REVERBER

Immortals

2016 - Unsigned, independent

A CURA DI
NIMA TAYEBIAN
06/12/2016
TEMPO DI LETTURA:
9

Introduzione Recensione

La nostra esplorazione dell'underground metallico italiano ci porta al cospetto di una band "nuova" il cui monicker risponde al nome di Reverber. Con all'attivo solo una demo - "Serial Metal Killer" del 2010 - e un full length, il recentissimo "Immortals" del 2016, oggetto di questa recensione, i nostri, grazie all'efficacia del loro primo parto "compiuto" (il disco appena citato, mi sembra ovvio), riescono nell'impresa di colpire le orecchie dell'ascoltatore - e immagino di qualsiasi eventuale critico anche professionista - grazie all'efficacia di brani mai scontati, mai "piatti" o ripetitivi, omogenei e perfettamente amalgamati in un humus vario che riesce senza fatica alcuna a tenere calamitata l'attenzione del fruitore, senza cali di tensione e senza quella tentazione - frequente nella nostra malaugurata epoca in cui il file sharing determina un interesse più superficiale riguardo ad un prodotto - di skippare per arrivare superficialmente alla fine del disco ed essersi fatti si e no un idea blanda del contenuto. Si, perché in un periodo già sovraffollato di prodotti del genere (siamo ancora in preda agli ultimi vagiti del cosiddetto "revival thrash"), non aiutato dal fatto che, come accennato in precedenza, il file sharing superficializza la bontà di un prodotto, riuscire nell'impresa di colpire è un miracolo. Il quale spesso non riesce ad essere compiuto nemmeno molte band affermate; anzi, sentendo spesso il parere di alcuni secondo cui "i primi dischi della band X erano meglio" rispetto a quanto prodotto in seguito,  è quindi anche inutile soffermarci sul discorso. Forse, per molte vecchie glorie, spesso è pure più difficile attirare l'attenzione rispetto a quanti emergono freschi freschi. Ma sto divagando. Sta di fatto che un disco del genere non me l'aspettavo. Poi, dopo aver tanto ascoltato, in generale, e avere io stesso raggiunto - forse - un limite di saturazione, non mi aspettavo che un disco come questo "Immortals" risvegliasse in me sopite sensazioni. Quel che cercavo, da critico e fruitore/musicomane, non era tanto l'ennesimo prodotto thrash, ma BUONA MUSICA thrash. Il palato grezzo non ne afferrerà la differenza - tanto per alcuni l'importante è inserire nello stereo un po' di "casino" e sbattere la testa - ma per chi ama la buona musica estrema, per chi si è raffinato a dovere il palato, per chi ha una nozione della differenza tra un metal fatto a regola d'arte e puro baccano.. per questi si, la differenza è palese. E i nostri rientrano nella prima categoria, quella del metal "fatto a regola d'arte". Basti inserire il disco nel lettore - e non serve che a farlo sia il classico appassionato "solo" di thrash metal - per rendersi conto di come queste nove tracce funzionino, e alla grande. Ritmi variegati uniti ad una potenza non indifferente, ad un'ispirazione mai latitante e alla capacità indubbia di "saper prendere" fanno del disco in questione (dopo ripetuti e appassionati ascolti) uno dei miei dischi thrash italiani dell'anno. Di solito non mi sbilancio mai, ma ragazzi, è impossibile non lasciarsi appassionare da tracce come "The End Of Your Life", "Kamikaze" o "Justice Is Dead". Per quanto i rallentamenti non manchino - ma piazzati sempre a dovere - l'headbanging è sempre assicurato; a tutto questo, poi, dobbiamo necessariamente aggiungere una raffinatezza non comune nel panorama (e soprattutto tra le nuove leve). Detto ciò, presenterei i nostri proprio attraverso la loro bio, dato che avendo già parlato (e bene) del disco sarà sicuramente fioccata qualche curiosità sulla band. I Reverber nascono nel 2007 da un' idea di Marco Serafini (alias Mitraja), Alessio Stazi (batteria, già attivo in realtà come Lectern, Perfidy Biblical, Genital Orgasm) e Luca Filipponi (chitarra solista). Uniti dalla comune passione per il Thrash anni 80', i Nostri iniziano subito a far funzionare la nuova realtà, scrivendo immediatamente musica propria. E' così che nascono i loro primi brani, come "The Night Stalker" e "Napalm". Verso la fine 2007 viene temporaneamente ingaggiato come bassista Giovanni Caiazza (ex Vanguard), musicista dalle forti influenze punk/hardcore. Ma solo nel 2008, con l'arrivo di Vittorio Pacifici (ex Epatika) al basso la band inizia a lavorare al progetto "Serial Metal Killer", con testi influenzati da temi come (per l'appunto) Serial Killer, guerra e satanismo, riportando alla luce un thrash metal classico, puro e allo stesso tempo potente. Nel 2010 assistiamo al temporaneo allontanamento di Stazi, situazione che sembra minare gli equilibri interni dei Reverber.  Dopo una breve collaborazione con Davide Santillo alla batteria (ex Tear Me Down), nel 2011 Alessio torna nella band. Nel 2013 lascia invece il gruppo Filipponi, per problemi personali. Quest'ultimo viene quindi rimpiazzato dal nuovo chitarrista Alessio Alessandretti (ex Fixed Fate), che porterà radicali cambiamenti nella parte solistica e contribuirà notevolmente alla stesura di nuovi riffs. Dopo l'incisione di "Serial Metal Killer", Pacifici lascia la band per questioni lavorative. Ad egli subentra  Valerio Strada alias "Er Nutria", con il quale la band inizia a lavorare ad un nuovo progetto, "Immortals". La band ha effettuato un radicale cambiamento dopo l'arrivo dei nuovi componenti, passando da un Thrash metal classico a sonorità più aggressive e potenti. Il 19 Marzo 2016 infatti esce "Immortals", lavoro che vede i Reverber sfornare canzoni più massicce, con ritmi feroci e martellanti, il tutto migliorato dall'investimento sulle nuove strumentazioni. Citando direttamente le info rilasciate dal gruppo, sottolineiamo l'utilizzo di Seymour Duncan Invader e amplificatori Peavey valvolari. Questi sono dunque i Reverber, ottima band che, sono sicuro, non mancherà di stupirci ancor più nell'immediato futuro: un gruppo conscio delle proprie capacità, capace di sfornare già in prima battuta un prodotto solido e potente. Per l'appunto, il disco che andremo ora ad analizzare nella nostra consueta track by track.

Immortal

Si inizia molto bene con "Immortal (Immortale)", prima traccia del lotto. Le influenze tardo-slayeriane (ultimi Slayer per intenderci) sembrano farsi sentire con una certa evidenza: qualcosa della title track di World Painted Blood emerge qua e la (l'attacco iniziale post-introduzione è molto simile alla partenza di questo primo brano), e in più la voce sembra essere un crocevia tra Hetfield (in minor misura) e l'ultimo Araya (in più larga parte), ma il tutto non sembra inficiare nell'economia di un brano che, a parte queste due note marginali, vive di vita propria, splendendo di luce abbastanza personale. Dopo l'attacco iniziale, estremamente energico, tutto giocato su un riffone schiacciasassi e una batteria implacabile, si ha una piccola digressione, arcigna sicuramente, ma che smorza di una tacca la tensione del preambolo iniziale. Oltrepassata la soglia dei trenta secondi subentra la voce, di vaga reminiscenza "arayana" (sulla quale ho speso qualche parola in precedenza) e la sezione ritmica torna a farsi rovente, "schiacciasassi", con un impeto, una foga davvero impressionante. Ancora una piccola digressione strumentale verso i quarantacinque secondi, quindi si ricomincia come prima. Nuova digressione prima del minuto, quindi si arriva in territorio refrain: la tensione non viene eccessivamente placata (gli strumenti intessono ritmiche davvero roventi) ma viene dato comunque concesso uno spiraglio a soluzioni "più melodiche". Il brano prosegue essenzialmente sulla medesima falsariga, alternando a brevissime parti più "ragionate" (meno ritmiche d'assalto e maggiore costruzione melodica) a ritmi possenti e granitici, sempre veloci e di grande effetto. Un brano fondamentalmente lineare insomma, di quelli capaci di assicurare un sano headbanging. A livello testuale non abbiamo assaggi di fine letteratura, ma scampoli di "apocalisse" (nel senso più moderno del termine, niente "rivelazioni") forse un po' banalotti. Horror e caos come se piovesse, visioni nefaste "come se non ci fosse un domani". In sostanza l' armata del thrash che avanza, tra sangue, fuoco, distruzione e birra (???), ammonendo con parole nefaste un eventuale interlocutore. Tutto si risolve in scenari da incubo, visualizzazioni del Kaos che prende forma, il tutto messo in scena in maniera non eccessivamente raffinata - forse addirittura un po' infantile - ma va bene ugualmente. Il metal è anche questo - basti vedere i primi testi dei Sodom per capire di cosa parlo ("Cala la notte!/ Ecco l'armata immortale del Thrash!/ Un olocausto di birra e fuoco,/ distruzione totale!/ E' tempo di caricare le pistole!/ E' tempo che tu conosca il mio nome,/ un'apocalisse, una brama di sangue,/ sempre nella tua testa../ finché non moriremo!").

The End Of Your Life

Si continua in maniera ottima con la seconda "The End Of Your Life (La fine della tua vita)", ancora una volta arrembante e veloce, ma capace di dare più spazio a costruzioni melodiche. La cosa risulta già palese dall'introduzione strumentale: il primo minuto (trattasi di un'introduzione lunga per gli standard medi del thrash) si affida ad un cesello che punta più alla costruzione di atmosfere che a "far sbattere la testa". Dal minuto in poi quindi i ritmi diventano prepotentemente incalzanti, infatti vediamo subentrare un rifferama circolare tipicamente thrash, sorretto da un lavoro di batteria ancora deragliante. A un minuto e mezzo subentra la voce, mai così "stile Araya" (sottolineando comunque che le somiglianze sono ancora una volta con le modalità espressive dell'ultimo Araya, arcigno e thrashcoreggiante. Molto meno con la classica tipologia vocale dei primi periodi). I ritmi si mantengono molto feroci, e sino a qui le costruzioni melodiche le vediamo confinate unicamente all'intro. Già dal minuto e cinquanta le cose cambiano, dato che la parte del refrain si presenta, pur potente e d'impatto, particolarmente melodica. Verso i due minuti e venti si ritorna in seno a ritmiche più pompate, e contemporaneamente anche le vocals subiscono una netta impennata di rabbia. Verso i due minuti e cinquanta, dopo una risata mefistofelica del singer, si apre uno spiraglio strumentale molto melodico (ma che non tralascia un certo mood granitico e impattante). Verso i tre minuti e cinquanta di nuovo fa capolino il singer in concomitanza di una nuova ripetizione del refrain. Avrete dunque capito, rispetto al precedente brano lo spazio per la melodia è più accentuato: ove il precedente si affidava ad un assalto all'arma bianca e in your face, il secondo brano preferisce essere impattante senza risparmiarsi nel fattore musicalità. A livello testuale si continua sulla stessa falsariga dello "storyboard" precedente, certo meno banale (niente "eserciti thrash e visioni di birra), dando connotati più seri a tale scampolo di narrazione, piccolo trailer dell'apocalisse in cui si materializzano "demoni con i coltelli" e nefaste persecuzioni portate avanti da "immortali" nei confronti di vittime inerti - ma non "innocenti" ("questo è quello che ti meriti per le tue menzogne") -, almeno così viene lasciato credere. Un testo che ancora una volta non rappresenta lo zenith della finezza ma si sposa abbastanza bene con le tessiture musicali.


The Shining

La terza traccia, "The Shining" segue la falsariga della precedente, considerando la sua irruenza sempre notevole, ma addizionata a passaggi melodici capaci di renderla non eccessivamente monolitica, e quindi forse meno fruibile a primo impatto. Con la ricerca di una certa "musicalità" si ha invece un prodotto che pur conservando un'irruenza belluina, comunque si stampa nella mente già dal primo ascolto (e non è poco). Un'introduzione pachidermica di un minuto, bassa e spenta, presagisce solo di misura il terremoto sonoro destinato presto a manifestarsi. Già dal cinquantesimo secondo i ritmi prendono ad accelerare gradualmente, sono a portarci, oltrepassata la soglia del minuto, ad un deflagrante baccanale sonoro. Dal minuto e venti circa, i ritmi, decelerando di una tacca, si assestano su un impronta granitica, possente, per poi ripartire furenti come una tremenda slavina di lava. Un break a un minuto e tre quarti determina il subentrare della voce, arcigna, nefasta. Verso i due minuti il refrain, molto melodico, ma che non incisivo in negativo sulla potenza del brano, anzi...si può dire che passaggi del genere donino un tocco di epos ad una struttura altrimenti solo basata sull'assalto "in your face". Dai due minuti e diciassette si riparte sulla scorta di quanto sentito in precedenza, sospinti da un inumano furore che sicuramente non può non fare la gioia di tanti thrashers incalliti. Dunque si prosegue all'insegna dell'aggressione sonora sino ai due minuti e cinquanta, quando una nuova ripetizione del refrain spezza la tensione e ci regala un altro frangente carico di "epos". Dai tre minuti e cinquanta una digressione strumentale di dieci secondi, arrembante ed aggressiva, ci riallaccia alla struttura portante,veloce e incompromissoria. Dieci secondi dopo ancora la voce a fare capolino, e le ritmiche sembrano non subire grandi variazioni. In sostanza, come specificato, un pezzo anche stavolta abbastanza lineare, con poche "divagazioni" (se così le possiamo chiamare), giusto una manciata di raffinatezze melodiche - il refrain lo testimonia - a dare maggior respiro ad un pezzo che sarebbe stato ugualmente bello anche "solo irruento", ma che con tali accorgimenti sa essere immediatamente "catchy". Interessante a livello testuale, la traccia in questione fa riferimento proprio allo Shining letterario (Stephen King) e ancor più allo Shining cinematografico (di Kubrick, che ripercorre in maniera talvolta libera la trama del romanzo di King). Protagonista del pezzo, si intuisce facilmente dal testo, è Jack Torrance, figura chiave del libro/film, scrittore fallito, con turbe psichiche, costretto a lavorare al suo romanzo in un hotel chiamato Overlook, teatro, in tempi passati, di vari orrori. La storia per come la conosciamo, vede il nostro simpatico amico impazzire del tutto e tentare di fare la pelle alla moglie e al figlio, quest'ultimo dotato di un potere precognitivo (la luccicanza, the "Shining", da cui deriva il nome del libro e della sua trasposizione) crepando come un cane nel tentativo di farlo. Elemento chiave nella storia una stanza dell'albergo, la numero 237, nella quale Torrence entra e da cui inizia la sua discesa negli abissi. Stanza "maledetta", è quella che nel film presenta il fantasma della signora Grady (la moglie di un ex custode che anni addietro stermino lei e le sue figlie prima di togliersi la vita). Il testo di questo brano ripercorre in maniera libera la dannazione di Torrance, sconvolto dalla visione di anime e richiamato da quella famigerata stanza 237, mentre le sue dita picchettano nervose sulla macchina da scrivere. Molti sono i flash offerti: da Danny (suo figlio, dotato della luccicanza) che corre con il triciclo, ai celebri fiumi di sangue, passando per una citazione del "bicchiere di whiskey", che sarebbe quello offerto dal barista fantasma a Torrance quando questi inizia a vedere gli spettri. Bel testo, davvero molto bello ("La camera 237chiama la tua anima!/ Si risvegliano le tenebre!!/ Un altro bicchiere di whisky, offerto da Satana!").

Amnesia Post Murder

La quarta "Amnesia Post Murder (Amnesia Post Omicidio)" prende il via con una bella introduzione piena di atmosfera. Metallica, ma non necessariamente thrash, dato che una tessitura strumentale simile la potremmo ritrovare tranquillamente all'inizio di un brano heavy o death. Dai quarantacinque secondi in su si ritorna in seno a strutture a noi più familiari: riffoni circolari e velocità spedite, tutto secondo schemi già rodati. A un minuto e quindici circa fa la sua comparsa il vocalist, con la sua voce carica di acredine, ferale. I ritmi restano terremotanti, la velocità si mantiene considerevole. A parte le ottime tessiture chitarristiche il plauso va al lavoro di batteria, sempre vario, veloce, assassino. Iniziano già, dal secondo minuto inoltrato (due minuti e venti) a farsi sentire le prime differenze con quanto sentito sino ad ora: la varietà nelle tracce precedenti - salvo la prima, irruenta ed assassina senza alcun fronzolo - era determinata da passaggi melodici, veloci ma con quel surplus di "musicalità" capaci di rendere il prodotto finale immediatamente catchy. Ora invece si arriva a piazzare un bel rallentamento che fa scivolare il brano verso connotazioni più "malinconiche" e pregne di spleen. Un rallentamento inserito ad arte (cesellato tutto da ariosi arazzi di chitarra) destinato a durare sino ai tre minuti e trenta, ove la digressione strumentale, lungi dall'arrivare alla propria fine, prosegue accelerando i tempi. A quattro minuti e trenta si ricomincia con il classico stillicidio sonoro, sulla scorta di quanto messo in campo dai quarantacinque secondi in su. Il  testo del brano ha come elemento cardine la follia di un uomo, che manifesta in maniera ossessiva la brama di uccidere. Questi sogna di uccidere, impulsi incontrollabili si insinuano in lui, mentre, leggendo il titolo ("amnesia post omicidio") nel fruitore si manifesta il dubbio che questi abbia già ucciso, che questi suoi deliri, questi suoi pensieri siano conseguenza dell'atto malsano già compiuto: che a parlare sia un omicida che ha già portato a termine il folle gesto, per poi occultare il tutto nella sua mente labile facendo passare certe smanie di sangue solo per visioni ("Rimane la brama di sangue,/ questo strano desiderio, che mi infesta./ Sogno di uccidere, voglio uccidere../ questa strana ossessione mi acceca!"). 

Kamikaze

La quinta traccia "Kamikaze", come le sue dirette precedenti, prende il via con un'introduzione ricca di atmosfera, finemente cesellata, e anche relativamente lunga (diciamo un minuto e quindici, cioè la fine del primo troncone, ma in realtà la voce subentra solo al minuto e quaranta, successivamente ad un secondo troncone più veloce). Conseguentemente alla parte introduttiva, partono in quarta i ritmi e subentra anche la voce, a creare un connubio tanto malsano quanto gradevole con le architetture strumentali (alla Adolf Loos: semplici ma funzionali). Oltrepassata la soglia dei due minuti ci stupiamo nuovamente nel sentire un passaggio estremamente melodico, che il cantato arricchisce di un certo spleen. Molto bello. Tutto questo prima di un ritorno a sentieri più deraglianti (2 minuti e 18) e alla stentorea esclamazione "Kamikaze!". Quindi si prosegue su binari spediti, per una decina di secondi esclusivamente strumentali. Oltre la soglia dei tre minuti il medesimo passaggio melodico già udito in precedenza, quindi ancora ritmi veloci e l'esclamazione "Kamikaze!". Verso i tre minuti e venti un bel passaggio strumentale giostrato dalla chitarra, veloce ed evocativo, il cui inserimento in questo frangente risulta perfetto. Ancora l'uso dell'esclamazione "Kamikaze" ripetuta un paio di volte dopo i quattro minuti, quindi un bel passaggio strumentale granitico, dai ritmi più "calcolati" e sicuramente meno irruenti. Quindi, dai quattro minuti e cinquanta in poi si scivola gradualmente verso ritmi ancora una volta ipercinetici. Il testo risulta pregno di una certa aderenza al contesto sociale contemporaneo: certo i kamikaze non sono un'invenzione contemporanea, ma già dalle prime battute del brano, quando si ascolta il verso "Leggo ogni giorno il sacro testo della violenza", sappiamo dove si vuole andare a parare, considerando che i giapponesi non leggevano - immagino - testi ambigui prima di schiantarsi contro le navi. Ebbene si, non ci vuole molto ad intuire che qui parliamo dei kamikaze contemporanei, che contrappongono alla precisa ideologia dei giapponesi una delirante follia che sarebbe da dementi tentare anche solo di interpretare. Cartine di tornasole di un male contemporaneo - quello di avere troppo - i nostri sono protagonisti di un brano stuzzicante, rappresentati da un elemento della loro categoria. Assieme a verità incontrastabili (si parla del "testo della violenza", di guerra a tutti e nessun domani) vi sono anche spaccati dei deliri del protagonista ("combatto perché muoiano le falsità", "il paradiso ti attende"). Un testo molto bello che, come asserito poche righe fa, sa essere anche in linea con il mondo in cui viviamo oggi. Certo la musica metal non ha bisogno - non sempre - di essere fedele alla realtà (anche zombie e mostri ci piacciono) ma quando compie questi excursus in maniera intelligente è sempre una gran cosa.

The Justice Is Dead

La sesta "The Justice Is Dead (La Giustizia è Morta)" rappresenta senza ombra di dubbio la vera novità del lotto, vero punto di rottura con quanto sentito sino ad ora. Mentre i brani ascoltati sino a questo momento rispondevano in maniera palese al puro verbo del thrash, qui ci troviamo di fonte ad una ballad - o almeno ad un brano dai toni malinconici e mesti - che ben poco ha a che vedere con i precedenti brani. Un momento di distensione necessario a tirare il fiato, perfetto nel suo inserimento a poco più della metà del disco. E considerando la bellezza sopraffina del brano in questione ci rendiamo conto di come i nostri sappiano giostrarsi ottimamente il verbo del metal, non rigorosamente thrash. Il brano prende il via in maniera malinconica con un arpeggio che già ci cala in lidi spenti ed autunnali, colorati di ocra e grigi. La batteria si inserisce ben presto a fungere da apertura alla voce, che incredibilmente dimostra la propria duttilità attraverso modalità espressive ben diverse a quanto eravamo stati abituati: triste ed ombrosa, perfettamente credibile nella sua malinconica opacità. Il brano avanza annebbiato da folate di spleen. marciando spento tra sentieri d'ombra, senza incrementi ritmici. Solo un ricamo dolente di chitarra, una voce struggente aiutati da dosati rintocchi alla batteria. Uniche variazioni sono momenti come, ad esempio, verso il minuto e cinquanta, in cui si hanno impennate di misura, ma solo a sottolineare certi effluvi dolenti. La voce comunque non subisce variazioni, rimanendo ancorata alle medesime metodologie espressive. Degno di nota l'affresco chitarristico offerto dai tre minuti in su, in una digressione strumentale pregna dello stesso sapore del brano, amara come il cianuro ma paradossalmente godereccia come il miglior liquore. Interpretabilissimo il testo del brano, che offre pochi spaccati per dare un'analisi certa di quale sia il fulcro del racconto. Considerando il titolo del testo, comunque, e pochi spunti qua e la proprenderei per una condanna a morte ("la terra che stai lasciando urla il tuo nome", "il dolore arriva, lo senti nella tua testa" "preghiere rivolte al cielo") possibilmente data la parte che parla di dolore che arriva e si sente in testa propenderei per l'elettropulsione (altre, come la fucilazione, la ghigliottina, la camera a gas mi sembravano poco attinenti con questa affermazione), condanna a morte tra le più atroci nel contemporaneo (in passato invece c'era da sbizzarrirsi) e la cui morte passa proprio per la testa. Dunque gli ultimi momenti di un condannato, con una voce fuori campo che si occupa un po' di fare la cronaca - andando comunque sempre sul vago - sottolineando comunque l'ingiustizia a cui si sta andando incontro ("la giustizia è morta!!!").

Eighteen Hundred

La settima traccia "Eighteen Hundred (Milleottocento)" segna il ritorno a velocità più sostenute, dopo il bagno di amarezza fatto con il precedente brano, giostrato fondamentalmente su velocità contenute. Ancora una volta ci troviamo di fronte a un bel brano, non il migliore del lotto, ma si lascia ascoltare che è un piacere. L'inizio è affidato a una parte introduttiva rombante inanellata dalla batteria e da un gustoso riffone di chitarra. Il tutto non eccessivamente veloce. Per la velocità bisogna aspettare i trenta secondi scarsi, quando i ritmi incrementano parossisticamente scagliandoci di prepotenza di fronte all'ennesimo macigno thrash. Il subentrare della voce (verso il quarantesimo secondo) non determina grandi cambiamenti, considerando che il brano sembra mantenersi insofferente a qualsiasi decelerazione. Poche le variazioni degne di nota: decelerazioni di misura per far spazio a parti lievemente più melodiche (come possiamo udire dopo il minuto) e break (un minuto e dodici) che comunque non inficiano nel complessivo "fattore violenza". Il brano sembra parlare stavolta di una sordida storia di pedofilia, di violenza carnale, risolta - almeno si crede -  attraverso l'omicidio dell'aguzzino che si rivela essere (le ultime battute non lasciano spazio all'immaginazione) il padre della giovane donna. Inizialmente si fa riferimento all'uomo, paragonato all'uomo nero - un lugubre babau reale - che entra nella camera della giovane per violentarla ("L'oscurità in camera da letto....è arrivato il momento dell'uomo nero"). Quindi questa ripensa agli anni che non ha mai vissuto, alla sua infanzia violata per sempre per via della depravazione di quell'uomo corrotto. E infine decide - per porre fine per sempre a questo incubo - che è giunta l'ora di liberarsi del suo aguzzino, tagliargli la gola estirpando da questa terra la sua marcia esistenza. Il finale rimane aperto, dato che nell'effettivo non sappiamo come andrà a finire questa vicenda, se insomma certe fantasie rimarranno confinate nella sua mente ormai devastata, o se il pedofilo sarà effettivamente fatto fuori. 

Cancrena

Il proseguo è affidato all'ottava traccia, la preziosa strumentale "Cancrena", pezzo di pura genialità che pur senza alcun supporto vocale, riesce grazie all'articolatezza delle sue trame ad essere un po' la summa del disco. Qui vi è praticamente tutto: dalle parti più tirate ai rallentamenti, dai frangenti granitici a quelli più malinconici. Un favoloso viaggio di pochi minuti che comunque riesce sinceramente a trasportare, data la coesione delle varie sfaccettature di questo pezzo, sicuramente meno lineare che tanti suoi precedenti (e non poteva essere altrimenti, dato che un buon brano strumentale deve avere in se progressioni, cambiamenti, magari oltre che di tempo anche "di umore. E qui di umori se ne respirano diversi). Dunque, senza indugio mi è possibile dire che proprio tra queste trame possiamo trovare uno dei migliori esempi musicali dei Reverber: un pezzo bello, capace di catturare l'attenzione, e di riportare alla mente quanto fatto a livello puramente strumentale da altri maestri del genere (si pensi a Orion e The Call Of Ktulu dei Metallica: il paragone sembrerebbe imporobo, ma in realtà non è così, dato che i nostri sanno metterci davvero una sopraffina bravura). 

Ride Of The Heroes

Si finisce in bellezza con la nona e ultima "Ride Of The Heroes (Marcia d'eroi)", pezzo capace ancora una volta di destreggiarsi abilmente tra parti più riflessive e frangenti più tirati. Il preambolo, di un minuto scarso, fa parte della prima categoria, al termine del quale si ha inizio con una parte ben più arrembante, muscolare. Ancora una volta a farla da padrone è un bel riffone circolare, sorretto da una batteria implacabile come sempre. Già dal minuto e quarantotto subentra un nuovo rallentamento, il cui leit motiv segue quello del preambolo. Questo sino ai due minuti e tredici, quando i ritmi prendono nuovamente ad accelerare. Il brano prosegue così sapientemente e superbamente tra accelerazioni e decelerazioni, e come sigillo finale null'altro di meglio poteva essere posto. Una degna conclusione per un disco che non ha mostrato cedimenti, un autentico pezzo da novanta tirato fuori da dei new comers, stelle nascenti di un panorama che sembrava saturo e colmo di materiale alla lunga ripetitivo e stancante, ma che con perle come queste sanno dimostrare cosa voglia dire effettivamente saper fare ancora buona musica. Epico il testo, che parla dell'ultimo sacrificio di un'eroico soldato pronto a sacrificarsi per abbattere i suoi nemici. Questi, conscio del fatto che il suo nome sarà scritto per sempre nella memoria delle persone che lo eleggeranno ad eroe, e ripensa al buio che oscurava, in passato il suo cuore, tenebre ormai dissipate di fonte a tale battaglia e al tributo di sangue che questa chiede. Poche parole ripetute a decretare il dissipamento delle sue tenebre interiori e al fatto che ora è pronto per immolarsi al fine di una giusta causa ("Sacrificio,/ per salvare la mia vita,/ distruggere le linee nemiche!/ La vendetta!/ Un massacro!!!/ Per sempre, al mio fianco!!"). Quando viene detto "per salvare la mia vita" pensiamo che viene usata solo un'espressione metaforica, dato che poi si legge "il mio nome riecheggerà per sempre, perchè il ricordo durerà", pensiero che può passare per la testa di un eroe prossimo a morire.

Conclusioni

Si arriva dunque alla fine, e sembra banale ripetere quanto il disco mi abbia fatto un'impressione più che positiva. Non c'è niente che non funzioni tra questi solchi, ogni cosa è perfetta nonché perfettamente piazzata. Capacità strumentali ottime, un cantato che pur talvolta un po' "à la Araya" è più che funzionale alla proposta in generale, capacità di intrattenere e tenere sempre alta l'attenzione davvero non comune, maturità compositiva altrettanto fuori dal comune (un disco del genere uno se lo poteva aspettare da un gruppo più navigato), e testi che, a parte qualche isolato "eccesso di foga" tipicamente Thrash (si veda il testo del primo brano) funzionano alla grande, toccando anche temi cinematografici/letterari ("The Shining"), di attualità ("Kamikaze" e "Eighteen Hundred"), horror, apocalittici e guerreschi. Non manca nulla, insomma. Un elemento, questo, da non sottovalutare: se spesso e volentieri molte odierne band Thrash peccano di "omologazione", dal punto di vista testuale, i Reverber rimarcano con forza la propria volontà di uscire fuori dal coro, presentando certo tematiche forse usate ed usate all'interno della corrente panorama; ma affiancandole comunque ad una vastissima gamma d'altri argomenti, trattati in maniera intelligente e particolare. E' questo forte pluralismo lirico, unito alle incredibili capacità a tutto tondo dei thrashers romani, a rendere "Immortals" un piatto decisamente ricco. E mi viene da sperare che i nostri, che qui hanno evidentemente dato il 100% delle loro forze, non abbiano esaurito, con un simile tripudio di fuochi d'artificio, tutte le loro forze, rimanendo così già privi di tutte le cartucce. Onestamente, non credo sia così. Perché se il buongiorno si vede dal mattino, i Reverber avranno sicuramente dosato le loro energie in maniera sapiente e scientifica, pensando ad ampio raggio e sicuramente proiettandosi già da ora verso un successore di "Immortals". Fermo restando, poi, il fatto che se si è grandi artisti - e i nostri lo lasciano presagire - si trova sempre la maniera di arricchire, volta per volta, le "portate successive", che possono apparire via via sempre più gustose ed in alcuni casi anche assai migliori delle precedenti. Del resto, la storia ce lo insegna: lo hanno fatto i Metallica, i Megadeth, i Celtic Frost (e qualcuno obbietterà la "fase di mezzo", con quel disco "glam" (?) che in tanti non mandano ancora giù... tranquilli, sono geniali anche lì. Se non lo avete capito lo capirete tra molti anni), lo hanno fatto i Death e i Coroner, lo hanno fatto i Carcass.. numi tutelari che il combo romano ha sicuramente ben presente. La loro Storia, ispirata ed importantissima, deve del resto essere d'aiuto a cotante realtà ben più giovani. Ed i nostri sono sicuro che hanno le carte in regola per entrare di fatto in quell'Olimpo che li sta silenziosamente aspettando. Questione di qualche anno, e di diversi capolavori che - sono sicuro - verranno. Ma noi non abbiamo fretta. Possiamo nel frattempo inserire ancora una volta "Immortals" nel lettore, premere ancora una volta play e goderci questa tempesta di note, questi assalti sonori tipici di chi ha iniziato la sua scalata nel modo giusto e nel momento opportuno. Non sappiamo ancora cosa possa profilarsi all'orizzonte.. ma fino ad allora, a contare è il materiale che abbiamo fra le mani. Attendiamo quindi i romani al varco, bramando con ansia un seguito di questo primo, ottimo esordio. Nel frattempo, bravi ragazzi.. good job!

1) Immortal
2) The End Of Your Life
3) The Shining
4) Amnesia Post Murder
5) Kamikaze
6) The Justice Is Dead
7) Eighteen Hundred
8) Cancrena
9) Ride Of The Heroes
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