispensare morte, per nutrirsi ("We are instruments of evil, we come straight from hell, we're the legions of the demons that are haunting for the kill / We come bursting through your bodies, rape your helpless soul, transform you into a creature merciless and cold, we force you to kill your brother eat his blood" - "Siamo strumenti del Male, arriviamo dritti dall'inferno, siamo le legioni di demoni che cacciano per uccidere / Arriviamo straripando dai vostri corpi, stupriamo la vostra anima smarrita, vi tramutiamo in una creatura fredda e senza pietà, vi obblighiamo ad uccidere vostro fratello e a mangiare il suo sangue!"). Un riff scoppiettante apre la terza traccia, "Bodily Dismemberment", un tiratissimo pezzo thrash ma nuovamente dotato di un'intrinseca carica Heavy che lo rende ben più evocativo e meno manesco della precedente "Demons". Il riff pocanzi citato,  che ha il compito di introdurre la traccia e in essa si ripete è difatti assai particolare, per certi versi molto simile a quanto udito in dischi come "Skeptics Apocalypse" degli Agent Steel ma quasi dotato di una vena che, seppur abbastanza lontano, potrebbe richiamare il gusto di Malmsteen per delle composizioni tendenti ad uno stile classicheggiante. Naturalmente il tutto è perfettamente calato in un contesto che DEVE risultare estremo, ci ritroviamo dopo tutto al cospetto di un signor disco Thrash. Sembra quasi che queste note vogliano saltare in aria come schegge impazzite e non vogliano rimanere ferme in una sequenza precisa, tanto il lavoro di Scaccia risulta variegato e ricercato. In più, il tutto è dotato di una cadenza quasi ossessiva, monolitica, crescendo continui ed "esagerazioni" (benevole, sia chiaro) che accompagnano il brano quasi per tutta la sua durata. Prima l'esplosione e poi l'implosione, prima volumi massimi e poi un improvviso piccolo "switch", e via discorrendo, il tutto è irrequieto ma comunque debitore di ciò che prima venne. Heavy classico, non c'è che dire, un genere musicale sul quale il Thrash solidamente si basa, e possiamo sentirlo con le nostre orecchie, senza troppi problemi. La voce di Corbitt risulta assai più convincente che nella track precedente, ed il bravo singer sfodera un'esecuzione molto buona, decisamente adatta al contesto nel quale ci troviamo. La track non è comunque destinata a mantenersi su determinati binari troppo a lungo, e difatti, al minuto 3:44, dopo una breve pausa, la chitarra di Scaccia si tinge di aggressività e ci troviamo dinnanzi ad un nuovo momento molto rabbioso e caratterizzato da ritmiche al fulmicotone. La batteria di Harrison "impazzisce" nuovamente ed il basso di Orr si ritrova ancora una volta a cesellare lo splendido assolo di Scaccia, che merita applausi alzandosi in piedi. Mescolando l'aggressività di gruppi come Slayer e Sadus, il chitarrista riesce comunque a rendere il tutto limpido come un ruscello di montagna, mostrando una grande predisposizione agli assoli certo aggressivi ma fortemente tecnici. Più che un chitarrista, il buon Mike sembra quasi un pittore: ci dipinge passo dopo passo ogni nota che suona, come se non stessimo ascoltando un disco ma ammirando una tela ove un pittore crea passo dopo passo il suo capolavoro. Con questo ennesima ed elegante stoccata, il brano si avvia alla conclusione. Com'è possibile che un album del genere sia ancora rilegato alla "cultura Underground", viene quasi da chiedersi.. dato che in questi solchi stiamo percependo l'essenza di un purissimo technical thrash metal mai noioso o banale, che ha sicuramente influito sulla capacità compositiva di molti musicisti oggi osannati. Le lyrics del brano in questione sono ancora una volta configurabili come un tributo ad un certo tipo di pellicole Horror: questa volta viriamo sul genere definito come Splatter, ovvero film parecchio incentrati su scene di violenza estrema e gratuita, come amputazioni e copiosi sanguinamenti. Quasi i nostri avessero effettivamente visionato capisaldi del genere come "Buio Omega" di Joe D'Amato, costruiscono abilmente, nel testo, la figura di un maniaco omicida ossessionato dai cadaveri di giovani e belle ragazze. Prima le adesca e poi le conduce nel suo appartamento, ove, dopo averle fatte stendere, passerà a torturarle in maniera orribile, per poi ammazzarle scomponendo i loro corpi in più parti tramite arnesi di vario tipo. Le parole molto forti, dirette e cruente ci mettono dinnanzi alla follia di questo pazzoide, che come unico scopo nella vita ha l'infierire sui corpi senza vita (e già pesantemente martoriati) delle sue vittime, per puro diletto, senza un vero motivo ("You see the weapon in my hands and you know your death is near, when i tied your hands and feet you thought it was exciting but now you know you cannot stop, your body's disuniting. Who's laughing now you whore? You had your chance, and that's it! Expect no mercy from this maniac! / I remove your slender arms. my passion running high, last i will decapitate your pretty little head.. A masterpiece of blood and flesh lies twitching on my bed!"- "Vedi le armi nelle mie mani e capisci che la tua morte è vicina, quando ti ho legato mani e piedi pensavi fosse eccitante ma ora non riesci a muoverti, il tuo corpo si sta dividendo! Chi ride adesso, puttana? Hai avuto la tua occasione! Non aspettarti pietà da questo maniaco! / Rimuovo le tue piccole braccia, la mia passione aumenta, ti decapiterò, come ultima cosa.. che capolavoro di carne e sangue, che giace qui, contraendosi nel mio letto!!"). L'efferatezza e l'accuratezza con la quale il maniaco procede non può non ricordare, inoltre, la medesima figura osservata nel "terribile" "Flower of Flesh and Blood", episodio della pluricensurata serie horror "Guinea Pig", must degli anni ottanta. Il "mostro" protagonista di questo film agiva similmente alla figura nelle lyrics di "Bodily Dismemberment", e la connessione fra la canzone e la pellicola potrebbe essere in qualche modo segnalata dalla presenza dell'espressione "masterpiece of Flesh and Blood", richiamante molto da vicino il titolo di questo episodio della saga "Guinea Pig". Inizio senza troppi limiti o "sconti" per il brano numero quattro, "Condamned to Hell", che nuovamente accantona velleità Speed - Heavy per dedicarsi all'assalto sonoro in piena regola. Pura scuola Slayer, Rigor Mortis partono a velocità massima e non sono per nulla intenzionati a fermarsi, ricamando riff dopo riff un brano diviso sostanzialmente in due parti. La prima, dominante, dalle non grandissime pretese, adattissima a soddisfare i palati più estremi e non particolarmente attratti dalla tecnica compositiva. Non che la qualità cali, sia chiaro; questa prima frazione di "Condamned.." è una perfetta esagerazione in stile thrash, veloce, dinamica, una porzione di brano tirata letteralmente per i capelli e condotta senza problemi (in un turbine di pogate selvagge ed headbanging distruggi collo) dai nostri, abilissimi "estremisti", perfettamente a loro agio anche in contesti maggiormente più "semplici" che elaborati. La "svolta" non si fa comunque attendere, e giunge al minuto 1:57. Dovessimo trovare un modo per definire quel che viene attuato sia da Scaccia, sia da Orr.. beh, dovrebbe come minimo prendere corpo una recensione a sé stante, ma sarà bene ricorrere al dono della sintesi e spiegare in maniera esauriente. Il chitarrista, innanzitutto, ritorna a mescolare splendidamente riff di matrice sia thrash sia Heavy, mentre Harrison tiene il tempo in maniera magistrale (sfoggiando una tecnica niente male) ed Orr non si limita più a cesellare, tutt'altro. Il bassista decide di prendersi un momento "per se" ed ergersi a vero e proprio comprimario di Mike, sfoderando un sound coinvolgente e soprattutto presente. Virtuosismi da ambo le parti senza che nessuno dei due cerchi (inutilmente) di sopraffare l'altro. L'armonia dei due strumentisti è merce assai rara e i "Rigor Mortis" continua a "mietere vittime" presentandoci, una dopo l'altra, canzoni meravigliose. Il momento, per così dire "clou," arriva comunque al minuto 2:16 per terminare verso il minuto 2:23. Sentire un thrasher sfociare pesantemente in uno stile quasi.. "neoclassico" fa effettivamente "impressione", ma in questo caso, assistendo nuovamente ad un momento che potremmo definire "estremamente Malmsteeniano", c'è solamente da rimanere basiti e senza parole dinnanzi all'ennesimo grande saggio di bravura donatoci da Mike Scaccia, e da Orr che non demorde e non abbandona l'amico. Un momento del genere lo abbiamo trovato in ben pochi dischi, ed una simile progressione è degna d'essere studiata in un'ipotetica Accademia del Metal, non c'è nulla da fare o da dire, o da aggiungere. Questi ragazzi si dimostrano preparatissimi e geniali, dotati della pazzia tipica dell'estro creativo. In un contesto strumentale di così alto livello, Corbitt sembra quasi il più anonimo, tuttavia non sarebbe giusto relegarlo ad un ruolo da comparsa ed è giusto affermare che la sua voce graffiante è forse l'elemento che mantiene la band più saldamente ancorata ad un contesto thrash - speed. Una garanzia da non sottovalutare, un autentico faro in una tempesta di riff e stili? una delle poche tempeste, però, che incantano più che distruggere. Le lyrics non presentano, questa volta, un tono "troppo" orrorifico: il protagonista è sempre un maniaco "di Serie A", ma sembra dotato di un'inquietante lucidità che lo porta ad ammettere di essere, per l'appunto, condannato all'Inferno. Afferma di saperlo sin dalla sua infanzia, quando capì quale sarebbe stato il suo destino, tuttavia non se ne cruccia. Egli è un demonio in terra, è convinto di appartenere alle forze del male e dunque non ha bisogno di comportarsi "bene" per paura di finire nelle spire di Satana. Egli è ben cosciente che quella sarà comunque la sua destinazione, ed allora, pensa, tanto vale vivere facendo ciò che vuole, senza dogmi da rispettare e con la piena libertà di poter esprimere la sua voglia di uccidere e torturare tutti coloro che oseranno intralciare il suo cammino ("I knew my destination from my moment of birth / The place I'll roam Hell - My final home, i'm a demon to others, i'm insane, but all who dare confront me are brought to death in pain, i always kill them slowly, i love to hear them yell I slaughter without mercy, and I'm condemned to hell" -"Sapevo la mia destinazione sin dal momento della mia nascita / Il posto in cui vago è l'Inferno, sarà la mia ultima casa, per tutti sono un demonio, lo so che sono pazzo, ma chiunque mi sfiderà subirà una morte dolorosa, li uccido sempre lentamente perché adoro sentirli urlare mentre li massacro senza pietà, sono condannato all'Inferno"). Altra graditissima sorpresa, l'intro del brano numero cinque, "Wizard of Gore". Un preciso battere del ride di Harrison ci mette dinnanzi ad una sequenza di note che sembrano quasi atte a realizzare un qualcosa di folkloristico, favolistico a tratti, un contesto certamente più "duro" ed "arrabbiato" ma quasi rimandante a quanto abbiamo potuto udire in particolari brani di gruppi come Jethro Tull (mancherebbe solo il flauto di Ian Anderson, in effetti). Tutto lascerebbe appunto presagire l'avvio di un brano dai tratti tipicamente progressive rock.. ma i thrashers son pur sempre thrashers, e la chitarra di Scaccia non ci pensa due secondi a ruggire nuovamente sfoderando una rabbia ancor più "assassina" di quanto udito sino ad ora. Un Mike sugli scudi, che ancora una volta pesca a piene mani dalla vecchia scuola estrema (nuovamente tirati in causa gli Agent Steel così come gli Overkill) e decide di premere ancora più sull'acceleratore, volendo mantenere la track su dei binari ben precisi, Thrash appunto, senza momenti che possano rimandare ad altre tradizioni o comunque stili troppo differenti dal primario. Un brano che scorre via velocissimo, un normalissimo (ma comunque non banale) pezzo di matrice speed e venato comunque di Heavy soprattutto nell'esecuzione solista di Mike Scaccia. Il resto degli strumentisti esegue perfettamente il suo ruolo e ci troviamo dinnanzi ad una prova eccezionale del vocalist, aggressivo e perfettamente legato alla tradizione estrema in quegli anni imperante. La durata del pezzo è assai esigua (nemmeno quattro minuti) ed a parte la intro, nulla si discosta troppo da determinati stilemi. Un episodio perfettamente in linea con determinati principi, una hit spaccaossa in grado di fomentare gli animi e darci un saggio di potenza. Il tutto è ben suonato, anche se i momenti migliori di Scaccia e soci sono sicuramente altri. Non v'è condanna dietro queste parole, è bene specificarlo. Anzi, "Wizard of Gore" giunge alle nostre orecchie come il classico brano giusto al posto giusto. Dopo tutto, i Rigor Mortis volevano essere estremi. Lo sono, ed in questo brano lo sono ancora di più che nei precedenti quattro. Missione compiuta, nessuna giuria al mondo potrebbe condannare un brano, ok, non ricchissimo di momenti di grande tecnica e commistione.. ma comunque ben suonato, fantasticamente coinvolgente, potente, virile. Cosa potremmo mai trovare, da obiettare? Ben poco se non nulla. Anche questa volta, come già accaduto per "Demons", il brano è dichiaratamente dedicato ad una pellicola Horror considerata un vero e proprio cult per i seguaci dello Splatter. "Wizard of Gore" è difatti il titolo di un noto film del 1970, diretto da Herschell Gordon Lewis e considerato da tutti una delle pellicole simbolo del filone estremo - Gore. Il brano segue la trama del film e mette in luce la figura dell'illusionista Montag, un mago all'apparenza come tanti: cilindro, guanti e cappello, tuttavia i suoi numeri hanno una grande particolarità, ovvero quella di concludersi con lo smembramento di una persona. Sangue e violenza a volontà.. è trucco, oppure qualcosa di vero effettivamente c'è? Tutti sono portati ad essere scettici, ma lo scetticismo aiuta "Lo Stregone della Violenza", che così può agire perfettamente indisturbato e continuare il suo gioco al massacro. Il modo migliore per nascondersi in fin dei conti è mostrarsi, ed il machiavellico modus operandi del mago è, in effetti, assai ingegnoso ed insisopettabile ("Becoming victims to his horror show into the chamber of pain, not realizing that soon they will die killed by a man who's insane. Prisoners scream as their blood starts to flow, body parts fall to the floor, choosing the pieces that he wants to keep, he is the Wizard of Gore!" - "Divenite vittime, in questo spettacolo Horror, nella Camera del Dolore, non capiscono che presto verranno uccisi da un uomo totalmente pazzo. I prigionieri urlano, quando il loro sangue comincia a scorrere.. parti di corpo cadono a terra, intanto lui sceglie I pezzi che vuole tenere, è lo Stregone della Violenza!"). Del tutto dissimile dalla intro precedente, il riff di apertura di "Shroud of Gloom". Se prima potevamo parlare di rabbia thrash senza quartieri, in questo caso ci troviamo quasi dinnanzi ad un episodio musicale sconfinante nel crossover più totale. Le influenze Hardcore Punk sono fortissime e ben marcate, e anche per quel che riguarda la durata del brano (il più corto del lotto, appena due minuti e quaranta secondi) ci muoviamo su lidi prettamente Hardcore, della vecchissima (e purissima) scuola. Possiamo tranquillamente riconoscere, in queste note, la rabbia primordiale dei Verbal Abuse o dei G.B.H, senza scordarsi gruppi dalle più marcate tendenze metal come i D.R.I. La batteria di Harrison è ancora una volta un valore aggiunto, un'altra grande prestazione di Corbitt (più "cattivo" che mai) contribuisce a fornire quanto più metal possibile ad una traccia che sprizza hardcore da ogni dove. Un connubio perfetto, un assalto sonoro in piena regola, ripreso anche da quel che era il mondo thrash metal di allora, un mondo che aveva già beneficiato di capolavori come "Reign in Blood". Una sorta di aggressività "à la Slayer" però mitigata come sempre dall'eleganza di Scaccia, che con la sua tecnica riesce a dare vita nuovamente ad un emozionante assolo, ancora una volta eseguito in maniera pressappoco perfetta, cose da far impallidire anche il più virtuoso dei "velocisti". Un brano costruito secondo uno schema preciso, che non sfocia in momenti particolari ma si mantiene concreto e lineare dall'inizio alla fine. Forse il brano più aggressivo dell'intero lotto, e non possiamo far altro che accoglierlo con gioia. Thrash, crossover, tecnica: ce n'è per tutti, senza problemi di barriere o limitazioni, i Rigor Mortis riescono nell'arduo compito di accontentare tutti, compito che non è affatto facile. Per un brano così "estremo", le lyrics non potevano certo essere da meno, e difatti "Shroud of Gloom" parla come sempre di una mente assai malata; questa volta ci troviamo dinnanzi ad un serial killer addirittura vittima di pulsioni necrofile, in quanto egli sembra provare piacere osservando corpi in decomposizione, cadaveri naturalmente da lui stesso resi in quello stato. Egli uccide per non precisate ragioni (nel testo si fa riferimento ad una sorta di "vendetta", ma il tema non è sviluppato granché), quel che è certo è che per lui, dispensare morte è vita. E' soddisfatto unicamente leggendo il terrore negli occhi delle sue vittime, ama osservare i loro corpi inermi subito dopo l'omicidio,si entusiasma osservandoli mentre si decompongono. Il titolo sembra quasi essere il suo soprannome, un monicker da "super eroe" ma al contrario, ovvero un villain (in Italiano, "Shroud of Gloom" può essere tradotto come "Velo di Tristezza") capace di compiere azioni meschine, terribilmente abiette ("Choke men into their tombs, i am the shroud of gloom, i will not stop 'till I am satisfied, sending victims to the death zone, squeeze their throat, breaking the neckbone, pulling entrails out of their mouths, take revenge, ripping their guts out" -  "Strangolo gli uomini nelle loro tombe, io sono il Velo di Tristezza! Non mi fermerò finché non mi sentirò soddisfatto, mandando le mie vittime nella valle della morte? strizzo la loro gola, gli rompo l'osso del collo, tiro fuori le loro viscere dalla loro bocca, mi prendo la mia vendetta, strappo via le loro budella!"). Continuiamo con l'aggressività senza quartiere giungendo alla traccia numero sette, "Die In Pain", già dal titolo piuttosto eloquente. Sempre parlando di thrash puro, ci troviamo sicuramente dinnanzi ad uno dei momenti "topici", un brano costruito splendidamente dall'inizio alla fine, che grazie ad un determinato accorgimento risulta essere assai più ruvido e possente di quanto udito sino ad ora. L'accorgimento / particolarità in questione sta nella momentanea sostituzione del cantante: troviamo, questa volta, il buon Casey Orr nelle vesti di basso e voce.. ed è tutta un'altra storia (non ce ne voglia il comunque bravissimo Corbitt). Se come già detto la particolare voce diretta e tagliente di Corbitt risulta essere un'ancora di tutto rispetto per i Rigor Mortis, che grazie ad essa possono rimanere meglio ancorati a stilemi puramente thrash, le vocals di Orr risultano a loro volta tutto questo, ma amplificato. Lo stile vocale di Casey è ancora più acido, lacerante, disturbante: il bassista offre una prova di potenza ed "arroganza" senza quartiere, rubando la scena ed arricchendo il brano con un'attitudine ancor più notevole di quella di Bruce. Già dall'inizio, capiamo di trovarci dinnanzi ad un brano che sconvolgerà la nostra psiche: la chitarra di Mike sfocia, dopo un crescendo rossiniano partito dalla precedente track, in un nuovo turbine di riff e note, esaltati dall'urlo disperato di Orr che segna ufficialmente l'inizio della track. Ancora una volta Harrison non si tira indietro ed accompagna i suoi amici, grazie al suo drumming poliedrico in molte occasioni, ma in questa (come nei brani più aggressivi già uditi) più limitato, per ovvie ragioni. Avere un batterista come lui dovrebbe essere obbligatorio per ogni buona band di Metal Estremo che si rispetti, poco da dire. Il brano prosegue spedito grazie agli sferraglianti ma raffinati riff di Scaccia, il quale dal minuto 1:29 si lascia nuovamente andare ad un assolo da manuale, coadiuvato dalla sua sezione ritmica. Orr si prende una pausa dal suo ruolo di cantante e torna a far rimbombare il suo basso, cesellando nuovamente ogni nota emessa da un Mike in splendida forma, che nuovamente si diletta ad inserire in questo monumentale momento solista diverse "entità" chitarristiche, tutte riconducibili al mondo dell'Heavy Metal. Un chitarrista che potrebbe tranquillamente "rivaleggiare" con dei "mostri sacri" come Andy LaRocque, Glen Tipton e K.K Downing, in quanto a tenacia, tecnica, potenza espressiva e velocità. I brani sembrano difatti essere cuciti su misura per l'axeman italoamericano, che di certo non rinuncia a rendersi protagonista e a spiccare in quanto vero e proprio frontman dei (a questo punto) suoi "Rigor Mortis". Scandendo a piena voce e furiosamente il titolo del brano, la band si avvia alla conclusione di un momento travolgente e spettacolare, che da solo potrebbe meritarsi un bel dieci pieno. Forse per via del cantato di Orr e forse per via delle lyrics, sembrerebbe quasi di trovarsi dinnanzi ad un brano dei Carnivore, e difatti certi accorgimenti anche lirici sembrano ricordarci molto da vicino la band di Peter Steele. "Die in Pain" si discosta dai temi prettamente horror per abbracciarne altri più "sci-fi", se vogliamo, molto simili ad ambientazioni stile "Conan il Barbaro". In questo brano viene difatti esaltata la figura di un condottiero sanguinario, nato per la guerra e sempre vissuto per essa (come il protagonista di "Male Supremacy", per l'appunto). Un guerriero insensibile e spietato, capace di uccidere per il puro gusto di farlo, che vuole unicamente misurarsi con i suoi avversari per dimostrare d'essere lui il più forte, il più temibile. Non c'è onore nelle sue azioni, ma solo voglia di infliggere dolore e sofferenza. Egli è un condottiero senza paura alcuna, il nemico non merita pietà, e lui non è certo sul campo di battaglia per recitare la parte del "buon Samaritano". Impugnando la sua spada, egli ricorda d'aver ucciso il suo primo avversario all'età di tredici anni, e da allora non si è mai fermato. Il campo di battaglia è, dopo tutto, una giungla.. ove vale unicamente il detto "mangiare, o essere mangiati" ("Born on a battlefield and baptized in blood, you took your first steps in the red reeking mud. Killed your first man at the age of thirteen, life's lessons taught you to be cruel and mean /  Leading to battle a barbaric horde, showing no mercy to those you attack. You kill without feeling and never look back" - "Nato su di un campo di battaglia e battezzato nel sangue, hai mosso I tupi primi passi nel fango intriso di sangue. Hai ucciso la tua prima vittima all'età di tredici anni, la Vita ti ha insegnato ad essere crudele e spietato / sei il condottiero di un'orda di barbari, non mostri pietà ai tuoi nemici. Ammazzi senza rimorsi, e non guardi mai indietro"). Giungiamo all'ottava traccia, "Vampire", ove i protagonisti sono subito Harrison ed Orr, che dapprima creano un clima denso di pathos ed "attesa" facendo vibrare i loro strumenti in maniera misteriosa ma molto incalzante e determinata, e subito dopo vengono raggiunti da Scaccia, il quale vuole anch'egli dare il suo contributo ricamando subito un assolo degno del suo nome. Dapprima, Mike parte seguendo brevemente le linee di basso e batteria, e subito dopo insegna a noi ascoltatori l'arte dello shredding, noncurante del fatto che per molti egli risulterà un treno troppo veloce. Dopo tutto, cosa dovrebbe importargliene? E' la sua musica, vuole suonarla al massimo, e non deve rendere conto a nessuno di quel che, in questo momento, sta facendo. Non possiamo fare altro che imbracciare le nostre chitarre passando ore ed ore a studiare il suo modo di suonare, sentendo questo brano più di una volta, nel quale assistiamo ad un vero e proprio trionfo chitarristico che non può lasciare indifferenti. Giovani thrasher chitarristi che siete in ascolto, fate tesoro di quel che qui sta succedendo e provate a capire, a replicare, a modellare il vostro stile seguendo l'esempio di Mike Scaccia. Dopo un momento così esaltante, inizia il brano vero e proprio: Corbitt si riprende il suo posto e, per non far rimpiangere Orr, decide di inasprire la sua voce riuscendo a donarci un momento di intensità e notevole carica; per quanto Orr sia stato magnifico, è Bruce la voce solista, lui ne è perfettamente consapevole e vuole dimostrarcelo "con le maniere forti". Ed in effetti ci riesce, anche molto bene. Il brano assume connotati molto simili a quelli già uditi nelle due tracks precedenti, divenendo nuovamente pregno di un'aggressività senza quartiere, nella quale tutti ritornano verso lidi più prettamente thrash, impastando per bene i suoni e dando via ad una nuova tempesta nella quale la voce di Bruce tiene alta la bandiera dell'estremo. Tuttavia, il tutto risulta nuovamente un trampolino di lancio per l'ennesima, grandiosa espressione solista di Mike Scaccia: minuto 2:23, sfido chiunque a non rimanere basito dalle cadenze che il chitarrista riesce a dare alle sue note, dotandole quasi di movenze "arabeggianti" udite negli splendidi lavori solisti di King Diamond grazie al provvidenziale apporto di Andy LaRocque. Velocità e limpidezza, potenza e chiarezza, nuovamente ci ritroviamo ad osservare letteralmente le note suonate da Scaccia, il quale riesce addirittura a farle muovere quasi fossero una sinuosa fiamma scoppiettante, intenta a bruciare al massimo delle sue potenzialità. Superarsi era difficile, ma capiamo solo ora che l'intro era un antipasto e che questa è la portata principale. Soprattutto al minuto 2:52 abbiamo la concretizzazione e l'esempio lampante di quanto detto fino ad ora. Sembra quasi che Mike stia riprendendo l'intro di "Black Horsemen" (brano tratto dall'album "Abigail", proprio di King Diamond) estremizzandolo in termini di velocità, ma non comunque di atmosfera o carica evocativa. L'Heavy Metal si presta al thrash e quel che ne viene fuori è un'autentica perla fra le perle, in uno scrigno che offre gioielli praticamente a perdita d'occhio. Il tutto si conclude nuovamente con una sana bordata d'estremo, con la quale la band decide di congedarsi definitivamente. Forse il brano migliore dell'intero disco, anche se è DIFFICILISSIMO scegliere.. diciamo solo che il Vampiro ha una marcia in più. E proprio di vampiri parliamo, tirando in causa le lyrics del pezzo in questione. I Rigor Mortis decidono di rifarsi alla tradizione "classica", presentandoci una figura molto simile al Dracula di Bela Lugosi, ovvero un uomo carismatico e misterioso, implacabile seduttore, che adesca con il suo fascino le sue vittime unicamente per poi prosciugarle di ogni goccia del loro sangue. Le donne sono ammaliate, gli uomini sottomessi dal suo carisma. Il Vampiro, il re della Notte, è pronto a mietere le sue vittime sfruttando le sue abilità. La prova attoriale di Lugosi è senza dubbio un'ottima base, tuttavia i thrashers texani decidono di estremizzare leggermente il contesto, rendendo il loro Vampiro leggermente più crudele e meno elegante. Il mostro diviene quindi un cacciatore spietato e sanguinario, che certamente ha bisogno di sangue ma non disdegna di recare dolore ai suoi "donatori" (meglio se belle donne), a nutrirsi prima delle loro paure, delle loro grida e delle loro lacrime (" blood in my mouth, i love the taste of death / Approaching my victim i make my advance, my eyes have her entranced. With hands cold as death and skin white as bone, fangs are injected. Draining her blood, the whore lies in pain" - "il sangue nella mia bocca, adoro il sapore della morte / Mi avvicino alla mia vittima, faccio la mia mossa, I miei occhi la ipnotizzano. Con le mie mani fredde come la morte e la mia pelle bianca come ossa, inietto i miei canini su di lei, prosciugandola del suo sangue. La puttana cade a terra,contorcendosi per il dolore"). Ben più "corto" e rabbioso del precedente è il penultimo brano del disco, "Re-Animator", che possiamo definire senza ombra di dubbio come uno dei più "oscuri" mai ascoltati lungo tutto il corso dell'album. Il brano ha una durata come detto non troppo "importante", ed è costruito per essere una nuova bordata di thrash senza troppi fronzoli? eppure, qualcosa in questo sound non fa pensare ad un thrash puro, forse per qualche accorgimento sonoro che rende il tutto più nero della notte. Ascoltiamo per bene la chitarra di Scaccia, in alcuni brevi passaggi come quello particolarmente udibile all'inizio, dal secondo 00:26 al secondo 00:28. Le note prendono una forma particolare, risultano quasi fredde e gelide, sicuramente certi momenti (come tutto l'impianto generale dell'album) avrà fatto la fortuna di band come Vader, che avranno attinto nemmeno troppo velatamente da certe esperienze, trovando in dischi come "Rigor Mortis" delle autentiche miniere d'oro. Per non parlare del buon Fenriz, che sicuramente conoscerà il combo texano, il quale potrebbe tranquillamente essere (e possiamo scommetterci) uno degli artefici della nuova svolta dei Darkthrone, divenuti molto meno black e più classicheggianti a livello di sound, soprattutto negli ultimi dischi, complice l'interesse di Fenriz appunto per chitarristi come Scaccia e band come i Rigor Mortis. Insomma, un brano che può assurgere tranquillamente a caposaldo del metal estremo che verrà, il quale deve proprio alla poliedricità di persone come Mike la sua (in quel momento in fieri) fortuna. Un brano che presenta quindi questo particolare incedere macabro ed oscuro, nel quale tutti sono protagonisti: da Orr a Scaccia, da Corbitt a Harrison, ogni membro della band è pronto ad eccedere con la velocità sorpassando tutti i limiti. Le "multe" non fanno paura, i Rigor Mortis vogliono dimostrarci tutto il loro valore ed il loro chitarrista in particolare, che si lancia nuovamente in un assolo verso il minuto 1:51, nel quale Scaccia, proseguendo con la sua esibizione, viene coadiuvato (come non mai fino ad ora) splendidamente da una sezione ritmica da premio Oscar. Dal canto suo Corbitt esaspera ancora una volta la sua performance; sentirlo urlare "Re Animator!!" è incalzante, come se ci invitasse a buttarci in un mosh pit e a donare a noi stessi un po' di Good Friendly Violent Fun, per parlare come gli Exodus. Altra canzone - tributo ad un simbolo dell'Horror undeground e particolarmente ispirato, "Re - Animator" deve il suo titolo proprio ad il film omonimo, uscito nel 1985 e sicuramente fra i più famosi del suo genere. Le lyrics trattano appunto le vicende del giovane Herbert West, studente di medicina brillante ma un po' folle, ossessionato dal trovare una "cura" alla malattia peggiore del mondo.. ovvero la Morte. Grazie alle sue ricerche egli riesce effettivamente a mettere a punto un siero miracoloso, in grado di ridonare la vita alle persone defunte. Niente onori o premi Nobel, purtroppo, in quanto il siero ha una grave controindicazione, ovvero quella di risvegliare certamente i morti, ma anche quella di renderli dei pazzi sanguinari, intenzionati unicamente ad uccidere ("He seeks fresh bodies in the morgue to test his new creation, injecting serum in the corpse for the hope of re-animation / The human dosage factor is unknown, a super charged zombie awakes" - "Cerca corpi morti di recente nell'obitorio per testare la sua nuova invenzione, inietta un siero in quei corpi con la speranza di resuscitarli / Il dosaggio per gli umani è sconosciuto, si risveglia un super zombie!"). Giungiamo così all'ultima traccia del disco, "Slow Death", che ci riserverà non poche sorprese. Si prosegue sulla falsa riga di quanto già udito nella canzone precedente, ovvero i Rigor Mortis mantengono una sorta di oscurità e "rugginosità" nel loro sound, notevolmente più tetro e disturbante di quanto già sentito. La limpidezza lascia spazio ad uno strano alone di fredda malinconia, come se tutto stesse per condurci ad una fine triste ma comunque annunciata.. i nostri si tingono di nero e continuano la loro marcia inarrestabile. Urla sommesse danno l'inizio al brano, Scaccia pesta duro seguendo l'esempio di Harrison e Corbitt risulta nuovamente molto a suo agio, risultando assai più teatrale e convincente che prima. Verrebbe quasi da pensare a Jaz Coleman, sentendolo cantare, ad un joker malefico direttamente uscito da una di quelle pellicole tanto care ai Rigor Mortis, e questo suo lato orrorifico / giullaresco si amplifica notevolmente verso il minuto 1:40, in cui tornano le grida e l'oscurità nel sound si fa massima.. il cantante inizia a declamare i versi della canzone con lo stesso entusiasmo con cui un Vescovo del Medioevo avrebbe potuto leggere ad un condannato al rogo la lista dei suoi peccati, ma è proprio dopo questa parentesi che il ritmo, dilatandosi estremamente e rallentando, consente a Scaccia di creare il suo capolavoro definitivo. Dimentichiamoci la velocità estrema, dimentichiamoci delle corse folli sul rettilineo, concentriamoci unicamente su una cadenza malvagia e su di un incedere "monolitico" che lasciano totalmente smarriti ed inquieti. Mike sale in cattedra e ci dimostra che egli non è solo velocità, ma anche ispirazione, ed in questo sembra prendere molto esempio da uno dei suoi maestri per antonomasia, ovvero Jimi Hendrix. Non fraintendiamoci, non ci troviamo dinnanzi ad un rock 'n' roll blueseggiante, ma il modo di concepire la musica è quanto meno lo stesso. "Facile" da suonare, tutti studiando possono in qualche modo creare qualcosa di bello.. ma DIFFICILISSIMO far proprio quello che si suona, farlo nascere direttamente dal cuore, "sentirlo". Scaccia dimostra, lungo questo splendido assolo, di aver imparato la lezione, tant'è che egli, dinnanzi alle continue domande dei fan, era solito rispondere che tutto proveniva "da qui", battendosi un pugno sul petto. Un assolo da manuale, travolgente, tecnico ma comunque ispiratissimo, sentitissimo, incredibilmente dotato di una carica empatica capace di farci più e più volte ascoltare, chiudendo gli occhi, immaginando. I brividi che percuotono la nostra pelle sono normalissimi, non spaventatevi! Finito questo momento, la band torna ad accelerare, in dei particolari momenti alternati ad un riff più cadenzato, creando altri frangenti che in seguito faranno notevoli proseliti all'interno delle varie scene Death e Black. Dopo un urlo sconvolgente, ci si avvia verso il finale di questo capolavoro, un finale col botto, capace di convincere TUTTI sull'effettiva validità dell'album in questione. Un gioiello dell'underground che dovrebbe essere conosciuto da tutti, che dovrebbe quanto meno assurgere a metodo di studio della chitarra e della musica metal. Perché qui non c'è solo tecnica. Qui c'è passione, ispirazione, carica emotiva. Tutti avrebbero da imparare, da un qualcosa del genere. Chiunque, anche i più esperti, anche i capitani di lungo corso. Le lyrics si confanno perfettamente al genere musicale sino ad ora ascoltato, e ci mettono dinnanzi alla figura del serial killer in tutta la sua interezza, quasi venissero sommati tutti i protagonisti delle precedenti canzoni in un'unica, demoniaca entità. Il sadismo di quest'essere non conosce limiti, egli è un demonio in tutto e per tutto: l'humor nero di Freddy Krueger, la freddezza di Michael Myers, la follia di Leatherface, il carisma sanguinario di Pinhead. Il tutto è strutturato per presentarci inseguito il vero volto di questo pazzoide.. o meglio i veri volti, in quanto gli stessi Rigor Mortis sono i protagonisti del brano, e stanno per accanirsi contro la loro vittima in branco, tramutandosi in serial killer per un giorno  e sfogando le loro devianze su una persona innocente ed assai spaventata. Un espediente assai macabro e singolare, tuttavia solo innocuamente "perverso", in quanto si sta parlando pur sempre di violenza finta e cinematografica, non certo di un invito a delinquere realmente. Sono solo dei ragazzi appassionati di Horror che giocano al loro gioco, senza trasgredire regole fondamentali e senza far REALMENTE male a nessuno ("Now you breathe your final breath, slowly i put you to death. Now you know, all you fear, as you wait, is coming near! / The madman starts to play you will be skinned alive, cooked in fire 'til you die / you may be our next meal! Casey, rip off their flesh. Mike, drain me a glass of blood. Harden, prepare to make carcass stew" - "Ora ti ritrovi ad esalare il tuo ultimo respire, lentamente ti conduco verso la morte. Adesso lo sai, tutte le tue paure, mentre aspetti, si avvicinano! / Il pazzo inizia a giocare, verrai spellata viva e cucinata sul fuoco, finché non morirai / Ora sarai il nostro prossimo pasto! Casey, strappa via la sua carne. Mike, dammi un bicchiere di sangue. Harden, preparati a cucinare uno stufato di cadavere").

Giunti così a questo momento, dopo una marcia trionfale a suon di assoli e riff più unici che rari, dopo aver fronteggiato un esercito di zombie, vampiri e serial killer, risulta difficile staccarsi troppo presto da un disco come "Rigor Mortis". Ben poche band riuscirebbero, nei loro primi anni di attività, a creare un album di questa caratura: possente, veloce, rozzo quando serve ma ispirato, raffinato, tecnico, e non solo parlando per quel che concerne il lato chitarristico del lavoro. Questa, si, era una grande band, che non ha ricevuto purtroppo il successo che meritava, benché il nome di Mike Scaccia sia tutt'oggi ben noto a qualsiasi intenditore della sei corde che possa orgogliosamente definirsi tale. Ragazzi giovanissimi che, nel 1988, avevano già le idee chiare. E' un disco che sembra suonato da degli autentici veterani, che non sembra propriamente il frutto un po' acerbo e noioso di un gruppo si di belle speranze ma comunque a secco di esperienza. Gli intenti erano chiari, i Rigor Mortis volevano spaccare il mondo, estremizzando alcuni concetti e portando la loro musica ad un livello si superiore ma comunque tutto loro, creato ex novo proprio per fare in modo che la loro causa potesse avere delle solidissime basi. Giovani appassionati e privi di malizia, per nulla incantati dalle melanconiche grida delle sirene del facile guadagno, ma anzi decisi a fare di un sano eclettismo la loro definitiva bandiera, per potersi ritagliare uno spazio importante nel cuore di molti appassionati di thrash. Del resto, il lato "tecnico" di questa creatura veloce e metallica stava già cominciando prepotentemente a venire fuori grazie al lavoro del sempiterno Dave Mustaine, che si preparava a dominare il mondo dell'acciaio pesante con il suo "Rust in Peace", che di lì a poco avrebbe scalato le classifiche ed imposto un nuovo modello compositivo ed ispirativo. In quello che era dunque il mondo thrash di quegli anni, i Rigor Mortis non sfigurano di certo. Una band di culto, undeground, "per pochi eletti" ma che aveva in se tutti gli elementi tipici del grande complesso, in grado di tenere tranquillissimamente testa a nomi ben più blasonati come i già nominati Megadeth o Slayer. Cosa, quindi, ha fatto in modo che questo "Rigor Mortis" non facesse parte del cosiddetto "Big 4"? Tutt'oggi, non ci è dato sapere, i fattori in certe circostanze possono essere molteplici.. forse una produzione migliore avrebbe giovato, forse l'etichetta avrebbe potuto aiutare di più questi ragazzi che sprizzavano talento da ogni dove ed avevano forse bisogno delle persone giuste, per emergere. Se un Rick Rubin (nome a caso ma non troppo) avesse potuto mettergli a disposizione la sua esperienza, sicuramente ci troveremmo dinnanzi ad un'autentica pietra miliare. Paradossalmente, una pietra miliare, questo disco, la è comunque, anche se molti non lo sanno. Di certo la triste scomparsa di Mike (r.i.p) in tempi troppo recenti ha buttato ulteriore acqua sul fuoco dei Rigor Mortis, ormai impossibilitati persino a tornare sulle scene per mostrare ai più giovani (e ai loro colleghi forse un po' troppo pieni di se stessi) le loro abilità.. tuttavia, non è tanto quel che si dice o farà, ma quello che a conti fatti è stato prodotto, a parlare chiaro. E qui, di prodotti, ne abbiamo quanti ne vogliamo. Un disco che dall'inizio alla fine non annoia, che ingloba thrash, heavy, che si rende caposcuola ed ispiratore per le frange più estreme del metal che nel suo anno di uscita emettevano i loro primi vagiti. Come rimanere indifferenti dinnanzi alla genialità ed al talento puro? Perché questo erano i Rigor Mortis e Mike Scaccia: talento. Inteso come attitudine, come passione per la musica, come capacità di suonarla. Il Talento, QUELLO CHE NON SI COMPRA. Quello che, in fondo, -battiamo fieramente la mano sul petto, all'unisono- "viene da qui".

1) Welcome to Your Funeral
(instrumental)
2) Demons
3) Bodily Dismemberment
4) Condemned to Hell
5) Wizard of Gore
6) Shroud of Gloom
7) Die in Pain
8) Vampire
9) Re-Animator
10) Slow Death

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