REZISTOR

By Any Means Necessary

2015 - Unsigned/Independent

A CURA DI
MARCO PALMACCI
19/08/2015
TEMPO DI LETTURA:
7,5

Recensione

Mettendo (ma non troppo) momentaneamente da parte i paesi per così dire "colossi" (Germania ed Inghilterra in primis), un metalhead può senza dubbio rimanere piacevolmente sorpreso dalla varietà di band riscontrabili in piccole realtà quali i paesi dell'est Europa. Lo dico con esperienza e cognizione di causa, molto spesso "piccolo" non è sinonimo di scarsità e "cosmopolitismo" non è sempre l'equivalente dell'abbondanza positiva. Sovvertiamo dunque i ruoli e cerchiamo di scavare in questa fetta del nostro continente, per cercare di portare sui nostri schermi una buona band che non provenga tuttavia da nazioni in cui la cultura Metal è tale da potersi ricavare uno spazio senza troppa fatica. Un luogo, in sostanza, che sia si denso di Storia ma anche patria di "eroi" silenziosi, che hanno costruito molto ma non sono mai giunti sotto importantissimi riflettori. Giungiamo in Romania, un paese che può riservarci non poche sorprese da questo punto di vista, magari anche compiendo un piccolo excursus storico circa le band più rappresentative della sua scena Rock e Metal. La tradizione "dura" rumena affonda le sue radici negli anni '60- '70, anni di fervore e grandi cambiamenti per tutto il globo: il primo nome che ci verrebbe da associare alla terra rossoblu gialla sarebbe senza dubbio quello dei Transsylvania Phoenix (altrimenti noti semplicemente come Phoenix) di Timisoara, formazione-simbolo del Rock rumeno. Fondati nel 1962 dal bravo chitarrista Nicu Covaci, i Phoenix divennero ben presto uno dei gruppi di punta della nazione, riuscendo a far confluire nel proprio sound sia quello sconvolgente e pazzo Rock 'n' Roll sia la musica folk propria della storia e della cultura rumena, divenendo ben presto fra i pionieri di un genere, il Folk Rock (molto spesso noto anche come Rock "Etnico") che di lì a poco avrebbe affascinato molte altre band. Proseguiamo cronologicamente, arriviamo negli anni '70 inoltrati e giunti alla loro seconda metà. Il mondo aveva già conosciuto un tipo di Rock ben più possente, rabbioso, quel Rock che di lì a poco sarebbe sfociato nel prorompente filone noto come Heavy Metal. Restiamo quindi in questo importante periodo di transizione e citiamo gli Iris di Nelu Dumitrescu, attivi sin dal 1976 e considerati dai critici (a ragione) come la prima vera band Hard 'n' Heavy nata in Romania. Il viaggio non si ferma, continuiamo di pari passo con l'incalzante incedere della storia ed arriviamo negli anni in cui l'Heavy Metal è ormai un fatto conclamato ed un genere musicale perfettamente definito, grazie a dischi come "British Steel" e "Metal on Metal": ecco dunque che il nome rumeno da citare sarà quello dei Cargo, formatisi nella prima metà degli anni '80 ed in seguito divenuti famosi a livello anche più che nazionale, a suon di ottimi dischi (da citare obbligatoriamente "Destin", proprio per fare un nome) ed una caparbietà che li ha accompagnati sino ai giorni nostri. Un retroterra, dunque, non indifferente, un background dal quale è sicuramente potuto nascere qualcosa di più che buono, parlando prettamente di anni '90 sino ai cosiddetti "giorni nostri". Rimanendo su un genere più Heavy "powereggiante" possiamo difatti citare i Magica, attivi sin dal 2002 ed autori di ben sei full-length, senza dimenticarsi poi dell'estremo, dei generi di Metal più crudi e violenti che sono riusciti a creare grande proselitismo anche in Romania, sia parlando di Black che di Death, non dimenticandoci il Thrash. Ruolo importante, per la "tutela" di questi generi, è tutt'oggi svolto in Romania dalla "Bestial Records", etichetta specializzata proprio nel ramo più ruvido e pesante del genere. All'interno del suo roster sono stati presenti gruppi del calibro di Abigail (da non confondersi con i black-thrashers giapponesi), inizialmente dediti ad un robusto Death Metal condito di Doom ed inseguito spostatisi più sul goth, così come i loro colleghi Grimegod; importantissimo citare, poi, uno dei nomi di punta del Black Rumeno, i sempiterni Negura Bunget, negli ultimi anni divenuti praticamente la band metal rumena per antonomasia. E' dunque in questo panorama ricchissimo ed adatto ad ogni amante del Metal che si inseriscono i giovani thrashers Rezistor, formatisi nel 2008 nella città di Constanta dopo che Eugen Ranga (voce), Alexandru Voicu (chitarra), Cristian Barla (batteria) e Valentin Zechiu (basso) decisero assieme di lasciare le loro rispettive band (nella fattispecie, Cristian e Valentin avevano fatto parte dei già citati Magica) per cercare di creare tutti assieme un progetto musicale indirizzato verso un rabbioso Thrash Metal, grooveggiante, uno stile che avrebbe dovuto proporre dei pezzi privi di orpelli di sorta o tecnicismi ridondanti. Il tutto sarebbe dovuto essere 100% genuino e sentito, venato di una profonda attitudine "in your face" senza passare per il famigerato "Via". Tornare dunque alla radici di un genere senza annacquarlo o comunque diluirlo, creare qualcosa di schietto e sincero, di cattivo e veloce, ruggente e graffiante. Il tutto sembra prendere ben preso un'ottima forma e si arriva all'esordio discografico nel 2011 con l'album "Beware the Silent", limitato a 100 copie ed autoprodotto, proprio per rimarcare la volontà della band di suonare un qualcosa di proprio e privo di filtri. Il risultato è un album massiccio e potente, adattissimo a chiunque sia in cerca di emozioni forti e bisognoso di un po' di sana violenza sonora. Proprio quest'anno c'è il bis, con la pubblicazione di "By Any Means Necessary" ed un cambio di line up: Cristian difatti ha lasciato il gruppo, venendo presto sostituito dal nuovo batterista Ionut Micu. Un cambio importante che dunque ci presenta una nuova formazione. Come suonerà, dunque, il secondo capitolo della discografia di questi volenterosi thrashers? Scopriamolo assieme addentrandoci nei meandri della release in questione.. Let's Play!

Un riff composto da note serrate ed eseguito in maniera assai possente ha il compito di aprire il primo brano, "Empty": udiamo l'ascia di Alexandru partire in maniera decisa ma senza "strafare", udiamo il suo strumento emettere quel riff sostenuto ma ancora "calmo", in attesa che il brano decolli effettivamente e si scateni in tutta la sua ferocia. Cosa che puntualmente accade, grazie anche all'inserimento di una sezione ritmica che funge da vero e proprio elemento in più del combo. E' grazie al basso di Valentin ed alla batteria di Ionut, infatti, che il brano può decisamente decollare e la chitarra di Alexandru risultare questa volta molto meno "educata" e ben più sferragliante. L'inizio è tipico del genere proposto, un modo di suonare che nulla aggiunge e nulla toglie al Thrash Metal, anche se i nostri, ben presto, decidono di arricchire il discorso presentando una variante sapientemente costruita da una sezione ritmica eccezionale, la quale conduce la chitarra a virare verso lidi molto più Thrash n Heavy che altro. Udiamo infatti gli strumenti di Valentin e Ionut suonare in maniera corposa e per nulla "secca", scandendo un ritmo molto meno serrato del riff d'apertura ma anzi più cadenzato e coinvolgente. In questo senso la produzione ha di molto aiutato i nostri Rezistor a fare in modo che il loro sound fosse così diretto ma anche molto trascinante, meno "infuriato" rispetto ai tradizionali canoni europei e decisamente vicino alle esperienze di band americane come i sempiterni Megadeth (periodo "Countdown To Extinction" in poi), pur risultando in linea di massima più (volutamente) massicci e meno tecnici di questi ultimi, volendo immettere nel loro sound un po' di sana "putrescenza" europea, anche grazie alla voce sgraziata e gutturale di Eugen, il quale risulta magnificamente inserito nel contesto . Il risultato è più che apprezzabile, uno splendido esempio di Heavy Thrash ricco di influenze groovegodibile ed interessante, fortemente debitore alla scuola delle Stars and Stripes ma accuratamente "sporcato" ed opportunamente "ingrassato". Un sound dunque rabbioso ma al contempo non "spacca timpani", anzi, dotato di un ritmo coinvolgente ed assimilabile. Un compromesso perfetto, un brano che fila via liscio come l'olio e ci permette di scatenarci in maniera non indifferente. Un basso ed una batteria che si ergono, da questo frangente in poi, a veri e propri pilastri del ritmo: doppia cassa martellante e basso corposo e deciso. Menzione d'onore per l'assolo di Alexandru, capace inizialmente di incantare con note serpeggianti ed in seguito intento a sfogare in maniera comunque melodica e composta una serie di note ad altissima velocità. Non sarebbe sbagliato parlare di influenze anche Crossover Thrash, in quanto riusciamo anche a percepire una punta di Hardcore nell'impianto generale. Il testo di "Empty" sembra presentarci un duplice significato, ovvero una condizione, quella del protagonista, da intendersi in senso metaforico o più strettamente fisico. Per quanto riguarda il primo significato, quello più nascosto ed opinabile, sembra di trovarci dinnanzi ad una persona in preda ad una grave crisi depressiva. "Intrappolato nel mio sonno", sembra quasi che la persona in questione cerchi di svegliarsi ad ogni costo non riuscendovi, proprio perché la vita sembra essere divenuta ormai un peso insostenibile. Un peso che il corpo percepisce come tale, rifiutandosi di obbedire al suo padrone, proprio perché non varrebbe la pena alzarsi; che tanto, alla fine, si è belli e condannati. Le braccia divengono prive di forza, ogni minimo movimento è doloroso quanto mille crampi, gli occhi non si aprono, si è bloccati sul proprio letto in attesa della morte, rifiutando a prescindere la vita, perché quest'ultima non poterà più gioie o soddisfazioni alcune. Le descrizioni, però, paiono troppo realistiche per essere intese in senso figurato ed ecco che entra in gioco la seconda chiave di lettura del testo. In toni presumibilmente più drammatici, le parole potrebbero in alternativa descrivere lo stato d'animo di chi, a causa di un brutto male o di un incidente, è costretto a rimanere immobile su di un letto, con la sola mente lucida ed impossibilitato a compiere qualsivoglia gesto. Lo capiamo da i desideri di morte che il protagonista esprime, nonché da una frase che potremmo definire quanto meno emblematica: "so che una cura ci sarebbe.. ma ho paura di provare". Sommando quanto letto alla volontà di farla finita, possiamo dedurre come questa "cura" sia identificabile con l'eutanasia, un gesto disperato e soprattutto definitivo, che porterà il malato a smettere di vivere proprio perché la sua esistenza lo priva di ogni qualsiasi tipo di dignità. In entrambi i casi, parliamo di due stati d'animo terribilmente atroci.. o una depressione invalidante o una malattia che degenerando ha fatto si che la persona interessata rimanesse bloccata su di un letto d'ospedale. Si parte in quarta con l'arrivo di "The Game Of Life", e la musica sembra (fortunatamente) non cambiare per nulla. La partenza questa volta è più spedita che in precedenza ed i Rezistor vogliono immediatamente mettere in campo tutto il loro arsenale: basso e batteria, resi benissimo da una produzione eccellente in questo senso, riescono ad assurgere a collanti ideali per una chitarra intenta a ricamare riff ossessivi ma di chiara forgia Heavy, andando poi ad inasprire il discorso con l'avvicendarsi del ritornello, quando il tutto diviene più serrato e meno "coinvolgente", decidendo di sfociare in un qualcosa di più violento. In occasione di questo frangente (anche grazie al modo di cantare assai scandito di Eugen) notiamo come Alexandru ci tenga quasi a "spezzettare" il proprio sound, aumentando di intensità anche coadiuvato dalla doppia cassa di Ionut, mentre Valentin fa il suo dovere donando comunque corposità al tutto. Si riprende con la strofa successiva e notiamo un ritorno a quel groove trascinante, che sa catturare ed immetterci nel cuore del pezzo, facendoci percepire ogni singola vibrazione emessa dai Nostri. Il cantato di Eugen continua ad essere certamente molto grezzo e "sporco", ma sembra assumere di quanto in quanto velleità più crossover che thrash "pure" (sarebbe quantomeno impossibile paragonarlo ad un Angelripper, per dire), anche perché il brano, giunto a questo punto, ci spinge quasi a pensare che, se il tutto fosse stato suonato in maniera più veloce (magari con un cantato indirizzato verso tonalità più alte, sempre graffiante), non avrebbe certo preso troppo le distanze da alcuni pezzi dei Nuclear Assault o degli Exodus "Souza". Due brani che possono essere citati per affermare quanto detto potrebbero essere, difatti, "Brainwashed" oppure "The Toxic Waltz". Insomma un'altra ottima prova, ancora più legata a stilemi statunitensi che europei. Il che non è certo un difetto, sia chiaro: il brano gode di un gran carattere e questa vena stars and stripes che ancora riusciamo a scorgere comincia ad essere piuttosto piacevole. Testo maggiormente arrabbiato e di protesta, quello di "The Game Of Life". A quanto sembra, i Rezistor decidono in questo brano di prendersela con il dilagare della tecnologia e delle suppellettili ad essa connesse. Computer, cellulari, televisioni avveniristiche e persino videogame, tutta questa gran massa di congegni sembra quasi privarci della nostra umanità, facendoci diventare a nostra volta delle macchine facilmente programmabili e soprattutto manovrabili. In una sorta di futuro distopico che richiama i testi dei Fear Factory, ci vediamo ridotti letteralmente a dei cyborg de umanizzati, ormai privi di controllo sulle nostre facoltà mentali. L'uso-abuso di tutti questi arnesi ci ha reso tali, non abbiamo saputo prendere la tecnologia per quello che dovrebbe essere, ovvero un miglioramento della vita. Pian piano, le macchine si sono sostituite a noi facendoci diventare parte del loro mondo, ed il tutto sembra diventato quasi un videogame, un "gioco" appunto, visto che non distinguiamo più la realtà effettiva da quella virtuale. Crediamo che tutto si possa risolvere così, premendo "pausa" o ricavando qualche power-up in giro per i vari mondi e livelli, quando invece non ci accorgiamo che stiamo sprecando unicamente del tempo prezioso. L'umanità ha pregi e difetti, nessuno lo nega. Difetti anche gravi, ma fra i pregi più importanti (e qualificanti) spicca il libero arbitrio, quello che nessuno comunque potrà mai toglierci. Quella capacità di critica e scelta che ci rende automaticamente vivi, e che noi spesso dimentichiamo di avere quando stupidamente ci convinciamo di aver bisogno di quel fantastico apparecchio multifunzione, per vivere. Soldi che evaporano, conti in rosso, ossessione e compulsività, tutto è votato al sottomettersi spasmodico alle leggi del mercato, che ci impongono di avere l'ultimo modello di qualsivoglia oggetto. Finiremo per trasformarci anche noi, in macchine, non rendendoci conto che sapienti programmatori e manipolatori sono lì in agguato, pronti a mettere le loro mani sul nostro (ormai abbandonato a se stesso) cervello. Partenza violenta ed aggressiva per il terzo brano, "Wake Up", la cui furia è immediatamente lasciata sciolta. Per la prima volta notiamo una volontà "killer" nelle note emesse dai Rezistor, cioè si vuole creare sapientemente un assalto di purissima forgia Thrash, non lasciando da parte il caratteristico Groove ma comunque rendendolo meno presente di quanto non lo fosse stato nelle due track precedenti. Partenza veloce, come lo svolgimento del pezzo: energico, violento, possente, "Wake Up" è una valanga che non guarda in faccia nessuno e decide di travolgere un po' tutto ciò che incontra, senza distinzioni. In particolare, notiamo come dal secondo 00:41 al minuto 1:01 (frangente coincidente col ritornello) le velleità Heavy vengano del tutto abbandonate, il tutto a beneficio di un ritmo serratissimo e spezzettato, con Eugen a cantare nuovamente in maniera scandita ed urlando più volte il titolo della canzone. Ancora una volta vengono in mente i Nuclear Assault, questa volta quelli di brani come "Butt-Fuck" (tralasciando comunque, del brano in questione, la celebre improvvisazione blueseggiante), seppur la componente "violenta" dei Thrashers d'oltreoceano venga in seguito mitigata dal "solito" groove dei Rezistor, messo in sordina ma sempre presente, parzialmente tralasciato unicamente nel ritornello, come già spiegato. Le ire dei nostri sembrano placarsi al minuto 1:54: la chitarra di Alexandru comincia ad emettere note più lunghe, così come la batteria di Ionut batte in maniera precisissima e meno infuriata, diminuendo il suo volume, decidendo di rimanere ben salda alle spalle dei propri compagni. Il tutto prelude ad un assolo ottimamente eseguito, al termine del quale si riprendono i canoni stilistici originari, sino all'ultimo ritornello meravigliosamente "pestato" a forza nelle nostre orecchie. Il basso di Valentin è il conclamato fiore all'occhiello ed il brano può dunque concludersi, lasciandoci ancora più che soddisfatti, grazie ad un'altra prova ben eseguita. Sembra essere ottimista il breve testo qui presentato: a differenza dei precedenti, "Wake Up" sembra un incoraggiamento, un invito a rialzarsi anche quando tutto sembra andare nel peggiore dei modi. Nella fattispecie, notiamo come le liriche siano in qualche modo costruite su di una sorta di dialogo, comprendente due protagonisti; uno rimane in silenzio, ascoltando il secondo (probabilmente un suo caro amico o comunque una figura benevola) che lo incita a reagire, dopo una brutta batosta. La persona che ascolta è probabilmente affranta per via di un duro colpo subito dalla vita.. magari la fine di un rapporto, una delusione, un tradimento. Ecco dunque che interviene come un deus ex machina un amico che cerca, in maniera diretta e per nulla "soft" di aggiustare il tiro. Quegli "inviti" urlati magari, potenti e diretti, che potrebbero provenire unicamente dalle bocche di chi ci vuole veramente bene. Il discorso è semplice, non bisogna dopo un avvenimento triste chiudersi in se stessi rifiutando tutto e tutti, lasciando che il passato ci schiacci e ci domini, sgominando contro di noi una pattuglia di Erinni pronte a tormentarci vita natural durante con le nostre presunte "colpe". In certe situazioni, difatti, si cerca sempre di "demonizzarsi" in un puro impeto di "masochismo" quasi, non rendendoci conto che magari la colpa è, se non totalmente dell'altra parte, per lo meno equamente suddivisa. E' questo stato che comporta la depressione e la non accettazione del presente.. ed è in questo momento che i nostri cari cercano in tutti i modi di farci rinsavire, urlandoci che la Vita è la nostra e che non possiamo buttarla nell'oblio od in pasto a chissà che demoni. Svegliamoci, riacquisiamo la nostra facoltà di scegliere serenamente.. testa alta ed avanti tutta, proseguiamo con la vita, tenendoci vicino unicamente chi merita di starci. Partenza smaccatamente Thrash 'n' Heavy per la quarta traccia, "Alone", la quale ben presto inasprisce il contesto grazie ad una fulminante doppia-cassa, la quale ci fa in un secondo dimenticare dei tempi iniziali, presentandoci dei ritmi molto più veloci e serrati, sui quali la chitarra di Alexandru può stagliarsi mordendo, coadiuvata dal basso di Valentin (sempre preziosissimo, il nostro, in fase di rifinitura) e dalla voce di Eugen (il quale non sfigurerebbe certo in una band Hardcore, possiamo dirlo senza problemi). La furia generale si placa unicamente col sopraggiungere nel ritornello, quasi "Alone" avesse invertito i trend proposti in "Wake Up". Se in quest'ultima dominava sempre la violenza ma il discorso veniva reso più estremo nel ritornello anziché nelle strofe, questa volta avviene il contrario, ovvero in "Alone" possiamo percepire molto più groove nel ritornello che in altre parti del brano, il che comunque aiuta molto a farcelo memorizzare ed apprezzare ancora di più. Sembra proprio che, oltre ai Nuclear Assault, anche i seminali Anthrax abbiano esercitato un notevole ascendente sui nostri Rezistor, i quali non smettono un secondo di macinare ritmi imperiali e riff meravigliosamente pesanti ma comunque molto coinvolgenti. Menzione d'onore per un assolo di Alexandru molto ben eseguito, sorretto da una ritmica che può letteralmente giocare grazie alle sue innumerevoli qualità, andando a sostenere il sound melodicamente mesto dell'amico con tempi ora più incalzanti ora più dilatati, creando un meraviglioso gioco di variazioni ed alternanze, atte queste ultime a rendere il pezzo più interessante e menso scontato. Continua Eugen  a deliziarci con la sua ugola ed i nostri decidono che è arrivato il momento di chiudere il discorso, mantenendo ben salde le mani sul timone del groove e chiudendo l'ennesima prova coinvolgente, una canzone "filante" seppur leggermente più "pestata", proprio come già successo in "Wake Up", con le dovute differenze. Differenze che, poi, si riversano anche nell'apparato lirico, visto che risulta di tutt'altra risma, rispetto al precedente, il testo di "Alone". Se in "Wake Up" assistevamo ad un invito deciso e concreto di non mollare mai, in queste liriche ci troviamo dinnanzi alla profonda depressione molto probabilmente provata da chi, nel brano precedente, si trovava a dover fare i conti con i suoi demoni più reconditi e tirannici. "Alone" è difatti la cronistoria di un uomo distrutto, annientato ed annichilito dalla sua stessa esistenza, chissà per quale motivi (ancora una volta, le speculazioni sono innumerevoli). Lo stato in cui il nostro imperversa, però, è ancora più grave di quello in cui sono le lacrime e le urla a dominare. Per lo meno, la tristezza è un'emozione, un qualcosa che esprime una certa personalità, se non altro una prova d'essere vivi.. mentre, in  questo testo, si evince come il protagonista non abbia più nemmeno la forza di provare tristezza, nemmeno di odiare, figuriamoci di amare. Il Nulla, un fantoccio privo di qualsivoglia emozione, perso in un totale stato di apatia dal quale ormai non vuole nemmeno più uscire. Di combattere non se ne parla, la solitudine è ormai all'ordine del giorno ed ormai il protagonista ha capito che non si può sfuggire da un nemico che vive nella tua testa e nel tuo cuore, organi ormai ridotti a brandelli talmente piccoli da impedirne la ricomposizione. Uno stato d'animo che non può far balzare alla memoria dei più attenti un testo assai famoso, proveniente però da una band agli antipodi dei Rezistor. Mi riferisco in particolar modo ai Type O Negative ed alla loro "Anesthesia", manifesto nemmeno troppo velato del mondo affettivo di Peter Steele, il quale, dopo innumerevoli delusioni amorose e perdite affettive, sembrava essere giunto alla stessa conclusione del protagonista di "Alone". Il nulla, la non voglia di impegnarsi più, le lacrime finite così come le risate.. entrambi si ritrovano a non sentire più nulla e ad abbracciare la solitudine più totale, perché altro non possono fare (un concetto che ricorda molto da vicino anche artisti come Sopor Aeternus,se vogliamo). Altra somiglianza con lo stato d'animo descritto dal Green Man dei T0N è inoltre la volontà pressoché radicata di passare presto a miglior vita, proprio per chiudere definitivamente il cerchio. Liberi dal Male così come dal Bene, la falce viene richiesta appunto per fare in modo che anche l'ultima scintilla di umanità venga totalmente estinta. Giungiamo dunque al giro di boa con il sopraggiungere di "Azi", quinto pezzo in scaletta, con la particolarità del cantato in lingua madre. Il riff d'apertura è di chiara scuola Megadeth, come ci viene dimostrato dall'incedere potente e concreto di Alexandru, che sicuramente avrà tratto non poco spunto, nell'arco della sua intera carriera, da un colosso come mr. Dave Mustaine. Il brano rimane su dei canoni Heavy Thrash molto tradizionali, basso e batteria svolgono il loro dovere in maniera a dir poco eccellente, senza presentarci grandi elementi di novità (ma senza neppure annoiarci, dato il gran carattere del brano).. l'unica nota "particolare", se vogliamo, risiede nel cantato di Eugen, ancora una volta versatile quant'altri mai. Sarà forse per il particolare accento rumeno e per la musicalità diversa che questa lingua possiede nei riguardi dell'inglese fino ad ora operato.. fattostà che il risultato è a dir poco "straniante". Il nostro vocalist riesce a fondere un attitudine Hardcore senza disdegnare comunque tendenze alla Phil Anselmo unite anche a rimandi al Max Cavalera più sciamanico e tribale, quello di brani come "Ratamahatta". Una voce particolare che, col suo cantato e beneficiando del particolare accento, riesce a donare una spiccatissima vena Folk ad un pezzo che comunque viene concepito come un classico brano Heavy-Thrash, come già sostenuto in precedenza. Veramente un esperimento riuscitissimo, più uno scacco matto niente male a crede ancora oggi che le lingue dell'est siano adatte unicamente al Black Metal. Punto in più per i nostri Rezistor che confezionano una perla piacevolissima da ascoltare, la quale beneficia ancora una volta del metronomo Ionut (il suo è un drumming preciso, possente ma scorrevole), del basso di Valentin e della chitarra di Alexandru, ancora una volta bravissimo a confezionare riff convincenti ed orecchiabili, più un ottimo assolo, melodico ed avvincente. Fino ad ora, punti deboli non riscontrati, veramente niente male! Molto particolare, poi,  il testo di "Azi" ("Oggi"), il quale è scritto in lingua madre e ci mostra, dopo la sofferenza espressa in "Alone", una forte volontà di riscatto. Il protagonista di queste liriche sembra infatti prendere le distanze da tutto ciò che nella sua vita, a livello di persone ed umanità, risulta essere negativo, nonché dotato di una doppia faccia. Egli capisce quanto alcune persone lo abbiano messo praticamente alla berlina e ridotto ad un oggetto di scherno.. così arriva ad Oggi, il grande giorno in cui dichiara di non voler sapere più nulla di nessuno, di non voler più far finta, di voler semplicemente riprendersi la sua dignità. Ormai ha capito l'antifona, non vuole più essere preso in giro e si rende conto di quanto tutti i bei momenti passati assieme a determinati individui siano stati solamente delle illusioni, per quanto bello tutto ciò poteva apparire. Egli invita i suoi amici traditori a far fagotto ed a sparire subitamente, perché ormai egli ha capito. Nella sua vita non ci sarà più posto per chi deciderà di ingannarlo, la sua presa di coscienza è ormai netta ed inequivocabile. Non ci saranno più ricordi ai quali appellarsi, non ci saranno più momenti dei quali bearsi, tutto quel che il nostro protagonista riesce a provare in questo frangente è delusione mista però a volontà di riscatto. Una sana rabbia che lo spinge a preservare la sua persona e la sua felicità, a salvaguardare se stesso anche se questo significherà abbandonare delle persone con le quali si sono passati dei bei momenti e con le quali si è condivisa più di qualche risata. Una volta capito l'inganno, però, anche quel che poteva sembrare un piccolo bagaglio di felicità diviene effimero e presto pronto a sublimarsi, a contatto con la verità. L'inizio della sesta traccia è affidato ad un riff abbastanza serrato ed eseguito in maniera "graffiata", sporco quanto basta per farci capire di trovarci di fronte ad un brano dalle caratteristiche più "oscure" che grooveggianti od altro. E difatti le cose non cambiano nemmeno quando subentrano Ionut e Valentin a scandire meglio il ritmo, c'è una sensazione generale di "cupezza" che sembra dominare l'intero apparato musicale ed anche vocale del testo. I riff tendono ad essere sempre veloci ma molto più compatti e sporchi, serrati, in grado di non lasciare respiro. Non fosse per il groove generato dai nostri potremmo anche dire di trovarci dinnanzi ad un qualcosa dichiaratamente ispirato dai primissimi Exodus. Con il sopraggiungere del momento solista, poi, la sensazione di claustrofobia sembra aumentare ed anche di molto: minuto 2:10, udiamo solamente i tom di Ionut tuonare come i famosi "tamburi di Dio" di Stephen King, mentre il basso di Valentin rifinisce il lavoro dell'amico. Sopraggiunge dunque Alexandru, atto a tessere un assolo questa volta assai melodico, una melodia oscura e disturbante, un carrilon infernale che si insinua nella nostra mente, rapendola e lasciandola attonita. Uno dei migliori momenti del disco, combacianti poi con il ritorno in pompa magna della "nera" aggressività già udita in precedenza. Come già detto, anche la prova di Eugen risulta ancora una volta diversa, più cattiva e crudele, maggiormente riflessiva, il tutto dovuto a quel che è l'impianto generale della track. Un brano che ancora una volta concede varietà ed ampio respiro ad un disco che non scorre tutto uguale ma anzi, ci regala diversi momenti come questo, capaci di tenere sempre viva la nostra attenzione. Aggressività ed Oscurità, dunque, più una spruzzata di "grezzume" che non stanca mai ed anzi, ci rende solamente più che felici. "Take" si presenta come il testo più breve dell'intero disco, ed ancora una volta campeggiano tematiche esistenziali tinte di pessimismo e rassegnazione. In queste poche righe, i Nostri sembrano ribadire quanto già detto in testi come "Alone", ovvero si fa leva sulla solitudine e sullo stato di "calma" apparente che questa comporta, annullando ogni tipo di emozione e sensazione, sia positiva sia negativa. Sembra quasi che il protagonista, prendendo la vita "nelle sue mani", non voglia ricostruirla o comunque sia salvare il salvabile, al contrario. Sembra quasi che quest'ultimo la stia osservando sgretolandosi nei suoi palmi, senza voler nemmeno far nulla per cambiare le sorti della situazione. La guarda distruggersi così, minuto dopo minuto ed ora dopo ora, incurante del fatto che, con la sua scomparsa, anch'egli e destinato a non lasciare più tracce in questo mondo. Una situazione dovuta all'ennesima sequenza di esperienze negative e dolore provato nel corso degli anni. Perdere, perdere sempre senza mai conoscere le soddisfazioni di una bella vittoria.. una situazione che proverebbe chiunque, che annichilirebbe anche chi abbonda di spirito combattivo. Così, come diretta conseguenza del tutto, il nostro è destinato ad abbandonare il campo di battaglia ormai ridotto ad un cumulo di scheletri e sabbia, dileguandosi nella nebbia. Continua a dominare l'oscurità con il sopraggiungere della penultima track, "The Wasted Time", forse il brano più spiccatamente "cattivo" dell'intero lotto, in quanto il groove ritmico e le venature Heavy vengono parzialmente messe da parte ed anche la voce di Eugen fa il suo risultando più rabbiosa e cupa. I riff beneficiano nuovamente di una minore cadenze e risultano più serrati, diretti ed anche un tantino melodici, proprio per questo si avrebbe ragione di credere che, aumentando ancora un po' la velocità, si potrebbe tranquillamente sconfinare in un pezzo melo-Death, visto che alcune suggestioni richiamate possono forse strizzare l'occhio alla scena Svedese del suddetto genere. Un brano Thrash, dunque, tendente verso lidi Death melodici, proprio perché si decide di incamerare nel sound proposto un qualcosa che tenda a fornire all'apparato tutto quella giusta drammaticità-potenza espressiva in grado di colpire l'ascoltatore, e ben sappiamo quanto certe trovate possano effettivamente suscitare interesse. Il brano, nella sua interezza, non presenta uno schema eclettico o chissà che mirabolanti trovate, nella sua linearità comunque funziona e descrive un arco narrativo-musicale nel quale potersi beatamente perdere. Momento interessante quello che sopraggiunge al minuto 2:50, quando tutti decidono di prendersi una sorta di "pausa" generale. Sono solo i piatti ed il charleston di Ionut a fornire il giusto sottofondo alle lunghe note della chitarra di Alexandru, il quale decide ben presto di velocizzare nuovamente, complice anche l'entrata di Valentin ed il riprendere ad utilizzare l'intero drum kit da parte del bravo batterista. Assolo melodico e melanconico, adattissimo al genere proposto in questa traccia. Si riprende col ritornello, ed il brano chiude con il riff iniziale.. che si, proprio non sfigurerebbe (opportunamente appesantito) in un bel disco degli In Flames, magari. Nel testo sembra tornare prepotente la tematica della disillusione già affrontata in "Alone", facendoci capire quanto questo mood sia particolarmente caro ai nostri, anche se rischiano sempre di far somigliare troppo fra di loro i testi proposti. Non c'è molto da aggiungere, si torna nuovamente a puntare i riflettori su una sensazione di "vuoto" dovuta alla mancanza di stimoli o comunque di volontà di andare avanti. Si vive in un mondo cieco ed ipocrita, a nessuno sembra veramente importare lo stato d'animo del nostro protagonista, che calato ormai in una situazione ai limiti dell'apatia vuole rifiutare tutto ciò che possa in qualche modo pungolarlo, sia esso positivo (la felicità) sia esso negativo (la rabbia). Quando si raggiunge questo infernale Nirvana, l'unico modo per scamparne è, tragicamente, augurarsi di morire il prima possibile. Il nostro continua a pensare a tutto il tempo perduto, passato magari a sperare che le cose potessero migliorare o prendere una piega migliore.. si accorge drasticamente che tutto ciò risulta essere, alla luce dei fatti, unicamente una colossale illusione. Approcciandoci all'ultima track del disco, "To A Bitter End (In Hell)" sembra quasi che i nostri amici rumeni abbiano voluto premere tutto d'un tratto sull'acceleratore, presentandoci un'altra track che fa dell'assalto Thrash la propria bandiera. E' la batteria di Ionut a dettare l'inizio, con una cassa volitiva e rapidi giri di tom, subito Alexandru comincia a mordere, seguito da Valentin ed Eugen. Parola d'ordine: SLAYER. Già, perché è proprio questa la sensazione che abbiamo udendo questo inizio di brano, che prosegue imperterrito e violento senza volersi minimamente quietare, nemmeno per un secondo. La sensazione che l'approccio violento degli assassini d'oltreoceano sia stato trasposto nell'operato dei Rezistor, in questo senso, bravissimi a metter su un qualcosa che possa far felici anche i più puristi fra i Thrashers all'ascolto. I riff sono splendidamente veloci, serrati e sporchi, ancor più di prima, proprio perché in questo episodio viene abbandonata la volontà "melodica" e si opta per un Thrash sconfinante quasi in un Death alla Six Feet Under, visto comunque lo spettro di quel Groove che continua ad aleggiare attorno ai nostri, bravissimi nel costruire un assalto estremo ma mettendoci comunque sempre quel poco di loro. Rallentamento verso il minuto 1:58, abbiamo modo di udire la poderosa doppia cassa ed il vibrare dei tamburi del drum kit di Ionut, ben presto il pezzo prosegue più pacato ma si re-estremizza con il sopraggiungere di un momento solista ben confezionato. La chitarra di Alexandru emette note acute e stridenti, il ritmo tenuto da basso e batteria cesella il tutto in maniera ottimale ed il pezzo può dunque avviarsi alla sua conclusione, in maniera sempre incalzante e meravigliosamente poderosa. Altro testo, altro ricalcare una sorta di malessere interiore. Questa volta, almeno, è presente nel protagonista la capacità di provare un minimo di sentimento circa tutto ciò che lo circonda, in questo caso una vita infernale. Una trappola di fuoco e zolfo che intrappola il protagonista, metafore per indicare una vita crudele, sadica, divertita dalla volontà di infliggere quanto più dolore possibile al povero malcapitato. Egli sembra non tollerare più tutto questo, la sua testa comincia a giocare qualche brutto scherzo e la sua sanità mentale è ormai arrivata al limite consentito. Impazzirà, se non scapperà da tutto questo. Cerca in ogni modo di farla finita, ma un piccolo residuo di autoconservazione gli impedisce di porre fine alla sua esistenza, condannandolo due volte. Non può scappare né nascondersi, le cupe risate dei suoi demoni aguzzini rimbombano nelle sue orecchie, impedendogli di fare qualsiasi cosa. Non potendo nemmeno combattere, altro non può fare che augurarsi che tutto finisca presto, il più presto possibile.

Giunti alla fine di questo viaggio, possiamo dire che l'album in questione presenta sicuramente più pregi che difetti. Anzitutto, il genere proposto: nella loro volontà di risultare old school, i nostri Rezistor riescono comunque a scappare a gambe levate dal demone della "copia", riuscendo in questo senso ad apportare una particolare concezione di Groove all'interno del loro sound, rendendo i pezzi certamente delle entusiasmanti cavalcate Thrash, sempre e comunque farcite, però, di quei ritmi accattivanti che riescono a far scorrere i pezzi anche nelle orecchie di chi non è particolarmente avvezzo alla crudeltà intrinseca di un genere estremo (da lodare in questo senso Ionut e Valentine, grandi rifinitori e playmakers). Non lasciamo certo in ombra la versatilità di Alexandru, né tanto meno le doti di grande mattatore mostrate da Eugen, capace di destreggiarsi in maniera egregia con la sua ugola. Mettiamoci poi tutti i riferimenti riscontrati: lontani echi Hardcore, innesti Heavy alla Megadeth di "Countdown..", strizzate d'occhio ai Sepultura più moderni, tendenze addirittura (in alcuni brani) a particolari tipi di Death Metal proposti da band come In Flames oppure Six Feet Under. Un connubio entusiasmante che riesce a farci apprezzare una band che fa della poliedricità il suo punto di forza, anche nella sua volontà di apparire quanto più tradizionale possibile. L'unica pecca, come già sottolineato, sarebbe forse l'eccessiva monotematicità dei testi presentati. Intendiamoci, a pare di chi scrive non è un difetto volersi soffermare su di un determinato argomento e svilupparlo più volte, lungo un'intera tracklist. Se fosse una pecca, sarebbero allora da bocciare senza appello capolavori come "Death Or Glory" dei Running Wild o magari l'intera discografia dei Manowar. E ciò sarebbe assurdo, nonché da pazzi. La buona riuscita dell'operazione "tema dominante" risiede nella capacità della band di proporre un tema unico sviluppandolo però in tutte le sue sfaccettature, mostrandoci un qualcosa di sentito e soprattutto complesso, in tutte le sue variabili e facce. Cosa che, al momento, non riesce benissimo ai Rezistor, che sembrano volersi ripetere ad ogni costo, presentandoci sempre e solo una situazione di disagio mai diversa da canzone a canzone. La storia è sempre quella, non sembra mai cambiare, a discapito invece di una musica che non annoia mai e poi mai. Detto francamente, poi, il tema della depressione "cupa" non sembra nemmeno troppo sposarsi con una band dotata di un sound così energico e possente, sembra che il tutto perda di "credibilità" in quanto a tanto impeto musicale dovrebbe quantomeno seguire una volontà di riscatto e "denuncia" dei protagonisti delle liriche, che grazie a questo maschio Thrash sui generis potrebbero trovare la forza di urlare in faccia alle loro paure. La monotematicità delle liriche comunque non intacca troppo un lavoro che mi sento di consigliare, proprio per via della sua validità musicale. Per i testi c'è sempre tempo, l'importante è aver capito che strada prendere, musicalmente.. e soprattutto COME esprimersi. E su questo, i nostri amici non sono affatto da riprendere!

1) Empty
2) The Game of Life
3) Wake Up
4) Alone
5) Azi (Today)
6) Take
7) The Wasted Time
8) To a Bitter End (In Hell)