RHYME

The Seed and the Sewage

2012 - Bakerteam Records

A CURA DI
VALENTINA FIETTA
23/03/2013
TEMPO DI LETTURA:
8

Recensione

Normalmente quando si parla di un disco nuovo e di una band emergente, fa parte della quasi deformazione professionale di chi scrive partire sempre a ruota libera con riferimenti incrociati ad altre band, ad altri sound e pare quasi irresistibile la tentazione di trovare sempre numerosi paragoni. Nell'album di cui invece mi appresto a parlare vorrei evitare nell'introduzione questa impostazione indotta, e preferirei concentrarmi sull'unica (e fondamentale) dimensione che distingue una rock band come i lombardi Rhyme: la sincerità nei suoni e nei testi. Ci troviamo davanti una band capace di elevarsi dalla miriade di gruppetti mediocri underground a cui siamo stati assuefatti in questi anni: ogni canzone ha una viscerale anima rock nei suoni ed è sublimata da testi impegnati che si propongono di decifrare l'epoca isterica in cui viviamo, in cui la società (devota al consumismo e ai suoi eccessi) ha ormai perso ogni contatto coi valori profondi della vita. Pertanto parlare dei Rhyme significa essere disposti a vedere luci ed ombre della nostra modernità, significa guardarsi allo specchio senza compromessi. Se da questa premessa sentirete dentro un certo eco grunge tipico anni 90' non posso certo dire che vi sbagliate, perchè l'energia primordiale che respirerete fin dal primo pezzo ha proprio quel retrogusto disincantato ed intenso, con la differenza però che il messaggio qui non è disfattista ma propositivo. Credo sia questo il motivo del titolo, The seed and the Sewage, il seme e i liquami: dalle situazioni peggiori può sempre sbocciare una nuova umanità (ho trovato pertanto deliziosa la scelta di quel fiore stilizzato riprodotto in piccolo in tutto il booklet). Ecco quindi la nitida sfida lanciata dai Rhyme, re-agire al sistema e alle sue falle. Ora che vi siete sintonizzati con lo spirito Rhyme, arriviamo al cuore dell'album: sonorità di indubbia matrice americana anni '90, una miscela potentissima di 10 pezzi rock con varie venature hard&heavy e sempre con quell'incisività rude che tanto adora chi ama il grunge di Seattle. Eppure, ripeto, qui non ascolterete un album che assomiglia, che sembra, che vi ricorda...sentirete un connubio di stili che hanno un sapore diverso: quello dei Rhyme. Punto.Diamo un'occhiata più vicino a questa accattivante release.



 



E' il pezzo “Manimal” ad aprire il disco con una rullata di batteria che ci tiene un secondo col fiato sospeso prima di lasciare spazio a una sezione ritmica granitica, cruda e potente in cui sa inserirsi con bravura la voce graffiante di Gabriele (che mostra di sentirsi incredibilmente a suo agio in queste timbriche dure). Tutta la struttura del pezzo resta esplosiva dal primo minuto all'ultimo ed è assolutamente congeniale al messaggio provocatorio del testo “Same neverending cycle, men eat men to survive they come and get ya / Tell me are you man or animal? “sempre il solito incessante ciclo, uomini che mangiano altri uomini/ arrivano e ti prendono/ Dimmi sei un uomo o un animale?” Eccola la risposta coscienziosa: Manimal appunto, forse siamo tutti ibridi. Segue a manovella “The Hangman”, un altro pezzo analogamente grintoso introdotto da una batteria scalpitante in stile un po' Paparoach e che anche in quanto a liriche prosegue con una certa linearità con l'openertrack. In effetti se nel primo brano i toni sono interrogativi, questo invece sprigiona rabbia pura ed reclama il desiderio di pareggiare i conti con chi cerca ogni giorno di sopraffarci. La chitarra di Matteo Magni è in gran tiro e anche Riccardo Canato al basso dà decisamente al pezzo un appeal più magnetico con quell'accordatura particolare che ricorda gli Alice in Chains più ispirati. La vibrante timbrica di Gabriele Gozzi shakera il brano grazie anche all'uso sapiente di cori pre-refrain che rendono il tutto una miscela accattivante con una bella presa nel finale: “Don't you hear me coming? / For the unforgiven i got no remorse” ( Non mi senti arrivare? Per gli imperdonabili non ho alcun rimorso). Cambio di direzione per la terza track, “Bling Dog” che invece parte col beat rallentato e di fatto smorza i toni infuocati delle prime track. Credo personalmente che questo pezzo abbia il potenziale da hit perchè la simbiosi chitarra-basso riesce ad incorniciare bene la timbrica di Gabriele Gozzi, che appare quasi soffocata e straordinariamente travolgente. Il solo di chitarra al 3.27min sancisce l'apoteosi di quel mood avvilito e mesto di cui siamo tutti partecipi nei versi “Can you feel? I refuse myself to bleed alone again” (Lo riesci a sentire? Mi rifiuto di sanguinare-cioè soffire- da solo ancora ). Cè poco tempo per riprendersi da questo quadro perchè irrompe nella scena una (a dir poco) smaliziata “Slayer to the System” che parte con uno scatenato Vinny Brando alla batteria tanto da ricordare l'hard core più incalzante dei primi Misfits. La sezione ritmica è dura, cadenzata e funzionale ancora una volta all'alternanza della voce coi cori che appaiono, bisogna proprio dirlo, azzeccatissimi nel permettere al pezzo di restare ben impresso nella mente. Poi segue “Fairytopia” che melodicamente sembra essere il giusto seguito per Blind Dog, date le sonorità un po' più armoniose ma sempre molto intense. Mi sembra il pezzo in cui il quartetto abbia deciso di dare più spazio all'espressività a tratti teatrale di Gabriele che qui esplora soluzioni vocali nuove ed è in primo piano nel narrare le vicende di questo mondo fittizio, Fairytopia appunto, in cui l'unica cosa che conta è l'apparenza scintillante di ciò che svanisce presto, cioè la bellezza: “She longs to hit the catwalk/ the beast of plastic surgery...She turns her flesh into fashion...Burn your Beauty to the ground of Fairytopia” (Lei desidera tanto colpire in passerella/ bestia della chirurgia plastica...Lei ha scambiato la sua carne per la moda...Al rogo la tua bellezza nel suolo di Fairtytopia”. A metà disco arriva l'incalzante “Party right” che a mio avviso si discosta dalle precedenti e dalle successive track per il ritmo più alternative, quasi psichedelico nell'incedere; non si può non immaginare una folla che saltella seguendo quel riff e quel refrain semplice ma molto accattivante. Proprio per la forte presa di questo pezzo credo sia un altro potenziale hit che possa rendere al massimo durante un'esibizione live. Nota di merito al frizzante solo di chitarra nell'intermezzo che regala sicuramente più dinamicità ad un brano concepito invece proprio per essere attrattivo nella sua riconoscibilità dopo i primi minuti e nei cori. Da un punto di vista lirico la tematica è semplice: la critica a quel divertimento sfrenato che diventa quasi status symbol da esibire, mentre di fatto si diventa indifferenti ai problemi degli altri “Party right dance into the overdose/Party right Go go/ Party right / i don't hear you anymore/i don't care” ( Fai festa e balla fino all'overdose/ si si fai festa!/ non ti sento più / non mi interessa [di te] ). La settima canzone è “Brand New Jesus”, personalmente la mia preferita del lotto perchè è quella che sento iniettare estrema energia dal primo minuto all'ultimo anche se liricamente dipinge il grigio (eufemismo!) quadro dei giovani che si affacciano al mondo del lavoro in questi anni di crisi e sono costretti ad accettare condizioni precarie. Dall'altro lato della muraglia invece chi è nelle condizioni di sfruttarli, questi nuovi Messiah (per restare connessi al titolo) schiavi essi stessi dell'auto affermazione ”Got a Job congratulations!/ Hope you enjoy the price you won/ Your coffin reservation/ Nice trip to trap your soul / I'm here for your salvation/Away from Resignation/ They drag you down I throw you out / I keep the future all within my hands Brad New Jesus “ ( Hai un lavoro, congratulazioni! Spero che potrai godere il prezzo che hai pagato/ La tua bara già prenotata/ Un bel viaggio per imprigionare la tua anima/ Sono qui per la tua salvezza / lontano dalla rassegnazione / Ho nelle mie mani il potere [come] un Gesù nuovo di zecca). Tutto il brano si snoda in modo repentino, complice la batteria e il sempre puntuale intreccio basso-chitarra che perdura fino al finale. L'ottava canzone “World Underground” riprende un po' le tematiche della precedente track, ed è l'unica del disco ad essere stata composta con un contributo forte di tutti e quattro i membri della band. In effetti risente delle preferenze individuali (a livello di melodie, ritmi,ecc) e il risultato è una sorta di crossover di stili che a dire il vero proprio per questo motivo ho trovato poco convincente, o per lo meno un po' troppo destrutturata. Come dire, sembra che ognuno apporti il suo valore al brano in modo poco coeso col resto: il brano si apre con il tipico incedere cadenzato e sezione ritmica a cui un po' ci siamo abituati di stampo Canato/Magni fino a 1.40 circa, per poi lasciare il testimone all'incupirsi del basso stesso ed ad una successiva ripresa della batteria verso la fine del secondo minuto, mentre Gozzi non trova mai i giusti spazi. Forse questo è il primo vero tentativo di suonare Rhyme in senso stretto, ma direi che anche se le premesse ci sono l'amalgama a 4 è ancora un po' acerba. La penultima track è “Nevermore” che a primo impatto, sarà per quell'intro vibrato e un po' psichedelico, richiama vagamente l'intro (sia pure più lento) di rock is dead di Marylin Manson. Si tratta di uno dei pezzi più duri e caotici di The Seed and the Sewage, la batteria è secca come pure le sezioni ritmiche che si concedono solo un momento di pausa con un languido assolo di chitarra a metà brano. Il brano è uno dei più impegnati del quartetto Lombardo dato, ed affronta di fatto la tematica della guerra, delle vittime e della necessità di ritrovare un'etica che consideri l'altro un essere umano prima che un avversario. Negli intermezzi del pezzo si sente una voce che cita una parte del personal committment di Jimmy Carter a riguardo e nel booklet non mancano i riferimenti ad altre personalità forti come Henry Ford e il latino Orazio. Date le citazioni letterarie fatte, da umanista quale io sono, non posso che aprire una piccola polemica. Henry Ford da utilitarista quale era avrà pur detto che il dialogo è la cosa migliore per capire perchè si sta combattendo, ma ha pure scritto un libro "The International Jew: The World's Foremost Problem" in cui di fatto parla dei presunti desideri ebraici di governare il mondo e di come questa loro innata volontà fosse un problema da eliminare con lo sterminio. Il libro fu tanto acclamato da diventare una delle migliori ispirazioni di Hitler. Questo giusto per dire che alle volte decontestualizzare una citazione può essere estremamente fuorviante. Chiudo parentesi. Bella la chiusura con l'ultima canzone “Victime of a Downturn” che riuscirà ad appassionare i cuori di coloro che a questo punto del disco ancora sono scettici. La melodia è catchy, intrisa di rabbia intensa e in un certo senso pare spurgare tutto il veleno della band per l'indifferenza quotidiana della gente verso le persone che decidono di suicidarsi. La batteria inietta potenza, il basso è impetuoso, la chitarra ardente e precisa nell'esecuzione mentre la voce è corrosiva nel suo ritornello- provocazione “Mi sono tolto la vita prima che commercino anche quella, sono la Vittima della crisi, non sono un codardo”. Il tema della responsabilità individuale e collettiva pare molto cara ai Rhyme che cercano di declinarla in ogni pezzo. Da un punto di vista emotivo questo è il pezzo in cui il pathos è massimo. Chapeau. A dire il vero il disco si chiude con una rivisitazione di “Wrong” dei Depeche Mode, suonata col tocco personalizzato del quartetto. Anche se chiude un po' il cerchio tematico di questo album ed è una bonus track, ho trovato una scelta poco ponderata l'inserimento di una cover in un disco che si dice per la prima volta foriero dello stile Rhyme. Concediamo l'alibi dello sfizio.



Concludendo produrre un disco di qualità come “The Seed and the Sewage” significa selezionare anche la qualità chi lo dovrà ascoltare, e di solito chiunque abbia davvero qualcosa da esprimere in musica resterà lontano dal rock patinato da classifica. Non voglio dire che sia un disco poco attraente,anzi! Quanto piuttosto sottolineare che il punto di forza dei Rhyme è proprio questo, una sincerità professionale disarmante. La sincerità non è da tutti e per tutti. Pertanto non concordo con altri recensori che hanno argomentato sostenendo che sia il pubblico pigro il principale responsabile del mancato pieno successo di una band come i Rhyme. Credo invece che siano sulla strada giusta per farsi apprezzare ai più e che sia proprio l'attitudine costruttiva della band a non essere alla portata di tutti. E' una scelta. Altrimenti meglio confezionare qualcosa di più commerciale, vedere subito accendersi i riflettori e diventare dei Bran New Jesus della musica. Invece qui i Rhyme in modo convincente seminano un nuovo fiore, mentre tutti gli altri sguazzano nello Sewage. Saperlo cogliere dipende da voi.


 1) Manimal
 2) The Hangman
 3) Blind Dog
 4) Slayer to the System
 5) Fairytopia
 6) Party Right
 7) Brand New Jesus
 8) World Underground
 9) Nevermore
10) Victim of Downturn
11) Wrong
(cover Depeche Mode)