RICKY PORTERA

Fottili

2014 - Videoradio

A CURA DI
MARCO PALMACCI
12/07/2014
TEMPO DI LETTURA:
9

Recensione

"Uno che ruba anche la Luna se la deve dare a te".
Parole sentite, intense, in grado di strappare un sorriso ed al contempo capaci di delineare nelle nostre menti un profilo ben preciso, conducente al protagonista del brano "Grande Figlio di Puttana", una canzone che porta la firma di autori come Gianfranco Baldazzi, Gaetano Curreri ed il compianto Lucio Dalla. Un brano sui generis, dal testo simpatico eppure terribilmente profondo, che ci fornisce l'identikit di un personaggio singolare e sopra le righe, molto simile all'amicone di sempre, quello che difficilmente riesci ad inquadrare in un'ottica precisa e che può risultare sfuggente.. ma caspita, se sa essere un vero amico. E soprattutto una persona vera. Leggenda (non troppo metropolitana) vuole che questa canzone, portata al successo dagli Stadio, fosse stata dedicata proprio da Dalla al musicista che in questa recensione prenderemo in esame, andando a puntare il faro sul suo ultimo lavoro solista. Un chitarrista dalla forte attitudine Rock, tuttavia perfettamente a suo agio anche in altri contesti. Versatile, graffiante, adatto a tante situazioni molto diverse fra di loro: Ricky Portera, un axeman che realmente si può definire tale, che affonda nella gavetta dura ed impervia le sue radici e che deve il suo successo alla creazione di un suo stile, mutuato da anni di esperienza, di ascolti e di vicissitudini che lo hanno condotto all'esplorazione di lidi che in troppi aprioristicamente rifiutano di visitare. Incontri, viaggi, prove, concerti. Tutto è riuscito a lasciare un segno nella sua sensibilità di musicista e di uomo, esperienze positive, negative.. del resto, il compito principale di un musicista è quello di vivere in quanto tale. Se la Musica diviene la bandiera della nostra vita, non si può intrappolarla in una routine. Proprio no, sarebbe un delitto atroce. Per diventare grandi bisogna espandere i propri orizzonti, essere avidi di sapere e di provare, viaggiare, testare sulla propria pelle realtà diverse dalla quotidianità. E parlare con i grandi, imparare da loro i segreti, ascoltare quel che hanno da dire. Una vita intensa, dunque, che ha inizio ufficialmente già in tenerissima età, quando Ricky, ad 8 anni, si approccia al mondo della musica prendendo lezioni di canto assieme ad un suo amico, Vasco Rossi. Non sentendosi portato per il canto, decide dunque di provare a suonare uno strumento. Dapprima il sassofono, in secondo luogo la chitarra, la definitiva folgorazione sulla via di Damasco. Imbracciata la sua prima sei corde, il percorso può ri-avere ufficialmente inizio: i primi anni sono un susseguirsi di esperienze, soprattutto in ambienti come i Night Club e le sale da ballo, le quali, a detta di Ricky, sono state una sorta di fucina della sua versatilità; luoghi nei quali era stato messo a contatto con realtà differenti alle quali doveva amalgamare il suo modo di suonare, e che quindi lo hanno reso il musicista eclettico che tutti noi oggi conosciamo. Un grande pregio maturato attraverso una gavetta sudata e difficile, in ambienti, per altro, che non conoscevano esitazioni o ripensamenti. L'orchestrale è di per se un musicista navigato e dalla grande esperienza, che vede nel giovane collega una sorta di elemento da plasmare, per farlo adattare ad una vita tosta e difficile quale quella del musicista di professione. Si può evincere dalla recente storia quanto Ricky fosse portato, per tutto questo, e come la sua tempra ed il suo piglio fossero certamente da non sottovalutare anche quando era solo un ragazzino. Proseguendo dunque per questa strada arrivò anche a far parte di vere e proprie formazioni; impossibile non citare, fra queste, dapprima i Club72 di Castelfranco Emilia, nei quali erano presenti, oltre lui, anche Danilo Bastoni (tastiere), Augusto Menozzi (voce), Renato Tabarroni (percussioni), Gianni Suzzi (basso), Gabriele Mattioli (sax tenore e baritono) e Dino Melotti (sax tenore). In seguito, da sottolineare anche la sua militanza nel complesso chiamato "Sua Maestà", con il quale ha l'opportunità di suonare assieme ad un big della musica italiana, l'istrionico e talentuoso Renato Zero. Lo stile del gruppo è di grande impatto e coinvolge più di uno spettatore, tutta via i rapporti con Renato non sembrano andare a gonfie vele. Fu così che presto il complesso si sciolse, delineando il destino di Ricky, il quale trovò chiusa una porta, ma al contempo spalancato un proverbiale poltrone. Il suo ex batterista, che lavorava per l'agenzia di Bibi Ballandi, gli comunicò che Lucio Dalla cercava un chitarrista e che lui sarebbe stato perfetto per il ruolo. Era il 1977, Ricky Portera decise dunque di incontrare Dalla e discutere della sua esperienza. L'incontro fu breve ma molto intenso (avvenne nel locale "Due Stelle", di Reggiolo), e secondo Ricky non avrebbe portato ad una collaborazione troppo duratura. Avrebbe voluto rimanere per tre mesi massimo, lasso di tempo necessario per risanare il budget che aveva risentito della fine anzitempo del progetto "Sua Maestà". Ed invece, proprio come quando un qualcosa deve accadere per forza, quei mesi si tramutarono in anni ed anni di amicizia, scontri, litigate, grandi serate, screzi e concerti memorabili, una carriera che da quell'incontro prese il volo e tutt'ora non vuole fermarsi per nessun motivo al mondo. Presenza fissa sul palcoscenico e nei dischi che hanno decretato il successo di Lucio (fra i quali ricordiamo "Lucio Dalla", del 1979, "Dalla" del 1980 e "1983" dello stesso anno), ebbe in seguito modo di formare una propria band assieme ai compagni musicisti che con lui avevano il compito di fungere da band di accompagnamento sempre per Lucio Dalla. Fu così dunque che nella primavera del 1981 nacquero ufficialmente gli Stadio, composti oltre che da Portera da Gaetano Curreri (voce - tastiere), Fabio Liberatori (Tastiere), Marco Nanni (Basso) e Giovanni Pezzoli (Batteria). L'esordio della band lasciò più di un segno nel cuore degli ascoltatori: i loro pezzi a posteriori definiti come "storici" erano difatti presenti nel loro esordio, "Stadio", datato 1982 ma registrato già nel 1980. Oltre a Lucio Dalla e gli Stadio, la carriera di Ricky fu arricchita di altre collaborazioni molto importanti, con artisti del calibro di Eugenio Finardi, Francesco De Gregori, lo stesso Vasco Rossi, Loredana Bertè, nonché da una discreta carriera solista, che lo portò ad incidere ben due album: l'omonimo "Ricky Portera" (1980) e il più recente "Ci Sono Cose" (2007). Dopo una vita di palcoscenici calcati e di esperienze, la chitarra di Ricky non vuole comunque smettere di suonare, e dal canto suo lui non vuol far niente (fortunatamente!) per fermarla. Giungiamo così ai giorni nostri, alla prima metà di questo 2014, anno in cui vede la luce il suo terzo disco solista, dal titolo diretto e privo di fronzoli: "Fottili", autentico manifesto e romanzo di una carriera importante, che non ha mai fatto del compromesso la sua bandiera e non ha mai avuto bisogno di "spintarelle", per decollare. Ricky Portera è ancora qui, presente più che mai, e vuole suonare ancora. Chi siamo noi, per fermarlo o per tirarci indietro? Accingiamoci ad ascoltare questa nuova creatura, premiamo il testo Play e lasciamoci trasportare dalla verve Rock di uno dei migliori chitarristi che l'Italia abbia mai dato alla luce.

Si inizia alla grande con "Santi e Religiosi", brano granitico, tosto, introdotto da un riff sferragliante e meravigliosamente diretto, figlio di una nobile tradizione Hard Rock di matrice prettamente statunitense. Echi degli Aerosmith risuonano fra queste note, mentre la calda voce di Ricky ci introduce ulteriormente ad un contesto magnificamente compatto e concreto. Niente compromessi, questo brano trasuda old school da ogni nota, quella cara, sana vecchia scuola che ancora più di ieri è ricercata e voluta dai cultori della musica, persone che vogliono provare ancora una volta emozioni e sensazioni vere, quella soddisfazione e quella partecipazione che solo un brano del genere riesce a trasmetterti. Sembra quasi di tornare indietro nel tempo, negli anni in cui i pc, gli "ipod" e gli "smartphone" erano soltanto trovate stravaganti inserite in qualche fumetto di fantascienza, anni in cui si suonava veramente e non si faceva finta. Il brano prosegue con un andatura decisa e determinata, sorretto da una ritmica "alla AC/DC", concreta, priva di esitazioni ed imponente. Menzione d'onore dunque per il batterista Alex "Polipo" Polifrone, che porta a compimento il suo ruolo risultando perfetto nel contesto. C'è spazio anche per la melodia ottenuta da un sapiente uso della tastiera, perfettamente integrata all'aggressività della chitarra. Key R. Droghetti riesce a far suonare le sue keyboards in maniera più che valida, fornendo un tappeto sonoro suggestivo ed accattivante, molto simile a quello che Roby Facchinetti dei Pooh è in grado di creare per i brani del suo gruppo. L'amalgama risulta perfetta ed il brano scorre su di un rettilineo per tutta la sua durata, senza sbavature, arricchito da uno splendido assolo nel quale la chitarra di Mr. Portera sembra quasi dialogare con noi ascoltatori, dotata di un suono delicato a tratti ed in altri decisamente più "provocante" e metallico. Il testo è in perfetta sintonia con la musica, in quanto si configura come una coraggiosa presa di coscienza da parte di un uomo stufo del suo presente: un presente triste, dominato da speranze ormai perse, seppellite sotto strati di ipocrisia e disillusione che i "potenti" hanno voluto far assurgere a valori massimi delle nostre esistenze, per renderci dei burattini molto più facili da manovrare ("Santi e religiosi che oramai non pregan più, Stati delinquenti ladri della fantasia.. vogliono affogarci nella loro ipocrisia, stiamo qui a guardarli e a pensar "lascia che sia" "). Il nostro protagonista è comunque deciso a prendere in mano le redini della sua vita, più che mai determinato a non farsi comandare da niente e nessuno perché è lui a respirare, ed è per tanto lui e solo lui a poter scegliere la strada da prendere. Non c'è convenzione o regola che tenga, se il libero arbitrio ci viene negato, siamo autorizzati a tirar fuori gli artigli e far vedere al ladro che sta commettendo un grave errore ("butta giù quel muro, che non fa vedere più! Voglio il mio futuro e certo quello non sei tu! Voglio una ragione che mi dia la sensazione di non buttare via anche la più piccola emozione"). Il Futuro appartiene a chi sa fare buon uso del suo presente e del suo passato, inutile star lì a consultare oracoli. Bisogna rimboccarsi le maniche e costruirlo, giorno dopo giorno. Un brano eccezionale, che soprattutto i giovani dovranno tener d'occhio per non incappare nelle varie trappole celate ad hoc ai loro sguardi da qualche potente senza scrupoli. Proseguiamo con la traccia numero due, "Che Figura", in cui un riff che punta sulla melodia funge da "presentazione", per poi lasciare spazio ad una splendida vena "Blues n Roll", che fa capolino senza troppa timidezza, rendendo il brano incredibilmente accattivante, quanto una fiamma che danza al buio e al chiaro di luna. Un pezzo strutturato secondo dei climax sapientemente posti in maniera "tattica" ed ordinata, nei momenti in cui la storia narrata dal brano si fa più intensa e dunque bisognosa di un sottofondo che richiami forza d'animo e risolutezza. Momenti in cui la voce di Ricky e di conseguenza la sua chitarra si fanno maggiormente più aggressive, in un impeto di partecipazione che coinvolge l'ascoltatore e lo porta a sua volta a godere di un crescendo di sensazioni diverse ma ugualmente incalzanti. Ottimo ancora una volta l'uso delle tastiere, questa volta appannaggio totale di Portera, il quale riesce ad inserire perfettamente e suggestivamente lo strumento nel contesto di accelerazioni pocanzi descritto. Il batterista, in questo caso Giovanni Pezzoli (già compagno del chitarrista negli Stadio), dimostra come il suo predecessore una risolutezza invidiabile, oltre che un encomiabile modo di destreggiarsi in un contesto così poliedrico ed impegnativo. Per far musica a questi livelli c'è bisogno di gente che la Musica l'ha vissuta, poco da dire o da fare. Accattivante, seducente e splendidamente aggressivo quando serve, "Che Figura" è la cronistoria di un uomo innamorato follemente della sua adorata Lei, la quale sembra comunque marciare sul sentimento puro ed incondizionato del suo boyfriend, giocando alla Femme Fatale e rendendolo di fatto un mero passatempo da intervallare a più storie di natura prettamente fisica ("pensieri e congetture, tu sei pazzo di Lei.. chissà cosa farà, chissà CHI si farà?).Il ragazzo, appostato sotto casa della sua fidanzata, appura che lei lo tradisce ("un'auto è arrivata, accidenti s'è fermata! E' biondo, è un bel figo, mi sa tanto..ti ha tradito") e nemmeno è la prima volta che questo accade. Dopo un momento di sconforto totale, in cui si rende conto di quanto tempo ha buttato dietro una persona immeritevole, decide comunque di farsi forza per affrontare il domani, conscio che l'esperienza negativa gli servirà comunque per crescere e per valutare meglio il da farsi, quando un giorno si ritroverà a dover iniziare nuovamente una relazione con una donna. Senza dimenticare che quando la Femme Fatale si ritroverà sola ed usata, si renderà conto di quanto è stato stupido lasciar andare via un bravo ragazzo, leale e sincero ("tu segui la tua strada, da sempre l'hai sognata, non farti più illusioni, tu cerca le emozioni! Non darle un'occasione, fa solo confusione.. un giorno lei piangerà per te!). Il protagonista può così cominciare una nuova vita, conscio che potrà amare di nuovo, non lasciandosi prendere dal dolore e non permettendo al rancore di invadere il suo animo ("se guardi in fondo al cuore ci trovi tanto amore, dimentica il dolore, non fare questo errore!") Proprio nei momenti di presa di coscienza si verificano i climax citati nella descrizione del brano. Un viaggio emozionante che ci conduce dritti al brano numero tre del lotto, nonché title track del disco: "Fottili". E' una rapida successione di note intervallate da furiose pennate improvvise a dare il via alla traccia, che in seguito si lascia trascinare da un riff coinvolgente e denso di pathos, che mescola elementi ed esperienze molteplici. Se da una parte è possibilissimo riscontrare elementi che rimandano a sonorità prettamente rock ( di matrice soprattutto italiana, e qui si potrebbe tranquillamente citare il periodo solista di Fabio e Roberto Cappanera, periodo in cui il Rock made in Italy, nella sua forma più pura, veniva codificato con un album come "Non c'è Più Mondo", datato 1991) ma anche meno ruvide e più accattivanti, sconfinanti nell'AOR di matrice statunitense (gruppi come i celeberrimi Survivor), oltre che alla presenza costante, nel corso del pezzo, di elementi derivati dal blues. Il brano risulta essere quindi una personalissima commistione di più stili, ancora una volta sintomo della poliedricità di Ricky Portera, che non ha paura a tirar fuori dal suo strumento ciò che vuole e più lo soddisfa. Nella sua struttura risulta essere una canzone lineare e ben costruita, dove il sound ruvido danza nuovamente sul ghiaccio con la melodia, in un ballo che non ci lascia mai riprendere fiato e ci invita a chiudere gli occhi e a lasciarci trasportare dal brano. L'assolo è sicuramente fra i migliori del disco, costruito ad arte e frutto non solo di un'ottima tecnica, ma anche di un modo di sentire le note, lasciarsi rapire da esse, che ormai è sempre più raro, al giorno d'oggi. L'arduo compito di fornire un'impalcatura ritmica adeguata al brano è affidato in questa sede a Sergio Pescara, altro validissimo batterista ben lieto di contribuire alla causa sfoggiando un tocco leggermente più possente dei suoi predecessori ma non per questo meno preciso, tutt'altro. Special guest, uno dei personaggi più noti del rock italiano: Pino Scotto, che con la sua voce caustica e carica di grinta riesce ad inserirsi alla perfezione nel brano e a duettare alla perfezione con Ricky, arricchendo senza dubbio il brano, dotandolo di una carica hard rock anche maggiore, di una buona aggressività che giova alla fin fine all'album tutto. Un ottimo featuring, non c'è che dire! Del resto, la presenza del "Rocker Folle" (come Scotto è solito definirsi) è giustificata anche da un testo di profonda invettiva contro il sistema già preso di mira in "Santi e Religiosi": questa volta, Portera scende ancor più nel dettaglio, lasciando da parte le allusioni, decidendo di affrontare il problema alla radice ed esprimendo il suo disappunto, senza troppi mezzi termini, contro chi cerca in tutti i modi di limitare la nostra libertà e i nostri sogni, preferendoci muti e sempre pronti ad eseguire un qualsivoglia ordine ("guardati alle spalle, sono un pericolo per noi! Si fanno i cazzi tuoi, ti entrano fino nel cesso di casa tua. Mangiano pane ed ipocrisia, vivono nascosti in fondo ad una malattia"). Sta solamente a noi ribellarci al sistema, scegliendo di schierarci contro chi ci vuole ridurre a quel modo ("vivi così, tutto quello che senti! Grida così, non scoppiarti il cervello.. tu, tu, tu.. pensaci su!), passando dal ruolo di vittime a quello di carnefici ("Fottili se puoi, ammaliatori senza onestà, patetici vecchi attori di una commedia che già sai come finirà"). Nemmeno il tempo di riprenderci da questa sconvolgente esperienza che già arriva il momento del quarto pezzo, "Ma Pensa Te", ballad  che dopo tanta intensità giunge alle nostre orecchie come un delicato momento di ripresa. Non bisogna comunque rilassarsi troppo ed anzi, è d'obbligo lasciarsi catturare da questo brano, dall'andamento si delicato ma comunque intenso, carico di sentimento eppure non melenso o fastidiosamente scontato. La ballad è sempre un grande rischio: c'è chi in un impeto di romanticismo lascia andare alla deriva il suo strumento, costruendo un qualcosa di "troppo" ed avulso alla realtà, con il solo scopo di "trasportare" il pubblico, gigioneggiando eccessivamente con le melodie. In questo caso, ci troviamo di fronte a più di un tentativo ben riuscito: il brano funziona, la chitarra di Ricky rinuncia per un turno ai riff sferraglianti o all'andamento blues "seducente", per proporsi in una veste del tutto nuova, elegante come un'aquila reale che vola in cielo. Bella a vedersi ma comunque maestosa, la canzone è nuovamente costruita sull'alternanza di strofe "tranquille" e crescendo imperiali, nei quali il sentimento "esplode" letteralmente, anche grazie alla voce di un'altra special guest, quella di PierDavide Carone, giovane artista già noto al grande pubblico per la sua partecipazione al talent show Amici di Maria De Filippi e per la sua presenza al Festival di San Remo 2012 con il brano "Nanì", a fianco niente meno che di Lucio Dalla. La voce potente e melodica di PierDavide ben si alterna a quella ruvida di Ricky, il connubio che ne esce fuori risulta orecchiabile e sicuramente ben costruito. PierDavide è un ragazzo giovane, ma ha dimostrato di saperci fare, non è certamente un caso che due personalità come Portera e Dalla lo abbiano voluto al loro fianco per determinate collaborazioni. Drumming affidato in questa situazione a Roberto Gualdi, il quale deve necessariamente premere sul deceleratore e pensare più alla precisione che ai ritmi incalzanti, in quanto per un batterista, il brano "lento" è sempre più insidioso di quello "veloce". Prova riuscitissima anche in questo caso. Dopo uno splendido assolo di Ricky, viene poi ripreso l'intro del brano, che si conclude con dei "battiti" simili a quelli di un cuore. Come buona parte delle ballad, il testo è incentrato su una storia d'amore, in questo caso forse in procinto di terminare nel migliore dei modi. Una coppia è "lì e lì" per lasciarsi nella maniera peggiore, nella totale indifferenza da parte di lei che evidentemente non riesce più a provare un sentimento forte e sincero nei riguardi del suo partner ("..cerco in te la complice e l'amante che eri tu, sapessi come è strano non darti più la mano.. confonde i miei pensieri, non aver più bisogno di te"). Tuttavia, l'uomo non si rassegna e cerca in tutti i modi di ricordare alla sua Lei quanto possa essere facile, in fondo, tornare ad amare. Basta non essere ciechi e non dimenticare il passato, guardare il tutto con occhi diversi, ricordarsi d'essere capaci di provare più di un qualcosa nei riguardi di una persona con la quale ci si è legati così intensamente ("..e se per una volta tu prendessi il volo di certo scopriresti quante cose belle da lì puoi vedere quaggiù. Quante volte, troppe volte.. hai chiuso gli occhi per non vedere?"). Parole mature, sagge, struggenti.. sentimenti maturi e reali, come non se ne vedevano da troppo in una canzone incentrata su determinati temi. Una ballad che scioglierà il cuore di tanti arcigni Rockers, che forse ci si rivedranno anche un po'. Cambiamo totalmente rotta giungendo alla track numero cinque, "Mari di Merda", che ribalta il clima precedente re-introducendo un blues n roll di ottima fattura, figlio del periodo di maggior splendore di complessi come gli ZZ Top (periodo "Eliminator" - "Afterburner"), certamente venato di elementi che possano in qualche modo renderlo maggiormente fruibile al grande pubblico (esattamente come fecero i già citati bluesman texani, inserendo un sapiente uso di tastiere, ancora una volta magistralmente adattate al contesto) ma comunque in larga parte mantenuto su un sound tenace tipico della old school. Dritto dal cuore, dritto sulle nostre orecchie, forse in questo brano Ricky riesce a dare il meglio di se stesso, ricamando dapprima un riff che si insidierà nelle nostre menti e che difficilmente ne uscirà, ed in seconda battuta esibendosi in degli assoli memorabili, mostrando la sua abilità di chitarrista in toto. Le radici sono quelle che servono per poter andare avanti. Quando mostri di aver imparato per bene quelle, puoi fare ciò che vuoi. E Ricky Portera non solo ci da un saggio di abilità come raramente se ne sentono, parlando di tecnica chitarristica; al contempo fa vedere a tutti (soprattutto a noi giovani) quanto sia importante sentire, la musica che si suona. Del resto, Jimi Hendrix docet: "il Blues è facile da suonare, ma difficilissimo da percepire". E si può tranquillamente affermare che qui, a livello di percezione, ci muoviamo ad altitudini notevoli. "Mari di Merda" è forse la traccia migliore del disco: diretta (anche e soprattutto nelle parole, udibile una chiara censura su di un termine/sinonimo di "gabbato"), priva di troppi orpelli che l'avrebbero unicamente appesantita, densa di tecnica ma anche di passione; ritorna il drummer Roberto Gualdi, il quale può questa volta esprimersi diversamente da quanto avvenuto in "Ma Pensa Te", sfoggiando un drumming più che possente, granitico quando serve e sempre preciso. Particolarità della canzone, un omaggio di Ricky alla sua terra natale (la Sicilia) con un passaggio completamente cantato nel suo dialetto natio. Il testo, vista e considerata anche la lieve censura, è come già detto molto diretto: narra la storia di un uomo dalle mille esperienze, navigato e "collezionista" di cicatrici sia fisiche sia interiori, il quale si ritrova a stilare un "bialncio" della sua vita, magari in un pub dinnanzi ad un buon bicchiere di Jack Daniel's liscio. Il bilancio è figlio di una sorta di maliconica disillusione e di una presa di coscienza circa i tempi moderni, quelli nei quali l'uomo si trova a vivere ("Guardami negli occhi e dimmi che ci vedi.. non c'è più religione e nemmeno l'intenzione. Ormai non ho più tempo e ho perso il sentimento, e non ho più paura di starne qui a parlare? Ho navigato in tutti i mari, in quelli blu come il cielo, in quelli pieni di merda, e non ho più paura di starne qui a parlare). Alla fine, il nostro protagonista si ritrova anche a dare più di una lezione di vita ad un presuntuoso omuncolo che in sua presenza si diverte ad atteggiarsi, anche se la sua esperienza di vita è pari allo zero ("Ritira su i tuoi pantaloni, ormai ti hanno già dato ciò che dovevi avere per essere incu##to, chiudi quella bocca, sorgente di menate e cazzate.. collegala al cervello, se ci vuoi rallegrare!"). L'uomo decide così di congedarsi in maniera brusca e decisa, lasciando di sasso i suoi interlocutori ("e sai cosa ti dico? Che non mi importa un fico! Io sai ti benedico? o forse maledico! / non dimenticare, siamo tutti buoni a cantare e parlare / non voglio più ascoltare, voglio dimenticare"). Nuovo capovolgimento di prospettiva nel brano numero sei, che riprende nella sua tematica un argomento posto in conclusione della traccia precedente. Un brano, "Sicilia", che fornisce sia spunti celebrativi (un omaggio alla terra natale di Ricky Portera) sia descrittivi (uno spaccato commovente e sentito di quella splendida terra), nonché biografici (riferimenti alla sua infanzia e ai suoi genitori). Tamburelli udibili nel sottofondo accompagnano delle melodie quasi sconfinanti nel latineggiante, molto simili a quelle di un Carlos Santana o a quelle dei Chingon più "leggeri" e meno irruenti. Il brano è costruito proprio per risultare una sorta di ode catulliana toccante ed incisiva nella sua andatura. Non è un brano eccessivamente struggente, conserva nel suo cuore una buona dose di "calore", un nucleo non incandescente ma mediamente caldo, che rende il brano godibile ed adattissimo come sottofondo quando magari si ammira un tramonto dai mille colori. Il brano risulta quindi avvolgente, in grado di cullare i nostri sensi e di lasciarci diventare un tutt'uno con l'ambiente circostante, un po' come Ricky vuole fare con la sua Terra. I ricordi si fanno largo lungo il testo, ricordi di un padre e di una madre ai quali il chitarrista è grato per la vita donatagli ("Sicilia terra di mio padre e di mia madre / riguardo le mie foto con mio padre che mi ha cullato, che mi ha insegnato a tendere la mano, a dare a chi ha bisogno un sogno"), ricordi di una Terra che gli ha saputo dare tanto e alla quale continua a chiedere ancora un po' di aiuto, quasi fosse per lui una seconda madre ("Dammi un po' del tuo sole, ti chiedo solamente di stare con me.. dammi un po' di calore come fosse questo il nostro fatto d'Amore). Una Terra dalle mille bellezze, non esente da difetti ma che sa regalarti tantissimo, doni inestimabili che porterai sempre nel tuo cuore, senza scordarli mai. Per il semplice fatto che la propria casa non si scorderà mai, che perdere le proprie radici, come si diceva pocanzi, equivale troppo spesso a morire dentro. Un episodio da applaudire e dinnanzi al quale alzare le mani. Ricky Portera ha saputo costruire un piccolo capolavoro che (ci auguriamo tutti) non passi inosservato ed inviti a riflettere molti dei quali hanno smarrito loro stessi accettando passivamente una cultura, un modo di pensare e un modo di parlare che non è il loro, che è frutto di una imposizione estera che vuole disintegrare tutte le splendide varietà presenti nel mondo e nella nostra penisola. Da segnalare altre due presenze che arricchiscono il brano con il loro apporto: al brano hanno infatti partecipato i due artisti Luca Madonia (cantante / chitarrista, sia solista sia membro della nota band Denovo) e Manuel Auteri, giovane cantautore bolognese con all'attivo tre album e svariate collaborazioni con artisti del calibro di Faso (Elio e Le Storie Tese) e Max Marcolini (arrangiatore di Zucchero "Sugar" Fornaciari). Si rimane su un'andatura mite e pacata anche nella traccia successiva, la coinvolgente "Solo un po', Giusto un po' ", brano introdotto dal sax soprano di Andrea Innesto, che con il suo strumento risulta un protagonista importante del pezzo tutto. Subito dopo quelle avvolgenti e delicate note di sassofono, veniamo accolti dalla calda voce di Portera, accompagnata dalla batteria di Gionata Colaprisca e da uno splendido sottofondo di pianoforte, elementi che sommati danno vita ad una nuova ballad "matura" e per nulla parossistica, anzi. Una struggente melodia, sognante ed "adulta" allo stesso momento, concepita nella sua semplicità da un musicista a sua volta affermato ma sempre capace di emozionarsi ed emozionare, qualità che dopo un'onoratissima carriera ancora (e più che mai) in corso non viene a mancare nemmeno per un secondo. Un episodio che richiama alla mente (anche per via del sassofono di Andrea, splendido nella  conclusione) diversi brani del noto cantautore Vasco Rossi (fra i quali la recentissima "Eh, già!"), o dei Pooh nel loro periodo maggiormente AOR (si ricordino album come "Giorni Infiniti", 1986, e "Il Colore dei Pensieri", 1987). Nonostante il clima disteso, c'è comunque spazio per un roccioso assolo di Ricky, che ci ricorda quali sono comunque le sue origini: ballad, certo, ma non per questo si può accantonare un pulsante vena blues n' roll, facilmente percepibile in questo momento solista, che aumenta leggermente il tiro del brano rendendogli ulteriore giustizia. Significativo il tema del brano, che accende i riflettori su di una coppia provata dal tempo che cerca quasi di allontanarsi e di rinnegare quel che fra di loro c'è stato, a causa molto probabilmente di un tradimento di lui, ma in generale per colpa del tempo trascorso che ha inesorabilmente cambiato sia l'uomo sia la donna, trascinando la passione in una routine disarmante. Eppure, l'Amore non sembra volersene andare, nonostante i cambiamenti e le vicissitudini. C'è, resiste, pervade ancora i cuori dei due amanti che alla fine decidono di abbandonare dubbi e riserve, ritrovando loro stessi ed ammettendo che nonostante gli anni passati, le loro vite sono ormai inesorabilmente legate; nessuno meglio dell'altro riesce a capire l'altra e viceversa, completandosi a vicenda. Ad un inizio problematico segue quindi una conclusione più che degna di una Storia intensa e vissuta ("e scusa sai, io voglio restar solo? tu sei una stella che ha perso luce ormai? | ora sai che ormai ho preso il volo, ora so che lo senti, e cosa mi dirai? "Traditore", figurati se non lo so.. | ..ma smettiamo di confonderci, baciami un po'! Solo un po', giusto un po'.. senza più cercare cosa siamo noi"). Dopo la dolcezza del sentimento, un'intensa e "tellurica" presa di coscienza, una profonda riflessione sulla vita in toto: arriva il momento della traccia numero nove, "La Tua Vita", una delle interpretazioni più intense e muscolari dell'intero disco. In questo meraviglioso brano assistiamo inoltre ad un duetto d'eccezione: la voce di Ricky è accompagnata ed alternata nientemeno che a quella di Gaetano Curreri, sempiterno cantante degli Stadio e fra gli interpreti maggiormente evocativi e capaci di emozionare dell'intero panorama musicale italiano. Due voci che ricamano un brano costruito su una struttura perennemente in climax, che non lascia spazio a distrazioni o a momenti di stanca, anzi; il coinvolgimento è totale proprio per la convinzione della prova fornita da Ricky, Gaetano ed il batterista Giovanni Pezzoli, già compagno dei due musicisti nel periodo "storico" degli Stadio. Quasi una reunion che ci riporta indietro nel tempo, negli anni ottanta, quando i nostri si affacciavano nel mondo della musica come gruppo e conquistavano gli spettatori con brani splendidamente avvolgenti come "Un Fiore Per Hal" (da "Stadio", 1982) o maggiormente più briosi come "Allo Stadio" (da "La Faccia delle Donne", 1984). Una collaborazione che ci mostra come il feeling fra i tre non si sia mai perso nel corso degli anni, e che anzi sia in questa occasione ancora più forte. Del resto, fra musicisti di un certo calibro l'alchimia è dura a morire, e forse anche più che immortale. Vere protagoniste del brano sono le voci, che rendono il pezzo, in certi momenti, quasi un momento "a cappella", almeno nella prima strofa, dove la chitarra di Portera suona educata e contenuta, lasciando a lui e Curreri la possibilità di esprimersi al massimo delle loro possibilità. Chitarra che esplode in seguito facendo sentire la sua presenza, senza comunque prevaricare, e concedendosi un momento solista unicamente nel mezzo e verso la conclusione del brano, per dotarlo ancor più di magia, ampliamente sprigionata, quest'ultima, dal terzetto che ha saputo eseguire questo pezzo come in pochissimi altri avrebbero potuto fare. La canzone giusta per chi vuole lasciarsi indietro un passato difficile e sceglie finalmente di affrontare la Vita a viso aperto, senza più paure, senza più freni. Il sole scalda il nostro volto, una nuova alba è il segnale giusto che aspettavamo per ricominciare. Un brano che parla di Esistenza, di alti e bassi, di coscienza, di presente, futuro, passato, di vittorie, di sconfitte, di occasioni e di rimpianti, di tutto ciò che comporta il nostro Essere, dalla culla sino alla maturità. Parole sentite, adatte a chiunque si trovi in un momento di bilanci e riflessioni profonde sul proprio ruolo nello spazio e nel tempo. Si spegneranno le luci, qualche sipario calerà? eppure eccoci qui, come sempre, magari con due lire in tasca ma pieni di sogni e di speranze per un domani migliore. Chi si arrenderà, chi continuerà, non ha importanza. Come si suol dire, si ha una vita sola, tanto vale viverla al meglio, non salendo subito sul carro dei vincitori ma nemmeno abbattendosi come se non ci fosse più nulla da fare ("Questa vita è la parodia di una storia di non so chi sia? la combatti senza ipocrisia, tu la vivi come una poesia.. / ti senti prigioniero di un'idea, di un pensiero che da lacrime.. così ti svegli la mattina e rinasci come il sole, quel sole che ti infonde il suo calore! Profuma dolce la tua vita che lo sai non è finita, il gioco ricomincia perché hai vinto la partita, la strada è lunga ed in salita, la rabbia è infinita, veleno che oramai scivola lento fra le dita"). Un momento da serbare nel cuore, per quando sarà il momento, una canzone in grado di infondere coraggio ed al contempo far partire in automatico un vero e proprio film circa la nostra esistenza. Climi "esistenziali", in queste due track, che vengono prepotentemente scossi ed accelerati dalla nona track, "Provaci", introdotta dapprima da una intro in cui il rumore di acqua che scorre si sovrappone a dei precisi e poderosi battiti, salvo poi lasciare campo aperto ad un riff che sicuramente renderebbe felice Billy Gibbons. La chitarra torna a mordere ed a macinare emozioni blues e rock n roll, lanciandosi in assoli di fattura pressoché ottima ed acquisendo una vena addirittura southern. Un modo di suonare molto vicino a quello di gruppi come The Allman Brothers Band o i Ram Jam, con qualche lieve eco rimandante ai Mountain. Un pezzo che tutta via si differenzia dal resto dei brani per una particolarità non da poco: un vero e proprio "dissing" verso seconda metà del brano, in cui l'mc Valerio Merizzi "sfida" il nostro Portera a colpi di rime, dando luogo ad piacevole incontro fra i ritmi cadenzati del Rap a quelli rocciosi e travolgenti dell'Hard Rock. Una piacevolissima variazione che giunge alle nostre orecchie come del tutto inaspettata, vista la piega più o meno lineare che il disco aveva oramai preso. Una variazione molto ben accolta dal talentuoso batterista Tilly Mzu Drummer, il quale in questa traccia ci da, come tutti i musicisti, un saggio della sua poliedricità ed adattabilità accompagnando sia lo stile southern / blues della prima parte sia quello più marcatamente Rap del secondo "atto". Abbiamo parlato in precedenza di Dissing, termine che nell'ambito più prettamente rap si riferisce ad un contenzioso fra due o più rapper (o anche gruppi di rapper, le cosiddette "crew", "bande") i quali si ritrovano ad affrontarsi a suon di brani e strofe per screditarsi a vicenda, a causa di una forte antipatia reciproca dovuta ad episodi di varia natura. In questo caso, il tema centrale di questo contrasto (comunque intrapreso "per motivi scenici" e non veritiero) è l'idea che i due contendenti hanno del sesso a pagamento: Ricky lo difende, definendolo un atto sostanzialmente liberatorio ed in generale come un normalissimo esercizio del libero arbitrio, un atto privo di importanza etica o morale, in quanto alla fin fine la prostituta offre un servizio come migliaia d'altre persone fanno, oggi giorno. Sta a noi decidere se usufruirne o meno, il tutto senza sensi di colpa o comunque sia obblighi morali o "religiosi" ("se ti vuoi fermare preparati a pagare.. e tu avrai tutto ciò che vuoi, nuoterai dentro i sogni tuoi, ti darà tutto ciò che vuoi da lei"). Di contro, il rapper Valerio irrompe sulla scena dando vita ad uno scontro quasi basato sulle regole del freestyle, riadattate però per l'occasione. In generale, un freestyle è strutturato su un'improvvisazione canora su di una base, momento in cui il rapper deve dare prova della sua abilità. Gli scontri vedono difatti i rapper sfidarsi rima contro rima, inventando tutto sul momento e sperando di risultare più convincenti ed incisivi dell'avversario. Con questa intenzione, Valerio decide di screditare le tesi di Ricky, avanzando le sue idee circa la prostituzione, definendo in sostanza "una sconfitta" il pagare per andare con una donna, un fallimento vero e proprio, degno di un uomo incapace di corteggiare e di amare una donna ("ormai il tuo destino è fare il burattino, non crederti appagato, sei solo uno sfigato! | ?il sesso a pagamento è solo un fallimento!". Con fare sornione, Ricky si appresta a rispondere alle critiche del suo giovane amico, avanzando un'ulteriore motivazione, molto profonda e figlia di una riflessione ponderata ("il sesso a pagamento ha un altro godimento, se vuoi lasciarti andare non devi condannare? perché il perbenismo ha un padre: l'egoismo"). Tuttavia Valerio è intenzionato ad avere l'ultima parola, adducendo ulteriori motivazioni per avvalorare la sua tesi ("Son storie di illusioni, se tu avessi i coglioni di certo eviteresti, sicuro non ci andresti | e ciò che ne ricavi è solo l'amarezza, un brivido fugace perché non sei capace! No no, non sei capace!"). Sull'echeggiante "non sei capace" ripetuto dal rapper, si chiude con un nuovo assolo di Ricky un brano sorprendente, originale e particolare, che ci mostra quanto il nostro Portera sia un musicista di vedute incredibilmente ampie. Sospiri ed una latineggiante acustica ci indirizzano verso il decimo brano, "Che Male Fai", altro momento "calmo" dell'album, che stempera la forte atmosfera della traccia precedente. E' sostanzialmente un brano delicato e dal forte sapore "etnico", tanta è la capacità della musica di ricreare paesaggi lontani ed esotici: il misterioso continente africano, le spiagge e le foreste del sud America, i deserti australiani. Ascoltando bene il brano sembra quasi di vedere cieli che non abbiamo mai guardato, percepire un'aria diversa dal solito, viaggiare con la mente, visitando e riconoscendo luoghi che mai abbiamo visto o ammirato. L'andamento del brano tutto si basa proprio su queste particolari suggestioni, suggestioni arricchite dalla splendida voce di Iskra Menarini, alla quale vengono affidati i cori. Verso la fine ci delizia con un'esecuzione di prim'ordine, degna della sua più che trentennale carriera: storica corista e collaboratrice di Lucio Dalla (all'attivo collaborazioni anche con artisti come Zucchero, Biagio Antonacci e Ron, per citarne alcuni), da sempre si distingue per un modo di porsi originale e brillante, oltre che per un'abilità tecnica ed una passione per il canto che assurgono a tratto distintivo della sua spumeggiante personalità. Una professionista che rende la canzone ancor più carica e densa di pathos, grazie al suo professionale e sentito apporto. Ritorna alla batteria Roberto Gualdi, e troviamo al basso Claudio "Gallo" Golinelli. Il tema del pezzo segue di gran carriera l'impianto musicale:  un testo a tratti sfuggente e dalle chiavi di lettura molteplici, trasportato dal vento come foglie da una calda brezza settembrina, che sussurra messaggi di vario tipo alle nostre orecchie ("se canti una canzone può bastare, ormai non piove più.. parlami, aiutami a sentire la tua voce, a non pensarci più | ..adesso che hai pagato il tuo peccato non perderti nel blu, aspettami, ricordagli.. non c'è niente di sbagliato, io non lo faccio più | e adesso che non c'è tempo per noi, che male fai? Che male fai?), messaggi carichi di malinconia, per un amico che non c'è più. Il brano è infatti dedicato al compianto Massimo Riva, ex voce della Steve Rogers Band nonché conterraneo e chitarrista di Vasco Rossi. A detta dello stesso portera, il titolo si riferisce alla scia di dolore che un caro amico lascia dietro di se, quando arriva il momento di andarsene. Siamo lì a chiederci il perché, a versare lacrime amare, a tirare pugni sul muro, sperando di poterlo rivedere almeno un volta, di condividere con lui un'ultima risata, un ultimo momento. Egli non tornerà, ma l'eco della sua voce echeggerà per sempre nell'eternità della nostra vita, come ricordo costante di bei giorni che ci hanno insegnato quanto la felicità sia senza tempo. Potrenno ritrovarla, senza dubbio: anche perché sono i nostri cari scomparsi, i primi a volerlo. Sarà difficilissimo, ma la vità tornerà a sorridere. Un altro momento sorprendente che dota il disco di grande varietà compositiva e ci mostra tutti gli affluenti possibili della vena creativa di Ricky Portera. Senza indugi ci apprestiamo a "raggiungere" la successiva track, "Quelle Come Te", unico brano non inedito presente nel lotto. Si tratta difatti di un'esecuzione live dello stesso pezzo contenuto nell'album omonimo di Ricky, suo debutto solista risalente al 1990 ed eseguito, in questa occasione, durante un concerto svoltosi a Roma nel 2007 presso il noto locale "Stazione Birra". Il brano rimescola le carte in tavola e ci trasporta dalla magia tribale del suo predecessore ad un contesto decisamente accattivante ed irriverente. Le donne tornano ad essere le protagoniste di un brano che risente molto dell'influenza sia di Vasco Rossi sia degli Stadio, e parliamo in special modo di un periodo nel quale la collaborazione fra questi artisti è stata molto stretta: l'anno è il 1984 e gli Stadio avevano da poco dato vita al loro secondo full-length, "La Faccia delle Donne", album spiccatamente AOR (seppur denso di una buona dose di pop) che vedeva nella title track una delle sue colonne portanti. Colonna portante nella quale Vasco, con i suoi modi inconfondibili, faceva valere la sua presenza. Similmente a ciò che accadeva in quel periodo e seguendo le coordinate già dettate ai tempi del full-lenght pocanzi citato, il brano avanza sicuro, forte di un andatura sicura e decisa, oltre che di un ritornello splendidamente assimilabile già dopo il primo ascolto. Un ritornello che entra in testa e non ci lascia, che ci coinvolge in una festa scatenata permettendoci di divertirci spensierati e senza problema alcuno. Una canzone che trasuda anni '80 e '90 da ogni nota, che senza la pretesa di dover dimostrare chissà cosa preferisce scorrere veloce e priva di freni dritta nel cuore di chi dalla musica vuole emozioni, non freddezza, austerità o sterilità tecnico-tematica.  Le tastiere ed il sassofono tornano a farla da padrone, Ricky dimostra anche live di avere una carica a dir poco eccezionale, ergendosi a vero e proprio re fra i re dei "riff men" tricolori. Assieme a lui, un cast di musicisti di tutto rispetto: alla chitarra, Max Cottafavi, al baritono Joe Pisto, Roberto Costa al basso e Roberto "Granito" Morsiani dietro i tamburi (mai soprannome fu più azzeccato!), senza dimenticarsi della voce di Annalisa Epifanio. C'è spazio anche per un simpaticissimo siparietto sempre incentrato sul rap, nel quale il rapper LMD (nome d'arte di Marco Luca Picione) recita rime velocissime in un dialetto meridionale. Il tema, come dicevamo, è incentrato sulle donne, in particolar modo su quelle che "non ci stanno", sulle "preziose", sulle ragazze che non riescono a lasciarsi andare in nessun modo, che in un impeto di eccessiva serietà sembrano voler stare in disparte a tutti i costi, per paura di apparire magari "ridicole" (esattamente come molte loro controparti maschili). Il protagonista del brano decide comunque di non mollare la presa, catturato da questa "corazza" e voglioso di romperla, per poter gustare la vera essenza di questa donna così schiva, in realtà solamente in attesa di un uomo che sappia coinvolgerla ("Cosa fai, non è di certo il caso che ti scaldi così! Dai che ti va, non serve che mi parli un'altra volta di lui? scusami sai, non ho capito che vuoi! Con tutti fai la stessa storia! |Tu che nascondi a tutti quello che sei, forse hai paura di sognare! ! Quelle come te, sono solo guai! Quelle come te che non hanno tempo, quelle come te non si scusano mai! Quelle come te che non puoi toccarle, quelle come te che non la danno mai?). Si preme ancor di più sul pedale arrivando alla traccia numero dodici, la velocissima "Piazza Maggiore" (un titolo che forse suona come un omaggio a Lucio Dalla, autore della celeberrima "Piazza Grande"), strumentale - gemma di un album che rivela sorprese su sorprese. Il brano è un autentico tripudio di hard rock, il batterista Alex "Polipo" Polifrone viene richiamato a fungere da "metronomo" e a dettare i tempi ad un Ricky Portera a dir poco scatenato, il quale decide di lanciarsi a briglia sciolta lungo quattro minuti di riff, assoli, passaggi degni di un musicista che fa quel che un musicista dovrebbe sempre fare: DIVERTIRSI. Ed è proprio questo, quel che accade in "Piazza Maggiore". Ricky si diverte, gioca, fa leva sul suo estro creativo e riesce a costruire un brano che per completezza e concretezza riuscirebbe tranquillamente a non sfigurare accanto ad altri composti da colleghi stranieri. Suggestioni e richiami rendono il brano una perla più unica che rara. E' chiara l'influenza dei Deep Purple, ma non si disdegnano momenti in puro stile Uriah Heep e perché no, è facile riscontrare addirittura suoni più moderni, in particolar modo rimandanti a chitarristi come Yngwie Malmsteen. Il suono ha una resa eccezionale ad il tocco del Nostro si svela in tutta la sua personalità: un tocco che sa essere delicato quando c'è da esserlo e duro quando invece le circostanze lo richiedono. Potenza, suggestività, pathos, eros e thanatos. Un suono dalle mille sfaccettature, che sprigiona passione qualunque sia il contesto in cui viene inserito. Una strumentale - summa del "Portera Pensiero", un brano che potrebbe tranquillissimamente essere proposto alle nuove generazioni, giusto per mostrargli COME si suona una chitarra. La velocità è presente ma non è tutto, le profonde radici blues sono lo scheletro forte e possente sul quale il tutto si regge. Un brano perfetto che merita più di una menzione d'onore. Altro splendido episodio, ennesimo, di un disco che promette e mantiene. Ci avviamo alla conclusione con l'ultima track, "Vicoli Di Modena", mesta e commovente, perfetto commiato per un album tirato ed intenso, che saggiamente ha distribuito lungo la sua tracklist gli episodi più toccanti per alternarli a delle autentiche sfuriate Rock 'n Roll. Il brano è dotato di una struttura non troppo complessa ma risulta fra quelli dove l'espressività di Portera è maggiore, dovuta molto probabilmente ad un contesto che richiama molti suoi ricordi strettamente personali. Anche il sound sembra in qualche modo "commuoversi", "piangendo" delicatamente note su note, che come tante lacrime creano un torrente sonoro dal quale è facilissimo farsi trasportare: come pocanzi si accennava, la poliedricità del chitarrista è cosa nota e soprattutto in questo brano riusciamo a notare quanto sia un tratto distintivo della personalità musicale del Nostro. La chitarra, malinconica ma in grado di strappare emozioni anche dal più arcigno dei cuori, accompagna la calda voce di Portera per tutto il brano, il quale esplode nei ritornelli, con un coro paradossalmente festoso (contrapposizione singolare ed apprezzabile) che declama a gran voce il titolo della canzone. Un pezzo atipico, per certi versi, nei riguardi del quale riusciamo a rapportarci con benevolenza ed un pizzico di nostalgia. Pur non vivendo la realtà di Portera, è un brano che possiamo fare nostro tranquillamente, date le sue parole che suonano in fin dei conti universali: il musicista ripensa molto probabilmente al suo passato, alla città di ieri e a quella di oggi. A chi non c'è più, a cosa è cambiato (molto probabilmente in peggio), alle scorribande in quei vicoli ormai abbandonati, alle cantine dove si suonava e si sognava la fama. Un passato che gli permea il cuore di gioia e di nostalgia, tempi che vorrebbero essere vissuti nuovamente, i tempi dei sogni e della spensieratezza, anni in cui tutto sembrava possibile e bastava una chitarra per sentirsi il Re del mondo. Il denaro? Non era importante, se si poteva imbracciare una sei corde o condividere una birra con gli amici di sempre. Una lacrima righerà necessariamente il volto di chi è stato un musicista negli anni in cui esserlo significava molto di più di quel che oggi significa. I sogni, le note, gli assoli.. tutto ritorna, mai se ne andrà ("Nei Vicoli di Modena, ma chi si vede più? Nei vicoli di Modena c'eri anche tu.. un Santo deve ritornare, mio padre dice: quando mai? Andare in paradiso ormai è andare poco in là. Potresti darmi un bacio ancora? Forse ci crederei.. rubare ancora un attimo, a questa vita qua!).

Conclusa questa ultima track, non resta altro da fare che sorridere compiaciuti dinnanzi ad un disco che ci ha mostrato quanto la qualità e la quantità siano due realtà perfettamente conciliabili e non per forza un qualcosa che deve, a priori, rimanere separato e magari in lotta perenne. Un titolo forte, "Fottili", che senza troppi peli sulla custodia (pardon, lingua) irrompe prepotente in un panorama, quello della musica italiana, in pericoloso e duraturo stallo già da un bel po', a conti fatti. Un panorama dove la creatività ed il divertimento debbono necessariamente essere messi da parte nel nome di "ciò che vende", una scena dove chi è sostanzialmente "puro" ed interessato unicamente alla musica deve arrendersi dinnanzi allo strapotere del "tormentone", molto spesso straniero, che in patria non riscuote molto successo ma che guarda caso, in Italia, riesce sempre a sfondare. In questa situazione pericolosa ed amorfa, ben venga l'arrivo di un Ricky Portera decisamente sugli scudi, fiero ed indomabile, capace di regalare a questo 2014 uno dei dischi migliori degli ultimi 10 anni, un disco che riesce nel difficile intento di soddisfare tutti i palati e che spazia volando qui e là con l'autorevolezza e l'eleganza di un falco, un falco che tocca le corde in maniera sopraffina e ricama brani ora d'acciaio ora di cristallo, ora capaci di trasportarti dinnanzi ad un tramonto africano ora in un pub a bere whisky on the rocks. La Vita è composta da tanti mondi che solo chi la vive intensamente può vedere, e Mr. Portera è sicuramente uno di questi. Un uomo che riesce a descrivere nelle sue canzoni situazioni diversissime, tutte filtrate attraverso una sorta di consapevolezza di esistere, d'aver sempre vissuto come protagonista e mai come comprimario, un musicista che ha maturando il suo sound ascoltando, suonando, suonando ed ascoltando, facendo quel che i giovani d'oggi hanno paura di fare: VIAGGIARE, graffiarsi le braccia e l'anima, conoscere, sperimentare anche un qualcosa che potrà rivelarsi negativo ma in seguito utile. L'approcciarsi a diverse realtà in maniera adamitica, senza partire prevenuti, ma con il gusto di provare. Non è un caso che egli abbia iniziato la sua avventura con Lucio Dalla pervaso da mille dubbi ed interrogativi.. pensieri diradati dopo concerti su concerti, serate durante le quali il Maestro insegnava all'allievo e viceversa, un allievo ormai cresciuto, maturo, che può tranquillamente sobbarcarsi l'arduo compito di insegnare, a sua volta. Noi ragazzi dovremmo prendere esempio, da personalità di tal calibro. Uscire dalla culla, per un momento, ed imbracciare i nostri strumenti per provare a viverla, questa vita da musicisti, che a quanto sembra vogliamo solo sognare e non realizzare, concretizzare. Un ascolto intensivo di "Fottili" può senza dubbio fungere da ottimo stimolo e molla. Diventare un giorno i Ricky Portera di domani non sarebbe male, se non altro mostreremmo proprio a lui e a chi come lui che la lezione l'abbiamo capita e non è andata sprecata. Crederci, Divertirsi, Non Arrendersi. Che se va male e tutti ci volteranno le spalle, i nostri strumenti rimarranno sempre accanto a noi, per lo meno. E' proprio questo, il messaggio del titolo di questo album: non è finita fin quando non siamo NOI, a deciderlo. Proveranno a dirci di smettere, di ritirarci, di piantarla.. ma noi saremo lì, aiutati da chi come Ricky ci ha creduto prima di noi. La consapevolezza d'essere padroni del nostro talento e della nostra volontà è diecimila volte più potente di contratti multimilionari e di label, credeteci pure. Nulla è più spaventoso, agli occhi di un "potente", DI UN UOMO DECISO.

1) Santi e Religiosi
2) Che Figura
3) Fottili
4) Ma Pensa Te
5) Mari Di Merda
6) Sicilia
7) Solo un po', giusto un po'
8) La Tua Vita
9) Provaci
10) Che Male Fai
11 Quelle Come Te
(live "Stazione Birra", Roma, 2007)
12) Piazza Maggiore (strumentale)
13) Vicoli di Modena