RHAPSODY OF FIRE

Into the Legend

2015 - AFM Records

A CURA DI
CRISTIANO MORGIA
23/11/2019
TEMPO DI LETTURA:
7,5

Introduzione recensione

"Dark Wings of Steel" del 2013, uscito dopo che Luca Turilli aveva lasciato la band, non fu accolto benissimo. Né dalla critica né dal pubblico, anzi, da quest'ultimo forse pure peggio. La realtà però è che era un buon album, impreziosito da una vena malinconica e cupa che non si trova in nessun altro lavoro della band. Il problema però è che aveva anche dei difetti, e questa nuova vena non è riuscita ad emergere del tutto, lasciandola un po' nascosta da una certa stanchezza generale e da brani non sempre ispirati. Era tuttavia apprezzabile il tentativo di proporre delle sonorità diverse da quelle solite, quindi via la saga fantasy, via le orchestrazioni roboanti, gli straripanti cori in latino e le accelerazioni in doppia cassa. Ovviamente non stiamo parlando di un cambiamento radicale, ma tutti questi elementi appena citati sono al servizio di un suono più quadrato e basico. In ogni caso, i difetti c'erano e appesantivano l'album. Come ho detto, però, il tentativo era apprezzabile, e personalmente speravo in un seguito su quelle stesse coordinate, magari usate con più maestria. Luca Turilli, nel 2012, aveva fatto uscire il suo "Ascending to Infinity", un album che invece aveva convinto quasi tutti, risultando addirittura come uno dei dischi Power più belli degli ultimi anni. I fan quindi non hanno resistito alla tentazione di paragonare i due Rhapsody e creare una sorta di competizione che molto probabilmente esiste solo se si vuole discutere davanti ad una birra. Secondo questa competizione, comunque, il vincitore era senza dubbio Luca Turilli, il vero genio di una band che si ritrovava così "azzoppata". Questa era la prova che la musica dei Rhapsody of Fire poteva vivere solo grazie al chitarrista triestino. Tutti aspettavano al varco il nuovo CD di Staropoli. Finalmente, eccolo qui, con un titolo altisonante e quasi provocatorio: "Into the Legend". I cambiamenti però non finiscono mai in casa del tastierista, visto che questo lavoro viene licenziato dalla AFM Records e non dalla Epic Records, ma poco male, dato che stiamo parlando di una casa discografica di un certo spessore. Inoltre, il bassista Oliver Holzwarth, fratello del batterista, lascia la band e il suo posto viene preso da Alessandro Sala. Un altro cambiamento informazione insomma, ma vi dico subito che ciò non provocherà nessun problema, nonostante il nuovo arrivato non abbia l'esperienza del tedesco uscente. Com'è l'album? Anche qui non abbiamo una saga fantasy, ma neanche un concept, anche qui tutte tracce scollegate tra loro, e dopo anni e anni di saga va benissimo così, a dire la verità. Ciò che è diverso rispetto al predecessore è l'approccio. Vi avevo detto che speravo in una continuazione dello stile lì presente, invece qui abbiamo un pieno ritorno alle classiche sonorità "rhapsodiane". Non che lì non ci fossero, ma qui tornano prepotentemente e sono molto più riconoscibili. Ritornano quindi le tracce veloci, le cavalcate, i veloci duelli solistici, le orchestrazioni pompose e via discorrendo. Se devo essere onesto, un po' mi dispiace perché avrei preferito la scelta coraggiosa di proseguire su una via nuova e più "sperimentale", ma devo aggiungere che, col senno di poi, non è possibile non gradire questo ritorno ai vecchi fasti. Ora, che sia per ragioni commerciali o artistiche poco ci interessa, mi piace pensare che la nuova formazione abbia trovato un'intesa maggiore e una nuova vitalità che si riflette nella musica. Per esempio, nella copertina torreggia un bel drago, come nell'album precedente, ma qui il drago è decisamente più vivo, è in movimento e sembra anche furioso, a differenza di quello statico, cupo e statuario sempre di "Dark Wings of Steel". A giudicare dalle copertina ogni tanto si indovina e questo "Into the Legend" suona proprio così: vivo ed energico, con più di qualche picco, anche se pure qui c'è qualche episodio leggermente sottotono, ma vediamo tutto più nel dettaglio.

In Principio

L'album inizia con il consueto intro, qui dal semplice quanto eloquente titolo: "In Principio". All'inizio è silenzio, ma dal vuoto cominciano a sentirsi delle orchestrazioni che crescono piano piano. Si gonfiano e si sgonfiano, avvolgendoci per poi andarsene, facendosi però sempre più imponenti. Ritorna il silenzio e pensiamo che i fiati si sono sgonfiati definitivamente, ma ecco che al loro posto troviamo dei vivacissimi archi che accompagnano i cori in latino. L'atmosfera ora è decisamente più concitata e frizzante, ma non vi aspettate un allegro, poiché la musica tende sempre all'epicità, e i fiati insieme a cori in latino sempre più magniloquenti rendono il tutto decisamente bombastico, anche quando le note si distendono un po' di più.

Distant Sky

È con "Distant Sky" (Cielo Distante) che entriamo nel vivo però. L'intro da solo non può dirci moltissimo, anche perché è pressoché uguale ad altri intro già composti dalla band, ma una traccia d'apertura può già farci capire qualcosa. I primi istanti sono molto concitati, il riff è veloce ed energico, le orchestrazioni non sono da meno e lasciano da parte la solennità propria dell'intro. Tutti quanti, in questo turbinio, aspettiamo l'inizio della cavalcata, ed essa giunge con la doppia cassa di Holzwarth, la quale è seguita pure dai virtuosismi alla chitarra di De Micheli, il quale si lascia andare ad una colata di innumerevoli note che ci travolgono come una tempesta; le orchestrazioni nel frattempo decelerano e suonano note più ariose, anticipando alcune melodie che sentiremo più avanti. Non appena Lione comincia a cantare, però, la musica si fa più ritmata, ponendo un freno alla cavalcata e permettendo al cantante di adagiarsi un tappeto più disteso. Sono soltanto due brevi strofe però, dato che già alla terza il ritmo si fa più deciso, la voce si fa più graffiante e alta ed è anche aiutata dai cori. Tuttavia, le parole di questo pre-ritornello sembrano riportarci alle atmosfere malinconiche dell'album precedente: "Perse, le mie parole sono perse nel buio. È tempo per la pace, non si torna indietro". Un attimo silenzio e poi si vola. La cavalcata ricomincia e noi veniamo trascinati in un ritornello che ci prende sin da subito con la sua carica e ci fa ben sperare per il prosieguo dell'album. Le sonorità sono tutt'altro che malinconiche, le linee vocali sono potenti ma positive, in pieno stile Rhapsody, e ci portano in alto, oltre le nuvole e verso un cielo lontano. Tutto questo cambia anche i minuti seguenti, i quali ritrovano sì lo stile già espresso nelle prime strofe, ma carico di una nuova energia e voglia di rivivere, con un Fabio Lione che è sempre sugli scudi. Il testo è ancora una volta apparentemente triste, ma quel secondo di silenzio dopo il pre-ritornello ci dà il giusto tempo per prendere il fiato e lasciarci trascinare dal ritornello stesso verso spazi ampi ed azzurri. A questo punto siamo completamente rapiti: i Rhapsody of Fire sono tornati. De Micheli ci accompagna nel volo con la sua 6-corde, mentre Staropoli ne segue la scia con la sua tastiera. In mezzo ai virtuosismi della chitarra ci si sente quasi persi, non troviamo più la strada in mezzo a tutto quell'azzurro, ma in nostro aiuto interviene Lione. La nuova strofa si discosta dalle altre ed è più aggraziata, impreziosita da linee vocali ariose e distese che però si fanno sempre più enfatiche con il passare dei secondi, aiutate anche da sinfonie molto vivaci. I versi, non a caso, parlano proprio di volare, e non manca il tema spirituale, che pare proprio appartenere a questi nuovi Rhapsody: "Stando da solo in un sogno senza fine, vediamo quanto in alto puoi volare, vecchio amico mio. Ora affronta i cambiamenti, nessuna paura nessun dolore, nella morte troveremo dove tutto questo amore è andato". Come potete vedere, non manca neanche un messaggio di speranza. In chiusura ritroviamo il refrain, che oltre a darci altra speranza ci spinge ancora più in alto, prendendo come una sfida i versi precedenti, portandoci a cercare proprio quell'amore di cui si parla. Ovviamente si vola a dorso di drago, quello della copertina, l'avevo dato per scontato ma meglio specificare! L'album non poteva iniziare in un modo migliore.

Into The Legend

Ancora carichi ci spostiamo sulla canzone che dà il titolo all'album e che si traduce in "Nella Leggenda", per la quale è stato anche girato un video. A dare il benvenuto troviamo delle cornamuse, che però stranamente spariscono del tutto dopo un paio di secondi e non le sentiremo più per tutta la canzone. Una scelta discutibile a dir la verità, tanto valeva non metterle o usarle di più. Tuttavia, non appena i riff rocciosi e le ritmiche veloci fanno il loro ingresso, ci scordiamo tutto e non ci interessa più niente della cornamusa. I cori in latino, solenni e sacrali, si uniscono a quest'affresco rendendo tutto più imponente e bombastico. Dopodiché, siamo investiti da un'altra cavalcata Power, stavolta meno frizzante e più rocciosa, con riff serrati e gravi e voce bassa e vagamente arrabbiata. Il pre-ritornello, però, come prevedibile, innalza i toni e permette alle sinfonie di farsi notare di più, così da avere musica e linee vocali più teatrali ed enfatiche, anche se pure qui il testo ha un che di triste, come se il protagonista fosse una persona solitaria che sente il mortale scorrere del tempo. Ma non c'è pericolo, il ritornello arriva in suo aiuto. La cavalcata continua, ma l'incedere è ancora più positivo e quasi battagliero: un ritornello che più "rhapsodiano" non poteva essere. I versi, poi, ci risollevano il morale e sanno di sfida e rivalsa: "Nella leggenda cavalcherò, lontano da questo mare di bugie. Mai saputo, mai provato, sto ancora bruciando, nella leggenda non mi vedrai piangere, dall'altro lato". Il refrain non fa in tempo a terminare che la nuova strofa si attacca immediatamente ad esso, togliendoci pure l'attimo per riprenderci. Invece non c'è tempo da perdere, bisogna affrettarsi per entrare nella leggenda, anche perché quella del protagonista del pezzo sembra essere una situazione dalla quale ognuno vorrebbe uscire al più presto, e la voce graffiante di Lione ce lo conferma: "Combatterò questa notte eterna, le fiamme stanno ancora bruciando. Sto marciando con il dolore e le lacrime nella mia vita, affrontando la tristezza?" Sembra un incubo al sapore di freddo e oscurità, ma sappiamo bene che la proposta della band non è così, e infatti l'accoppiata pre-ritornello/ritornello spazza via tutta la malinconia in un vortice di fuoco e ghiaccio. Sembra quasi di vedere il drago della copertina, immerso nella neve cadente, che porta il protagonista via lontano, verso la leggenda. De Micheli cerca di seguire il volo del drago e ci delizia con un assolo che è davvero ben fatto e ci fa capire che probabilmente in quest'album il chitarrista non farà rimpiangere Turilli e riuscirà a trovare il suo giusto spazio. Dopo l'assolo, però, arriva quello che stavamo aspettando. Il drago si riabbassa e riporta il bel ritornello, ma ci porta anche  il protagonista del pezzo davanti, ce lo fa osservare e vediamo che la malinconia è sparita. Ora è pronto per entrare nella leggenda. Non finisce qua, però, visto che la band ripete tutto per una seconda volta, come per sottolineare ancora di più il momento importante, e noi già ci ritroviamo a canticchiare questi versi, ancora più convinti che l'album sia partito davvero bene.

Winter's Rain

Dopo due canzoni così briose ci pensa "Winter's Rain" (Pioggia d'Inverno) a farci calmare e, in un certo senso, anche a farci rilassare. Il riff iniziale è solitario e stranamente distorto, dal suono molto moderno e "industriale". Il mid-tempo che si sviluppa segue proprio questa linea, ma le orchestrazioni in sottofondo, guidate da una cornamusa, ci riportano verso lidi più vicini alla band, anche se ammetto che questo incedere minaccioso dato soprattutto dalla chitarra di De Micheli non dispiace affatto. Fabio Lione si inserisce su questo tessuto con brevi versi ora più decisi ora più melodici, i quali tengono il brano sempre in sospeso tra soluzioni già usate ed altre più moderne, rendendolo quindi particolarmente vicino allo stile di "Dark Wings of Steel". Qui però le orchestrazioni sono più preponderanti e, al di là della cornamusa che accompagna ogni momento, si fanno sempre più presenti non appena ci si avvicina alla fine della seconda strofa, in un climax che è come la presa di un respiro a cui però non segue niente, dato che improvvisamente ritorniamo sul mid-tempo minaccioso. L'atmosfera è plumbea, non a caso il titolo, e quasi apocalittica, con un Lione che riesce ad essere portentoso anche con una strofa di soli due versi, ma che risultano molto efficaci e riusciti, con un pizzico di forza anche, aggiungerei. Già, perché le parole sono un incitamento che si darebbe durante una situazione disastrosa. Le parole della strofa che segue, più melodica, ci spiegano il perché: "Tutti i demoni intorno, sentiamo la rabbia, dove il mare e il cielo collidono, il selvaggio freddo triste sogno d'inverno". A questo punto l'atmosfera apocalittica sembra prendere forma davvero e ci troviamo in mezzo a schiere di demoni mentre il cielo si fa sempre più tetro e le nuvole gonfie di pioggia, mentre oltre le montagne fulmini illuminano il cielo. Qui però il respiro di prima trova uno sfogo, e il climax non viene interrotto e si trasforma in ritornello, il quale spazza via ogni nuvola con la sua maestosità e possanza, portando luce non soltanto con degli sporadici fulmini ma con una radiosità che gli è propria, pur essendo solenne e non certo grintosa. Un bel momento che non dura molto ma che sfocia in uno dei momenti più belli dell'intero album, ovvero la parte centrale. Una parte in cui il lato Symphonic della band esce prepotentemente, riportando alla mente episodi del passato in cui le soluzioni barocche si intervallavano agilmente all'interno della struttura dei brani, non solo come semplice sottofondo. Gli archi qui sono vivi e li sentiamo con tutta la loro voglia di farsi sentire, come una pioggia d'estate che cade tra le fronde degli alberi e ci bagna delicatamente, senza che sentiamo il bisogno di andarci a nascondere. I cori in latino però rendono tutto più serioso ed enfatico, ricordandoci che una leggera pioggia d'estate potrebbe trasformarsi in altro. In chiusura di questo bellissimo momento troviamo un assolo di De Micheli che, ovviamente, non è pieno di virtuosismi ma melodioso e soffice, e questo denota una certa attenzione per il contesto che non va sottovalutata. Dalle fronde umide degli alberi riemerge la piena voce del cantante, la quale può ancora lasciarsi andare ad un ritornello particolarmente riuscito ma di cui la band non abusa troppo, piazzandolo solo all'inizio e ora in chiusura con il suo messaggio ottimista ma anche criptico, com'è usuale ormai per la band: "Brucia nei cieli di mezzanotte, il mio amore non muore mai, polveri di desiderio dall'orgoglio di angeli oscuri". La vera chiusura però è affidata ancora una volta a cori in latino quasi da requiem, che calano definitivamente il sipario su questa traccia di quasi otto minuti.

A Voice In The Cold Wind

Dopo due tracce veloci ed una solenne, è tempo di rilassarsi un poco. È vero che nella traccia precedente c'è un bel momento centrale quasi atmosferico e dominato dalla musica classica, ma stiamo comunque parlando di un momento che sprigiona una certa enfasi. Ora invece c'è proprio bisogno di qualche di leggero e spensierato, e ciò arriva con "A Voice in the Cold Wind" (Una Voce nel Vento Freddo). Ad aprire le danze ci pensano il clavicembalo e il flauto del fedele Manuel Staropoli, strumenti che in quest'occasione si lasciano andare a melodie soffuse ed eteree, le quali disegnano un paesaggio naturale e verde, pacifico e rilassato. Non a caso cito l'aspetto naturale, se ci fate caso, è dal primo titolo che la band lo tira in ballo: prima con il cielo, poi con la pioggia d'inverno e ora con il vento. D'altronde, quest'aspetto è presente nella "poetica" della band sin dagli esordi. In ogni caso, l'iniziale momento cauto e rilassato si stempera sempre di più, lasciando il posto ad una briosa cornamusa, con la quale fa capolino anche la batteria che scandisce un ritmo saltellante ed energico. Anche il brio però deve lasciare presto spazio ad una nuova soluzione, ed è bello vedere come nel corso di tutto il brano ci saranno di questi cambi tra una strofa e l'altra, permettendo all'orecchio di provare volumi e sfumature diverse. Dicevamo, questa nuova soluzione vede un ritorno delle atmosfere pacate, che questa volta sono appannaggio di un delicatissimo Lione e del tin whistle di Manuel Staropoli. Il testo non fa che confermare il lato naturalistico: "Riposa le tue ali mia farfalla, non piangere, sono qui al tuo fianco, non aver paura, perditi in un sogno. Guardo l'alba sorgere sulla tua pelle". Ovviamente, non è da escludere una lettura metaforica. In ogni caso, segue quello che pare essere un vero e proprio percorso verso il ritornello, una specie di marcia briosa, piena di energia e positività, in cui le tonalità si alzano e le orchestrazioni si fanno sempre più presenti, così come la voce del cantante si fa sempre più alta e vibrante. Questo escludendo i due brevi versi che precedono il ritornello in cui la voce torna ad essere delicata mentre però il sottofondo musicale resta bello vivace, rendendo il passaggio al ritornello corale molto più agile. Un'esplosione di suoni e sensazioni diverse che hanno nella vivacità dal sapore celtico il loro punto forte. Tuttavia, ritorna la pace, e il flauto di Manuel Staropoli torna a tessere melodie acute e danzanti intorno alla più grave e calda voce del cantante, la quale continua con i suoi proclami ottimistici: "Lasciami essere la tua libertà, lasciamo essere la tua luce, con l'amore troverai la tua via solitaria. Le mie parole ti scalderanno e calmeranno stanotte, te lo prometto, niente più pianti, niente più vincoli". Siamo quasi certi, ormai, che la natura sia quindi una sorta di allegoria, o comunque un simbolo di cui servirsi per parlare di quelle che sembrano essere relazioni umane. Come da copione, comunque, ritroviamo tutto quell'incedere colorato e brioso che avevamo già visto prima, e non possiamo fare a meno di farci trascinare in questo vortice fatto di motivi celtici e profumi naturali. Nella parte centrale, al posto dell'assolo di chitarra, troviamo un gradevolissimo assolo di tin whistle di Staropoli, che ci immerge ancora di più nell'atmosfera apprezzata finora, ma comunque De Micheli non se ne sta in disparte e anche lui lascia la sua firma con la sua 6-corde. Il flauto, tra l'altro, è ancora protagonista nella coda del pezzo, con le sue melodie accattivanti e sinuose che ci accompagnano fuori da un bosco e ci fanno rilassare dopo le ultime ripetizioni di un ritornello che è comunque piuttosto enfatico. Altro pezzo riuscitissimo.

Valley Of Shadow

Con "Valley of Shadows" (Valle di Ombre) abbiamo davanti un altro bel pezzo e anzi, vi dico direttamente che è uno dei migliori di tutto l'album. Non appena inizia, la canzone si dimostra energica e piena di vitalità, con ritmiche medio-veloci impreziosite dalle orchestrazioni molto presenti e dalle brevi fughe solistiche di De Micheli. Improvvisamente l'incedere sembra placarsi un poco, per lo meno per quanto riguarda la velocità che già non era molto elevata, ma le orchestrazioni restano preponderanti e permettono alla soprano di lasciarsi andare ad una prestazione sopra le righe, con note acutissime e drammatiche. L'energia si stempera così del tutto, la batteria di Holzwarth interrompe il suo trotto e Fabio Lione sussurra malignamente nelle orecchie dell'ascoltatore, ma è proprio lui a cantare come tutti noi sappiamo non appena la traccia si trasforma in una cavalcata vera e propria in cui si ripetono gli stessi versi cantati dalla soprano: "Lasciatemi solo in disparte, nessuno può sentire il mio dolore". Versi sempre drammatici, com'è tipico della penna di Lione. La cavalcata è di breve durata però, dato che viene subito interrotta da splendidi cori in latino che viene quasi voglia di cantare tanto risultano orecchiabili e anche sorprendenti, dato che forse nessuno si aspettava una parte corale così importante prima del ritornello. Il refrain, comunque, è tipicamente Power: tessuto su ritmiche di doppia cassa e riff serrati, con linee vocali ariose e dal retrogusto teatrale e narrativo. A parte il poco testo, l'atmosfera che si respira è tutt'altro che drammatica, anzi, sembra proprio che siamo tornati ai vecchi brani dei Rhapsody da cantare durante una carica di cavalleria con tanto di fanfara. La soprano però fa nuovamente capolino con un'ennesima prestazione da incorniciare, forse un pochino esagerata ma decisamente notevole e quindi si perdona. Ecco, forse è lei che porta quella punta di dramma, insieme ai sussurri sinistri di Fabio. Momenti che comunque vengono annichiliti dai cori in latino, i quali non possono che rapire e avvolgere, spianando la strada al bel ritornello, positivo e arioso. Tuttavia, non è finita qui per i cori in latino, visto che da metà brano s'impossessano della canzone e risultano ancora più avvolgenti; meno orecchiabili forse, ma molto più sacrali e drammatici, facendoci immaginare davvero una valle di ombre in cui il protagonista del pezzo si ritrova perso e circondato da demoni. È proprio qui che ritorna quell'anima Fantasy della band che era andata quasi del tutto perduta con l'album precedente. Le orchestrazioni accompagnano i cori e per un attimo ci dimentichiamo di avere a che fare con una canzone Metal, ma ci pensa De Micheli a farci tornare alla realtà con la sua 6-corde, facendosi prima vedere con un assolo abbastanza melodico che fa da trampolino di viaggio per un bel momento cupo e misterioso in cui dominano i vocalizzi della soprano e le tastiere di Staropoli. Poi il chitarrista può dare vita a tutto il suo estro con quello che è quasi sicuramente il suo assolo migliore dell'album, e oserei dire da quando è con i Rhapsody of Fire: una colata virtuosa di note, pulita, precisa e super Neoclassical, come se non bastasse pure accompagnata dai cori in latino che tanto abbiamo apprezzato durante il corso del brano. Un assolo che è come una spada che taglia l'oscurità e sconfigge qualsiasi cosa si trovi dentro questa famigerata valle di ombre. Il ritornello infatti recita: "In questa valle di ombre con i demoni intorno, non sento dolore, una visione del tempo, la voce dentro, la mia rabbia". Un guerriero ritrovato pronto a fare stragi. Il finale è prettamente sinfonico e chiude in bellezza un altro pezzone, anch'esso dalla durata consistente con i suoi quasi 7 minuti.

Shining Star

Può mai mancare la ballata? Direi di no, ecco infatti "Shining Star" (Stella Lucente). L'inizio è subito delicato e carezzevole, quindi capiamo subito quale sarà, più o meno, il continuo e quali saranno le coordinate. La chitarra acustica è dell'ospite Matteo Brenci, il quale crea un tappeto soffice e rilassato su cui poi si inseriscono anche le orchestrazioni, dalle melodie delicate e distese ma dal suono più pieno ed enfatico. Potrebbe sembrare un innalzamento dei toni che poi porterebbe ad un brano più teatrale e bombastico, ma la chitarra acustica riesce ad emergere nuovamente non appena le orchestrazioni vanno a nascondersi per lasciare il posto a Fabio Lione, che con la sua voce calda, bassa e quasi sussurrata rende il tutto ancora più crepuscolare e decadente. La risoluzione teatrale non è quindi avvenuta, e il brano si muove sulle coordinate che avevamo intuito già dai primi secondi, con quel tocco di tristezza che era tipico dell'album precedente. Neanche il ritornello riesce ad essere pomposo, visto che le orchestrazioni si mantengono in sottofondo e non vogliono strafare, lasciando quasi tutto il lavoro sempre a Lione, che ora può rendere la sua voce leggermente più vibrante e alta, senza, anche qui, strafare o risultare eccessivo. Inoltre, il testo ben si sposa con la prestazione del cantante, e quasi si riesce a vedere una notte priva di stelle, illuminata da una singola stella che riesce a rendersi visibile nonostante la sua luce fioca ma rassicurante: "Timida stella magica, occhio d'angelo, un'altra brillante sfumatura di blu, la mia stella lucente". Dal il ritornello in poi, la canzone comincia ad avvalersi dell'aiuto della batteria e del basso, e qui e là si sente anche qualche riff di De Micheli, come nella strofa che segue, dove questi strumenti rendono sì il tutto più solido, ma non snaturano la delicatezza già evidenziata. La strofa è breve quanto la prima, e ci si ritrova subito con il refrain davanti, che è piacevole ma non indimenticabile, e quindi non viene troppa voglia di cantarlo. L'assolo posto a metà pezzo è in linea con il resto del brano, ed è anche sorretto dal pianoforte non di Staropoli ma di Luca Balbo, un altro ospite. Niente di memorabile comunque, solo uno sprazzo solista che ci guida ad un finale tutto affidato al refrain, che per l'occasione è abbellito da qualche coro in più, ma che comunque non riesce a convincere in toto. In fin dei conti stiamo parlando di una ballata piacevole, ma diciamo che c'è molto mestiere dietro, e questo le permette di non essere da buttare, però se dobbiamo dirla tutta non è di certo il pezzo migliore dell'album.

Realms Of Light

Ancora in mezzo alla luce con "Realms of Light" (Regni di Luce), un brano che, come il precedente, non può essere catalogato tra i migliori dell'album. L'inizio, però, fa ben sperare, con quelle ritmiche medio-veloci e quelle orchestrazioni vivaci e davvero gradevoli che danno un tocco di spensieratezza non indifferente. Tutto ciò continua anche non appena la voce del cantante comincia a farsi sentire, ma le orchestrazioni sono un po' più in sottofondo e permettono alla chitarra di essere più udibile. L'incedere è quindi vivace ma anche abbastanza roccioso, con Fabio che non fa volare troppo la sua voce e si limita ad un approccio più "parlato" mentre narra le vicende di un re: "Un giorno un re sorgerà con il solo, nato nell'oscurità su questa costa silenziosa, lui ricorderà il freddo e la vergogna, egli prega per la salvezza in questo mare di fiamme". Ci ritroviamo quindi ancora una volta su lidi fantasy, ma con un re che non sembra essere uno di quelli battaglieri e pronti a saltare in sella con la spada in mano; questo sembra un re dal passato difficile e un presente tormentato. In effetti,  i momenti che seguono lasciano emergere il lato più drammatico della canzone, con la soprano che accompagna gli sporchi sussurri di Lione e con le orchestrazioni più cupe e minacciose. Fin qui tutto bene, peccato che il ritornello lascia un po' con l'amaro in bocca, a causa di linee vocali deboli e non molto ispirate. È un ritornello che, per il suo stile, sembra venir fuori da "Dark Wings of Steel". Dopo il lieve rallentamento appena passato, comunque, la canzone riparte più velocemente ed impreziosita dalle solite orchestrazioni vivaci che creano il giusto contesto che permette al cantante di continuare con la sua storia: "Egli vede questo mondo sotto una luce differente, sentendo la rabbia e tutto è stato una bugia, egli ricorderà l'oscurità e il dolore, con occhi da sconosciuto si ergerà cosi coraggioso". Continua quindi la sensazione di una storia travagliata, con questo re chiuso nella sua torre a riflettere, solo e pensieroso, mentre pensa a quello che è stato il suo percorso fin qui e a quale sarà il percorso che dovrà intraprendere. Un percorso futuro che comunque sembra già essere segnato a causa proprio di un passato oscuro che ha lasciato il segno. La soprano, come una Luna splendente, sembra guardare il re e rispondergli, lanciando vocalizzi tutt'altro che rassicuranti. Il ritornello noiosetto ha almeno il pregio di acuire l'atmosfera malinconica, la quale è enfatizzata ancora di più dalla chitarra di De Micheli, che si lascia andare ad un assolo triste e melodioso, quasi come se piangesse, e lo stesso fa la tastiera di Staropoli, con un suono caldo ed avvolgente che però è come un guanto di sfida per il chitarrista, visto che da questo momento i due cominciano a sfidarsi in un duello a colpi di assoli. Il passato che combatte contro il presente, cercando di stabilire un futuro. Ecco, la sezione solistica è la cosa migliore del brano, visto che il finale tutto affidato al refrain non salva di certo la situazione. Insomma, una canzone che ha sicuramente del mestiere, ma che alla fine dei conti risulta pesante (dura pure 6 minuti) e monotona, facendo un po' scemare l'entusiasmo che si era accumulato fino a "Valley of Shadows".

Rage Of Darkness

Per fortuna ci pensa "Rage of Darkness" (Rabbia dell'Oscurità) a risollevare l'album, e lo fa benissimo, visto che anche questo è un pezzo di punta. Il Symphonic Power è subito di casa, con ritmiche arrembanti e riff energici costantemente accompagnati da orchestrazioni roboanti e maestose. Sono sonorità tipiche della band, e non si può far altro che lasciarsi trasportare da questo ciclone fiammante, che si raffredda un po' con la prima strofa più ritmata e lenta, ma che ci lascia con un certo senso d'attesa mentre un mondo fantasy comincia a svilupparsi intorno a noi, fatto di luci ed ombre. Il senso di attesa viene ripagato pienamente non appena il ciclone fiammante si riaccende e ci investe con tutta la sua potenza, distruggendo ghiacciai e montagne millenarie: la doppia cassa di Holzwarth si fa sentire di più e i riff di De Micheli diventano decisamente più serrati e veloci, una vera e propria cavalcata insomma, che ha come ciliegina sulla torta le bellissime linee vocali di Lione, le quali possono essere tranquillamente inserite tra i momenti migliori dell'album. Difficile resistere: "Padrone dell'illusione, senti la rabbia dell'oscurità. Triste angelo immortale, ora affronta il cambiamento". Una sfida lanciata con tutto il vigore possibile. Non segue però un ritornello, ma la galoppata iniziale con conseguente strofa più ritmata in cui viene delineato qualche dettaglio in più sul protagonista del brano, che sembra essere ancora una volta una figura solitaria in cerca di qualcosa, forse di risposte, o di un riscatto. Tutto questo, però, senza la malinconia del brano precedente, ma con forza e decisione, come se il protagonista avesse già preso una decisione e ce la stesse solo descrivendo. Il già apprezzato pre-ritornello turbinoso e potente ce ne dà una prova importante. Tuttavia, questa volta abbiamo anche altro, visto che ad esso segue, ovviamente, il vero e proprio ritornello, nel quale le ritmiche rallentano lievemente e si fanno meno irruente, così come il tono generale è meno arrembante; questo permette però alla band di confezionare un refrain corale dal carattere battagliero ma in un certo senso anche pacato, dall'aria distesa e rilassata. Ciononostante, resta alto il desiderio di cantarlo con il pugno al cielo. Da questo punto in poi tutto è affidato alla sezione solistica, che non è messa lì tanto per completare la traccia, anzi, con i suoi quasi due minuti riesce ad essere, oltre che lunga, anche molto coinvolgente e riuscitissima, con assoli sia di Sala, sia di De Micheli, sia di Staropoli, ma bisogna ammettere che il vero protagonista è ancora una volta il chitarrista, il quale dimostra ancora una volta di essere in uno stato di grazia. Come da stile Rhapsody poi, il refrain chiude tutto con la sua maestosità posata e la sua carica controllata, ma soprattutto con la sua positività: "Su ali di gloria sopra la pioggia, guidami attraverso il mio posto segreto. La febbre della Luna piena sta sorgendo di nuovo, guidami al mio destino prescelto".  Forse le linee vocali ricordano un po' "Eternal Glory", ma se non ci si fa troppo caso è una cosa su cui si può sorvolare tranquillamente. Comunque, la vera fine è affidata ai riff e alle orchestrazioni, i quali hanno il compito di far calare il sipario su un altro pezzone di quest'album.

The Kiss of Life

Siamo ormai giunti alla fine, ma c'è ancora tempo per la canzone più lunga dell'album: "The Kiss of Life" (Il Bacio della Vita). Conoscendo la band, è lecito aspettarsi qualcosa di maestoso ed epico, con orchestrazioni in bella vista. Tuttavia, all'inizio non c'è né maestosità né epicità, bensì pace. Sono il flauto e il clavicembalo dei fratelli Staropoli a dominare la scena, con qualche lieve pizzico d'arpa qua e là ad abbellire una melodia che sentiremo spesso nel corso della traccia. La band punta molto su questo momento, dato che sempre più strumenti partecipano alla sua composizione: prima un duduk (un antico strumento armeno presente anche nell'album precedente), poi tutta l'orchestra. Con l'orchestra la musica trova la sua dimensione più eterea e magica, immergendo l'ascoltatore in un'atmosfera rilassante e quasi di meditazione, in cui dal vuoto cosmico comincia ad uscire la vita. Improvvisamente tutto torna ad essere buio e vuoto, ma altrettanto improvvisamente dei cori in latino imperiosi e terribili vengono sputati fuori, aprendo la strada ad orchestrazioni meno eteree di prima e più spigolose, più calde però, e anche più vivaci. A questo punto la parte Metal si fa strada con decisione, con un mid-tempo ritmato e decisamente sinfonico, in cui il cantante si rende come sempre protagonista di un'ottima interpretazione, molto teatrale e sentita, in cui si muove agilmente tra momenti più aggressivi ed altri più tranquilli, come quelli che precedono il ritornello. Prima di esso però, vale la pena far notare il lavoro dell'orchestra, che qui è davvero ben fatto, non limitandosi a seguire passivamente il brano (cosa che invece accade spesso con band dello stesso genere). Il ritornello, dicevamo, arriva abbastanza presto per essere su una canzone di 16 minuti, e forse la cosa può spiazzare, ma forse è perché con quell'introduzione piuttosto lunga abbiamo già superato i 3 minuti. In ogni caso, non stona con il resto, ed è molto sinfonico, arricchito anche dai cori; tutto questo per un risultato molto buono, forse un po' stucchevole e un po' troppo zuccheroso a tratti, però non male comunque. Questa stucchevolezza forse va ricercata anche nel testo, che essendo di Lione risulta come sempre ben lontano dallo stile consolidato della band: "La mia signora brilla, giorno solitario che svanisce, la mia signora brilla, chiama il mio nome e danza con la Luna. Non preoccuparti, solo le tue illusioni ora stanno svanendo". C'è però da ammettere che sono versi che ben si sposano con le emozioni regalate dalla musica del refrain stesso. Questa prima parte, comunque, può dirsi dominata dal mid-tempo ottimamente sinfonico e dal conseguente ritornello arioso, ma un cambiamento quasi totale avviene quando verso i 6 minuti e 30 ogni orchestrazioni pomposa svanisce nel nulla, e la luminosità di cui sopra sembra essere risucchiata nuovamente nel vuoto cosmico e tutto è silenzio. La vita però non può fermarsi, c'è sempre qualcosa che resta, ed ecco che De Micheli lascia cantare la sua chitarra acustica solitaria, accompagnando Lione che canta in italiano in un momento che ha delle sfumature cantautorali e che ci fa immaginare i due musicisti seduti su uno sgabello. Un momento molto pacato, ma la luce non manca mai, e questi versi ci tengono a ribadirlo: "E sorgerà, realtà, come il sol, come amor?". La chitarra solitaria presto non sarà più la sola ad accompagnare il cantante però, visto che faranno la loro comparsa anche il duduk di prima, la soprano e timide orchestrazioni che però si fanno via via più presenti col passare dei secondi, accompagnando questo momento pacato in italiano verso lidi sempre più teatrali e quasi operistici. Questo climax presto svanisce però, solo per ricominciare nuovamente e risollevarsi ancora, una seconda volta, con gli stessi protagonisti. Siamo quindi accompagnati dagli accordi della chitarra acustica di De Micheli, quando gli imponenti cori in latino e le grandiose sinfonie ci scuotono nuovamente, creando una sorta di frastuono apocalittico che più che un bacio della vita sembra un bacio della morte, ma potrebbe anche essere un'esplosione vitale. In effetti a seguire troviamo un vitale momento solistico in cui Staropoli e De Micheli si scambiano gli onori, anche se è sempre quest'ultimo a spuntarla, qui con un assolo bello lungo che non disdegna la melodia, lasciandosi andare solo ogni tanto a virtuosismi. L'assolo è un percorso serpeggiante che porta verso l'esplosione vitale definitiva, fatta di innumerevoli colori (per lo più caldi) e movimenti che vanno verso l'alto, proprio come dimostra il ritrovato ritornello. A questo punto si potrebbe pensare che la canzone sia finita, ma in realtà si prosegue con ritmi cadenzati che aumentano il piglio drammatico il più si avvicinano agli ultimissimi secondi, in cui Lione ci dà una spiegazione un po' disarmante: "Corriamo, cerchiamo il bacio della vita, il bacio della vita. Forse lei mi sta guardando, sta parlando, forse lei parla con me!" Forse questa non racconta il bacio della vita, ma il percorso per arrivare ad esso, anche se rimane irrisolto il mistero di chi sia quel "lei". La vita stessa? Difficile dirlo, i testi del cantante toscano sono sempre sibillini. Bella, comunque, la coda del pezzo tutta affidata al duduk e a una leggera melodia sinfonica che riprende quella iniziale (udibile anche nel momento acustico) e trasmette pace.

Conclusioni

L'album finisce dopo più di un'ora, una durata non indifferente che potrebbe rendere il lavoro pesante se non addirittura noioso. In verità, in questo la durata non pesa molto, in quanto grazie alla qualità dei pezzi tutto scorre molto bene e si lascia ascoltare con piacere, con pochi momenti di stasi. La prima cosa che si pensa è sicuramente che questi Rhapsody sono molto diversi da quelli di "Dark Wings of Steel". Questo se proprio vogliamo fare una comparazione, ma va da sé che un fan confronti due album usciti uno dietro l'altro, ed è ancora più normale se si pensa che il precedente lavoro non era stato accolto ottimamente. Cosa ci dice il confronto allora? Ci dice che i Rhapsody of Fire hanno deciso di non percorrere il percorso cominciato qualche tempo prima, questo significa che per qualche motivo non erano soddisfatti. Si potrebbe ipotizzare che non erano soddisfatti proprio per la risposta ottenuta da pubblico e critica, e che hanno quindi deciso di tornare verso uno stile già ben collaudato, fatto di canzoni più veloci e battagliere, più veloci e vivaci, a discapito di uno stile più cupo, riflessivo ed intimista. Devo dire che quest'ultimo approccio non mi era dispiaciuto e speravo che la band l'avesse approfondito, magari levigando alcuni punti e facendo delle migliorie , una che cosa forse sarebbe stata possibile una volta trovata la giusta sintonia con la formazione orfana di Turilli. Tuttavia, questi sono solo pareri ed ipotesi, poiché il ritorno allo stile collaudato potrebbe derivare proprio da una sintonia con la nuova formazione, con conseguente tuffo in canzoni dall'aria decisamente meno stanca e più ispirata. Già, perché nonostante l'album non proponga nulla di nuovo, è innegabile che molte canzoni siano davvero ben fatte, e alcune di esse non sfigurerebbero a fianco di altre più famose. Giusto per citarne qualcuna, parlo ovviamente di "Distant Sky", "Into the Legend", "Valley of Shadows" e "Rage of Darkness". Secondo me sono le migliori in assoluto del brano, ma anche "Winter's Rain" e "A Voice in the Cold Wind" fanno la loro bella figura. Con brani di questo calibro si è vicini allo sfornare un album di altissimo livello, ma purtroppo ci sono anche un paio di canzoni che abbassano il livello, e parlo ovviamente della ballata (neanche troppo brutta alla fine dei conti) e soprattutto di "Realms of Light", che è un pezzo di cui si poteva anche fare a meno, alleggerendo l'album, diminuendo la sua durata ma andando ad alzare la qualità generale. Il discorso della durata potrebbe colpire anche la lunga traccia finale, che nei 16 minuti si lascia andare forse a qualche lungaggine di troppo, proponendo dopotutto una canzone dalla struttura quasi classica. Tuttavia, stiamo comunque parlando di un pezzo più che buono. "Into the Legend" è, inoltre, un album in cui non si sente la mancanza di Turilli, sia a livello compositivo, sia per quanto riguarda quello chitarristico, dato che Roberto De Micheli qui è davvero in uno stato di grazia e sforna assoli pregevoli, che non cercano di ricalcare lo stile del "Turillone" ma vogliono trovare una propria dimensione, altrettanto virtuosa e squisitamente Neoclassical. In più d'un'occasione, infatti, il nuovo chitarrista riesce a farci sobbalzare, anche perché a volte gli assoli non sono neanche corti, e goderne è più facile. Per quanto riguarda la produzione, siamo sempre su lidi ottimi, con suoni puliti e limpidi in cui si riescono a sentire sia chitarre sia orchestra. Forse la chitarra nell'album precedente era più rocciosa e ruvida, ma c'è da dire che, come detto più volto, c'era un approccio diverso dietro e anche meno sinfonie. Comunque, con quest'album la band dimostra che quando si parla di Symphonic Power ci sono pochissimi rivali. Sicuramente quest'album non riscriverà il genere e non ne porrà nuovamente le basi (lo hanno già fatto) ma è senza dubbio un album ben composto, ben riuscito e che si lascia ascoltare senza troppi intoppi.

1) In Principio
2) Distant Sky
3) Into The Legend
4) Winter's Rain
5) A Voice In The Cold Wind
6) Valley Of Shadow
7) Shining Star
8) Realms Of Light
9) Rage Of Darkness
10) The Kiss of Life
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