RHAPSODY OF FIRE

Dark Wings of Steel

2013 - AFM

A CURA DI
CRISTIANO MORGIA
20/08/2019
TEMPO DI LETTURA:
6,5

Introduzione recensione

Il 2011 aveva visto l'uscita dell'album "From Chaos to Eternity", e con esso la fine di una storia iniziata nel lontano 1997 con "Legendary Tales". Sia chiaro, con storia intendo sia quella legata al concept pensato da Luca Turilli e co., sia la storia stessa della band. Perché sin dal debutto, il gruppo era riuscito a mettere in musica una saga fantasy, certamente divisa in due parti, che li aveva accompagnati fino al suddetto disco del 2011, ecco perché si può davvero parlare della fine di un'era. Cosa aspettarsi ora, dunque? Una nuova saga Fantasy? Un nuovo approccio alla musica? Un altro sequel? Domande che si sarebbero fatte ancora più difficili dal momento in cui i fan vennero sconvolti da una tanto inattesa quanto scioccante notizia: in quell'anno (2011), la band era rimasta orfana di Luca Turilli. Ebbene sì, uno dei suoi membri più importanti, nonché simbolo di un intero genere, non faceva più parte dei Rhapsody of Fire. Ecco che anche la storia del gruppo giunse a un momento decisivo, uno spartiacque. Per questo motivo, potreste facilmente intuire che le precedenti domande siano solo alcune di quelle possibili, perché presto se ne aggiunsero anche altre, tra cui: chi prenderà il posto del "Turillone nazionale"? La fase di scrittura ne risentirà? A tal proposito, spinti dalla voglia di continuare, i componenti del gruppo si sedettero a tavolino per decidere come scegliere un buon successore per gli ultimi buonissimi album. Certo, ora sappiamo che la staffetta della 6-corde passò nella mani di Roberto de Micheli, una vecchia conoscenza di Staropoli, mentre Tom Hess, reduce dal precedente lavoro, lasciò anch'egli il gruppo. Ma queste non furono le sole e uniche notizie, perché ci furono ulteriori defezioni, come quella del bassista Patrice Guers, che lasciò il posto a Oliver Holzwarth, fratello del batterista Alex. Inoltre, nel frattempo, Turilli fondò i Luca Turilli's Rhapsody insieme a Guers e anche a Dominique Lerquin (altra vecchia conoscenza). Il periodo era strano, nel mondo esistevano due Rhapsody. In tutto questo, molti si chiedevano a quale scopo lasciare la band per poi formarne una praticamente simile, se non uguale, ma molti altri ancora erano invece contenti, per il semplice motivo che: due Rhapsody sono meglio di uno. Di lì a poco, la storia avrebbe insegnato e segnato le differenze di entrambi i progetti. Ma, in ogni caso, torniamo alla band "madre"; cosa aspettarsi da questo "Dark Wings of Steel"? Come già detto, potrebbero venirci in mente molti dubbi prima di premere il tasto play, sia per la dipartita di alcuni membri (anche importanti), sia perché la fine della saga è praticamente un evento che poteva far presagire un cambio di direzione stilistico. Ciò nonostante, va anche aggiunto che l'album non esce più sotto l'ala della Nuclear Blast ma, almeno per questa volta, avrà il logo della casa discografica AFM. Fatte alcune dovute premesse storiche e artistiche, la cover presenta l'immancabile drago in copertina. Quest'ultimo sembra suggerire che, dopo tutto ciò che è accaduto, non siamo poi così lontani dallo stile ormai collaudato in anni di carriera e ottimi/buonissimi album, ma i colori scuri e il "Dark" nel titolo, creano un combo che lascia spazio alle congetture riguardanti un cambio stilistico. Ebbene, non siamo così tanto lontani dalla verità, perché, se è vero che lo stile è sempre quello dei Rhapsody e ci sono vari elementi molto riconoscibili, tra cui i varicori e la voce di Lione, è anche vero che l'approccio è leggermente diverso dai lavoripassati, dato che l'album suona effettivamente più oscuro e malinconico di quanto la band abbia mai sfornato dal 1997. Sono infatti rarissimi gli episodi dal sapore più "happy", cosìcome si sente di meno anche l'aura epica, bombastica e battagliera che è sempre stata un marchio di fabbrica della band. I ritmi sono in generale più cadenzati e l'atmosfera tendespesso al malinconico, facendo quindi dimenticare l'alzata di spade al cielo. Per quantoriguarda i testi, chi si aspettava un'altra saga aveva torto, in quanto qui ogni canzone è a parte. Prima volta tanto per la band, quanto per Fabio Lione, il quale prende cospicuamenteparte alla composizione dei testi, sfornando storie che non sempre rientrano nel genere fantasy. La curiosità, nel bene e nel male, era comunque tanta, per tutti i motivi elencati più sopra, ma la verità è che questo è un disco in cui la musica fa fatica a fare breccia, e non per forza per l'approccio diverso dal solito. Ma non esauriamo il tempo in ulteriori parole, è giunto il momento di vedere insieme quali sono i problemi che affliggono il primo album dei Rhapsody of Fire... senza Turilli.

Vis Divina

L'album si apre con l'immancabile intro, questa volta intitolata "Vis Divina", pregna di cori in latino. L'inizio in realtà è molto soffuso e lamentoso, ricorda quasi "Lacrimosa" di Mozart e sembra come se questo andamento lento e pacato provenga dalle ceneri dell'album precedente, dalle ceneri della fine della saga. Ma dal vuoto cosmico emergono cori delicati che preannunciano una rinascita. Quest'ultima, vestita quasi come una resurrezione, si fa subito sentire non appena entrano in gioco anche gli archi e i cori, che si fanno più pieni e maestosi, in un crescendo sempre più alto che ci trasporta con calore verso la prima vera canzone dell'album.

Rising from the Tragic Flame

Un riff serratissimo dà il via a "Rising from Tragic Flames" (Risorgere da Tragiche Fiamme), un brano che grazie al riff e all'incedere iniziale ricorda quasi la velocità delle tracce contenute in "Power of the Dragonflame". Dopo neanche mezzo minuto però, le ritmiche rallentano grandemente e le sinfonie si fanno più distese e ariose, come se la nostra vista passasse in un attimo dallo scorgere angoli stretti e pericolosi all'ammirazione di una vallata ampia e luminosa. Dai lati di quest'ultima ipotetica, emergono i soliti cori sacrali che accompagnano Fabio Lione e che cominciano ad accentuare il lato epicheggiante della canzone. Nella seconda strofa la doppia cassa di Holzwarth si lascia andare a un tappeto velocissimo, mentre in contrasto le linee vocali del cantante sono estremamente melodiche e rilassate, così come le tastiere di Staropoli in sottofondo, che danno quasi un tocco di spensieratezza, continuando anche nel breve pre-ritornello. Con il ritornello, la musica si fa ancora più solenne ed enfatica, diremmo tipicamente "rhapsodiana", avvolgendoci con il suo calore e le sue fiamme benevole, mentre siamo contenti di ritrovare un suono molto familiare. Cori e cantante intonano versi dal sapore ottimista e battagliero: "Sfumature di grigio e fiamme magiche affrontano tragici giorni. Combattendo l'antico peccato io vivrò e in terre lontane troverò tutte le risposte. Vedi tragiche fiamme con gli occhi degli angeli, io combatterò e vedrò il mio destino". Dopodiché i riff si fanno più duri e cadenzati insieme a tutto il comparto ritmico, anche le orchestrazioni suonano più gravi e minacciose; un rallentamento che sembra quasi soffiare via le fiamme vitali del refrain gettandoci in un buio senza spiragli. Ma ecco che il complesso di voci e Lione tornano a farsi sentire, riportando bagliori luminosi, coadiuvati da un'acutissima voce lirica che li segue passo passo. A questo punto Holzwarth accelera nuovamente con la sua doppia cassa, mentre, come prima, linee vocali e orchestrazioni restano piuttosto calmi e volteggiano con grazia fino al sibillino pre-ritornello: "Chiamerò di nuovo il tuo nome in questo freddo mirabile mondo nuovo". Il percorso che ci porta dal buio alla luce trova il suo compimento con il ritornello vero e proprio, che ancora una volta riesce a portare epicità e sacralità, e anche quella voglia di rivalsa di chi vuole rinascere dalle proprie ceneri. A questo punto De Micheli torna a farsi sentire con i riff serrati e velocissimi, sentiti già all'inizio e poco più avanti, sotto un tappeto sonoro più cupo e pesante del solito, con un assolo ben fatto che a tratti riprende alcune melodie già sentite prima e a tratti si lascia andare a scale più veloci. La doppia cassa resta sempre molto attiva e veloce, e sopra di essa si staglia per l'ultima volta il ritornello, che chiude definitivamente uno dei pezzi meglio riusciti dell'album e uno di quelli che meno si discostano dal tipico sound della band. Da notare è come il testo sia abbastanza diverso dai soliti a cui ci aveva abituato la band: è molto vago e non per forza inserito in un contesto fantasy. Anzi, potremmo dire che è un testo che parla della vita di tutti i giorni, con una chiave un po' più metaforica.

Angel of Light

Si prosegue con "Angel of Light" (Angelo della Luce), che sin dal principio si discosta dalla traccia precedente. Siamo infatti al cospetto di un mid-tempo tanto deciso quanto ammorbidito e alleggerito dalle tastiere. Queste ultime donano una melodia anche piuttosto riuscita. L'aura solenne viene tuttavia interrotta con la prima strofa da un cambio di rotta che porta la musica verso lidi da ballata, con tanto di voce delicata, accordi soffusi e flauto in sottofondo. Anche qui, però, in breve tempo la musica cambia e si fa prima più vibrante, solenne ed enfatica, poi più cupa e misteriosa con il ritorno del mid-tempo. Anche la voce di Fabio segue questi cambiamenti, sfoggiando ora una prestazione quasi sussurrata, ora una più potente. Il cantante sembra rivolgersi a qualcuno, sembra nervoso e indeciso, come se ci fosse una presenza che lo spia e non lo lasci mai solo; una presenza che però potrebbe anche rivelarsi utile in qualche modo. Tutto questo ci porta al ritornello corale, che è molto semplice e maestoso, ma non nasconde una certa aria malinconica che ben si sposa con i desideri espressi nei versi: "Dimmi i tuoi segreti, angelo della luce, dove il tempo non ha significato, in fredde notti invernali". Come dicevo, un ritornello piuttosto semplice, ma anche abbastanza riuscito. Il mid-tempo continua, e così continua anche la ricerca del cantante, che si guarda intorno e sente la presenza dell'osservatore. È come se fosse un fantasma, ma non uno di quelli maligni, bensì uno benevolo che riscalda il narratore e lo distoglie dalla solitudine. La paura quindi se ne va, e le orchestrazioni più pompose che sorreggono il ritornello ci danno forza, infondendoci quel coraggio per parlare con la presenza che osserva nascosta. Poco dopo la prima metà del brano, la luce portata dal refrain si spegne per far spazio a un brevissimo rallentamento atmosferico guidato dalla chitarra acustica, che però viene spazzato via da una teatrale prova vocale di Fabio. Un momento al contempo delicato e maestoso, con la melodiosa chitarra di De Micheli che sembra parlare e rispondere alla voce del cantante, come in una sorta di dialogo tra osservatore e osservato, in cui quest'ultimo riesce ancora una volta a trovare la forza di parlare con qualcosa di invisibile: "Parlami di leggende mai narrate, quando gli angeli hanno bisogno di sapere come volare. Lascia che la danza della natura mi ispiri e l'illusione e la realtà svaniscono". A questo punto il mid-tempo torna ad essere la colonna portante del brano, e stavolta è aiutato anche da un assolo di tastiere molto melodico e privo di troppi virtuosismi, decisamente adatto all'atmosfera grigia della canzone; anche l'assolo di chitarra segue queste coordinate, con il suo incedere pulito, melodico e quasi delicato, come una mano invisibile e immateriale che ci sfiora per farci sentire che dopotutto l'angelo è proprio lì. Il ritornello fa finalmente e nuovamente capolino, ma stavolta è arricchito da una nuova strofa che lo rende ancora più maestoso e riuscito, dando così al brano un finale più luminoso e positivo. Un altro pezzo che può dirsi, dunque, più che riuscito e che, nonostante i 7 minuti, risulta anche piuttosto orecchiabile.

Tears of Pain

Anche "Tears of Pain" (Lacrime di Dolore) con i suoi 6 minuti e mezzo ha una durata consistente, e l'atmosfera iniziale ci fa pensare a un brano non molto diverso da quello precedente. In effetti, le sinfonie sono solenni ma gravi e opprimenti, i riff sono anch'essi grezzi e cupi, le ritmiche sono invece lente e pesanti. Tuttavia, a metà minuto cambia tutto. I tempi si fanno più ritmati e lievemente più vivaci, quasi saltellanti, ma comunque non tanto da sfociare nel baldanzoso. Anche qui abbiamo un testo che sembra intimista, che invece di spade e battaglie parla di un'esperienza personale, anche se inventata. Il narratore in prima persona, è colui che ci espone la situazione attuale, la quale sembra tutt'altro che rosea, anzi, è permeata da lacrime e Inferno. La strofa che segue rallenta la corsa ed è decisamente più enfatica e teatrale, impreziosita dal lavoro orchestrale e, perché no, anche dal cantato in italiano: "Di luce ed ombre io vivrò! Al mio destino griderò!" Il ritornello, che arriva improvvisamente, segue la linea di quest'ultima strofa in italiano, e dà spazio al lato più maestoso della band, con sinfonie ariose e leggere che volteggiano intorno alle linee vocali ed ai cori, ma nello stesso tempo la batteria mantiene quel ritmo vivace che abbiamo apprezzato finora. Però, già dal primo ascolto non siamo convinti dal risultato. È verissimo che non è un ritornello fatto per essere cantato da subito, ma è anche vero che non lascia il segno neanche dopo molti ascolti. A salvarci ci pensano nuovamente i tempi ritmati e le orchestrazioni vivaci, che però nascondono un qualcosa di più tetro e misterioso: il nostro narratore infatti ci dà altri dettagli, si trova in una situazione molto particolare in cui delle ombre lo chiamano da lontano mentre egli stesso si ritrova a chiedere dolore. Forse una sorta di punizione autoinflitta e desiderata? O forse un grido d'aiuto? La strofa in italiano ci fa propendere verso la seconda opzione, visto che si parla proprio di luci e ombre, con quella che sembra anche una presa di posizione. Il ritornello fa nuovamente la sua comparsa, ma anche questa volta ci lascia abbastanza indifferenti, suonando stanco e non molto ispirato. Poco dopo la metà, ritornano i ritmi pesanti e gravi che avevano aperto il brano, ma stavolta invece di dar vita ad una nuova strofa danno vita ad uno stacco atmosferico in cui si può apprezzare anche un bel pianoforte in sottofondo. La base perfetta per un momento teatrale e vibrante in cui Fabio può ancora una volta farci sentire dei versi nella nostra lingua: "Sento nell'aria pace ed odio tra me e te". Ora quindi emerge anche un "te", forse tutta la situazione del narratore scaturisce da una sorta di crisi con un'altra persona, con la quale c'è un rapporto di odi et amo, nello stesso modo in cui prima si parlava di luci e ombre. L'assolo è molto delicato e pacato, come se non volesse disturbare il delicato equilibrio degli opposti, ma fa anche da ponte verso le ultime battute del brano. C'è da dire che vanno apprezzati i cambi di tempo e d'atmosfera, però questo è il primo pezzo dell'album che non colpisce appieno.

Fly to Crystal Skies

La traccia che segue è "Fly to Crystal Skies" (Vola Verso Cieli Cristallini), che ha un approccio molto diverso rispetto alle due tracce che l'hanno preceduta, almeno per quanto riguarda l'atmosfera e l'umore. I ritmi sono medio-veloci all'inizio, e le orchestrazioni e la chitarra danno una certa ariosità al tutto, donandoci così sensazioni positive che rimandano al vibrare nell'aria. La prima strofa, però, purché brevissima, cambia subito quest'atmosfera e trasforma il brano in qualcosa di molto simile a una ballata, poiché le ritmiche rallentano di molto, le orchestrazioni svaniscono come risucchiate da qualcosa di nascosto e la chitarra si lascia andare a leggeri accordi acustici. In tutto ciò, Fabio canta dei versi tutt'altro che positivi: "Nella morte vivremo ancora e sentiremo le fiamme magiche". C'è da dire che però non sembrano neanche così negativi, nonostante si parli della morte, e la strofa che segue (un breve pre-ritornello) con il suo innalzamento dei toni e dell'enfasi, ci dà la conferma che forse non è poi così male. È un nuovo inizio. Il climax ascendente trova il suo culmine, ovviamente, nel ritornello, che gonfia ancora di più l'enfasi e dà vita a delle linee vocali ariose e - ora possiamo dirlo - positive. Sembra davvero di cominciare a sollevarsi verso i cieli, con la musica che risuona fino all'orizzonte e in mezzo alle nuvole. Però improvvisamente ricadiamo giù, sommersi da una tristezza che ci porta verso l'oscurità. La musica torna a essere più soffusa e drammatica, ma come prima, il pre-ritornello scaccia via ogni paura e ci dà la giusta spinta verso il corpo centrale, che grazie alla brevità delle strofe che lo precedono arriva in un attimo. Ora siamo nuovamente in cieli cristallini. Le orchestrazioni ci accompagnano in questo viaggio, con la loro calma e pacatezza, sorrette da una batteria lenta e quieta. La voce di Fabio si staglia su questo tessuto setoso e morbido, con la sua voce piena ma nello stesso tempo carezzevole, e insieme a lui, anche De Micheli e Staropoli trovano lo spazio per un breve duello solistico. Un duello che sembra quasi simboleggiare lo scontro tra due diverse volontà: quella di lasciarsi andare alla paura della morte e quella invece di vederla come volo verso cieli cristallini. Il momento è dunque molto bello e svela un animo abbastanza progressive della band, un animo che in realtà è ben visibile anche nel ritornello, visto che quest'ultimo è molto diverso dai soliti della band, non essendo né epico, né battagliero o celebrativo, e risulta anzi abbastanza essenziale, anche nel suo messaggio: "Vola verso cieli cristallini, guarda le fiamme che emergono dal mio passato e le stelle sono più luminose stanotte". Proprio durante l'ultimo ritornello, però, il lato più laudativo esce fuori grazie all'aggiunta di cori e orchestrazioni più marcate: dopotutto sono sempre i Rhapsody. In ogni caso, non il pezzo migliore del lotto ma neanche uno da scartare, anzi, è apprezzabile l'approccio più Prog e sarebbe stato bello se fosse stato anche enfatizzato.

My Sacrifice

Arriviamo ora alla canzone più lunga del brano con i suoi 8 minuti: "My Sacrifice" (Il Mio Sacrificio). L'apertura è molto soffusa, guidata soprattutto dal flauto e da accordi acustici, ma anche leggere orchestrazioni fanno la loro parte nel creare un tappeto sonoro delicato su cui può adagiarsi la raffinata e triste voce di Fabio Lione. Dopo questa prima strofa da ballata, la chitarra elettrica di De Micheli rende il tutto più duro e insidioso, e in questo è aiutato da una batteria che cresce sempre di più e lascia presagire qualcosa. Questo breve climax, infatti, trasforma il pezzo da ballata in un mid-tempo roccioso ma non troppo, impreziosito dalle solite orchestrazioni, che anche qui mostrano un lato più cupo e incombente. Comunque, non appena Lione ricomincia a cantare, la magniloquenza si stempera di molto, e il cantante resta solo con la batteria e il basso, con la chitarra che fa nuovamente il suo ingresso piano piano adagiandosi sulle ritmiche cadenzate della batteria. Questa strofa ha proprio il sapore di una confessione, e sono proprio i suoi versi a dircelo: "Il tempo è giunto, ascolta la mia confessione. Ero cieco, perdevo me stesso. Tienimi vicino, rendimi forte, raccontami bugie e visioni di racconti mai narrati". Siamo in un presente in cui si cerca una sorta di redenzione per degli errori passati, ma nello stesso tempo si cerca anche tenerezza. Quest'atmosfera si mantiene anche nel pre-ritornello, che è abbastanza delicato, e oltre a un verso scritto in italiano, trova anche l'aiuto della chitarra acustica, la quale sembra riprendere l'introduzione del brano. Il ritornello ripropone un po' lo stesso schema già evidenziato nelle ultime due tracce, con linee vocali ariose e distese che hanno un retrogusto malinconico e tutt'altro che battagliero, non che questo sia un problema, ma anche questo refrain non riesce a centrare del tutto il bersaglio, suonando forse un po' troppo semplice e forse anche non molto ispirato. In compenso, però, si sposa bene con l'atmosfera generale del pezzo. Dopodiché il mid-tempo continua, accantonando di molto la leggiadria del ritornello appena finito. Il protagonista del brano sembra aver passato il momento della confessione e sembra rivolgersi all'altro con una certa confidenza, quasi chiedendo aiuto anzi, ne potremmo quindi quasi dedurre che alla confessione sia seguito un perdono che permette di fare richieste come quella di essere presi per mano per essere portati via, lontani dalle ansie e dalle paure. Come da copione, al mid-tempo segue il pre-ritornello (stavolta tutto in italiano) e poi il ritornello stesso, che ad un secondo ascolto sembra migliorare un pochino. Migliora anche perché dopo di esso non abbiamo nuovamente il mid-tempo, ma un rallentamento drammatico e carico di enfasi in cui spicca come sempre la voce di Fabio, la quale inizia con toni sommessi per poi lasciarsi andare a toni vibranti e alti. In questo calderone, si staglia anche un testo che sembra farsi sempre più criptico: "Sembri cercar, Momenti sognar, Di lontani cammini narrar, Resisti e ritorna mio eroe!" Forse è proprio la persona a cui era indirizzata la confessione a parlare, e forse è proprio lei a incitare questo eroe. Dopo questo bel momento (almeno musicalmente parlando), De Micheli e Staropoli possono finalmente uscire allo scoperto e sfidarsi a un duello a colpi di assoli, i quali sono molto lenti e pacati all'inizio, ma con lo scorrere dei secondi si fanno sempre più veloci e virtuosi, arrivando fino a gustose scale Neoclassical. Sicuramente questa sezione solistica è il momento migliore dell'album ed è un peccato che finisca per lasciare il posto al ritornello, che nonostante non sia brutto, comunque non entusiasma troppo e non basta la solita aggiunta dei cori per renderlo più potente. Fortuna vuole che De Micheli torna con le sue scale neoclassical a chiudere un brano che, vi ripeto, non è per niente brutto, ma non riesce neanche a risultare interessante nel complesso. Forse in una traccia del genere, la band avrebbe avuto la possibilità di sperimentare maggiormente, magari lasciando uscire di più quella vena prog che già un po' si sente. Però non l'ha fatto e quindi il brano sembra incedere stancamente e pesantemente, salvo che per gli assoli.

Silver Lake of Tears

Ora, dopo qualche brano dalle tinte intimiste e dalle sfumature prog, arriviamo alla canzone più veloce e più Power dell'album, ovvero "Silver Lake of Tears" (Lago d'Argento delle Lacrime). Sin dai primissimi istanti, infatti, siamo colpiti da una batteria lanciata a tutta velocità in doppia cassa, mentre però le melodie della chitarra e delle orchestrazioni si vibrano leggiadre e spensierate, creando così un bel contrasto. Un breve rallentamento pomposo e barocco ci fa pensare per un attimo che sta per arrivare un cambio d'atmosfera, come succedeva nelle canzoni precedenti, invece è solo una pausa per partire ancora una volta velocissimi, stavolta supportati anche dalle linee vocali di Fabio, che suonano lievemente più potenti e taglienti del solito. Chi spera però anche in un ritorno a sonorità prettamente fantasy sarà deluso, visto che anche qui il testo è incentrato su una persona, o meglio, sul rapporto di questa con un'altra. Certo, la musica effettivamente ci rimanda a un immaginario fantasy, anche in virtù del passato della band, spiccando anche in qualche verso qua e là, ma di certo a prevalere è un approccio più intimista. Stavolta sembra che il cantante abbia a che fare con una persona misteriosa che sembra ergersi sulle rive di un lago, mentre tutto intorno c'è solo la natura: "Dimmi tutte le parole che non hai mai detto, le tue lacrime di speranza ora stanno bruciando la mia pelle. I tuoi brillanti occhi oscuri sono eloquenti e lava via tutti i pensieri che ho all'interno". Il solito pre-ritornello, che sembra non mancare proprio mai, possiede delle linee vocali un po' più distese, ma la velocità della batteria di Holzwarth resta e non accenna a fermarsi, nemmeno quando arriva il refrain stesso, che suona molto positivo e orecchiabile, molto semplice, certo, ma almeno non suona stanco e spompato; ci lascia con delle sensazioni positive che ci fanno ancor più immaginare uno scenario naturale in cui un lago spicca per bellezza. La chitarre di De Micheli accompagna il tutto con delle fugaci stilettate melodiche, ma è un peccato che si sentano poco. La corsa procede senza sosta, e noi ci ritroviamo a correre per i prati che costeggiano il lago d'argento, ma la figura misteriosa è sempre là e noi cerchiamo di capire qualcosa di più: "Credi solo in quello in cui vuoi credere e quello che ottieni è solo quello di chi hai bisogno. Passare il tempo e passare gli anni, dì la parola, sai che sono qui". Ovviamente non ci capiamo niente neanche ora, e anzi, alcuni di voi potrebbero rimpiangere i testi di puro fantasy. In ogni caso, la corsa è più che piacevole e ci voleva proprio una traccia veloce a questo punto, risultando amabile anche perché la corsa non accenna a rallentare neanche con il ritornello. Improvvisamente succede proprio quanto non ci aspettiamo: la ridda degli strumenti si ferma e restano solo i suoni melodiosi e sognanti della chitarra e delle orchestrazioni. Ma è solo una pausa per riprendere fiato, non temete, perché si riparte ancora una volta con la doppia cassa a mille, stavolta accompagnati anche da un veloce assolo di De Micheli, a cui risponde, dall'altra sponda del lago, Staropoli con le sue tastiere. Il breve duello ci conduce a un altro rallentamento in cui, tuttavia, anche Lione trova spazio, offrendo una prestazione più pacata e morbida, con un leggero tocco drammatico che viene spazzato via da un altro assolo e dalle ritmiche veloci, altresi difficili da abbandonare se non con la fine del brano. Prima di ciò spetta al ritornello congedarci, e con la fine che si avvicina, sembra ancora più brioso di prima.

Custode di Pace

Un bel colpo è rappresentato dalla ballata in italiano "Custode di Pace" che, dopo una serie di pezzi oscillanti tra il fiacco e il piacevole, torna a proporre qualcosa di interessante. L'inizio orchestrale è davvero drammatico e lacrimevole, in un modo sempre piuttosto cupo e che ricorda una pioggia consistente, ma non devastante. Non a caso parlo di pioggia, dato che nel testo sarà evocata più volte. Già dalla prima strofa, in cui il lato sinfonico risulta quasi del tutto assente, sparito in un attimo per lasciare il posto a degli arpeggi di chitarra, Lione, con la sua voce teatrale, canta quasi a bassa voce la seguente strofa: "Piove, ritorna mio eroe, Scintille piangenti su me, Verità nascondi In danze incantate E parli col tempo Del triste mutar". Immaginate quindi una donna affacciata alla finestra che aspetta il ritorno del suo eroe, mentre fuori, per l'appunto, piove e ogni possibilità di luce è offuscata da grigie nubi. La batteria comincia a tuonare piano piano, e con essa anche le orchestrazioni riemergono dal silenzio, accompagnando un Fabio sempre più enfatico e vibrante: "Piove nelle anime impaurite, piove amor mio del tuo sguardo?". A questo pre-ritornello si affianca subito il ritornello, con il quale tutta la musica si fa più maestosa e grandiosa, grazie a un non indifferente innalzamento di toni e grazie anche alla chitarra di De Micheli, che abbandona i delicati arpeggi per sfornare una melodia levigata e malinconica. I versi citati poco sopra, comunque, sono terminati repentinamente, questo perché il seguito sta proprio nel ritornello, con la semplice, ma molto poetica, frase: "Vorrei diventar luce". Ed è qui che la pioggia smette per un attimo, è qui che le nubi sembrano squarciarsi per lasciar entrare un fascio di luce che rischiara tutto, tanto che anche la strofa che segue suona meno crepuscolare della prima, potendo contare sul supporto della batteria e di sinfonie più presenti. Quindi ora la canzone è completa, con tutti gli strumenti a fare la loro parte, e il climax verso il ritornello è agevolato proprio da questo. Il ritornello è sempre molto breve, sebbene sempre molto efficace, grazie anche alla bravura del solito impeccabile Fabio. A questo punto il cielo sembra davvero schiarirsi e di molto! La nuova strofa infatti è la più lucente di tutte, anche se non è difficile captare quell'onnipresente vena malinconica, praticamente insita nel brano e in tutto l'album. Strofa lucente che purtroppo ha anche un testo che sembra esser stato scritto mettendo parole a caso l'una vicino all'altra; ma, a malincuore, questo vale anche per quanto riguarda l'assolo, in quanto rispetta sì l'atmosfera della canzone, ma risulta un po' anonimo. Poco male però, perché questi due elementi fortunatamente non rovinano la bellezza di questa ballata, che rimane uno dei pezzi migliori del brano. L'ultimo ritornello è lì per confermarcelo ancora una volta, con una prestazione vocale di Fabio che squarcia definitivamente via ogni nuvola e riporta il Sole su di noi.

A Tale of Magic

Con "A Tale of Magic" (Una Storia di Magia) si torna invece su sonorità più power, con un ritmo brioso e davvero coinvolgente che riporta in superficie il lato solare della band. Le orchestrazioni non sono da meno, in quanto seguono perfettamente la melodia portante di De Micheli e ne confermano l'ariosità. Anche il titolo strizza l'occhio alle tematiche care alla band. Fabio Lione, dunque, si inserisce proprio in questa struttura e lo fa con scioltezza, senza contrasti, le sue linee vocali infatti si incastonano perfettamente con l'incedere grintoso della canzone, e il testo, come il titolo, sembra riportarci a un immaginario del tutto fantasy: "Ho solo una storia di magia e nello specchio tutte le cose sono ora chiare. Per tutte quelle lacrime che abbiamo imparato a nascondere i nostri sorrisi non saranno più gli stessi. Per una volta nella vita il futuro è mio, mi chiama dall'interno". Per una volta, poi, non troviamo un pre-ritornello, ma direttamente il ritornello, e questo è abbastanza un sollievo, in quanto ormai per tutto l'album abbiamo ascoltato sempre la stessa formula strutturale. Ora quindi la cosa sorprende un po', senza contare che il ritornello è anche più che riuscito. Le ritmiche si fanno meno saltellanti, così come la chitarra e le orchestrazioni, tutto per spianare la strada al refrain e alla sua melodiosità, sì, neanche stavolta abbiamo un ritornello epico e battagliero, ma la melodiosità non è troppo zuccherosa e piatta, sicché risulta sì molto orecchiabile, ma anche con la giusta dose di carica. Il difetto però sta nel testo, che pare allontanare dai territori Fantasy per abbracciare nuovamente una tematica chefa perno sul rapporto con l'altro (amore).Poco male, ma cerchiamo di dare più importanza alla musica, che in questo caso ritorna frizzante e saltellante con la nuova strofa, mischiando il tema dell'amore a quello fantastico, sfruttando l'escamotage del già menzionato specchio come portale entro cui passare per trovare delle risposte, anche se forse è solo una sorta di metafora. Il passaggio attraverso lo specchio è comunque un topos della letteratura fantastica; basti pensare che solo due anni dopo i Blind Guardian avrebbero pubblicato "Beyond the Red Mirror". La canzone comunque scorre bene e il ritornello ci dà ancora una volta la giusta carica, senza però sfociare in cori sacri e ritmiche muscolose. Una carica velata e non troppo esplicita. Dopodiché le orchestrazioni tornano a farsi sentire di più, e loro si danno una carica più esplicita grazie a sonorità solari. Queste ultime, poi, sembrano scomparire dopo l'assolo, a causa di un rallentamento cupo in cui le orchestrazioni stesse suonano più dense e tetre, quasi pesanti, mentre anche Fabio si lascia andare a un timbro dai toni più misteriosi con cui il cantante continua la sua storia, dando ancora una volta importanza al famoso specchio, alludendo al fatto che, forse, non è proprio una metafora: "Credo ancora che ciò che siamo stati è quello che siamo ora, saremo tutti liberi. Dentro allo specchio tutto è ora chiaro, dove niente è reale, oltre luce e sogni". Questo passaggio cupo però viene subito spazzato via dal magico ritornello, che accorre in nostro aiuto portandoci proprio luce e sogni, ma è per l'ultima volta, visto che le belle ritmiche baldanzose fanno ancora una volta la loro comparsa, con un Lione che sembra perso nello specchio, chiudendo quello che è uno dei brani migliori dell'album.

Dark Wings of Steel

La grinta e il brio di "A Tale of Magic" sembrano svanire con l'attacco della canzone che dà il titolo all'album, ovvero "Dark Wings of Steel" (Oscure Ali d'Acciaio). Il motivo è che il riff d'apertura suona quasi minaccioso, mentre il basso, con il suo suono grave e profondo, lo avvolge come un'ombra nera. Le sinfonie però sono meno cupe e diventano quasi eteree, ma con un pizzico di magniloquenza, non appena la batteria comincia ad accelerare proponendo un tappeto di doppia cassa. A questo punto, ora che tutto è pronto, Lione fa il suo ingresso in campo con linee vocali che sanno proprio di power metal, anche se intervallate brevissimamente da alcuni sussurri. L'incedere Power Metal ci fa pensare a un brano in pieno stile Rhapsody of Fire, ma ecco che i tempi rallentano e si fanno improvvisamente più cadenzati e minacciosi, con il cantante che viene anche aiutato da dei cori che gonfiano il tutto e lo rendono ancora più teatrale. Lo scenario si fa quindi più oscuro e plumbeo, siamo in mezzo a delle rovine antichissime (come ci suggerisce anche il videoclip) da cui sembrano provenire proprio i cori che ammoniscono e consigliano: "Gli incubi sono reali, spiega le tue ali e non sentirai né dolore né paura". Il ritornello torna a essere veloce e tipicamente power, non battagliero, non baldanzoso, ma comunque epicheggiante al punto giusto, senza suonare tronfio e troppo carico: uno dei più riusciti dell'album. L'accelerazione continua, e le rovine non sembrano più essere così opprimenti e maledette, anzi, grazie all'incedere potente, sembrano quasi sgretolarsi e lasciarci liberi dall'oppressione, mentre un drago pare guardarci dall'alto, in attesa di scendere in nostro aiuto. Anche qui, però, la cavalcata è interrotta bruscamente. La corsa verso la libertà trova un ostacolo e deve fermarsi: il rallentamento fa nuovamente la sua comparsa, così come i cori, e tutto ora sembra più apocalittico. Non pensate però che questi rallentamenti interrompano senza pietà le cavalcate, perché in realtà rendono il pezzo più interessante e variegato. In ogni caso, puntualmente riappare il ritornello, che come due enormi ali di drago avvolge tutto e planando dal cielo copre tutto con la sua ombra. A questo punto, il pezzo cambia umore repentinamente: il ritornello si interrompe in un attimo e la musica si fa soave e melodiosa, con la chitarra di De Micheli in primo piano. Chitarra che abbandona la melodiosità e si lascia andare a un assolo virtuoso, con la batteria sempre a grandi velocità ma che a un certo punto rallenta e viene affiancata dai cori, i quali accompagnano l'assolo ancora in corso, che a questo punto diventa ancora più virtuoso. Ora, come ci si può aspettare, la canzone si appresta a terminare, e lo fa proprio come ci si aspetta. Il ritornello plana nuovamente da cieli plumbei, volando sopra le nostre teste con fare apocalittico: "Luce eterna della gloria degli angeli, con oscure ali d'acciaio che scendono dal Cielo" . Però non è finita qui, perché c'è una piccola sorpresina: le orchestrazioni si sciolgono per un attimo dalla struttura portante e sembrano andare per conto loro, questo è un preludio per l'ultima accelerazione della canzone, che ora può dirsi conclusa. Title-track che si può considerare quasi un manifesto dell'album, in quanto sono presenti sia l'anima power della band, sia quella più cupa che, come abbiamo visto, è molto presente.

Sad Mystic Moon

Con "Sad Mystic Moon" (Triste Luna Mistica) l'album finisce, e possiamo dire con una certa confidenza che finisce in bellezza. Dei bellissimi e malinconici suoni orchestrali, tra cui spicca uno strumento forse a fiato di difficile identificazione, danno il via a tutto, ricordando l'inizio di "Custode di Pace". Tuttavia, ciò che segue non è una ballata, perciò l'ennesimo mid-tempo ci travolge con la sua potenza. Questo molto probabilmente è il più roccioso e pesante dell'album, nonché il più epico e magniloquente grazie a un lavoro orchestrale che ricorda molto da vicino quello di una colonna sonora, con fiati imponenti che si staccano dai pesanti riff di De Micheli per seguire una traiettoria tutta loro. Con la prima strofa, le chitarre si stemperano di molto, anzi, svaniscono del tutto, e quello che rimane è una batteria sempre piuttosto cadenzata, con una lieve sinfonia in sottofondo che prende per mano Lione e lo accompagna delicatamente. In tutto ciò, lui non oppone resistenza, perciò si lascia trasportare, cantando quietamente e in modo quasi soffuso, circondato da un'atmosfera che, non a caso, sembra essere illuminata tenuamente dalla Luna. Nel pre-ritornello, la musica sembra volersi liberare dalla leggiadria, e infatti il basso riprende quasi di nascosto le ritmiche iniziali, mentre il lato sinfonico comincia a tornare in primo piano. Insomma, il solito climax, questa volta abbellito da versi in italiano cantati con una certa teatralità dal bravissimo cantante, il quale pare essere seduto su un molo a guardare l'orizzonte e il cielo, mentre improvvisamente si sveglia e torna alla realtà, è questa l'immagine che sovviene alla mente, grazie anche all'atmosfera del brano che culla l'immaginazione. La parabola strumentale, come da copione, trova il suo culmine nel bellissimo ritornello, che è senza alcun dubbio il più riuscito dell'album, e quasi ci spiazza con la sua maestosità. Le linee vocali non sono banali e non suonano né stanche né insipide anzi, mentre i cori sono gestiti magnificamente; in tutto ciò, talvolta ci sono dei picchi che sovrastano la voce di Fabio Lione, rendendo il tutto più bombastico. Il testo è altrettanto funzionale, e sembra proprio essere una preghiera alla Luna, che ci osserva dall'alto: "Triste Luna mistica con sfumature di grigio, che soffi vita nei miei sogni, salva la mia anima dal dolore infinito, lava con le tue fiamme tutti i miei peccati". La magniloquenza sembra lasciare una scia, vestita dei panni degli imponenti fiati, ma poi si stempera con l'inizio della nuova strofa, che come con l'incipit, suona più leggera e semplice, anche se la chitarra prende una maggiore posizione. L'uomo è ancora seduto a osservare il mare e soprattutto a riflettere: "Ascolta, è così silenzioso, tutte queste onde di nuovo, pensando al mio futuro guardando attraverso il mio passato". La Luna lo illumina dall'alto mentre le onde si muovono verso di lui, quasi invisibili e annunciate dal loro scrosciare. Uno scorrere che si fa più rumoroso mano a mano che le onde si avvicinano e svegliano l'uomo dalle sue riflessioni, nello stesso modo il pre-ritornello rende la musica più imponente ed enfatica, con lo sfogo nel refrain e nella preghiera di cui ne fa parte. Dopodiché il mid-tempo si fa ancora più roccioso e basico, ma è solo per un attimo, perché poi ci pensa De Micheli con un brevissimo assolo a riportare un po' di melodia, a cui segue l'accoppiata musicale già ascoltata. Un ritornello che, comunque, stupisce ogni volta che lo si ascolta, ma questo loro lo sanno e, per fortuna, prima della fine del pezzo, la band lo ripete per due volte, con l'ultima volta che sembra essere un po' più alta delle precedente, rendendo quindi tutto ancora più emozionante. Con questo, l'album si chiude in bellezza, proprio con il pezzo migliore.

Conclusioni

All'inizio della recensione avevamo elencato alcuni interrogativi che ronzavano nella testa di molti fan. Ora che abbiamo ascoltato tutto l'album possiamo rispondere a qualcuno. Dunque, dopo la fine della saga, che vi ricordo essersi conclusa con "From Chaos to Eternity", la band decide di non iniziarne un'altra e nemmeno di creare un altro sequel per quella appena conclusa ( che ricordiamo essere un sequel essa stessa). Troviamo infatti canzoni slegate da qualsivoglia concept, con testi scritti da Fabio Lione che spesso e volentieri sono lontani pure dal Fantasy. Tutto questo potrebbe spiazzare moltissimi fan, ma in realtà potrebbe anche essere un tentativo di andare oltre, cercando di staccarsi da una formula che ormai era diventata come una seconda pelle per la band. Il tentativo è apprezzabile, ma c'è da dire che molti testi, forse la maggior parte, sembrano troppo astratti, troppo sibillini e scritti quasi senza una vera idea di base. Ecco, un po' confusionari, perciò si sente la mancanza di quei testi - spesso giudicati banali - che inneggiano ad armi, draghi e a tutti i luoghi comuni del genere a cui ci hanno abituato. Per lo meno, c'era un senso e veniva voglia di cantarli, anche in virtù dei testi meno criptici, di cui si conosceva meglio il significato! Ma vi chiederete: per quanto riguarda il lato musicale invece? Come ascoltare "Dark Wings of Steel"? L'assenza di Turilli pesa? Forse sì. Come per il lato testuale, anche in quello compositivo c'è qualche cambiamento. Lo stile della band è sempre riconoscibile, ma, come abbiamo visto durante la disamina, l'approccio è molto diverso, l'atmosfera che si respira è decisamente diversa. Se infatti in passato si cercavano soluzioni magniloquenti, bombastiche ed epiche, ma con una pesante spolverata di positività, qui suona tutto più minimale, roccioso e cupo. Non manca l'epicità, ma se dobbiamo fare una comparazione con i lavori precedenti essa è sempre al servizio di un umore più grigio dal retrogusto malinconico, almeno per quanto riguarda la maggior parte delle canzoni. Quindi, dopo l'ascolto dell'album viene subito da pensare che il fantasy, l'epicità, i ritornelli orecchiabili e baldanzosi e così via erano tutti appannaggio del chitarrista triestino, e ora che non c'è più non c'è più spazio per questi voli di stile. Va però detto che la nuova veste della band, più quadrata e spartana, non dispiace, anzi, è molto apprezzabile il tentativo proposto con questo disco, tant'è che a molti sarebbe piaciuto vedere come avrebbero continuato se avessero continuato su questa strada, magari dopo un po' di rodaggio. Sì, perché quest'album a volte suona insicuro, come se davvero lo sconvolgimento del cambiamento di formazione avesse creato un terremoto. Scorre quasi stancamente, a tratti senza voglia, e alcune canzoni della parte centrale si salvano soprattutto perché abbiamo a che fare con dei professionisti e perché c'è un Fabio Lione che è sempre autore di prestazioni vocali molto belle. Manca spesso il mordente, e questa nuova via sembra non esser stata presa con convinzione: canzoni come "Fly To Crystal Skies" e "My Sacrifice" sarebbero potute essere delle belle canzoni prog/power, invece a soluzioni efficaci si affiancano soluzioni che lo sono di meno e che appiattiscono il risultato finale. Forse sarebbe servito un po' di coraggio in più, ma è anche vero che non è sempre facile lavorare dopo un colpo alla formazione di questo genere. Tuttavia, non mancano i bei pezzi, i quali si trovano nella prima e nell'ultima parte. Pezzi come "Rising From Tragic Flames" e "A Tale of Magic" strizzano molto l'occhio alle classiche sonorità della band, mentre la title-track, "Angel of Light" e "Sad Mystic Moon" sono proprio animate da quel corpus malinconico e grave di cui abbiamo spesso accennato. Inoltre, la ballata è più vicina a sonorità commerciali che a quelle liriche o medievali a cui ci avevano abituato, e questo non è per forza un male. In conclusione, detto ciò, l'album non è certamente brutto, ma il suo incedere senza molti scossoni e con poche scintille non lo rende un album che si ha voglia di ascoltare in continuazione.

1) Vis Divina
2) Rising from the Tragic Flame
3) Angel of Light
4) Tears of Pain
5) Fly to Crystal Skies
6) My Sacrifice
7) Silver Lake of Tears
8) Custode di Pace
9) A Tale of Magic
10) Dark Wings of Steel
11) Sad Mystic Moon
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