RHAPSODY

Legendary Tales

1997 - LMP

A CURA DI
CRISTIANO MORGIA
18/10/2016
TEMPO DI LETTURA:
9

Introduzione Recensione

I Rhapsody of Fire (all'epoca dell'album di cui oggi disquisiremo, ancora solo Rhapsody) sono una delle band Metal più importanti ed influenti degli anni '90, soprattutto per quanto riguarda il Power Metal; i Nostri sono stati, infatti, in grado di dare letteralmente nuova linfa al suddetto genere, portando un'incredibile ventata di novità e personalità all'interno del panorama. Un'onda tale da farne appunto una delle band più seguite nonché (in futuro) imitate del panorama Power; arrivando,  negli anni a seguire, addirittura ad essere citata in contesti di Metal estremo (sinfonico, ovviamente. Stilemi ampiamente ripresi anche da band non propriamente legate al mondo musicale tipico dei Rhapsody). Insomma, una band che, nel bene o nel male, che piaccia o meno, si è guadagnata la sua fetta di gloria e di fama, diventando un metro di paragone per chiunque si cimenti col Power o più precisamente con il Symphonic Power Metal (sottogenere praticamente teorizzato da loro). La storia della band comincia nel 1993, in quel di Trieste. E' qui che abbiamo le primissime origini del nucleo, col nome di Thundercross; un nucleo che andrà poi evolvendosi sino a formare la band vera e propria, inizialmente incarnata da due rilevanti personalità. Ossia Luca Turilli e Alessandro Staropoli, entrambi amanti del Metal e della musica classica (soprattutto quest'ultimo aspetto risulterà fondamentale ai fini del tutto), ai quali si aggiungeranno di seguito Roberto de Micheli (che se ne andrà dopo poco, ma è comunque membro attuale della band), Cristiano Adacher, Andrea Furlan (anche lui lascerà la band prima del debutto) e Daniele Carbonera; rispettivamente alla chitarra, alla voce, al basso e alla batteria.  Con questa formazione, nel 1994, venne quindi pubblicato il demo "Land Of Immortals", che verrà seguito qualche tempo dopo da un altro EP: "Eternal Glory" (licenziato dalla "LMP", etichetta tedesca la quale suggerì ai Nostri di adottare proprio il nome Rhapsody). Visti gli apprezzamenti ricevuti ed il plauso più o meno unanime, sia da parte della critica specializzata sia da parte di un pubblico sempre più interessato a questo giovane combo, sembrava proprio che l'ora di pubblicare il primo album fosse decisamente arrivata; questo, tuttavia, provocò qualche cambiamento importante in formazione, come già anticipato pocanzi: verrà infatti reclutato un certo Fabio Lione, già conosciuto nella scena Power italiana per aver cantato nel debutto dei Labyrinth "No Limits" (1996). Nel 1997, con una formazione stabile costituita quindi da Turilli, Staropoli, Lione e Carbonera, uscì dunque e finalmente "Legendary Tales" (sempre per LMP), il possente esordio dei Rhapsody. Un album, per certi punti di vista, davvero leggendario come il suo nome volle. Un album che avrebbe cambiato il modo di suonare, vedere e anche vivere il Power. La proposta dei nostri infatti è originale, fresca ed appassionante: accanto agli stilemi del Power più classico di chiara derivazione Helloween (soprattutto per ritmiche e melodie) troviamo infatti tantissimi altri elementi, i quali, ben amalgamati, portarono i triestini a creare quasi un loro personalissimo concetto di Metal, per molti versi quasi "avulso" alla loro scena contemporanea. In quasi ogni canzone troviamo infatti inserti sinfonici di chiara ispirazione barocca, orchestrazioni sontuose, elementi davvero ben pensati ed ispirati, che quasi prendono addirittura il sopravvento su tutto il resto. I numi tutelari della componente più classica sono da ricercarsi in Vivaldi, Bach e Paganini, nomi che abbiamo già udito nella storia del Metal e ci ricollegano, per forza di cose, ad un altro maestro dell'acciaio più tipicamente "neoclassic". Chiaro che, tirando in ballo determinati personaggi, non potevano mancare assoli e fraseggi chiaramente ispirati al virtuoso Yngwie Malmsteen, vero e proprio teorico di un certo tipo di musica. Un campionario di sensazioni e trovate differenti e complementari, il qual non si esaurisce certo qui: vicino a queste soluzioni più straripanti e virtuosistiche, infatti, c'è spazio anche per soluzioni più semplici e delicate, che trovano vita in momenti "folkeggianti" e acustici che sanno tantissimo di Medioevo o Rinascimento. Un tipo di musica che molti, all'inizio, videro adatta a descrivere immaginarie scene di chissà che film a tema fantasy; motivo che spinse band e critica a coniare il termine "Hollywood Metal", per descrivere appieno canzoni le quali sembravano effettivamente tratte da pellicole quali "Excalibur" o "Highlander". Tutta questa varietà e ricchezza musicale risultò inoltre messa al servizio di una struttura più grande, ossia quella del concept album; proprio da qui ha infatti inizio la cosiddetta "Emerald Sword Saga" (i cui testi sono totale appannaggio di Luca Turilli), ossia una vera e propria saga Fantasy con tutti i crismi, che non si chiuderà che nel 2002 con l'album "Power Of The Dragonflame". Come i Blind Guardian, i maestri del genere e padroni assoluti degli anni '90 in campo Power, e come moltissime band Power in generale, anche i Rhapsody si cimentano quindi con tematiche Fantasy. In questo caso, tuttavia, non ci sono varie canzoni scollegate tra loro e che prendono ispirazione da tante opere e fonti diverse: ogni canzone di "Legendary Tales" è un episodio della saga, ogni canzone è un tassello importante per la crescita e lo sviluppo del concept, piano piano l'ascoltatore viene a conoscenza di personaggi e luoghi, seguendo passo passo la "quest" dell'eroe: il Guerriero di Ghiaccio.  Il protagonista è stato scelto per compiere una missione fondamentale, ovvero salvare il mondo dalle minacce del topico oscuro signore, qui è impersonato da un certo Akron. Per farlo deve recuperare un oggetto magico (anch'esso caratteristico di quasi tutta la letteratura Fantasy) in questo caso corrispondente ad una spada leggendaria, la cosiddetta Spada di Smeraldo, che poi è l'arma che di fatto dà il titolo alla saga stessa, proprio per sottolinearne l'importanza. In estrema sintesi questo è il vero principio della vicenda, ne seguiremo comunque gli sviluppi durante il track-by-track più avanti. In ogni caso, la musica dei Rhapsody non deve essere sentita e vista come una sterile e pigra giustapposizione di elementi presi da un passato più o meno recente, sarebbe un errore grossolano; i Rhapsody prendono tutte quelle ispirazioni (aggiungondoci la loro bravura, la loro ispirazione ed elementi personali, ovviamente) e le fondono insieme per creare un qualcosa di nuovo e mai sentito prima (che poi era proprio questo l'intento di Staropoli e Turilli: suonare musica come nessuno aveva ancora fatto). Immaginatevi una tavolozza da pittore, su di essa sono sparsi tanti colori diversi, anche molto differenti tra loro; ora immaginatevi un pittore (Turilli e co.) che con un pennello, e grazie al suo proprio genio, li mischia tutti quanti creando un nuovo colore che pur portando in sé le flebili tracce della mistione resta un colore mai visto prima messo al servizio del nostro pittore, che può così usarlo per continuare ed arricchire l'enorme affresco del Metal. Il nome di quel nuovo colore è proprio Rhapsody.

Ira Tenax

"Male sit tibi tenebrarum rex/ ab initio ad finem sacra ultio/ cruenta pugna et epicus furor/ contra mali discipulos". Con questi profondi versi in latino in stile Carmina Burana, accompagnati da una misteriosa tastiera di Staropoli, si apre "Legendary Tales". Già da quest'intro dal titolo "Ira Tenax (Ira tenace)", le intenzioni della band sono abbastanza chiare: musica sinfonica come mai prima d'ora impreziosita addirittura da possenti ed evocativi cori in latino, che creano subito l'atmosfera giusta per iniziare il viaggio attraverso il concept, seguendo le gesta del Guerriero di Ghiaccio. 

Warrior of Ice

"Warrior of Ice (Il Guerriero Di Ghiaccio)" è proprio l'opener. La canzone si apre gloriosa e straripante, piena di gloria e phatos, con un Fabio Lione davvero teatrale e convincente qui nei panni del protagonista che lancia la sua sfida: "Demons of abyss wait for my pride/ on wings of glory I'll fly brave and wild/ I'll stop your madness your thirst for blood/ to bring them peace where love must reign". Si lascia presto il posto ad un riff che coadiuvato da un acuto di Lione lancia il pezzo verso grandi velocità. La cavalcata vera e propria ha inizio ora: si nota subito che le tastiere non sono messe lì a caso, non sono solo un sottofondo che sorregge le ritmiche, proprio no. Esse sono protagoniste, sono presenti e vive, Staropoli le fa suonare al suono di fiati e archi che rendono l'atmosfera ancora più magica, eroica ma soprattutto da colonna sonora. Su questi ritmi veloci si comincia ad accennare al concept: gli anziani avevano già predetto da tempo che l'oscurità sarebbe calata da tempo su Algalord e per questo c'è bisogno di un eroe, il Guerriero di Ghiaccio, in grado di combattere il male e sconfiggere la "bestia" , come recitano i versi del pre-chorus: "You're the chosen face the evil son of holy ice". A questo punto parte il bellissimo ritornello, maestoso e corale, tutto da cantare, sembra davvero di vedere il nostro protagonista in sella al suo destriero cavalcare per le lande di Algalord mentre tutti lo aspettano e lo incitano per la riuscita della sua missione: "Mighty warrior for the legend ride again/ from the hills for peace and love to the sea of gold/ my land must be free!". Dopodiché la cavalcata, sia musicalmente sia letteralmente, prosegue, citando i luoghi attraversati dall'eroe; seguendo lo stesso canovaccio delle strofe precedenti ritroviamo di nuovo il pomposo ritornello, sempre catchy ed irresistibile. Dopo di esso però troviamo un cambiamento d'atmosfera bello marcato: è infatti un coro potente, cadenzato e glorioso che irrompe, circondato da fiati vittoriosi e versi coraggiosi e battaglieri. "March to hell Irengard brothers/ together we'll face the flames fearless and brave/ on the grass where blood we'll shed/ flowers of real hope will bud again?" La quest può cominciare, e c'è bisogno dell'aiuto di tutti! Anche l'ascoltatore si sente parte dell'impresa. Il possente coro si interrompe all'improvviso per lasciare spazio ad un brevissimo momento dolce e pacato in cui tutto sembra fermarsi, in cui Fabio mostra un lato della sua voce più delicato e soffuso che quasi contrasta con i versi (già visti prima, in una veste pomposa) speranzosi e ottimistici da lui cantati: "And on the grass where blood we'll shed/ flowers of hope will bud again?". Il guerriero sembra ponderare, l'impresa è grande, ne varrà la pena? Per il momento sembra proprio di sì, visto che la speranza ancora è viva nel suo cuore, tanto da riuscire a trasmetterla a noi ascoltatori. Questo momento riflessivo dura giusto un attimo però, difatti la canzone riparte come l'avevamo lasciata, veloce e solare, salvo poi cambiare ritmo di nuovo. I Rhapsody sembrano proprio inarrestabili, questa canzone potrebbe essere tranquillamente vista come un vero e proprio manifesto non solo della band ma anche del genere. Troviamo qui il primo intermezzo completamente sinfonico, in cui gli archi e addirittura un clavicembalo sembrano prendere il posto degli strumenti Metal tradizionali, e per un attimo sembra proprio così; dopo un po', però, quella che sembrava una sinfonia solitaria d'archi diventa un duello tra quest'ultimi e i velocissimi assoli neoclassici di Turilli. Finito quest'intermezzo barocco si torna al ritornello, ripetuto due volte nel finale, che chiude alla grande quest'opener, questa canzone-manifesto. Una vera ventata di freschezza per gli ascoltatori dell'epoca.

Rage Of The Winter

Un leggero vento e delle tastiere misteriose e sinistre aprono "Rage Of The Winter (La Rabbia dell'Inverno)", che a dispetto del titolo e dell'introduzione si trasforma subito in una canzone molto positiva e paradossalmente abbastanza solare, soprattutto nel ritornello. Questo perché, forse, l'inverno non è vissuto come una stagione distruttiva, glaciale e/o malvagia, ma come parte di un processo più ampio, come semplicemente facente parte della Natura che lo ingloba. L'inverno quindi è vissuto positivamente perché è parte dello scorrere delle cose; una visione molto "Turilliana", questa tipica della poetica del Nostro. Ma andiamo per ordine: dopo quell'intro oscuro la canzone parte nella classica cavalcata in doppia-cassa, il nostro eroe viene dal Nord, ed è dunque abituato a temperature rigide e a condizioni climatiche sfavorevoli, l'inverno è la sua stagione; può quindi proseguire la sua corsa verso la città di Ancelot. La cavalcata però presenta anche dei momenti di tranquillità, momenti in cui il Guerriero di Ghiaccio si ferma a contemplare la natura che lo circonda, sprazzi di pace che si traducono in musica con versi pacati e sognanti in cui Fabio Lione gioca su tonalità più basse e soffuse, così come la musica stessa si addolcisce: le tastiere pompose spariscono, i riff velocissimi di Turilli anche e la batteria di Carbonera diminuisce di moltissimo la velocità. Un momento di serenità, dunque, che esplode subito in un ritornello positivissimo, "saltellante" e davvero accattivante, in cui si celebra con rispetto la forza dell'inverno: "Rage of the winter mould the horizon/ cover the mountains forest and lakes/ Rage of the winter magical wonder/ enchanted fury majestic force!". La strofa successiva si pone sugli stessi binari della prima, continuando il discorso celebrativo dell'inverno, questa volta con versi poetici che hanno del romantico: "There are no words to describe the poetry of landscape/ I can receive all the magic that my season gives/ Tears of winter falling on me freezing my dark side/ my heart must be wide fair full light eyes". Si torna subito al ritornello solare, atteso e accolto proprio come un raggio di sole durante una cupa giornata invernale, concluso da una melodia chitarristica di Turilli delicata invece come una leggera nevicata. Da questo momento ha inizio il lunghissimo intermezzo strumentale (circa 3 minuti), introdotto dalle tastiere velocissime e leggermente sinistre di Staropoli, che si snoderà tra fughe solistiche, scambi Neoclassici tra Turilli, ora melodico ora aggressivo e tagliente, e lo stesso Staropoli, tra momenti sognanti e pacati impreziositi dal flauto di Manuel Staropoli (fratello proprio di Alex). Come l'inverno non è sempre uguale a sé stesso, ma varia, alternando momenti di calma e pace in cui tutto sembra gelido e silenzioso, in cui  la natura sembra fermarsi per farsi ammirare nella sua staticità apparente a momenti in cui invece se ne può ammirare la forza distruttiva e devastante, in cui la natura stessa è tutt'altro che silenziosa e statica, nello stesso modo la band alterna quei momenti pacati citati più su ai momenti più veloci e travolgenti, forse proprio per portare in musica l'essenza della stagione qui descritta. Un momento davvero esaltante, dunque, per gli amanti dei virtuosismi e dei "dialoghi" tra strumenti. Terminato questo momento la canzone torna nelle mani di Fabio Lione, il quale riprende la strofa iniziale che, come ad inizio pezzo, porta direttamente al ritornello posto in chiusura.

The Forest Of Unicorns

Dopo questa cavalcata invernale arriva il momento per il Guerriero di Ghiaccio di riposarsi.. e quale miglior posto per cercare ristoro, se non nella "The Forest Of Unicorns (La Foresta degli Unicorni)"? Il pezzo è abbastanza spiazzante e sorprendente, anche se si pone su dei binari già tracciati dai Blind Guardian qualche anno prima (ossia quello dei pezzi acustici medievaleggianti). I Rhapsody forse accentuano, se possibile, ancora di più il lato magico ed evocativo del tutto, trasformando Lione in un vero e proprio menestrello che fa tornare alla mente addirittura Angelo Branduardi. Siamo accolti nella Foresta degli Unicorni dal suono di un flauto dolce (sempre appannaggio di Manuel Staropoli) e di una chitarra acustica, sul quale si adagia la voce di Lione, qui calda e soave, e nello stesso tempo sognante, senza però rinunciare ad un pizzico di malinconia; perfetta per questo tipo di canzone, insomma, e per il momento di tranquillità che si vuole descrivere. Il protagonista del concept può finalmente adagiarsi tra gli alberi e godersi il primo vero momento di riposo, in cui si abbandona alla natura circostante, cercando quasi di dialogare con essa: "So hardy trees let me hear your words/ about those memories/ please tell me all about our hold/ and epic battles they won". Il ritornello, impreziosito da una voce femminile, cambia però le carte in tavola, proponendosi come controparte, sì pacata, ma decisamente felice e positiva. Sembra quasi di vedere una danza catartica intorno al fuoco, una danza in cui si caccia via il male dalle menti, cercando di ottenere lo stesso risultato nella realtà, grazie ovviamente all'aiuto del nostro eroe. Se nella canzone precedente si celebrava l'inverno, qui si celebra la foresta circostante che fa da rifugio al Guerriero, una foresta tipicamente Fantasy abitata da unicorni e sede di tutti i valori positivi per cui vale la pena combattere, come testimoniano le liriche della seconda parte del ritornello: "The secrets of this forest/ the ride of unicorns/ are treasures of these valleys/ where freedom has its throne/ where love must reign eternally/ avoiding acts of war". Dopo questo momento estremamente positivo i Rhapsody decidono di proseguire invece con un'altra strofa dal retrogusto malinconico, in cui anche il suono del flauto si fa più grave, come se per un attimo la mente tornasse a pensare al pericolo imminente che Algalord sta per affrontare: "We must have all their valour/ to defend these lands/ or the sun in these valleys/ will not shine again". Poco da fare però, questo doveva essere un momento di pace e tranquillità e tale resterà grazie al ritornello che lo ribadisce di nuovo, e anzi, più si avvicina al finale più aumenta di intensità proponendo anche delle belle alternanze con le onnipresenti melodie di flauto dolce e tin whistle.

Flames of Revenge

E' però tempo di ripartire, il Guerriero di Ghiaccio torna in sella al suo unicorno per continuare il suo viaggio alla ricerca delle tre chiavi; con "Flames of Revenge (Le Fiamme della Vendetta)" si torna infatti su ritmiche veloci tipicamente Power, sempre sorrette dal lavorio incessante delle tastiere di Staropoli. Qui assistiamo al primo intoppo della quest, alla prima vera prova che l'eroe deve superare: la morte della sua amata, la principessa Airin (in realtà tenuta in ostaggio da Akron in persona dopo aver distrutto la città di Ancelot). La vendetta del titolo fa dunque riferimento proprio a questo episodio, l'eroe dunque trova nuova linfa e nuovi pretesti per continuare a combattere e sconfiggere l'Oscuro Signore, anzi, questa tragedia lo rende ancora più sicuro e deciso sul da farsi, come si legge negli ultimi versi epici e rallentati della strofa introduttiva, che hanno tutta l'aria di essere un pre-chorus: "Brothers I'm ready the ride can begin/ for you I must win". La sensazione che stia per arrivare il ritornello viene subito spazzata via da un acuto di Fabio, il quale invece riporta il pezzo sulle ritmiche iniziali e su una nuova strofa in cui l'eroe dichiara ancora le sue intenzioni e la sua voglia di salvare le Terre Incantate, ribadite poi ancora di più dal pre-chorus: "I'm looking forward to avenge all those killed/ to be face to face". Dopodiché arriva finalmente il ritornello, condito da delle bellissime note lunghe, alte e vibranti dell'eccellente Lione; meno catchy e diretto rispetto a quello delle canzoni precedenti ma decisamente evocativo ed eroico, poiché si pregusta già l'effetto che avranno le mortali fiamme della vendetta una volta liberate. Un'accattivante melodia di Turilli ci porta però verso dei cori gravi e possenti che per un attimo, quando si fa riferimento alla morte della principessa Airin, dialogano anche con un Lione/Guerriero di Ghiaccio delicato e malinconico; salvo poi tornare immediatamente sui versi corali e possenti, in cui anche la musica torna più eroica e maestosa: "Come out from your abyss/ her tears seek revenge/ for this cruel tragedy/ flames are burning high". Da questo preciso momento ha inizio uno degli intermezzi strumentali e sinfonici migliori di tutto l'album. Nella prima parte gli archi sono i protagonisti assoluti, sembra davvero di sentire Vivaldi, gli strumenti Metal tradizionali in questo frangente si limitano ad accompagnare la musica, facendoci notare come mai prima d'ora si era data una così grande importanza e spazio di espressione alla Musica Classica all'interno di un contesto Metal, ed è proprio questo uno dei cambiamenti più importanti che i Rhapsody portano al nostro genere preferito. Ovviamente Luca Turilli non si lascia mettere da parte e risponde agli archi con uno dei suoi assoli neoclassici, proponendone in quest'occasione uno leggermente più incattivito del solito; Staropoli conclude l'intermezzo con un veloce e sognante assolo di tastiera che riporta la canzone al pre-ritornello che già  abbiamo sentito ad inizio canzone, il quale, a sua volta, ci introduce nuovamente all'eroico ritornello, reso ancora più enfatico dalle scorribande chitarristiche di Turilli messe ad accompagnarlo e dai vocalismi pieni e densi di Fabio Lione che vola sempre più in alto al grido di "Flames of revenge!". Non c'è tempo per gli indugi però, il Guerriero riesce ad incontrare le truppe del Principe Arwald, insieme alle quali partirà alla volta della città di Elnor. 

Virgin Skies

 "Virgin Skies (Cieli Vergini)" è un breve intermezzo strumentale che non dura neanche due minuti, un momento in ogni caso molto piacevole e dal marcato sapore barocco, grazie alla scelta di usare le sonorità del clavicembalo a fianco ai flauti. Un altro momento di pausa per il Guerriero dunque, utilissimo più che mai, giacché siamo già giunti alla traccia n° 7, in cui l'eroe dovrà addentrarsi in delle terre molto particolari.

Land Of Immortals

L'ascolto prosegue infatti con "Land Of Immortals (La Terra degli Immortali)", grandissimo classico di quest'album e tuttora una delle canzoni più suonate dal vivo dai Rhapsody. Il pezzo parte con chitarra e batteria che si assestano su ritmiche preparatorie a velocità non troppo elevate, alle quali si lega subito la tastiera di Staropoli che esegue delle melodie d'archi che si intrecciano tra loro piuttosto sognanti e solari, preludio comunque alla vera partenza della canzone. Il preludio infatti sfocia nella classica cavalcata Power Metal, con ritmiche chitarristiche velocissime ma molto melodiche e la doppia-cassa di Carbonera che non ha un attimo di tregua, il tutto impreziosito di molto dal lavoro alle tastiere del solito Staropoli, senza contare il grandissimo apporto di Lione, che in questa prima strofa (ma come in tutto l'album praticamente) si fa apprezzare per il suo timbro limpidissimo, espressivo ed originale, il quale si sposa benissimo con il genere proposto, dandoci, da vero rapsodo, ancor di più la sensazione di una cavalcata attraverso terre incantate. Il ritornello arriva subito ed è impossibile rimanere impassibili, essendo sì orecchiabilissimo ma anche abbastanza eroico e dalle tinte spavalde, con un Fabio che spinge leggermente di più con la voce per arrivare a note un po' più alte e piene senza però esagerare, il tanto che basta per creare un ritornello memorabile in cui anche le liriche baldanzose aiutano in questo senso: "Land of immortals I wait for my day/ to reach the wisdom of your skies/ Land of immortals you must belong to me/ from here to eternity". Il Guerriero di Ghiaccio spera, una volta compiuta la sua eroica missione, che il suo spirito possa dimorare in queste terre, diventando così, in un certo senso, immortale e per sempre legato al mondo che ha salvato. Melodie sinfoniche ci trasportano verso la seconda strofa, in cui il narratore esterno Aresius (che in realtà è il narratore di tutta la saga) mette in guardia il nostro eroe, ma anche noi ascoltatori, dei pericoli che costellano queste terre e soprattutto delle prove da superare per trovare le 3 Chiavi, più precisamente la seconda in questo caso, custodita dal drago Tharos: "And between Elgard's hills near the ancient ruins of Kron/ you will face the trick of the old dwarf/ To obtain the second key you have to cross the bloody sea/ where the thirst of Tharos never ends". L'avvertimento del mago Aresius però sembra non scuotere troppo il Guerriero, che orgoglioso e impavido ricanta il ritornello, contagiando anche noi ascoltatori con il suo coraggio. Non appena il ritornello termina però inizia la parte prettamente strumentale e solistica della canzone, aperta dai barocchismi sinfonici di Alex Staropoli che vengono subito interrotti dagli assoli in sweep-picking di Luca Turilli (in quest'occasione registrati in overdubbing), a loro volta interrotti addirittura da un breve assolo di basso (strumento che in quest'album è suonato dai membri degli Heaven's Gate Robert Hunecke e Sascha Paeth, quest'ultimo anche produttore dell'album insieme a Miro, sempre membro della band tedesca). Finita questa breve sezione solistica la canzone cambia improvvisamente ritmo, facendosi lenta e quasi onirica: la voce di Fabio quasi sfocia nel canto lirico (in futuro darà prova di essere davvero in grado di padroneggiare quello stile) e si intreccia ad altri suoi vocalismi, più angelici ed eterei però, mentre la tastiere in sottofondo danno un tocco di mistero. Tastiere che poi si lasciano andare ad un'altra eccitante sezione solistica tipicamente Neoclassic, fatta di dialoghi con la 6-corde di Luca e vivaci fughe. Un momento che comunque non dura moltissimo e lascia subito spazio al classico ritornello finale, che porta la canzone verso la fine appunto, enfatizzata da ritmiche veloci e da tastiere ancor più presenti e variegate che non fanno che aumentare la sensazione di magia che pervade tutto l'album.

Echoes Of Tragedy

La prossima canzone è "Echoes Of Tragedy (Echi di Tragedia)", che possiamo tranquillamente definire come la ballata dell'album. Il pezzo si apre con uno struggente pianoforte, infatti, il quale (insieme a degli archi lontani e leggeri) accompagna la voce del mai troppo lodato Fabio Lione, che qui si esibisce su vocalità in tema con la base musicale, ossia soffuse e piuttosto tristi. Inoltre, non ci sono chitarre e tastiere pompose e felici: siamo pur sempre davanti alla tragedia, l'impresa del Guerriero sarà anche gloriosa, ma deve essere compiuta per fermare un male più grande che non ha assolutamente niente di glorioso; il nostro eroe sembra rendersene conto, mostrandoci i suoi pensieri più intimi. Il ritornello corale è potente, sacrale ed epico, neanche qui ci sono chitarre, basta un organo e dei vittoriosi fiati a rendere il tutto glorioso ed estremamente maestoso, anche se ancora con un tocco di malinconia, sembra quasi di ascoltare "The Crown and the Ring" dei Manowar, brano inserito nel loro capolavoro "Kings Of Metal" (1988). Anche il testo si fa meno triste e lirico, riportando il guerriero su toni a lui più consoni: "Echoes of tragedy carved on my steel/ in this neverending fight against the beast/ soldiers of twilight turn back to hell/ burn in your fire or glory for me will be your end". Il ritornello si spegne delicatamente e riporta la canzone in mano al pianoforte e ai versi drammatici della strofa che segue; è bello vedere come la band riesce a creare questo contrasto tra strofe e ritornello all'interno di un solo pezzo, creando nello stesso tempo delle perfette unioni tra la musica e le parole che essa accompagna, come testimoniano proprio questi versi estremamente drammatici e cupi, intrepretati magistralmente da un ispiratissimo Lione: "Mothers and children embraced in blood/ torture and rape will leave their sign/ after the sorrow I call the holy rage/ burn in my heart now flames of blind hate". Il pezzo purtroppo è abbastanza breve, e dopo la strofa appena analizzata ritorna il ritornello sacrale a chiudere la canzone, che per fortuna però si ripete, dandoci la possibilità di apprezzarlo per l'ultimissima volta, immersi tra fiati altisonanti ed monolitiche percussioni.

Lord Of The Thunder

La penultima traccia risponde al nome di "Lord Of The Thunder (Signore del Tuono)" e ci riporta verso ritmiche veloci e cavalcate epiche. L'introduzione però è cadenzata e positivamente gloriosa, il Guerriero sembra essersi ripreso dal momento di malinconia della traccia precedente e ne abbiamo conferma quando dopo pochi secondi il pezzo si trasforma: dei riff veloci, energici e nervosi prendono il posto delle ritmiche introduttive mentre le tastiere tessono un sottofondo delicato ed etereo, creando un bellissimo contrasto. Sembra quasi di vedere l'unicorno della copertina agitarsi perché voglioso di cavalcare a grandi velocità attraverso le Terre Incantate ma imbrigliato e trattenuto dal Guerriero che aspetta il momento giusto per caricare; momento che arriva dopo non troppo quando quasi allo scoccare del minuto inizia la cavalcata! Carbonera alla batteria si lascia andare alle classiche sfuriate in doppia-cassa, la voce di Fabio è limpida, potente ed espressiva, le ritmiche di chitarra sono serratissime e le tastiere classicheggianti danno il tipico tocco cinematografico e pomposo a cui la band ci ha abituato fino a questo punto. Neanche nel pre-chorus c'è un rallentamento, anzi, vengono in aiuto altre tastiere. Dopo il pre-chorus, però, stavolta non troviamo il ritornello ma anzi una nuova strofa veloce e galoppante, uguale alla precedente, in cui vengono svelate tutte le intenzioni battagliere del nostro eroe: "Rage in my heart crossing the forest riding my black horse/ across the valley along the river where the hot blood flows/ Over the lakes and over the hills I follow the call of the wind/ uphold the legend and for my princess I will fight and win". Intenzioni che vengono ribadite nuovamente nel pre-chorus, che vede Fabio Lione toccare note più alte e piene, dando ancora più enfasi alla canzone: Holy flame burn again for eternity burn my heart to win/ the holy war is awaiting another fiery king". Questa volta però il ritornello arriva davvero in tutta la sua maestosità e non è altro che una preghiera al Dio del Tuono, come suggerisce proprio il titolo, nella veste di un coro avvolgente, circolare e spavaldo, retrospettivamente possiamo dire che è tipicamente "Rhapsodiano", basandoci sulla gran quantità di canzoni che i nostri costruiranno seguendo questa struttura. Qui il "Coro degli Immortali" (composto da  Thomas Rettke, Cinzia Rizzo, Robert Hunecke, Miro, Wolfgang Herbst, Ricky Rizzo, Fabio Lione, Luca Turilli, Alessandro Staropoli, Tatiana Bloch) dà il suo meglio cantando questi versi, per l'appunto corali, davvero catchy: "Lord of the thunder please be my guide/ before and after my last ride/ I'll be your soldier serving the light/ riding forever alive and proud". Da questo punto parte l'ennesimo intermezzo sinfonico con gli archi in primo piano, che, messo in questo punto, su una cavalcata così arrembante, forse spezza un po' la tensione, ma infondo si rileva un difetto di poco conto per fortuna, poiché è fatto così bene e con così tanta classe che lo si ascolta con piacere. A dare manforte agli archi arriva comunque la 6-corde di Turilli che riporta la canzone su lidi più metallici, iniziando, tra l'altro, un altro duello ricco di botte e risposte e fughe solistiche con le tastiere di Staropoli. Dopo questa pausa strumentale la cavalcata riparte riprendendo il pre-chorus e poi subito il ritornello-preghiera che, ripetendosi una volta di più, ci porta verso la fine del pezzo, dove troviamo anche i riff nervosi apprezzati nell'introduzione che ora si interrompono improvvisamente al suono, neanche a farlo apposta, di un tuono.

Legendary Tales

La title-track (Racconti Leggendari) è posta in chiusura ed è anche il pezzo più lungo dell'album, con i suoi 7 minuti e 50 secondi, grazie alla sua lunghezza è anche il pezzo più variegato e in cui si possono apprezzare più cambi d'atmosfera, anche se non tanto da farne una canzone propriamente complessa o una suite, vengono infatti lasciate intatte le strutture della forma-canzone classica. Siamo ormai giunti alla fine dell'album, e con essa arriva anche la fine del primo capitolo della saga. La canzone si apre proprio con atmosfere "folkeggianti" crepuscolari e soffuse riempite dal delicato e ferroso suono del clavicembalo; a questo punto del concept il Guerriero, dopo aver percorso leghe in sella al suo destriero, può trovare un altro momento di riposo mentre intorno a lui scende la notte e i menestrelli cantano "racconti leggendari" danzando intorno al fuoco che crepita ed illumina, insieme alla Luna, tutto ciò che la sua luce incontra. In tutto questo emerge la performance vocale di Fabio (che purtroppo ha lasciato la band proprio mentre sto scrivendo quest'articolo), nelle vesti del Guerriero, delicata e dolce, quasi una ninna-nanna mentre intona questi versi che sembrano quasi descrivere, con un implicito riferimento metatestuale, l'operato della band stessa: "A song of mighty warriors/ of epic bloody fights/ while moonlight meets the manor's walls/ and I must close my eyes". Clavicembalo e tin whistle continuano nelle loro melodie avvolgenti per essere subito interrotte da un'accelerazione tipicamente Power in cui tornano tutti gli strumenti Metal, accelerazione che si trasforma subito però, decelerando e portandosi su ritmiche più lente, e, grazie ad una melodia di Turilli, più evocative, in linea con lo spirito narrativo del pezzo. Questa soluzione trova il suo completamento nel lento ma solare ritornello corale che segue, in cui tornano inoltre, sposandosi perfettamente con la musica, le pulsioni eroiche e battagliere del Guerriero Di Ghiaccio: "Another tale of infinite wars/ for the defenders of holy light/ the fire enters my mind/ the blood of the innocent before my eyes/ spreading the wings of the dream/ I want to win between fire and steel/ for them all". Questo momento epicheggiante termina con la fine del ritornello per lasciar spazio ad un altro momento acustico dal sapore Medievale dominato da un sognante tin whistle, come apprezzato nell'introduzione, su cui torna anche Fabio sugli ormai conosciuti toni più soffusi e crepuscolari in cui anche il testo segue l'andamento musicale, spegnendo il lato più eroico del tutto in favore di una narrazione generale su ciò che sta avvenendo in questo momento di riposo. Momento di riposo che però non riesce a far stare del tutto tranquillo il nostro eroe, che all'alba, e alla fine delle canzoni dei menestrelli (e anche della band se vogliamo) si risveglia comunque turbato e conscio della sua missione e dei suoi sogni di vendetta: "The magic twittering of the birds/ meets the light of dawn/ the ancient song is fading now/ but my old dream carries on". Dopo questa strofa, come da copione, clavicembalo e flauto continuano a suonare dolcemente fino al momento in cui vengono interrotti dall'accelerazione e dall'irrobustimento sonoro che ci riporta al bel ritornello, al quale poi si lega una sezione strumentale abbastanza delicata in cui le tastiere di Alex Staropoli, che qui sembrano imitare il suono delle cornamuse, si dividono lo spazio espressivo con il flauto dolce di suo fratello Manuel. Un breve ma sognante momento che fa da trampolino per le ultime ripetizioni del ritornello, che, questa volta, ci accompagnano definitivamente verso la coda soffusa della canzone, la quale chiude la canzone e anche tutto l'album. Con la title-track si conclude anche il primo capitolo della "Emerald Sword Saga", un capitolo che è servito a gettare le basi generali della storia, presentandocene gli elementi ed i personaggi principali, creando inoltre i presupposti per il grande intreccio che si svilupperà meglio negli album a seguire.

Conclusioni

Giunti alla conclusione, non resta molto altro da dire se non che "Legendary Tales" è un debutto clamoroso, un album per molti versi innovativo, suonato in maniera eccezionale, in cui ogni elemento si incastona perfettamente con il successivo ed il precedente, creando una vera e propria "saga" si suoni e testi capaci di narrare, emozionare, di colpire l'ascoltatore catapultandolo dritto in un'altra dimensione, avulsa al nostro presente. Una dimensione fantastica e particolarissima, mai banale seppur "topica" di un certo tipo di letteratura. Echi di Tolkien sono distinguibili e palpabili, così come altre situazioni affini magari alla letteratura Arturiana e Carolingia. Con un album del genere, le aspettative per un seguito si fecero (nemmeno a dirlo) subito altissime; paradossalmente, parlando a posteriori, potremmo anche dire che fu quasi rischioso debuttare con un album di questa portata, freschissimo ed energico, certo, ma già maturo abbastanza da creare ed aprire la strada ad un nuovo sottogenere: il Symphonic Power Metal. Per caprie bene l'importanza e l'impatto enorme di quest'album tutto italiano, però, bisogna analizzare per somi capi la scena Power ai tempi della sua uscita. Il periodo che va dal 1996 al 1999 fu infatti un lasso di tempo fondamentale per la rinascita del Metal più classico e anche del Power stesso; il quale, nonostante non si trovasse in una crisi vera e propria, trovò in questo periodo nuova linfa vitale che gli permise di allungare la sua sfera di attività anche verso gli anni 2000. Facciamo un rapido e sintetico excursus che ci porterà però solo fino ai Rhapsody: nel 1996 escono "Holy Land" degli Angra, "Tunes Of War" dei Grave Digger e "The Dark Saga" degli Iced Earth, album comunque molto diversi da loro, con i veterani Grave Digger, per esempio, con i quali si fa anche fatica a parlare di Power tout court se vogliamo dirla tutta, benché presentassero all'epoca di quel lavoro comunque delle caratteristiche che non li fanno certo stonare in questa lista. Nel 1997, il nostro anno, escono "Visions" degli Stratovarius, "Somewhere Out In Space" dei Gamma Ray, "Angels Fall First" dei Nightwish (band non propriamente Power ma fondamentale per lo sviluppo delle sonorità sinfoniche), l'importante e rigenerante "Glory To The Brave" degli Hammerfall e infine proprio "Legendary Tales" dei Rhapsody. Inserendosi in questo contesto di grande fermento i nostri scelgono un momento perfetto per proporsi nel panorama Metal, apportando, come ripetuto più volto in corso di recensione, moltissimi elementi nuovi ed una ventata di freschezza e vitalità ad un sound e ad un genere già definiti e cristallizzati. Inoltre, fu importante ed influente anche il loro modo di porsi, dalle copertine fantasy alle foto con "camicioni" medievali e spade. Non solo suonare quindi, ma anche vivere la musica ed il concept ad essa legato, cercando di instaurare nell'ascoltatore una perenne voglia di ricerca della positività e del Bene contro le altrettanto perenni forze del Male, così come i personaggi della saga Fantasy combattono i loro oscuri e mostruosi nemici. Un concept che dunque non si esaurisce nell'intreccio in sé ma che cerca di penetrare nella quotidianità dell'ascoltatore, dannatamente reale e grigia. Con la loro musica cinematografica e ricca di immagini e colori, i Rhapsody creano così un nuovo mondo in cui evadere, un mondo immaginario che forse è nascosto profondamente in ognuno di noi e che loro hanno contribuito a rendere più vivido e tangibile.

1) Ira Tenax
2) Warrior of Ice
3) Rage Of The Winter
4) The Forest Of Unicorns
5) Flames of Revenge
6) Virgin Skies
7) Land Of Immortals
8) Echoes Of Tragedy
9) Lord Of The Thunder
10) Legendary Tales
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