RIGOR MORTIS

Rigor Mortis Vs. the Earth

1991 - Triple X Records

A CURA DI
GIACOMO BIANCO
15/12/2014
TEMPO DI LETTURA:
8

Recensione

Dopo neanche dieci anni di attività, i Rigor Mortis si erano già sciolti nel 1991. A tre anni di distanza dall’ottimo debut targato “Capitol Records” (l’omonimo “Rigor Mortis”, 1988), molte cose erano cambiate in casa della band di Dallas-Fort Worth. Bruce Corbitt, il cantante reclutato nell’86, aveva infatti lasciato la band dopo soli tre anni ed al suo posto era subentrato Doyle Bright. Prima della sua partenza, la band aveva dato alla luce un singolo, “Demons” (1988, Capitol Records), ed un EP, “Freaks” (1989, Metal Blade Records). Per il nuovo cantate il battesimo del fuoco si ebbe solo successivamente, nel ’91, quando la band fece uscire il suo secondo full-length, Rigor Mortis vs. the Earth (1991, “Triple X Records”). Eppure, nonostante tutto sembrasse andare a gonfie vele, la situazione all’interno della band non era poi così rosea. Già da qualche anno, infatti, Mike Scaccia, il chitarrista e mastermind dei Rigor Mortis, era entrato nei radar dei Ministry, band alternative/industrial metal fondata nel 1981 da Al Jourgensen. Quest’ultimo, a causa della complessità del loro ultimo disco pubblicato (“The Mind is a Terrible Thing to Taste”, 1989), aveva bisogno di una line-up molto particolare per riproporlo in sede live: secondo i suoi piani servivano infatti ben dieci elementi, e fra questi, alla chitarra, venne incluso proprio Scaccia. Rimasto folgorato dalla sua bravura, Jourgensen decise di formalizzare un’offerta al chitarrista texano, pregandolo di entrare in pianta stabile nella band. Scaccia accettò e con questa sua decisione, tramite un vero e proprio effetto-domino, si mossero altri mille ingranaggi. Data la propensione dei due membri fondatori dei Ministry (Paul Barker e lo stesso Jourgensen) a creare dei side-project, Scaccia non solo si trovò coinvolto nella “band madre”, ma pure nel progetto electronic/industrial dei Revolting Cocks e, come se non bastasse, anche nei Lard, altra band industrial/hardcore punk. Con un Mike quanto mai impegnato in numerosi progetti, talvolta anche parecchio distanti da quello che suonava abitualmente da anni, ai Rigor Mortis non restava che chiudere i battenti. Dopo l’inevitabile scioglimento, Mike, il batterista Harden Harrison ed il bassista Casey Orr rimasero comunque buoni amici, tenendosi in contatto e, perché no, supportandosi a vicenda nei loro innumerevoli progetti (tra tutti, si ricordi l’esperienza di Orr nella shock-rock band Gwar e quella dell’ex-singer Corbitt nei Warbeast). Prima dello scioglimento, però, il combo texano aveva lasciato un disco, quel “Vs. the Earth” di cui prima, che, a conti fatti, rappresentò per anni il “testamento” della band, prima che i recenti e tragici fatti (la morte di Scaccia nel 2012) riportassero in auge il loro moniker. “Rigor Mortis vs. the Earth” uscì l’8 maggio 1991, edito dalla nuova etichetta con cui avevano appena firmato, la Triple X Records. La sua copertina, che si poneva su quella linea d’intransigente violenza che aveva caratterizzato già il loro debut, recava un enorme carrarmato, intento a massacrare una folla di persone in fuga. Con un sinistro – quanto ironico – cartello che recita “E’ questa la scioccante fine del mondo?”, del contesto se ne capisce di più leggendo il titolo di un giornale tenuto in mano da un uomo: “INVASION”. Le figure scheletriche che si stagliano sullo sfondo lasciano quindi pensare ad un’invasione, né militare o extraterrestre, ma piuttosto “infernale”. Ebbene, in un quadro così apocalittico, non rimane che metterci a correre, a meno che non vogliamo finire sotto i cingoli di quella macchina spaccaossa che risponde al nome di Rigor Mortis.



Con un messaggio iniziale che avvisa del contenuto violento del disco e che ci consiglia, qualora fossimo facilmente impressionabili, di fuggire “per le nostre vite”, arpeggi di chitarra acustica s’insinuano nelle nostre orecchie in maniera subdola, quasi come se fossero lì per anticipare un vero e proprio massacro sonoro. Una melodica, ma inquietante, linea di chitarra si alza da questo mare tenebroso così come un fantasma aleggia sulle tombe dimenticate di un vecchio cimitero. Col pathos che cresce sempre più, ci tocca aspettare ancora tre minuti prima che la bomba ad orologeria deflagri definitivamente. Dopo l’introduttiva e strumentale Dying in my Sleep, le sciabole vengono sguainate con l’orrifica Mummified. Basso e batteria creano un supporto ritmico essenziale e lineare, mentre la chitarra di Scaccia si prodiga in diverse soluzioni, sapientemente bilanciate tra aggressività e melodia. Un riff di stampo quasi black/death (0:59) si mescola a pesanti stacchi, prima che la velocità d’esecuzione s’impenni notevolmente. La voce di Bright è decisamente abrasiva, graffiante per la cattiveria con cui sputa fuori le lyrics. Il missaggio ha fatto sì che la linea vocale prevalesse su quella strumentale, conferendo al nuovo singer un effetto di assoluto primo piano. In questa maniera, Doyle si rende protagonista di un testo scritto in piena sintonia con i gusti horror della band. Là dove “la luce del giorno non riesce ad arrivare”, in quegli “abissi silenziosi” dove solo il soffio della morte spira, spaventose creature mummificate pullulano le “cripte dell’oscurità”. Con la loro pelle “nuda e contorta”, resa tale dal gelo sotterraneo, queste creature sono costrette ad un’eternità di non-morte: sebbene si decompongano orrendamente, la loro è una vera e propria “agonia immobile”. I loro occhi ancora riportano – ora e per sempre – l’imago mortis (ovvero l’ultima cosa che videro in vita) e comune a tutti è una visione di “pena e dolore”. Queste “anime prave” dantesche, che “osservano ed aspettano”, “pietrificate” nel loro limbo eterno, non desiderano altro che terrorizzare gli uomini con i loro “ghigni orrendi”, popolando i loro incubi e riscattandosi così, almeno in parte, della loro tragica sorte. Il drumming è decisamente sostenuto per quasi tutta la durata della canzone, a parte l’intermezzo dedicato al solo di chitarra (2:58). Dopo una prima sezione moderata e melodica, che funge a far riprendere fiato all’incauto ascoltatore – che solo ora comincerà a pentirsi d’essersi buttato a capofitto in un album così infernale –, sarà il cambio a 3:38 a far precipitare la situazione. La “febbre” dell’album aumenta, così come la velocità: date un ascolto al turbinio di note sprigionate dal secondo assolo di Scaccia (3:50) per farvi un’idea a riguardo. Terminata questa sezione d’inaudita violenza, Bright trova ancora lo spazio per gli ultimi versetti cantati, sotto i quali si ritorna a scorgere quel clangore metallico – ripetuto in maniera ossessiva – che ci accompagna quasi ininterrottamente sin dall’inizio. Un opener luciferina, spettrale, che devasta per il micidiale abbinamento di musica metal, grezza e corrosiva, a tematiche horror e splatter. Il riff scaturito dal basso di Orr introduce il terzo brano di quest’album, Throwback. Inserendosi su coordinate spiccatamente crossover thrash, la canzone si caratterizza subito per un ritmo incalzante, molto vicino all’hardcore punk sia per musicalità che per le liriche. Throwback è infatti una canzone di protesta, di resistenza verso l’omologazione che ci impone la società moderna. Throwback, in inglese, significa d’altro canto “atavismo”, ossia la ricomparsa in un individuo di tratti genetico-comportamentali scomparsi molte generazioni prima. Nel caso del protagonista della canzone, in lui è ritornato a pulsare il cuore del ribelle, e ciò stona non poco nel nostro mondo attuale, fatto d’ipocrisia e (finto) perbenismo. Il suo modo di vivere così rivoltoso ed anticonformistico si può paragonare, senza mezzi termini, all’ipotetico inserimento di un “uomo primitivo” e dei suoi valori in un mondo tutto regole e massificazione. Quale sarebbe il risultato? L’individuo sarebbe discriminato per i modi di essere anacronistici e non convenzionali, così fuori dal coro rispetto agli standard tradizionali. Eppure, sebbene sia improbabile una sua vittoria sul sistema, all’uomo primitivo spetterebbe certo una medaglia per l’ostinazione con cui ha voluto conservare il proprio bagaglio di valori. In un mondo in cui tutti vendono il culo per ottenere anche la più effimera “spintarella”, Bright presta la voce a colui che – per il suo “modo d’agire”, per il suo “modo di porsi” e per le cose che dice – suscita immediatamente la persecuzione della massa, che tenta poi d’altronde di “cambiare i [suoi stessi] modi di essere”. I cori rimarcano il concetto fondamentale della canzone: “tu non mi cambierai mai”. Niente e nessuno potrà snaturare la vera essenza della vita, al fine di condurla verso posizioni più facilmente controllabili. Il protagonista se ne frega di quello che gli altri dicono, vivrà la sua vita secondo le SUE regole, senza che essa venga pilotata dai “folli” che comandano la società. Se l’odio è un sentimento reciproco (“Io ti odio – tu mi odî – guerra senza fine”), le misure cautelative (poi repressive?) messe in atto (“Cacciami – giudicami – toglimi i miei diritti/Indagami – scrutami in ogni mossa che faccio”) non serviranno proprio a nulla, giacché, per tanto fiato che uno può sprecare, il ribelle non si spezzerà mai. Musicalmente parlando, il basso è certamente lo strumento trainante nella prima parte della canzone, ripetendosi all’infinito con la sua spiccata tonalità metallica. Un primo assolo compare a 1:23, ma questa volta l’ascia non trova spazio per la melodia, ma solo per una furia cieca ed inesorabile. Con Harrison lanciato in un ritmo forsennato, Scaccia occupa una porzione molto lunga con la sua parte solistica (approssimativamente un minuto e trenta su un totale di circa quattro minuti). L’ultima strofa pare una dichiarazione di guerra vera e propria, ma tocca ancora una volta al ritornello rimarcare il succo della protesta di Throwback, autentico pugno nel volto per chiunque l’ascolti. Nella quarta traccia, Contagious Contamination, la verve di Scaccia è evidente, ma anche la sezione ritmica non si limita a guardare: la partitura di Harrison, infatti, per poco non sfocia nel blast-beat più indiavolato, degno a tutti gli effetti di un brano così esasperato nel suo furore. Ad una prima sezione tutta foga e cattiveria, con un basso che sembra a tratti indemoniato, il post-chorus si avvale invece di una melodia di tastiera – decisamente poco invasiva ma efficace – che conferisce un che di sinistro al brano: in questo modo l’effetto ottenuto, così oscuro ed inquietante, rende la canzone degna di far parte della colonna sonora di un qualche b-movie horror. Subito dopo il ritornello i ritmi rallentano, riportandoci più su lidi heavy/horror che prettamente thrash. La canzone scivola via tra la concitazione generale, ritornata in concomitanza della seconda strofa. Dopo un paio di sfuriate, a 2:23 c’è spazio per un assolo davvero noisy, sparatissimo e ottimamente confezionato. La sezione vocale si mantiene sempre sugli stessi orizzonti già sperimentati, senza variare la propria proposta. Bright è comunque bravo a calarsi in queste parti “orripilanti”, dato che la sua voce bene si adatta al contesto macabro del testo. “Sangue” e “grida” popolano la prima quartina, laddove l’umanità sta “contaminando” – o meglio “violentando” – il mondo. Una “mortifera contaminazione” sta infettando il globo, lasciando “cadaveri insanguinati” (lett. “cremisi”, rossi) per ogni dove. Dopo aver “sofferto l’agonia finale”, ogni uomo è costretto a lasciarsi cadere per poi cominciare ad infestare ogni singola strada con l’olezzo della putrefazione: infatti l’odore di “marcio” è proprio quello che si sprigiona dalla “carne rancida e gonfia”. Gli ultimi due versetti sono particolarmente iconici, dato che la “piaga” farà sì che “ognuno cadrà” e, quando la morte sopraggiungerà anche per l’ultimo sopravvissuto, l’oscurità sarà finalmente libera di “dominare il tutto”. Un testo agghiacciante nella ferocia e nella cattiveria con cui spazza via ogni possibilità di redenzione o salvezza. The Rack, la quinta traccia, è il brano più lungo dell’album. Esordendo con un riff di chitarra ipnotico e vorticoso, il brano cerca fin dall’inizio di dar maggior sfoggio dell’abilità tecnica della band. Se l’intento va subito a segno, non bisogna pensare che, a costo di dar visibilità ad una caratteristica rimasta finora forse un po’ latente, la band possa snaturare il proprio sound, rinunciando quindi alla loro peculiarità principale, ovvero la cattiveria. Dopo circa un minuto d’introduzione, a 1:10 si riesce a capire come gli ingredienti siano stati mescolati accuratamente. Il riffing pieno e compatto – più delle canzoni precedenti, verrebbe da dire – è un micidiale biglietto da visita di quello che sa fare questa band, che, oltre all’estro compositivo di Scaccia, può certamente avvalersi di una sezione ritmica con i controfiocchi, con Harrison e Orr decisamente a loro agio su pattern maggiormente intricati e meno “violentati” dei precedenti. Il testo del brano è un omaggio – perverso quanto macabro – al “cavalletto”, uno strumento di tortura medievale che consisteva in un piano inclinabile con dei rulli alle due estremità (cui venivano legati, rispettivamente, polsi e caviglie). Man mano che l’interrogatorio procedeva, il carnefice girava delle manovelle che azionavano i rulli: in questo modo le articolazioni di braccia e gambe finivano per lussarsi, se non addirittura staccarsi del tutto. Nella prima strofa, la cattiveria vocale di Bright serve ad introdurre l’ascoltatore nei meandri di una “prigione sotterranea” dove, in questo luogo così “freddo ed umido”, ad aspettarlo c’è proprio il cavalletto. Usato indiscriminatamente sia per i delinquenti che per dei poveri cristi, molti uomini “sono morti per pagare i loro pegni” nei confronti delle autorità. Dopo aver brevemente descritto il funzionamento di questo aggeggio infernale (“Fatto di legno e catene d’acciaio/Si stringe la corda girando la ruota”), il chorus è un inno alla tortura, approfondita minuziosamente: la ruota gira, “non si ferma mai/lacerando a metà” gli arti dei malcapitati. Ripetendo diverse volte questa frase, si ha l’idea dell’agonia senza scampo cui erano soggetti i prigionieri una volta che salivano sul cavalletto, che “addenta i muscoli con libbre di tensione” sino a che le ossa non schizzino fuori dagli arti strappati. A quel punto non si ha nemmeno più la forza di supplicare, d’implorare, di sentire dolore: quando incontri il cavalletto sai già che il tuo tempo è arrivato. Il congegno non smetterà nemmeno quando una confessione verrà estorta, lasciando il povero sventurato in una pozza di sangue, con tutto il suo corpo a pezzi. Gore alla massima potenza. Bright recita queste atrocità con particolare ferinità, degno di un cantore perverso. Versi “a salire” (2:20) regalano manciate di sinistre melodie, prima che il riffing s’infittisca nuovamente (2:36), giusto in prossimità della ripresa del cantato. La parte solistica di chitarra arriva a 3:12, con un poderoso drumming a sostenerla. La sezione è però breve, giacché deve subito lasciar strada alla voce del cantante, più che mai impegnato in questo tragico racconto. La velocità d’esecuzione è sempre altissima, anche se la band alterna diverse soluzioni, rendendo il prodotto molto variegato. Il secondo assolo (2:43) è più lungo del primo, ma è ancora una volta la voce di Bright a riprendere le redini in mano per condurci al tragico epilogo. Un infausto riff di chitarra (5:16) sovrasta degli arpeggi di basso, fino a che la batteria non riporta il brano su territori più heavy, dove trova spazio per deflagrare un terzo, melodico, assolo (5:36). Una volta terminato, ci si avvia finalmente verso la conclusione di questo ottimo brano, dotato di un testo davvero troppo inquietante. La punkeggiantePsychoterapy ben presto si rivela essere una cover dei mitici Ramones. Il testo è ridotto all’essenziale e descrive un ragazzotto “un po’ particolare”. A dirla tutta, beh, si tratta di un giovane psicopatico che, almeno inizialmente, sembra essere descritto in maniera abbastanza innocente. Col passare delle strofe, però, assistiamo ad un elenco delle sue azioni: con gli “occhi luccicanti” (chissà se per effetto dei medicinali o delle droghe…), questo individuo è solito darsi a delle “mascalzonate”, magari sotto l’influsso del “Tuinal”, una droga combinata formata da due barbiturici, originalmente impiegata, negli anni Quaranta, come sedativo medico. Rilevandosi come un “demonio della droga”, egli si diverte a scherzare in questa “gabbia di matti” con gli altri suoi simili, cercando nuove avventure all’insegna del crimine e della violenza. La connotazione da fuorilegge del personaggio ben s’intona con la sirena che introduce la canzone, mentre la sezione musicale acquista invece spensieratezza rispetto alle atmosfere oppressive delle canzoni precedenti. Bright sembra ottenere qui una flessione nel timbro vocale che in alcuni frangenti lo porta ad assomigliare a Joey Ramone, anche se la sua rimane pur sempre una voce più metal-oriented che punk. A conti fatti, l’andamento del brano si discosta molto dal resto della proposta dei Rigor Mortis ma, tuttavia, inserito nella sesta posizione di una lunga tracklist, Psychoterapy coglie nel segno, apportando una ventata di aria fresca in quelle oscure ed angosciante cripte cui la band texana ci aveva abituato. La mitragliata che troviamo alla settima posizione è City in Fear, canzone che riporta le “gesta” di un misterioso assassino seriale. Nel “nero della notte”, “scrutando ogni mossa” della sua vittima, il killer si fa guidare dalla pazzia che impera nella sua testa. “Aspettando la sua chance per colpire”, questo pazzoide sta sconvolgendo la vita di un’intera città, le cui forze dell’ordine brancolano nel buio, non sapendo chi sia questo folle omicida. Nonostante le sue uccisioni siano estremamente “brutali”, il modus operandi si rivela essere incredibilmente “efficiente” e “pulito”. Ragionando su ogni mimino eventuale, il killer predilige vittime “casuali”, così da rendere la vita più difficile a chi sta indagando sul suo caso. Ogni notte “qualcuno cade preda della sua lama” e così, ogni mattina, la polizia rinviene un altro omicidio. Degno di un vero mitomane è poi il suo comportamento egocentrico, che lo porta a lasciare una “firma” sul corpo della vittima, mediante una particolare incisione. Proprio sul più bello, però, quando chiunque cominciava a pregare che quello non fosse il suo ultimo giorno, la strage finisce “così come tutto era iniziato”, ovvero dal nulla. Le stesse forze dell’ordine non possono credere ai loro occhi, non riescono a concepire che un tale squilibrato possa sospendere così all’improvviso questa sua orgasmica perversione. Eppure, questo fanatico sa che così facendo non farà altro che aumentare la psicosi che la gente nutre nei suoi confronti. Ritornerà? Quando ritornerà? Colpirà ancora? La risposta è una sola: chi vivrà, saprà… Riprendendo le fila del discorso, dicevamo all’inizio di come il brano si presentasse come una “mitragliata”. Per comprendere ciò, basta effettivamente ascoltare la furia con cui la band devasta qualsiasi ostacolo che le si ponga davanti, sfruttando tempi che strizzano l’occhio al death metal old school. Tutti gli strumenti viaggiano di pari passo, infuriati come mai prima, uniti nell’unico scopo di seminare panico. Il thrash metal dei Rigor Mortis è molto oltranzista, non apre mai ai compromessi, e, per questa sua caratteristica, può risultare indigesto ai più. Eppure canzoni come questa City in Fear rappresentano l’apice compositivo di una band matura che, nonostante non abbia mai raggiunto vette di popolarità inaudite, si è giustamente garantita uno scranno tra gli dei dell’underground. Concedetemi, però, ancora una menzione. L’effetto “mitragliatore” è ottenuto in larga parte grazie allo strepitoso drumming del batterista Harrison, impazzito come se stesse suonando sopra ad un treno lanciato a folle velocità. Ma anche gli altri ragazzi non sono da meno. Scaccia vitupera la sua chitarra sparando note in rapida successione simili a proiettili impazziti (1:33); Orr brandisce il suo basso facendolo suonare nel modo più graffiante e metallico possibile; di Bright, infine, non riusciamo a spiegarci come non gli possa prendere fuoco l’ugola, data la cattiveria con cui performa le sue partiture. In ultimissima istanza, possiamo certamente dire che la canzone si presenta come una delle migliori di questo ottimo disco, costituitosi finora di momenti assolutamente degni di nota. Molto simile alla precedente, quantomeno per intensità, è l’ottava Asphyxia. Com’è facilmente intuibile dal titolo, la canzone è incentrata sulle vicende di un tale che sta soffocando. Nonostante questi siano attimi concitati (in cui l’istinto tende a prevalere sulla ragione), il protagonista riesce a razionalizzare ogni singolo istante, facendoci addirittura una “telecronaca” di cosa stia accadendo. Concentriamo però l’attenzione sul lato musicale. Ad un riff iniziale che potrebbe aprire alle più disparate canzoni black, fa seguito la solita distruzione sonora dei Rigor Mortis. Orr ed Harrison sono perennemente lanciati all’assalto, col piede schiacciato fino in fondo sull’acceleratore. Su queste basi così estreme, le componenti più melodiche della band (voce e chitarra) devono sapersi ritagliare uno spazio che non stoni troppo in un contesto, appunto, asfissiante. Se Scaccia è maestro con le sue sferzate brutali di chitarra, pure Bright sfoggia una notevole abilità nel recitare un testo parecchio veloce nella sua esecuzione, ricordando a tratti lo stile di Tom Araya degli Slayer. Harrison tende a marcare il suo velocissimo drumming con accenti sui piatti (siano crash o ride), giusto per scandire metricamente la partitura. Il basso di Orr è decisamente più in secondo piano rispetto alle song precedenti, mentre pure la chitarra sembra non voler rubar la scena alle vocals. Dopo una sequela di due strofe con altrettanti ritornelli, il brano effettua un breve break a 1:02, prima che batteria e basso ci delizino con un ottimo bridge: in questo modo tocca poi a Scaccia riempire lo spazio dedicato all’assolo con un’evoluzione dinamica e melodica. La dose di brutale violenza viene poi rincarata dalle strofe finali, nelle quali si conclude il tragico evento. Se nella prima strofa venivano elencati sintomi che lasciavano pensare all’asfissia (“Il sangue sta pulsando nella mia testa – sento una strettezza nel mio torace/La stanza sta roteando ed io non riesco a riprendere fiato”), è nel chorus che esplode tutta la drammaticità del momento: nonostante non riesca a respirare, il protagonista è lucido quanto basta che per chiedere disperatamente aiuto. Tra un colpo di tosse ed uno sputo, l’uomo è agitatissimo ed afferra “qualsiasi cosa in vista”: quegli sono i suoi “ultimissimi secondi”, dato che il pallore si sta già dipingendo sul suo volto… Il mondo attorno a lui sta svanendo, sente che un “attacco di shock” è molto vicino. Il panico prende così il sopravvento: è “appeso ad un filo” poiché sente che sta per sopraggiungere un “arresto cardiaco”. Nell’ultima strofa si consuma infine la tragedia. Mentre si sta contorcendo sul pavimento, l’uomo sente le pulsazioni diminuire sempre più: la sua vita si sta “esaurendo”. Siccome non riesce a respirare, non può nemmeno lanciare il suo “urlo finale”, immerso nella più totale solitudine della morte. Il testo, anche se forse un po’ banale ed ingenuo, è sicuramente espressivo e rende bene la concitazione del momento, supportato ottimamente dalla sezione musicale. Quella che poteva sembrare una canzone riempitiva, a causa di un testo obiettivamente più debole degli altri, si rivela invece essere come un altro brano riuscitissimo, che non fa altro che elevare la quotazione del disco. La nonaDead Fish è quanto di più punk la band abbia inciso su questo album, tolta la cover dei Ramones. La vera natura di Dead Fish si può già intuire dal riff iniziale di chitarra e dalla successiva rullata di Harrison (00:06). Tre accordi eseguiti in rapida successione coronano le influenze hardcore e punk della band, sublimando un prodotto “crossover” nel vero senso del termine (in inglese significa appunto “miscuglio di generi”). Il testo, paradossalmente, non è immediato come i precedenti, giacché si parla di un “pesce morto”. “Trovato in un fiume” e “gettato sulla riva”, questo pesce viene indirizzato verso una fabbrica che produce cibo in scatola. Qui, tutto l’ambiente è reso malsano da un orrido puzzo, che si origina dal tritatutto preposto alla macellazione delle carni. L’olezzo è così disgustoso e nauseabondo da indurre un uomo a commettere omicidi. Nonostante il testo sia molto scarno e corto, il ritornello si avvale di un escamotage grammaticale. La frase “Wouldn't you like to meat Dead Fish?” gioca infatti sulla somiglianza tra “meat” (“carne”) e “[to] meet” (“incontrare”). La parola giusta da inserire sarebbe la seconda (con la frase che diventerebbe così “Vuoi incontrare il pesce morto?”), ma la band ha preferito optare invece per la prima, insistendo sul “concetto” attorno a cui ruota la canzone, ovvero la puzza di pesce marcio. Inutile da dire che in italiano questo “trucchetto” non rende come nella sua lingua madre, risultando addirittura intraducibile. Tornando alla musica, anche in questo contesto punkeggiante, Scaccia trova l’occasione per inserire uno dei suoi splendidi assoli. Tuttavia, quando ci si aspetterebbe che la canzone termini senza dilungarsi troppo, questa riprende con una nuova strofa, deliziandoci con una cortissima sezione solistica, in cui ogni strumento trova una manciata di secondi di assoluto primo piano, prima che la canzone si chiuda in maniera netta e decisa. SOG, la nona traccia della track-list, è il secondo brano più lungo dell’album, terminando oltre i sei minuti. Cosa significhi l’acronimo di preciso non si sa, ma a giudicare dal contesto battagliero (e quindi pure dalla copertina del disco), potrebbe stare per “Special Operations Group”. Il desiderio di questa entità (sempre nominata alla terza persona singolare) è quello, unico, di “uccidere”. Più andiamo avanti nella lettura del testo, più ci si convince che SOG possa essere in qualche modo la fonte d’ispirazione dell’artwork. Dato che i morti sorgeranno “al suo comando” per “banchettare” col sangue ancora caldo delle vittime, possiamo dunque scorgere notevoli somiglianze con la situazione dipinta sulla copertina. Se la “mente” del SOG dovesse essere lo stesso carrarmato, col termine “morti” dovrebbero dunque indicarsi quelle figure scheletriche già citate prima nell’introduzione (queste “legioni dannate” vengono infatti descritte nell’atto di “cancellare l’umanità”, cosa che effettivamente stanno facendo già nella copertina). Il versetto “Sog rade le città al suolo” potrebbe quindi riferirsi a quel carrarmato che coi suoi cingoli spiana tutto e tutti. Parafrasando Agatha Christie ed il suo detto “un indizio è un indizio, due indizi sono una coincidenza, ma tre indizi fanno una prova”, converrete tutti che il brano è fin troppo in piena sintonia con l’artwork, rappresentando, se si vuole, una sorta di title-track riassuntiva delle capacità della band e dei suoi valori. Approfondendo il lato musicale, l’introduzione è più calma dei due brani precedenti, eppure conserva un certo fascino che rievoca un non-so-che di epico ed ancestrale. Qui, anche Bright è più tranquillo, con la voce leggermente effettata che va a narrare dell’arrivo del SOG. Il chorus si mantiene sulle stesse coordinate, conservando l’andamento lineare della strofa. Mentre la città viene avvolta dalle fiamme, le vie si tingono di rosso sangue ed i corpi giacciono freddi a terra. In questo clima caotico, nonostante il trambusto, le macabre risate del SOG possono udirsi distintamente. “L’estinzione della razza umana” passa attraverso un “genocidio globale”, perpetrato dal “Redentore”, che altro non è che il SOG stesso. A 2:37 abbiamo una vigorosa sterzata: Harrison detta i tempi per una velocizzazione generale del brano, posta in concomitanza con l’intermezzo. Basso e chitarra si mettono di pari passo, enfatizzando l’effetto di brutalità del congegno bellico lanciato all’assalto. Al di sopra di un “trono di ossa”, l’entità malefica sta sogghignando, godendo della sofferenza degli umani. Dopo la ripetizione di diverse strofe, il brano si avvia verso la fine, senza lasciare spazio ad un assolo vero e proprio. In questa maniera, Scaccia pare essersi cimentato maggiormente sull’impatto della sezione ritmica, pur senza tralasciare gli abbellimenti melodici (come il giro di chitarra finale), udibile sotto le urla di dolore nell’ultimissima sezione della canzone. Penultima canzone è Speed Whore, canzone “dedicata” ad una prostituta. Ovviamente non c’è spazio né per l’amore, né per le cose belle. Tutto ciò che i Rigor Mortis sanno dire è “Guardati, o puzzolente puttana/Fai schifo – Speed Whore”. A proposito, giusto per intenderci la locuzione inglese “speed whore” indica quella “pratica automobilistica” che consiste nell’accelerare al fine di affiancare la vettura che ti precede, sulla quale precedentemente si è notata un bella ragazza. Continuano poi le (perverse) frasi d’abbordaggio: “Le croste si stanno staccando dal tuo naso/Il pus sta fuoriuscendo dalle tue piaghe”, “I tuoi capelli sono un casino/Sembri una merda” ed altre amenità del genere. Ok che c’è gente che più viene insultata e più s’innamora, però qua, mamma mia, mi sembra che si sia giusto sorpassato il limite! Proprio questa eccessiva sboccataggine fa nascere il sentore che la canzone sia fortemente autoironica, se non addirittura parodica. E poi comunque il bello deve ancora arrivare. Emblematico è il fatto che, dopo tutto questo turpiloquio, il protagonista si esprima con un netto “Tu mi fai stare male”: non c’è forse frase peggiore da dire ad una ragazza!! Sebbene il testo sia abbastanza lungo, le vocals entrano solo a metà canzone. In questa maniera il brano si divide, grossomodo, in due tronconi, l’uno strumentale e l’altro anche cantato. L’introduzione è affidata a degli stacchi “aperti”, che spianano la strada per un melodico assolo di chitarra. All’opera del buon Scaccia segue poi un break di basso (0:52) che dà ufficialmente il via alle danze. I ritmi si alzano, il riffing infuria prepotentemente. A metà canzone, come già detto, compare Bright, il declamatore dei “dolci versi”. La struttura lineare della canzone non permette grandi variazioni, ma fa sì che la band confezioni comunque un buon brano, privo di punti degni di particolar nota, ma che comunque non stona con quanto venuto prima. Collegata a Speed Whore è la conclusiva – e strumentale – Afterbirth of a Midget (S.Y.G.D.P.). In poco più di tre minuti, i Rigor Mortis riescono a condensare tutti i loro tratti salienti. Si comincia con una giusta dose di melodia arcana e sinistra, amplificata dai colpi di tuono in sottofondo. Successivamente si passa ad un possente riffing in bilico tra il classic heavy ed il thrash. L’assolo di Scaccia mette poi in risalto l’estro compositivo del chitarrista, con la sua tendenza a strizzare l’occhio nei confronti delle buone melodie, non cedendo comunque mai a mielose soluzioni. Il basso di Orr è noto per la precisa – quanto efficace – capacità di colmare ogni vuoto lasciato dalle alte frequenze della chitarra. Nel pastoso sound della band, Orr è infatti quello che riesce ad amalgamare al meglio la sezione ritmica con la melodia, ottenendo sempre un ottimo risultato. Harrison, dietro le pelli, pare a suo agio tanto su ritmi forsennati che su pattern più lenti. Ottimo anche il secondo assolo di chitarra a 1:35. Che altro dire… La band ha deciso di affidare le sorti ultime del disco ad un brano assolutamente unico nell’album, il più sperimentale, se così vogliamo definirlo. In questo modo trovano spazio soluzioni davvero ardite, come quando Orr ci stupisce piacevolmente con una partitura in fingerstyle davvero soft e melodica (proprio lui, che finora aveva sferragliato col plettro il suo basso). La conclusione di Afterbirth of a Midget è quanto di più lontano dalle sonorità ascoltate fino a questo momento. I ritmi addirittura “danzerecci” farebbero supporre a tutt’altro genere, ma forse è proprio questo il segreto di una grandissima band: non porre limiti al proprio genio.



“Rigor Mortis vs. the Earth” si è rivelato essere un album superbo ed accattivante, che invoglia l’ascolto e che non stanca mai da cima a fondo. La talentuosa mente di Scaccia, che s’aggira die-tro ogni composizione, permette alla band di confezionare un disco esaltante in ogni suo anfrat-to, ma ciò è possibile, del resto, anche grazie alla sinergia messa in campo dai vari membri della band: la premiata ditta Harrison-Orr rappresenta una solida certezza, mentre il neo-acquisto Bright si è guadagnato il consenso di chi rimpiangeva il vecchio singer. Anche se alcune canzoni potevano essere “limate via” (a causa di una scaletta abbastanza lunga, per un minutaggio totale di circa 46 minuti), non c’è effettivamente un momento “molle” in cui viene da mandare avanti il disco, che risulta così godibile al 100%. Detto questo, a volte ci si chiede, obiettivamente, come sia possibile che certe band non abbiano mai sfondato. Altrettanto obiettivamente, nel panora-ma metal d’oggigiorno, possiamo vedere moltissime band ancorate a due/tre stilemi, peraltro mediocri, che però gli hanno fruttato un successo inaspettato. Non sono qui per giudicare o per fare classifiche su quali siano i gruppi più meritevoli o quali meno, ma una cosa posso dirla: i Rigor Mortis devono il loro status di cult-band proprio al loro “essere di nicchia”. Riuscite a pensare ai Rigor Mortis in versione mainstream? Non sarebbero loro, garantito. Invece, in quelle cripte più e più volte già menzionate, i Rigor dominano assolutamente. La puzza di umidità, l’oscurità degli anfratti più reconditi, i rumori sinistri… questa sì che è la loro casa ideale. D’altronde i nostri quat-tro amici sono sempre stati dei ragazzi semplici, non si sono mai montati la testa. Erano solo quattro giovani che amavano gli horror ed adoravano suonare musica pesante. Ma sì sa, spesso dalle cose semplici nascono le cose migliori: ecco perché i Rigor Mortis sono una tappa inevitabi-le nel cammino di ogni thrasher che si rispetti.


1) Dying in My Sleep 
(instrumental)
2) Mummified
3) Throwback
4) Contagious Contamination
5) The Rack
6) Psycho Therapy 
(Ramones cover)
7) City in Fear
8) Asphyxia
9) Dead Fish
10) SOG
11) Speedwhore
12) Afterbirth of a Midget (S.Y.G.D.P) 
(instrumental)

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