RHAPSODY

From Chaos to Eternity

2011 - Nuclear Blast Records

A CURA DI
CRISTIANO MORGIA
21/03/2019
TEMPO DI LETTURA:
7,5

Introduzione recensione

Soltanto nel 2010 era uscito il bellissimo "The Frozen Tears of Angels", un abum che aveva avuto l'importante compito di riportare in auge i Rhapsody of Fire dopo un silenzio di ben 4 anni che aveva visto anche la rottura con la Magic Circle Music di Joey DeMaio. Si può affermare senza troppe remore che il compito è stato portato a termine in pieno, dato che il suddetto album è davvero ben riuscito e mostra un band piena di energia e voglia di fare. Tant'è che solo qualche mese dopo venne dato alla luce anche l'EP "The Cold Embrace of Fear - A Dark Romantic Symphony", che è un altro buon lavoro utile soprattutto per comprendere lo svolgimento della saga. A questo punto tutti si aspettavano un altro periodo di riposo, un altro anno o due magari, comprensibili dopo un'intensa ritrovata attività. Invece la band sorprende tutti tornando in azione con questo "From Chaos to Eternity" che esce già nell'estate del 2011. E non è tutto. Già, perché abbiamo anche un nuovo membro da presentare, ovvero l'americano Tom Hess (HESS, HolyHell), il quale affiancherà Luca Turilli alla chitarra. Per la prima volta, quindi, la band di ritrova ad avere due asce come membri ufficiali del gruppo; ovviamente senza contare Dominque Lerquin, che è sempre stato dietro le quinte o un chitarrista, per così dire, da concerto. In ogni caso, vi dico subito che questa scelta non influirà più di tanto sullo stile dell'album. Entriamo in tema già che ci siamo! Gli ultimi due lavori (album ed EP) suonano Rhapsody al 100%, ma, come segnalato nelle rispettive recensioni, hanno anche un'atmosfera più fredda e dura, i suoni stessi sono più pungenti e graffianti, soprattutto nell'album, e tutto ciò si poteva già intuire guardando le copertine: colori per l'appunto freddi che evocano un certo tipo di immaginario e sensazioni, per non parlare delle illustrazioni dal piglio nordico presenti all'interno dell'EP. Sicuramente una scelta stilistica, anche perché i personaggi della saga si trovano effettivamente in lande a Nord immerse nella neve e nel gelo, quindi una scelta stilistica anche in linea con il concept. Ora invece ci ritroviamo con una copertina (sempre firmata da Felipe Machado Franco) che è tutto l'opposto. Il sound generale andrà di pari passo? Lo vedremo meglio passo passo, ma premetto subito che le cose sono leggermente diverse, e le atmosfere fredde dei lavori precedenti non ci sono più, lasciando il posto invece ad un'atmosfera più calda ed avvolgente. C'è da dire una cosa importantissima comunque, questo è l'album che chiude la Dark Secret Saga, quindi un lavoro importantissimo che pone fine ad un concept che è praticamente iniziato con la band stessa e con quel fondamentale ed epocale "Legendary Tales" (1997). In ogni caso, nel precedente EP i nostri eroi hanno subito una perdita non indifferente: l'elfo Tarish ha tradito tutti e se non fosse stato per Dargor sarebbe anche riuscito a portare via il Libro di Erian, trovato dopo una ricerca lunga ed estenuante. Per fortuna il mezzo demone ha ucciso il traditore e riportato il libro a Iras Algor, ma è certamente un duro colpo, dato che l'elfo era un membro dell'Ordine del Drago Bianco. Per fortuna i Nostri riescono lo stesso a trovare rifugio tra gli elfi delle Montagne Bianche, dove possono riposare e studiare le pagine del libro scritto dall'angelo Erian. Leggendo, il saggio Iras scopre alcuni fatti riguardanti le antichissime guerre tra angeli e demoni, Erian e Nekron, ma anche di una nuova figura che prima d'ora non era mai stata menzionata: il drago nero Thanor, il quale tradì il signore oscuro e fu ucciso e torturato per ciò. Sarà proprio questa vecchia vicenda ad essere decisiva nello svolgimento di quest'ultimo capitolo della saga, tutto questo unito ad una profezia riguardante l'ultima eclissi del secolo. Come sempre, addentriamoci nei dettagli tramite il track-by-track.

Ad Infinitum

Il solito intro, intitolato Ad Infinitum, ci immerge subito all'interno della lava e nel fuoco! Dico il solito intro, ma in realtà c'è una lieve differenza, un piccolo dettaglio magari, ma che è molto apprezzabile: l'intro non inizia con una narrazione o con dei cori sacri, bensì con delle velocissime scale della chitarra di Turilli. Ovviamente a loro si uniscono in un attimo anche le orchestrazioni, ma la sensazione è di frenesia e di agitazione. Siamo subito sull'attenti.  Ad aumentare l'enfasi e la curiosità arrivano anche le profonde parole di Re Uriel (sempre impersonato da Sir Christopher Lee), il quale ci narra in poche righe quanto successo secoli e secoli or sono e quanto scritto da me pocanzi, ovvero del tradimento da parte del drago Thanor verso Nekron. Il malvagio figlio di Kron non gradì molto questa scelta e il fatto che gli angeli sapessero ora del suo nascondiglio, per questo la sua furia devastò la terra. A questo punto la 6-corde di Turilli scompare e possono entrare in gioco i cori sacri con tutta la loro bellezza ed enfasi, facendoci immaginare tutta la rabbia di Nekron e di come si sia riversata sul corpo del povero drago.

From Chaos to Eternity

Velocissime scale di chitarra elettrica danno il via alla title-track (Dal Caos all'Eternità), la quale dopo non molto si lascia andare a velocità piuttosto sostenute e abbellite da maestosi cori in sottofondo. Dopo un assolo di chitarra, però, la canzone sembra farsi più cupa: in effetti tutto svanisce e restiamo solo con il basso di Guers e la bassa voce di Lione. Giusto il tempo di una strofa però, visto che in un attimo la canzone esplode nuovamente verso lidi più veloci ed enfatici dove il cantante dialoga con sé stesso e con le voci in sottofondo, dando così un effetto di una certa vitalità. Il dialogo continua anche nelle due strofe successive che precedono il ritornello, dove le ritmiche rallentano leggermente e la "seconda" voce di Fabio è più graffiante. Già in poco più di un minuto abbiamo visto come la band abbia sentito il bisogno di variare più volte le carte in tavola, non soffermandosi alla classica ripetizione delle solite strutture. Il vero banco di prova però è il ritornello, che è pienamente godibile grazie soprattutto a delle linee vocali corali cantabili e facili da ricordare: "An angel spoke/ his soul will soar from ruins of hate/ silent pain, endless war/ Led from chaos to eternity" Linee vocali che, inoltre suonano calorose e positive, avvolgenti e ariose, quindi abbastanza differenti da quanto si respirava nell'album precedente. Quasi un manifesto di quella che sarà l'aria che si respirerà durante l'ascolto di tutto il lavoro. Tuttavia, cessato questo momento, la canzone torna alle soluzioni viste prima, ovvero torna ad alternare strofe più cupe e guardinghe ad altre più decise in cui Holzwarth decide di pestare con la batteria e Fabio, come prima, dialoga con sé stesso, ora cantando: "Inside me, beyond me/ Expanding to his cosmic will" ora, in sottofondo e con voce più graffiante: "Save my world". Emozioni e momenti contrastanti che rendono questo pezzo piuttosto particolare per essere un brano d'apertura, ma è pur vero che il refrain, che riappare dopo questi ultimi versi, fa sempre da punto focale e permette al brano di saldarsi su una proposta canonica e non lontana dallo stile della band. Poco dopo metà brano, su delle ritmiche piuttosto variabili, Luca Turilli può uscirsene con un nuovo assolo melodico, ovviamente impreziosito anche da uno delle tastiere di Staropoli, alle quali risponde nuovamente il chitarrista in modo però più virtuosistico e veloce rispetto al primo. In ogni caso, come ci si aspetterebbe, è sempre il ritornello a fare la sua ultima comparsa, e stavolta ci accompagna fino al finale. Va detto che le orchestrazioni in sottofondo stavolta sembrano più avvolgenti e presenti rispetto alle prime due apparizioni, rendendo il finale enfatico al punto giusto. Gran bel brano d'apertura e gran partenza.

Tempesta di Fuoco

L'allegro inizio puramente Neoclassical, che riprende la Sonata per Pianoforte n.1 op.2, 4° Movimento di Beethoven, ci porta a Tempesta di Fuoco. Come si evince dal titolo, il brano è in italiano, ma stavolta non siamo davanti ad una ballata, dato che la lingua di Dante nel corso degli anni è stata usata dalla band per lo più in quell'ambito o a sprazzi in altre tipologie di pezzi, qui siamo davanti ad un bel brano veloce, ed è la prima volta che ciò accade. In ogni caso, l'andamento allegro dell'introduzione ci mette subito di buon umore, e l'accelerazione che ne segue non fa che confermare, soprattutto perché i versi (con tanto di rima) cantati da Fabio sono altrettanto grintosi, soprattutto nelle battute dove in suo aiuto vengono anche i cori. Grinta che però nasconde i dubbi del protagonista del brano (forse Dargor), il quale pensa al suo passato particolare e ad un presente che sembra prepararsi per qualcosa di grande: "Vuoto e tradito da un cupo passato/ Declina ora in me l'inerzia del fato/ Colgo un presente ormai rarefatto/ Vibrare in un se' di rosso scarlatto". Improvvisamente però i riff serrati del tuo Turilli/Hess si fermano, così come tutta la sezione ritmica, lasciando spazio ad una breve strofa di soli due versi che suona melodiosa e calma, quasi da ballata. Ma anche qui i cori vanno a mettere l'accento sull'ultimo verso, e il brano riparte veloce e grintoso riproponendo lo stesso schema per un'altra volta, con tanto di strofa calma. Il ritornello è tra i meglio riusciti dell'album e non può che essere in linea con lo spirito del pezzo! Infatti il suo andamento è brioso ed eccitante, si rinuncia qui ad al furore epico e maestoso per confezionare un refrain che sembra scintillare e volteggiare tra mille scintille di fuoco; il tutto ovviamente con una certa classe ed eleganza che è tipica del Neoclassical. Anche il ritornello, inoltre, propone una seconda parte più soffusa e arpeggiata che spezza improvvisamente la tempesta per poi farla ripartire in un attimo con la Sonata di Beethoven. C'è così tanta energia nell'aria che la band decide di non proporre subito, e come sarebbe prevedibile, altre strofe e poi ancora il ritornello, ma di inserire subito la sezione solistica. Per favorire questo ogni strumento se ne sta in silenzio e si comincia dapprima con una sorta di dialogo tra pianoforte e basso, ma poi la batteria torna a farsi sentire con un tempo non troppo veloce e Turilli può dar sfogo alla sua chitarra e gettarsi dentro alla tempesta di fuoco con un assolo ricco di scale Neoclassical, com'è suo solito d'altronde. A questo punto Holzwarth ricomincia a dettare ritmiche veloci e la canzone ricomincia da capo, impreziosita però anche dalle veloci tastiere di Staropoli, che sembrano renderla ancora più veloce. In realtà, è vero che la canzone ripropone la primissima strofa, però non ripropone quelle alternanze tra veloce e lento viste proprio all'inizio, ma è vero anche che inserisce due versi corali mai sentiti, molto accattivanti, che fanno da trampolino per il ritornello. Ritornello che come una pioggia infuocata sembra non volersi fermare mai e vibra e risplende con focosa grazia. A questo punto ce lo siamo anche imparati per bene ed è bello vedere come il testo riesca ad essere in linea con le sensazioni date dalla musica: "Arde in me l'intensità/ di follia e verità/ la tempesta infiammerà/ nel suo fuoco filtrerà".

Ghosts of Forgotten Worlds

Altre velocissime scale Neoclassical aprono uno dei pezzi meno diretti dell'album: Ghosts of Forgotten Worlds (Fantasmi di Mondi Dimenticati). Le scale Neoclassical però diventano subito riff duri e quadrati in stile Judas Priest, il che è alquanto in solito per la band, ma la cosa ci incuriosisce anche perché in un attimo l'atmosfera cambia di nuovo, dapprima con una strofa acustica ed eterea, poi con un'altra dai ritmi al limite del Prog in cui si possono sentire degli archi in lontananza, ritornano i riff duri e il basso di Guers pare suonare libero da ogni legame. A questo poi seguono delle scale di chitarra dal piglio mediorientale, e questo ci fa immaginare subito luoghi desertici e caldi. Alcuni versi corali sembrano far presagire un imminente innalzamento di toni e ci trasportano all'interno di una sorta di cataclisma naturale in cui tutti gli elementi si uniscono, come a far da preludio a degli eventi distruttivi, magari proprio all'eclissi a cui ho accennato all'inizio: "Water, fire/ Wind and earth arise". Tuttavia, i riff alla Judas Priest tagliano subito l'enfasi e ci riportano allo schema iniziale, dove Fabio può alternare momenti più calmi e bassi ad altri più alti e vibranti, il tutto seguendo anche l'andamento delle particolari ritmiche e delle stilettate di chitarra che quasi sono staccate dal contesto e danno una sensazione di dissonanza, come di una situazione apparentemente calma ma al contempo pericolosa, come si evince anche dal testo: "Ancient flesh and blood/ Scream for vengeance/ Beneath this unstable surface/ The ground is shaking, the Earth is quaking/ It's the dark fate they once asked for". D'altronde i pericoli per i nostri eroi non sono certo finiti! In ogni caso, ritornano il momento "mediorientaleggiante" e anche i versi corali che facevano presagire un innalzamento di toni. Stavolta l'innalzamento di toni trova effettivamente la sua strada ed evolve nel ritornello, che è sì corale come sempre, ma possiede anche un andamento che lo rende uno dei più particolari dell'album, ma anche uno di quelli che fanno più fatica ad entrarci definitivamente in testa. A ciò segue la parte solistica, e devo dire che è davvero ben fatta: i tempi dettati da Holzwarth cambiano in continuazione e su di essi si danno battaglia a suon di assoli sia Turilli sia Staropoli sia il nuovo arrivato Hess. Da questo punto in avanti, purtroppo, si può parlare tranquillamente di finale del brano, dato che troviamo soltanto il ritornello e la vibrante e teatrale voce di Fabio che accompagna veloci scale di chitarra che si fanno sempre più lente fino a che non si spengono. Dico purtroppo perché in questo modo il brano sembra essere spezzato di netto, quando invece avrebbe avuto delle potenzialità maggiori se sviluppato di più, grazie soprattutto al suo alternare momenti e atmosfere diverse.

Anima Perduta

Anima Perduta è la ballata dell'album e ovviamente è in italiano, come da tradizione oserei dire. L'atmosfera è subito triste a causa di un pianto infantile che si sente in lontananza, e la malinconica melodia di flauto - accompagnata dal clavicembalo - non fa che aumentare il carico, facendoci subito capire quale saranno l'emozioni predominanti durante l'ascolto. Sul triste tappeto etereo si inserisce anche la batteria con il suo incedere lento, leggero e pacato, ma soprattutto la voce di Fabio, il quale dimostra ancora una volta come può destreggiarsi senza problemi tra più stili. Ovviamente con questi due ingressi l'atmosfera non cambia molto e anzi, grazie alle prime due strofe, entriamo ancor più all'interno del brano: "Or mi fissi da lì/ Non te ne vuoi andar/ In vuoto grigio spazio/ Dimorerai". È proprio come se il cantante si ritrovasse ad essere fissato da qualcuno, ma ciò non incute paura. La strofa seguente si fa più enfatica, con orchestrazioni e sovraincisioni vocali, e capiamo che quel qualcuno che fissa il cantante è uno spirito, un fantasma di una bambina forse, che si ritrova perduto in uno spazio a metà, che non è né bianco né nero, una sorta di limbo. Il ritornello prosegue l'innalzamento di toni iniziato nella strofa precedente ed esplode in soluzioni dal sapore operistico, soprattutto per quanto riguarda la piena voce di Lione, ma non riesce a colpire davvero nel segno e risulta un po' perso, quasi come l'anima protagonista del brano. L'enfasi si stempera nuovamente e il pianto della bambina si mischia alle note di pianoforte. L'anima perduta è ancora lì tra gli alberi e ci fissa, non sapendo cosa fare probabilmente, cercando un contatto con i vivi non riuscendo ad andare appieno tra i morti. Allora il cantante prova ad avere un contatto con lei: "Dimmi se vuoi/ Parla con me/ Dentro il mio vivo sangue/ Ti sento già". Inoltre, nella strofa seguente, le consiglia anche di trovare il varco che si apre durante il tramonto, forse quello è il momento per passare oltre! Poi, come da copione, ritroviamo la strofa più enfatica e conseguentemente il ritornello, il quale, grazie ad una ripetizione in più, risulta lievemente più incisivo, ma comunque non riesce a fare breccia del tutto, anche perché poi la canzone finisce e restiamo con una strana sensazione di incompletezza. Di ballate la band ne ha fatte tante, e questa forse è la meno riuscita di sempre. Niente di orrendo ovviamente, ma purtroppo risulta alquanto scolastica e anche abbastanza sbiadita.

Aeons of Raging Darkness

Un cupo giro di basso introduce la canzone più aggressiva dell'album, canzone che risponde al titolo di Aeons of Raging Darkness (Eoni di Oscurità Furiosa). Con questo brano la band riprende il percorso di estremizzazione sonora già iniziato in altri album e con altri pezzi, per esempio, senza andare troppo lontano, con "Reign of Terror" dall'album precedente. Dopo il basso però, i riff sembrano sì più duri del solito (quasi alla Judas Priest in certi momenti), ma le ritmiche non sono veloci e l'apporto delle tastiere di Staropoli farebbe pensare ad un classico brano Power, magari più tagliente del solito. Non appena Fabio comincia a cantare con voce sporca, però, capiamo subito che non è così. Inoltre la batteria e i riff sono piuttosto decisi, così come i versi, i quali sembrano quasi legarsi alla ballata finita da poco: "I won't forget that day/ I won't forget her name/ What has hell done to her/ Her pain's flowing in my blackened soul's veins". Anche se in realtà sembra pure che ci stiamo allontanando dal concept, a causa di testi piuttosto vaghi in questo senso e che prendono alcune tematiche molto alla larga. Tornando alla musica, se la batteria ci sembrava decisa nella prima strofa, nella seconda ogni dubbio sparisce! Holzwarth si lascia infatti ad andare a maligni blast beat mentre Fabio intona sacralmente maledetti versi in latino (mentre in sottofondo si può ancora sentire la sua voce sporca). Con la strofa seguente ritornano le ritmiche più rilassate, ma il botta e risposta tra la voce pulita e la voce sporca rende il tutto più potente, fino ad esplodere nel fantastico ritornello in cui il cantante può abbandonarsi del tutto ad una basilare forma di scream. Le linee vocali ricordano quasi alcune soluzioni adottate da certo Metal estremo di stampo melodico che va per la maggiore nel Nord Europa, e ciò non fa che rendere la canzone decisamente particolare e un caso quasi unico nella discografia della band. Dopodiché tornano i riff alla Judas Priest e conseguentemente ritmiche più cadenzate, ma è solo un attimo, visto che il Male non risposa mai ed è sempre nascosto nell'ombra pronto ad agire. Infatti la batteria ricomincia a pestare e Fabio a cantare con il suo timbro sporco e maligno, parlando proprio del Male in generale, non visto come un elemento della saga quindi (come accennavo pocanzi). Può dispiacere che sembra non esserci molto spazio per la saga qui, ma siccome alla sua base c'è il conflitto tra Bene e Male, un pezzo dedicato esclusivamente alla seconda forza può andare bene, tanto più perché musicalmente trasmette benissimo quello che vuole dire. Poi, le parti simil-Black cantate in latino che precedono il ritornello hanno un che di malvagio e di sacro allo stesso tempo, un contrasto davvero ben riuscito e davvero enfatico. Viene quasi voglia di cantarlo a mo' di preghiera blasfema. Il ghignante e maligno ritornello, comunque, fa nuovamente la sua comparsa e sembra essere esso stesso l'incarnazione subdola del Male, ma in realtà dietro di esso si nasconde un messaggio di speranza, chissà, magari rivolto proprio a Dargor, oppure rivolto a chiunque decida di combattere per il Bene: "May you be the one/ the everlasting flame of hope/ glorify the angels/ and fight their holy war/ let me face the beast/ and every single devil's son/  I will free my mind/ and I will save her soul". Improvvisamente la corsa sembra fermarsi e Luca Turilli emerge dal caos magmatico con la sua chitarra, seguito a ruota da Staropoli e le sue tastiere. I due così si possono scambiare note e virtuosismi armoniosi che fanno scendere un raggio di luce su tutta questa oscurità. Dopodiché, la parte finale è tutta affidata al ritornello, per nostra gioia, e in più per un istante viene anche impreziosito dalla voce pulita di Lione, il quale riesce così a dare una nuova sfumatura ad un refrain che già di per sé era più che funzionale. Uno dei pezzi migliori dell'album senza dubbio.

I Belong to the Stars

Dopo la furia di "Aeons of Raging Darkness", ci pensa l'inizio celestiale di I Belong to the Stars (Appertengo alle Stelle) a portarci verso lidi più tranquilli, pacati e a tratti eterei. Soprattutto all'inizio, quando come primissima cosa la band propone una versione del ritornello cantata da un Lione solitario accompagnato soltanto da un leggero tappeto tastieristico che ci accompagna verso il cielo e verso le stelle. La calma però viene spazzata via da ritmiche pesanti, semplici e monolitiche in cui i riff lo sono altrettanto e hanno un atipico suono moderno che contrasta con i cori in latino che invece appartengono alla tradizione. Un incedere che è piuttosto spiazzante, ma che risulta comunque interessante, anche perché propone una soluzione diversa dal solito. Le tre strofe seguenti però sono molto diverse. I riff monocorde tornano a nascondersi nell'oscurità e la batteria di Holzwarth è più vivace ma anche più leggera, così come le tastiere di Staropoli, che passano dall'essere prorompenti all'essere dolci e luminose come le stelle in lontananza. Dalla prima strofa all'ultima i toni si innalzano sempre più, però, e infatti passiamo dall'inserimento delle chitarre nella seconda (in cui la voce di Fabio è ancora quieta e bassa) ad una vera e propria esplosione sonora che avviene nella terza, la quale è un vero e proprio pre-ritornello. Qui anche la voce di Fabio si alza e suona molto più vibrante, ma nel ritornello lo è ancora di più. Lo abbiamo già sentito durante i primi secondi, ma quella era una versione più rilassata, questa infatti è molto più enfatica e lucente, nonostante il testo sia molto semplice e minimale: "Another day, another time/ another flame that burns divine/ another word, another thought/ another sin, another hope/ another reason to awake and live this life/ 'cause once more i belong to the stars/ I belong to the stars". Ma sono proprio tutte queste ripetizioni a renderlo particolarmente orecchiabile e anche facile da ricordare. In chiusura ritroviamo i bellissimi cori in latino che fanno anche da apertura alle nuove strofe. Anche qui il testo sembra essere staccato dalla saga, oppure ne parla in modo decisamente più velato e vago rispetto al passato, ma nella seconda strofa che segue in refrain si può forse leggere un richiamo al concept. "Jewels reflecting light/ Evolving cores of galactic life/ You who forged my essence/ The wild breath of mortal mind". Chissà, forse quei gioielli sono gli occhi di Thanor, di cui si parlerà più Avanti. In ogni caso, qui forse abbiamo dubbi, ma sullo scorrere del pezzo non ne abbiamo, ed infatti tutto procede secondo i piani, con il climax ed il bel ritornello. A seguire, poi, ci pensano gli assoli di Staropoli e Hess a darci lo slancio definitivo per trasportarci verso le stelle, e lo fanno con il solito duello solistico. Lo stile di Hess è molto diverso da quello di Turilli, sempre molto virtuosistico, ma meno dipendente dalle scale Neoclassical a quanto pare. Da questo punto, comunque, la conclusione della traccia è tutta affidata al ritornello, che viene ripetuto due volte e ci mostra un Fabio Lione in stato di grazie, soprattutto nelle note che prende in sottofondo, vibranti, piene e quasi sovrastanti tutto il resto: molto probabilmente una delle sue prove migliori dell'album.

Tornado

È un inizio totalmente sinfonico quello di Tornado, con orchestrazioni e cori in latino che però lasciano presto il posto ad un mezzo tempo ritmato. Tuttavia, anch'esso viene immediatamente spazzato via da un'improvvisa accelerazione squisitamente Power che sembra imitare proprio la forza del vento. Le ritmiche sono veloci e tendono ad accelerare, in più sono abbellite da velocissime scale di chitarra elettrica, la quale non si limita quindi al ruolo ritmico ma serpeggia rapidissimamente intorno alla struttura del pezzo come delle folate di vento che si inseriscono in spazi angusti. Una bella carica! Inoltre Fabio Lione alterna voce pulita a voce sporca, dimostrando come ormai quest'abilità sia ormai nelle sue corde. Per quanto riguarda il testo, finalmente torniamo dentro alla saga, in quanto questi versi sembrano parlare proprio di Dargor, dei suoi pensieri, della sfida che egli pone a sé stesso per dimostrare a tutti il suo valore. Quella di sconfiggere ancora una volta il Male ed evitare la resurrezione di Nekron: "It's my time, my chance to show/ Who you are, who we are/ Shade of human terror/ May I cause the unborn's fall/ Through new gates he will come/ For the end of all". Il pre-ritornello rallenta il tiro e si pone su lidi più ariosi e distesi, come se la tempesta si fosse calmata e la quiete si appresti a tornare. In effetti tutto rallenta e ritroviamo anche il mezzo tempo, ma una scarica di batteria di Holzwarth ci fa capire che non è proprio così, il tornado non ha ancora esaurito la sua forza e torna girare vorticosamente con due nuove strofe veloci. È ancora Dargor a parlare, e come nella prima parte, anche qui sentiamo due timbri diversi, uno pulito e uno sporco: pare come se la voce pulita appartenga al lato buono del personaggio, mentre quella sporca sia un lato cattivo nascosto che cerca di traviare il mezzo demone. È proprio questo suo possedere un lato oscuro a preoccupare l'eroe ed a far emergere quella vocina sgraziata, dato che il suo passato è stato buio ed a fianco del Male (come si evince dalla prima saga). Tuttavia, il lato buono prende il sopravvento: "In my heart the angels' fate/ In your name fear and pain/ Violence and bloodshed/ May the thunder's holy force/ Pound in me, burn my sin/ Storm once more". Il pre-ritornello fa nuovamente la sua comparsa calmando le acque, e di conseguenza troviamo anche il ritornello, il quale fa finalmente la sua comparsa. Anch'esso è molto arioso e disteso, forse il più melodico dell'album in effetti. La batteria resta veloce, soprattutto la doppia cassa, ma le linee vocali sono lunghe e maestose (aiutate in questo dalle orchestrazioni in sottofondo, ma nello stesso tempo anche leggiadre, come se il tornado stesse per perdere potenza. In realtà è proprio Dargor a giurare di essere distruttivo come un ciclone pure di vincere. A metà pezzo Turilli piazza quello che forse è l'assolo più riuscito dell'album, seguito ovviamente dalla solita tastiera di Staropoli che continua la sua corsa anche sotto al pre-ritornello. A questo punto il tornado ha compiuto tutti i suoi giri e la sua energia viene rilasciata nell'aria in modo sempre più tranquillo. In effetti d'ora in avanti ci pensa il melodico ritornello a continuare la corsa, portando una certa ventata di positività che fa ben sperare per il prosieguo della saga. Le ultimissime battute invece sono affidate alle orchestrazioni ed ai cori in latino, che invece ci lasciano con un tocco di drammaticità.

Heroes of the Waterfall's Kingdom

A questo punto arriviamo all'ultima traccia dell'album, che è la più lunga dell'album e la più lunga mai composta dalla band con i suoi 19 minuti e 42 secondi. Si intitola Heroes of the Waterfall's Kingdom (Eroi del Regno delle Cascate) ed è una suite ambiziosa in cui finalmente scendiamo appieno all'interno della saga. Come vi avevo anticipato nell'introduzione, un personaggio chiave è il drago Thanor. In realtà è morto tantissimi secoli fa, ma i suoi occhi - strappatigli da Nekron - sono diventati pietre dal valore inestimabile: il loro ritrovamento infatti permetterebbe al drago nero di resuscitare e aiutare gli eroi dell'Ordine del Drago Bianco a combattere contro il nemico. Già, perché effettivamente un nemico c'è! Il libro di Erian aveva svelato che ci sarebbe stata un'eclissi che avrebbe permesso ai 7 demoni di Har-Kuun di risvegliarsi e resuscitare, a loro volta, il malvagio Nekron. Anche l'Ordine Nero è a conoscenza di questo, e si dà il caso che siamo vicini a quell'eclissi, quindi entrambe le fazioni si preparano a combattere una guerra decisiva. I nostri eroi quindi si mettono in viaggio alla ricerca di queste pietre, ma è un percorso funesto che, nonostante il ritrovamento di esse, vede la morte del cavallo di Dargor e addirittura di Khaas! Sacrifici, fatica, pianti! Ora però bisogna andare verso il Regno delle Cascate e prepararsi al peggio insieme a tutti gli alleati, ma prima, ci si può concedere un po' di riposo nella foresta. È proprio a questo punto che inizia la prima parte della suite: I. Lo Spirito della Foresta. Il vento ci fischia nelle orecchie e potenti fiati risuonano in lontananza mentre Christopher Lee ci ricorda che siamo giunti al momento fatale. Si respira quindi un'aria di attesa trepidante, un'aria di guerra, ma la dolce chitarra acustica cambia tutto, così come la delicata voce di Fabio, il quale dà vita ad una tipica ballata in stile Branduardi. Gli accordi sono semplicissimi ed a loro si aggiunge anche un leggiadro tin whistle, ma è tutto molto toccante e pacato, ci immaginiamo davvero gli stanchi eroi addentrarsi in una verde foresta in cui raggi di sole tagliano l'aria, eroi stanchi che cercano riposo prima dell'evento più importante della loro vita: "Leggiadra visione di sogno/ E di parallela realtà/ Trascendi l'umana coscienza/ Pacando il mio fiero ardore". Il ritornello si anima un po' di più e possiamo udire anche altri strumenti, ma la sensazione di delicatezza permane e non possiamo fare a meno di lasciarci ammaliare dalle visioni che la foresta offre, i suoi suoni ed i suoi odori. In effetti tutta questa prima sezione è dedicata ad una descrizione di ciò che è davanti a chi parla, ma nel ritornello si arriva quasi ad un gioioso inno che ristora gli animi travagliati dei Nostri. La pace però dura poco, gli alberi cominciano a farsi sempre più radi ed usciamo dalla foresta. Inizia così la seconda parte, che forse è quella più importante: II. Realm of Sacred Waterfalls (II. Il Regno delle Sacre Cascate). Le orchestrazioni  e le tastiere prendono subito il sopravvento e l'atmosfera cambia improvvisamente, è tutto più maestoso, ma anche più concitato, veloce ed eccitante. Le ritmiche sono squisitamente Power, così come le linee vocali cariche di enfasi e dramma! Nel Regno in questione gli eserciti si preparano a combattere in attesa che il cielo dia il segnale. I cori impreziosiscono anche un epico rallentamento, ma l'eccitazione è tale che bisogna riaccelerare, anche se di poco. C'è pure spazio per due strofe in italiano tutte dedicate a Dargor, il "mezzo uomo". Due strofe che in un attimo vengono spazzate via da imponenti cori in latino che rendono il tutto ancora più sacro ed imponente, come a sottolineare l'importanza di quello che sta accadendo. Il ritornello però è molto frizzante e positivo, quasi baldanzoso e felice! Sembra che nonostante l'eclissi del secolo stia per arrivare tutti siano ottimisti e pronti a combattere per la salvezza del mondo: "In between amazing lakes/ and breathtaking waterfalls/ valiant heroes found their fate/ rode and faced the black storm". Vi faccio notare che anche qui c'è lo zampino di Beethoven e della sua Sonata per Pianoforte n.1 op.2, 4° Movimento. Ad un certo punto, poi, sentiamo un'atmosfera lievemente più cupa e misteriosa in cui Fabio sussurra ruvidamente alcuni nomi in una lingua sconosciuta ed inizia quella che sembra una vera e propria invocazione di alcuni elementi naturali come il terremoto e il vento del Nord, i quali dovrebbero aiutare le truppe durante la battaglia. È come se Iras Algor si fosse sistemato su un punto altissimo e avesse cominciato questa sorta di preghiera. Le ritmiche della canzone, però, ovviamente restano veloci e Power, ma in sottofondo continuiamo a sentire ossessivamente quella misteriosa voce sussurrata. Ci pensano altri momenti epicheggianti, i cori in latino e soprattutto il ritornello a cacciare via ogni mistero e a riportarci in mezzo alle truppe con le spade alzate al cielo. Improvvisamente, però, cala la calma. Una calma strana e cupa in cui le tastiere di Staropoli lo sono altrettanto l'unico loro compagno è Turilli e le sue scale Neoclassical. Sembra che dobbiamo aspettarci una cattiva notizia, invece inizia III. Thanor's Awakening (III. Il Risveglio di Thanor), che dal titolo ci fa subito venire in mente una svolta importantissima! Re Uriel, sempre accompagnato dalla 6-corde di Turilli, ce lo conferma dicendoci che le forze del Bene hanno appena vinto un'importante battaglia che ha lasciato fiumi di sangue in mezzo al campo. Alla fine della narrazione Luca continua la sua fuga solistica quasi totalmente da solo, accompagnato da tastiere in sottofondo e da una batteria leggera che ci lascia concentrare solo sulle scale suonate dal chitarrista, che fa collante tra due eventi. Prima la battaglia vinta e poi quello che è avvenuto dopo e che mi appresto a raccontare. Dunque, il secondo evento è proprio il risveglio di Thanor: i nostri eroi si affrettano verso Har-Kuun per ridare gli occhi alla statua del drago, ma nel frattempo arriva anche l'eclissi, e anche i 7 demoni di Nekron cominciano a risvegliarsi. Un momento drammatico davvero, anche perché sembra quasi spazzare via l'estasi dell'ultima battaglia vinta. Comunque sia, Iras Algor, Dargor, Lothen e Etherus riescono finalmente a ridar vita anche al drago nero, inserendo, come anticipato, Aenir e Mornir negli incavi che un tempo erano occhi. La musica accompagna i dialoghi e si fa sempre più solenne e drammatica per sottolineare il momento decisivo in cui lo spirito di Thanor raggiunge la statua e torna a nuova vita, pronto più che mai a vendicarsi di ciò che gli fu fatto. Arriva quindi il momento più aggressivo della suite con IV. Northern Skies Enflamed (IV. Cieli del Nord Infiammati). La chitarra di Turilli accantona le scale ossessive che hanno fatto da cornice alla sezione precedente e lasciano subito intravedere un piglio più deciso e tagliente. Sentiamo ancora la voce di Dargor che invita il drago a prendere il volo, ma poi sono i blast beat e la voce in scream di Fabio Lione a prendere il sopravvento, elementi ancora una volta atipici per la band ma che risultano davvero funzionali e riusciti, soprattutto se pensiamo che siamo nel pieno di un evento cosmico. L'atmosfera infatti è decisamente oscura e maligna, la luminosità dei primi due capitoli qui manca, e a dominare sono la paura, la rabbia ed una certa atmosfera horror, d'altronde ormai siamo in piena eclissi e il Sole è coperto del tutto. Dopo le due veloci strofe i tempi rallentano parecchio ma la voce di Fabio resta sempre sporca e maligna, così come la chitarra continua imperterrita ad accompagnare il tutto a mo' di assolo continuo, proprio come il volo di un drago appena rinato che volteggia da tutte le parti per riprendere possesso delle sue forze. Purtroppo possiamo apprezzare solo quattro strofe, ma la storia continua con la narrazione di Iras Algor e (anche grazie al booklet) capiamo che lo scontro con i 7 demoni è appena iniziato e vede anche la morte di Etherus, il quale però riesce ad uccidere il più forte di essi sacrificando la sua vita. La musica, lentamente, si allontana dalle atmosfere cupe descritte poco fa e somiglia sempre di più al capitolo II della suite, sempre mentre Iras ci narra che anche Thanor dà il suo importantissimo contributo distruggendo addirittura tutti gli altri sei demoni rimasti; tuttavia, dopo ciò deve tornare ad essere una statua, il suo compito è così compiuto ed ora il suo spirito è libero. Un assolo di Staropoli ci trasporta verso i cori in latino della parte II, i quali, a loro volta, preparano il campo per il ritornello omaggio a Beethoven. Ritornello che parte in sordina, con un Fabio accompagnato solo dal pianoforte, ma che poi che esplode con tutto il brio a cui ci aveva abituato, festeggiando così quella che sembra un'altra vittoria decisiva per la sconfitta di Nekron. Imponenti cori in latino danno il via all'ultimo capitolo della suite, intitolata eloquentemente The Splendour Of Angels' Glory (A Final Revelation) (Lo Splendore della Gloria degli Angeli, Una Rivelazione Finale). Ancora una volta, però, è la voce di Iras Algor (e il booklet, senza il quale sarebbe difficile capire tutto) a spiegarci il perché di cotanta magnificenza: prima di ritrasformarsi in statua, i lucenti occhi di Thanor osservano Dargor, il quale si ritrova con il corpo pieno di scritte. Sono le parole che stavano sulle pagine strappate da Tarish. Da queste si capisce che Dargor è stato scelto dagli angeli per far rincarnare addirittura Erian stesso! E, nello stesso tempo, permettere a Dargor di oltrepassare i cancelli che portano in un altro mondo e sfidare Nekron direttamente lì, risolvendo il problema alla radice. Ovviamente, Dargor non è proprio contento all'inizio e ricorda a tutti, con un sottofondo musicale particolarmente cinematografico, che lui è un mezzo demone, c'è sangue malvagio nelle sue vene, come può essere stato scelto dagli angeli e da Erian? Iras Algor allora gli spiega che forse è proprio questo il motivo: egli è stato sia con le forze del Male sia con quelle del Bene, ha visto entrambe le parti e ha scelto la seconda, per questo è l'eletto. A questo punto si capiscono molte cose legate a questo personaggio e capiamo perché gli è stata data così tanta importanza durante la saga. In ogni caso, non può esimersi dall'accettare il suo destino, e i magnificenti cori in latino fanno da contorno alla sua decisione. Tuttavia, questa decisione prevede la sua morte fisica, poiché per attraversare il portale bisogna essere soltanto spirito, e così il Nostro ci lascia con una morte che però è soltanto fisica (come narra Christopher Lee) e gli permetterà di diventare pura essenza, una divinità di luce. Orchestrazioni e cori in sottofondo ci accompagnano per un'ultima volta, facendosi sempre più evanescenti e distanti, come se lo spirito di Dargor lasciasse una scia sulla volta celeste che però si assottiglia sempre di più e sparisce dopo che il nostro sguardo l'ha accompagnata per più tempo possibile.

Conclusioni

Così dunque, con dei momenti finali semplici e che si fanno largo quasi in silenzio nella vastità dello spazio, termina la Dark Secret Saga. A dirla tutta termina un lungo percorso che era già iniziato con la Emerald Sword Saga nel lontano 1997, ovviamente con "Legendary Tales". Vi ricordo infatti che questa appena terminata non è altro che il seguito di quella più vecchia, quindi si tratta di un percorso lungo, impegnativo e che ha accompagnato band e fan per tutto il tempo, tanto da far immedesimare i Rhapsody con un certo modo di suonare il Power ma anche di viverlo. Questo è quindi un capitolo importantissimo della loro carriera perché segna una vera cesura ed un giro di boa decisivo. Dopo quest'album, infatti, cambierà più di qualcosa la saga non verrà più ripresa. Ma non facciamo salti in avanti. "From Chaos to Eternity" è un gran bell'album che si inserisce tranquillamente nella scia qualitativa lasciata dal predecessore, non facendo rimpiangere i capolavori del passato. Pur essendo inferiore a "The Frozen..", questo lavoro risulta come sempre ben suonato, ben arrangiato e con più di qualche episodio sopra la media, come per esempio la suite conclusiva che nonostante le numerose (ma per lo più brevi) parti dialogate riesce ad essere coinvolgente, emozionante e soprattutto inserita perfettamente all'interno del concept. Anzi, diciamo che essa stessa è il concept, molto più delle altre tracce dell'album ad essere sinceri. In effetti, un difetto che salta subito all'occhio di chi segue la saga da sempre, sta proprio nei testi, che non sembrano più così calati all'interno delle vicende e sembrano quasi essere staccati, episodi a sé stanti. Forse è perché sono testi vaghi e criptici, o forse perché in fondo c'è proprio una volontà di trattare altro. Aggiungo poi che anche musicalmente questo forse è l'album più "sperimentale" dei Rhapsody, e per questo alcune canzoni sembrano un tantino atipiche e non riescono a far breccia come altre, o meglio, hanno prima bisogno di qualche ascolto in più; questo però non è un difetto dello sperimentare, ma proprio della canzone in sé. Basti pensare ai riff "priestiani" di "Ghosts of Forgotten Worlds" che però non riescono a sollevare di molto un pezzo che è sì carino ma non imprescindibile. Va però segnalata anche "I Belong to the Stars", che è un'altra traccia che potrebbe risultare atipica a causa dei suoi riff monocorde ed imponenti ma che alla fine dei conti è una delle migliori dell'album. Questo per dire che se si sperimenta per bene i risultati arrivano e come. In ogni caso, sentire dei riff diversi dal solito fa comunque piacere, anche se poi la qualità del brano non è eccelsa. A questo punto va ricordata anche la presenza di un altro chitarrista ufficiale come Tom Hess, che in un paio di occasioni può anche deliziarci con assoli diversi da quelli di Turilli. Certamente, comunque, la canzone che davvero fa fatica a farsi apprezzare è "Anima Perduta", che sembra quasi un riempitivo e viene voglia di saltarla. Fortuna che poi è seguita da altri pezzi da 90 che la fanno dimenticare in fretta. Come dicevo nell'introduzione, l'atmosfera che si respira qui è molto più calda ed avvolgente rispetto al predecessore, ed è quindi come se i due album, in un certo senso, si completassero a vicenda: simili per alcune cose ma anche molto diversi. Diversi non solo per le atmosfere, ma anche per alcune scelte stilistiche, come quella importante di ridare nuovamente spazio alle orchestrazioni e soprattutto ai cori in latino, che erano quasi assenti in "The Frozen.." In fin dei conti, questo lavoro, pure se con qualche difetto legato alla qualità di un paio di brani, è buonissimo ed è una chiusura più che degna ad uno dei percorsi musicali più interessanti ed influenti di tutto il Power.

1) Ad Infinitum
2) From Chaos to Eternity
3) Tempesta di Fuoco
4) Ghosts of Forgotten Worlds
5) Anima Perduta
6) Aeons of Raging Darkness
7) I Belong to the Stars
8) Tornado
9) Heroes of the Waterfall's Kingdom
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