REVERBER

Sect of Faceless

2020 - Punishment 18 Records

A CURA DI
DAVIDE CILLO
15/05/2021
TEMPO DI LETTURA:
8

Introduzione recensione

Dopo qualche tempo, non c'è niente di meglio che tornare a parlare di thrash metal fatto in casa: un'aria bellissima da respirare, e che ci porta a scoprire sempre nuove e interessantissime realtà locali, come avvenuto con i genovesi Devastation Inc. in una nostra comunque recente recensione. Un fattore in comune c'è: come non di rado accade quando si parla di thrash metal fatto in casa, dietro la band c'è l'etichetta Punishment 18 Records, la storica label piemontese di Corrado Breno che, quando si parla del made in Italy di questo genere, si è sempre presa la responsabilità di portare avanti le cose nel nostro paese: un compito non da poco, direte, e infatti è precisamente così. Solitamente, peraltro, il materiale rilasciato tramite l'etichetta discografica di Corrado non delude, e quindi sarebbe opportuno auspicare, anche stavolta, un album all'altezza delle aspettative. Il thrash metal, poi, come ben sappiamo, può essere espresso in varie salse: più estremo e con vocals tipiche della scena metal estrema, cosa di recente sempre più frequente, oppure nel suo classico sound americano e cosiddetto Bay Area, o ancora nella sua vena più hardcore, crossover e punk, raccogliendo l'eredità di un altro gruppo ancora di band. La definizione "thrash metal", presa dunque a sé, non ci dice molto e non altera la nostra ricerca di scoperta e di curiosità per questa uscita che potrebbe esprimersi su differenti dinamiche. La band protagonista della recensione odierna sorge nientemeno che nella nostra capitale, per la verità non florida come si potrebbe credere in quanto a uscite thrash metal vecchia scuola: rinforzi preziosi, dunque. Il nome che tratteremo oggi è quello dei Reveber, sorti nel 2007 per mano di Alessio Stazi, batterista, e Marco Mitraja, cantante e chitarrista ritmico. La formazione attuale vede la band completata da Alessio Alessandretti, chitarra solista, e Emanuele Evangelista, al quattro corde. La storia discografica della band inizia nel 2009, a tre anni dalla fondazione del complesso: il gruppo debutta direttamente con un full-length, appunto nel 2009, intitolato "Serial Metal Killer": il disco, di circa, 45 minuti e contenente otto tracce, è stata un'uscita indipendente. La seconda mattonella che si aggiunge alla discografia dei Reverber arriva sette anni più tardi, nel 2016, con un album intitolato "Immortals", anch'esso rilasciato in maniera indipendente e che si prolunga per oltre 50 minuti di musica. Nel 2020, tuttavia, il disco protagonista della recensione odierna: si tratta di "Sect of Faceless", album di dieci tracce e che include la cover "Angel Witch" dell'omonima band come brano conclusivo. Il full ha ricevuto diversi consensi, quindi sarà ancor più interessante per noi andarlo ad approfondire. L'artwork, che andremo a trattare brevemente nella parte conclusiva della nostra recensione, è stato disegnato da Remy Cuveiller. Recording, mixing e mastering sono invece ad opera di Stefano Morabito, sarà dunque interessante anche in questo senso comprendere la qualità del lavoro svolto. Di informazioni di rilievo riguardo l'album non ve ne sono poi molte altre, fra l'altro è ampiamente disponibile e reperibile sul web: mi fionderei dunque sull'ascolto, augurandoci che vi (e ci) piaccia! In alto le corna.

Gods of Illusion

L'album si apre con una traccia denominata "Gods of Illusion" (Dei dell'illusione): sin da subito emerge, dobbiamo dirlo, la grande qualità del lavoro svolto in fase di produzione; a colpirci è per prima cosa il taglio delle chitarre, fortunatamente povere di bassi e intrise di quell'incisività tipiche del sound thrash metal ottantiano. In diverse sue fasi, questa "Gods of Illusion" ci riporta ai lavori post-2000 dei tedeschi Kreator, le influenze sono notevoli ed un amante del genere non avrà certo difficoltà a riconoscerle. Il brano si contraddistingue per la compattezza delle ritmiche, i ritmi serrati, e per il come queste caratteristiche siano sempre uniche ad un'attenzione per la ricerca della melodia, al punto che con questo pezzo si giunga ad un ritornello memorabile e suscettibile di restare stampare in testa anche terminato l'ascolto, aspetto comunque non da dare per scontato quando ci si imbatte in un thrash metal di matrice old school. Dovendo tirare un bilancio dall'ascolto di questi quattro minuti della prima traccia, dunque, direi che i ragazzi sono fan dei Kreator di Petrozza e che non facciano nulla per nasconderlo: poco male, perché il pezzo è valido, il sound pure, e anche la vocalità è in questa prima traccia opportuna. L'ascolto è reso positivo anche dalle qualità tecniche dei musicisti, che qui sembrano più che preparati al contesto richiesto. La critica per la mancanza di innovazione, del resto, è il più classico e fertile terreno per il recensore che soffre della mancanza di altri argomenti: quanti musicisti attuali, del resto, hanno creato un qualcosa di nuovo? E soprattutto, quanti se lo sono posto come obiettivo? Aspetto, questo, che viene confermato anche dalle liriche della traccia: una critica alla religione ed una descrizione delle difficoltà vissute dal mondo terreno, all'insegna di un'oscurità anche sociale che sempre più avvolge la cronaca attuale.

Sect of Faceless

Il secondo brano di questo full-length è nientemeno che la title track "Sect of Faceless" (Setta dei senzavolto): qui la band mostra tutto il suo stile più "elegante" ed elaborato, il brano si apre con un pregevole arpeggio di chitarra e progressivamente introduce, mediante una serie di power chord, l'ascoltatore alla sezione più veloce ed estrema del pezzo. Successivamente ad un più pacato e melodico momento iniziale, in cui appunto la band mostra di possedere anche un'anima più nobile e per così dire delicata, il pezzo scatta a tutta velocità fino a mostrare momenti di doppio pedale che alla batteria sono certamente degni di nota. Dalla parte più rapida ed estrema, poi, si passa ad una più mid-tempo e cadenzata, con tanto di cori vocali. Da notare che anche qui, le influenze provenienti da band come i Kreator di Petrozza, sono tutt'altro che intangibili. Le liriche, di matrice complottista e che parlano di una misteriosa e malvagia setta dedita al controllo delle sue vittime, è perfettamente rispecchiata dalla videoclip del brano, che vede delle avvenenti ragazze stregare le proprie vittime portandole ad essere parte nonché vittime di questa malvagia cerchia. Il brano, poi si evolve, mettendo in mostra anche una bellissima parte di chitarra solista, e accanto ad un ottimo momento ritmico degno di nota i ragazzi tornano a mostrare di essere in grado di scrivere musica a 360°. Con momenti rapidi, momenti più cadenzati, e grandi melodie, questa seconda traccia "Sect of Faceless" mostra ancora una volta che il thrash metal made in Italy può raggiungere livelli molto alti. Un'ultima grande qualità, necessariamente da citare, è che nella sua lunga durata di sei minuti questo pezzo non stanca affatto, ma anzi, intrattiene e scorre fluido e funzionale in ogni sua parte. Augurandoci che il disco prosegua su questa scia, non possiamo dunque che fiondarci sul brano successivo e goderci la continuazione di questo valido disco targato Reverber.

My Name is Destruction (Alboin the Conqueror)

Il full prosegue con la sua terza traccia "My Name is Destruction (Alboin the Conqueror)" (Il mio nome è distruzione - Alboin il conquistatore). Il brano comincia con una pregevole sezione in tapping coadiuvata da una serie di secchi e ben assestati power chord, ma di introduzione si tratta: il pezzo infatti ben presto passa dal "ruggire" al "mordere", con un potentissimo riff che introduce la positivissima strofa di canto; ottimo qui il lavoro batteristico, dietro le pelli c'è una robustissima sezione di doppia cassa che dona molto spessore alla parte cantata. Il pezzo poi prosegue su questa scia, "roccioso" se dovessimo attribuirgli un aggettivo di una parola. La band, qui estremamente compatta, accompagna l'ascoltatore attraverso un brano dai ritmi medi, magari non estremi, ma che appunto permettono al batterista e alla sezione ritmica di "infittire" l'ascolto come meglio non si potrebbe. Ancora una volta stile Kreator il breakdown al terzo minuto, positivo e molto adatto nello svolgere il suo compito di "bridge" all'inizio dell'assolo di chitarra: "My Name is Destruction" non ha nulla fuori luogo, e grazie alle sue caratteristiche riesce a confermarsi nei suoi quasi cinque minuti uno dei brani più positivi del disco. Le liriche parlano del leader barbaro Alboin, che con i suoi uomini razzia e porta la morte su ogni sventurata terra che capita sulla strada: un uomo furbo e spietato quando serve, nato per la guerra, indicato a guidare le azioni dei suoi uomini; non di rado, del resto, il corso della storia è stato influenzato da queste popolazioni, e con il thrash metal dei Reverber ci sembra di rivivere furiose azioni di guerra.

Channel 666

Quarta traccia del disco è "Channel 666" (Canale 666), un brano diretto, potente e tagliente, che sin da subito ci lascia intuire quali siano le sue caratteristiche: in questo pezzo i Reverber tornano a toccare tematiche di critica sociale, nulla a che fare dunque con l'ambito anti-teistico e satanico a cui il titolo potrebbe effettivamente far pensare. Si tratta di un brano che ancora una volta ci conferma le influenze che i ragazzi raccolgono da i moderni Kreator di Petrozza, con un ritornello melodico ma apprezzabilissimo anche per la sua ferocia, che ci mette in guardia dalla minaccia derivante dalla televisione, definita una "gabbia" dalle liriche del brano. Ciò che si deve fare è dunque "spezzare le catene", catene della liberazione da uno schermo che nonostante i tempi di internet continua ad ingabbiare innumerevoli persone. Con "Channel 666" i Reverber ci propongono il loro inedito più breve all'interno del disco: nonostante ciò, grazie alla sua dinamicità e alle grandi qualità anche melodiche della parte solista, questa quarta traccia è completa ed apprezzabile sotto ogni aspetto, permettendoci di tirare a questo punto un primissimo bilancio su questo disco: i Reverber, fino ad ora, mi hanno assolutamente convinto, mostrandosi al di sopra di molte delle thrash band della nuova ondata; non possiamo, dunque, che sperare che questo "Sect of Faceless" del 2020 prosegua così. Di questa traccia, c'è da segnalare, esiste anche un bel lyrics video tranquillamente disponibile su youtube, classico ma molto godibile: buona visione a chiunque sia interessato.

Nightmareland

Si prosegue con la quinta "Nightmareland" (Terra dell'incubo), un brano spettacolare sin dai primi momenti in cui emerge la sua spiccata componente melodica, e con una componente moderna che però mai eccede i limiti che si vorrebbero. E' in questo brano che i Reverber mostrano in primo piano di essere cresciuti dalle prime fasi della loro carriera, di aver sapientemente raccolto le influenze dei maestri del thrash stranieri, e di averle sapute trapiantare all'interno del proprio sound con oculatezza e saggezza. Accanto a queste scelte stilistiche, fatte per l'appunto con oculatezza, la band non abbandona la radice "classica" del genere, cimentandosi in riff feroci ma anche in un una vera e propria sezione melodica e pulita nella seconda parte di traccia: molto bello a riguardo pure l'assolo di chitarra, nonché la sua evoluzione che dimostra come la band abbia imparato anche da band come i Metallica come congiungere il thrash metal al "musicale" in senso lato. Brano completo, soddisfacente a 360°, e che ci narra degli orrori di una terra che conduce a quanto più terrificante si possa mai immaginare: bestie assetate di sangue, giochi sadici, penetrazioni mentali e persino la possibilità di essere trasformati in una marionetta. Questa "terra dell'incubo", luogo oscuro e senza Dio, vede persino pericolosissimi serpenti pronti ad avventarsi sulla sfortunata vittima che, ignara, sprofonderà in una delle fosse in cui essi abitano: nulla è risparmiato all'interno di queste ombre, e sarebbe meglio evitare con ogni mezzo la "Nightmareland" dei nostri Reverber; uno dei brani più positivi dell'intero full, questa quinta traccia è stata della durata di quasi cinque minuti di ascolto.

Wood of Suicides

Il sesto brano si intitola "Wood of Suicides" (Bosco dei suicidi), e parla di una misteriosa e oscura foresta avvolta nelle ombre; il protagonista della storia è uno sfortunato individuo capitato in questo luogo a lui estraneo e che, come unico desiderio, ha quello di poter scappare e fuggire. Questa foresta, fra le varie cose, è contraddistinta per poteri magici e oscuri: le ombre sembrano spostarsi, un misterioso tempio si erge fra gli alberi ed emerge fra le nebbie, gli alberi addirittura cantano, come a recitare una melodia di morte. La tremenda storia del malcapitato uomo è trasmessa dalla musica dai ragazzi, che qui ci donano un brano arpeggiato e certamente più melodico, con frangenti del pezzo che riportano anche ai Metallica di Hetfield e compagni; da non sottovalutare le influenze raccolta dagli Slayer, anch'esse presenti e a tratti evidenti. La band a metà brano colora poi un assolo melodico, che poi accelera e schizza a tutta velocità, un po' come la "One" di "...And Justice for All". Da lodare, in particolar modo nella seconda parte del pezzo, è anche il lavoro alla batteria, dietro le pelli c'è consistenza e un azzeccatissimo, se necessario, tappeto di doppiopedale. Il racconto delle liriche di questo pezzo, che termina con la fine ingloriosa del protagonista, accompagna la conclusione in fade-out, per un brano complessivamente della durata di sei minuti, il più lungo dell'intero full-length. Non uno dei brani che mi ha più colpito, ma certamente completo nel suo alternarsi di sfaccettature calme e melodiche ad altre più "assestate" e aggressive, con potenti e secchi power chord e aumenti di velocità. Spediti come più non potremmo, passiamo subito al brano successivo!

Black Plague

Il settimo pezzo è "Black Plague" (Peste nera), che si introduce con una parte parlata del vocalist, coadiuvata da una melodia ben scandita di chitarra: tale introduzione, ben presto, porta ad un feroce urlo dello stesso cantante, ad una serie di aggressivi accordi e ad un potentissimo tappeto di doppiopedale. Il brano, per la verità, nel corso della strofa si rivela meno classico e meno in linea con gli standard tradizionali del genere, dunque più moderno e piuttosto propenso ad avvicinarsi alle proposte metal dell'ultimo decennio. Proseguendo con l'ascolto, tuttavia, constatiamo che si tratta di un'autentica commistione di generi, alquanto interessante e che accompagna con dinamicità l'intero ascolto. Alternando sezioni assolutamente brillanti a parti meno accattivanti, il pezzo comunque raggiunge l'obiettivo di essere un grande catalizzatore d'attenzione, con ogni singolo secondo del brano che porta grande imprevedibilità circa il proseguimento dello stesso pezzo. Le liriche parlano, in senso lato, del morbo che mise in ginocchio il mondo occidentale, la peste nera: tuttavia, il testo scritto dai ragazzi non manca di elementi innovativi e fantasiosi, come potrebbe essere la presenza di Satana dietro la stessa malattia. Del resto, il morbo pestilenziale più celebre della storia dell'umanità porta spesso con sé storie fantasiose, rielaborazioni, sfociando nel mito: non possiamo che definire questo pezzo come l'ennesima dimostrazione di ciò. Ottima, bisogna infine dirlo, la sezione dell'assolo, davvero particolare ed innovativa. La canzone si protrae per poco oltre cinque minuti, indubbiamente più convincente della precedente "Wood of Suicides", sebbene non perfetta.

Arachnophobia

Si continua con "Arachnophobia" (Aracnofobia), un brano che riporta in auge una delle paure più diffuse fra noi uomini: quella per i ragni. Le liriche del brano parlano, per il vero, di un vero e proprio terrore, che il protagonista vive come un'autentica trappola ed un tremendo incubo. Il pezzo si introduce con un lungo arpeggio di oltre quaranta secondi, seguito dalla più classica ma potente serie di power chord che introduce, progressivamente, la parte più strettamente metal del pezzo. Riconosciamo sin da subito quello che è il riff della strofa, elaborato e per nulla banale, ma efficace e diretto al tempo stesso: per l'ingresso di canto, tuttavia, c'è da aspettare circa due minuti da ascolto; molto "Metallica" il ritornello. Al terzo minuto di canzone uno dei riff migliori dell'intero disco, un fantastico rallentamento ed un'evoluzione che si mostra interessante, dinamica, spumeggiante; belle anche le armonizzazioni di chitarra che seguono, bel pezzo! "Arachnophobia" ha tutto: capacità di inventare, creare, smuovere le acque, di mantenere il brano sempre in movimento, e soprattutto di osare, uscire dagli schemi triti e ritriti delle solite band, mettendoci del proprio. Complessivamente, è proprio per questi motivi che potrebbe essere il mio brano preferito del disco, senza contare le capacità tecniche dei musicisti, ancora una volta confermare, a partire dal pregevole lavoro dietro le pelli del batterista che martella e percuote come se non ci fosse un domani. Giunti a questo punto dell'album, sono due le tracce che ci attendono alla conclusione, con l'ultima che, come avremo modo di vedere, è una "sorpresina".

Vlad

Con il penultimo brano del full "Vlad", i Reverber ci catapultano nel bel mezzo dell'oscura Transilvania: introduzione melodica, stupendo pattern di batteria, avvio in tutti i colori e, se possiamo dire, epico. Questo brano, della durata superiore ai cinque minuti di ascolto, dimostra sin da subito di voler "essere impegnato", un masterpiece insomma. Ottimo il riff che viene battezzato dopo un minuto di ascolto, rapido e feroce, e che dopo un breve e più melodico bridge consegna il là per l'avvio vocale del cantante: se, da un lato, i Reverber dimostrano ancora una volta di aver voluto raccogliere il "meglio" della melodia del sound dei nuovi Kreator, dall'altro appunto non mancano sezioni di chitarra feroci e crude, classiche nel loro essere anni '80, e che faranno senz'altro piacere agli amanti del genere. Da sottolineare, al fianco delle ottime melodie e della solidità compositiva di questo pezzo, l'eccezionale lavoro dietro le pelli: ancora una volta, il batterista della band è una garanzia; pregevole la sezione ritmata e "secca" che i ragazzi propongono arrivati a tre minuti e trenta di ascolto, davvero devastante, bisogna dirlo. L'assolo, che ci avvia alla conclusione del brano, è melodico e pacato nelle sue fasi iniziali, per poi accelerare, ma senza abbandonare mai il suo lato più musicale. Le liriche del brano parlano dell'impalazione di migliaia di uomini nell'oscura Transilvania, di come la morte e la distruzione possa incombere nel corso di un'epoca buia: "una tremenda calamità", così viene descritta dai musicisti. Simbolo perfetto per una tragedia in corso, è quella di un'alba che sorge già oscura, macchiata, maledetta come la stessa terra che non vede più il sole sorgere radioso come un tempo: un Dio? Un demone? Entrambi o nessuno; il protagonista è Vlad, con il piacere di uccidere, macchiato di sangue, portatore di dolore e devastazione.

Angel Witch

Il disco si conclude con l'ultima traccia, una cover della storica "Angel Witch" (Angelo strega). Il brano, probabilmente il più celebre dell'omonima heavy metal band inglese, apriva l'album di debutto del 1980, anch'esso, proprio come canzone e gruppo, chiamato "Angel Witch". Il brano parla di una storia di amore, o meglio, di una "mancata" storia d'amore! Il protagonista infatti desidera ardentemente una ragazza, che però non gli presta molta attenzione: da qui il nome del brano. Devo essere sincero, giunti a questo punto mi aspettavo la classica cover "riempitiva", anonima ed insipida, messa lì per arrivare magari a quota dieci tracce, magari per arrotondare ancor più il minutaggio dell'album. Sono felice di smentirmi in partenza, invece, e di dire che questa traccia è una bomba! Il brano non solo è onorato nel miglior dei modi, ma addirittura proposto in una validissima chiave "alternativa", certamente più estrema e rapida, ma anche elegante e pungente. Le parti di chitarra solista suonano che è una meraviglia, quel tocco poi di personalizzazioni rendono alquanto magici questi tre minuti di ascolto. Sono felice di poterlo dire: questo è uno dei rari casi in cui una cover di questo genere, messa in questo modo, non solo non penalizza ma addirittura valorizza il disco! Da ascoltare.

Conclusioni

Poteva essere facile partire prevenuti, poteva essere facile immaginarsi un ennesimo anonimo album thrash metal privo di personalità e di particolari qualità, che magari catturassero in qualche modo l'attenzione. Corrado con la sua Punishment, invece, tramite questa release, sfodera un gran colpo perché il disco è bello, i musicisti sono validi, ed il thrash metal è personale ed interessante, seppur con l'eccezione di un paio di tracce più deboli a metà album, che però è difficile che manchino. Il sound non è di quelli nuovi, ed in particolare dal mio punto di vista le influenze dei Kreator di Petrozza e compagni sono evidentissime a più riprese: la band, tuttavia, ha la cosa più importante, ovvero la capacità di "osare", di "uscire dall'anonimato", insomma di metterci del proprio e di proporre dei brani che abbiano effettivamente un qualcosa da offrire. Anche le formule variano nel corso del disco, si passa dal brano più musicale a quello più grezzo, all'arpeggio all'assolo rapido, la dinamicità è un elemento fondamentale all'interno di un disco e qui senza dubbio non se ne sente la mancanza. Tornando alle capacità tecniche dei musicisti, qui sono tutti all'altezza delle aspettative ed anche oltre, è gente che sa suonare, così come del resto la produzione è buona ed ampiamente soddisfacente. La durata complessiva del lavoro è di 49 minuti d'ascolto, dieci tracce, dunque bella piena ed abbondante. Questo è un disco da ascoltare e volentieri riascoltare, cosa che infatti sicuramente farò; quando qualcosa è fatto in casa propria poi, indubbiamente ha un sapore differente. Dal mio punto di vista merita un pieno 8 su 10, perché si discosta dalla massa, come appunto anticipavo, e prova a "mischiare un po' le carte". Un passaggio positivo per un'ulteriore evoluzione dei Reverber, potrebbe essere quello di rendere meno evidenti in certe fasi le loro influenze, che davvero hanno riportato in maniera fin troppo palese a lavori come "Phantom Antichrist" del 2015 dei già citati Kreator, non sempre appunto, ma in certi momenti sì. Peccato a questo punto perché, se questo disco non avrebbe avuto quelle piccole flessioni a metà del lavoro, staremmo parlando di un'autentica perla del thrash metal nostrano. Sono felicissimo, ad ogni modo, di aver scoperto un album da 8 pieno, un voto che non do facilmente quando si parla di questo genere (il mio preferito), troppo bello per essere proposto continuamente in maniera mediocre. Augurando il meglio del meglio del meglio ai ragazzi per il proseguimento della loro carriera, e congratulandomi ancora una volta per questo validissimo disco, attendo ansiosamente novità dalla loro musica, che certamente non mi lascerò scappare!

1) Gods of Illusion
2) Sect of Faceless
3) My Name is Destruction (Alboin the Conqueror)
4) Channel 666
5) Nightmareland
6) Wood of Suicides
7) Black Plague
8) Arachnophobia
9) Vlad
10) Angel Witch
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