RESONANCE ROOM

Untouchable Failure

2013 - My Kingdom Music

A CURA DI
FRANCESCO PASSANISI
17/03/2013
TEMPO DI LETTURA:
9

Recensione

Ci sono album che hanno il potere di modificare la nostra percezione della realtà appena inizia la loro riproduzione, album in grado di varcare la soglia della mera tecnologia di un lettore laser che legge la superficie serigrafata di un cd trasformando quella sequenza di 0 e 1 in una modifica dello stato degli elettroni presenti nell'aria chiamata "segnale udibile", come se quelle stesse minuscole particelle elettriche si rendessero portatori di pure emozioni in un modo che trascende le leggi fisiche che governano l'universo. Quando le chitarre iniziano la loro danza attorno alle dissonanze e agli accordi aperti che aprono "The Great Insomnia" il sole sembra velocizzare il suo moto per arrivare ad un repentino tramonto, preludio ad un'oscurità sempre più profonda. L'arpeggio di chitarra clean che segue l'intro è il perfetto biglietto da visita per la prima strofa del testo (In you all my hopes I've placed/I thought that I could trust/Now I'm here, in this cold sea of shame/castaway for the rest of my life) ottimamente interpretato da Alessandro Consoli, cantante dotato di una capacità interpretativa non indifferente, che sottolinea l'inizio della nostra discesa nei più oscuri e profondi recessi dell'animo umano mentre chitarre, basso, batteria e tastiere si lanciano in una convulsa corsa che sottolinea perfettamente il progressivo ritrarsi della luce in favore della notte più nera. "Cages of Dust" continua sulla strada tracciata da "The Great Insomnia" inserendo una maggiore componente progressive nel sound della band. La batteria incastra perfettamente i suoi pattern molto complessi al sound generale del pezzo senza risultare eccessivamente distaccata dal resto degli strumenti mentre Alfio Timoniere, oltre a supportare e rifinire il sound di batteria e chitarre, dissemina il pezzo di finezze bassistiche che mostrano la cura riposta in fase di arrangiamento dell'album. I potenti powerchord delle chitarre colpiscono come schiaffi in faccia, quasi a voler svegliare i protagonisti delle Lyrics, ovvero quelle persone che per paura della morte e dell'ignoto si chiudono nella stupidità della religione finendo <>. Arriviamo a "So Precious" e subito un velo nero oscura i nostri occhi, privandoci della vista, mentre ci addentriamo nelle amare riflessioni di un uomo cieco che sogna di poter vedere il viso della donna che ama, di dare un immagine ai suoni che popolano la sua vita, un volto alla voce sofferente della sua donna. Musicalmente il pezzo segue la delicatezza delle lyrics dando vita ad una power-ballad che rispecchia la grande malinconia del testo. Il pianoforte che introduce dolcemente il pezzo lascia presto spazio a chitarre dal riffing secco e potente, influenzato dal doom più funereo ma pieno di personalità, costruendo un crescendo di tensione costante che si libera in tutta la sua magnificenza nel meraviglioso ed accorato ritornello che lascia spazio ad un intermezzo progressive che si gioca sulla stereofonia delle chitarre che mostrano la voglia di sperimentazione di una band che non si lascia ingabbiare dal "Genere" ma che è riuscita a costruirsi un sound molto personale. L'outro di "So Precious" si collega direttamente all'intro di "New Life", una delle tracce migliori dell'album. Accordi di chitarra lievemente distorti danzano con arpeggi di basso introducendoci la voce del Consoli che da il via ad un crescendo che esplode alla fine della seconda strofa quando Riccardo Failla inizia a scatenare la sua 7 corde, supportato da potenti bordate di basso, mentre il cantante conferma la sua grande versatilità vocale "interpretando" i pensieri di un uomo che decide di lasciarsi alle spalle il passato puntando ad una vita nuova e più felice. L'alone di oscurità e la tensione creato dal pezzo avvicina l'ascoltatore a quest'uomo che cerca di lasciarsi alle spalle quei dubbi e quelle incertezze tipiche di quando si decide, giunti ad un bivio, di cambiare la propria vita abbandonando una strada ormai conosciuta per infilarsi in un sentiero a prima vista oscuro, coperto dalle nebbie dell'incertezza. Il velocissimo solo di chitarra che apre "Naivety and Oblivion" ci lancia verso il primo assalto frontale dei Resonance Room che, inizialmente, abbandonano la lentezza e le atmosfere soffuse degli altri pezzi a favore di una traccia velocissima. Sandro Galati maltratta il battente della cassa con un velocissimo doppio pedale supportando Timoniere e Failla che si lanciano in un riffing sempre fresco che riesce a catturare l'ascoltatore sottolineando le oscure riflessioni che compongono il testo e portandolo fino al meraviglioso intermezzo dove gli strumenti rallentano la loro corsa per regalarci un momento più introspettivo guidato da un delicato pianoforte e dallo slide della chitarra prima che la stessa riprenda un riff distorto ai limiti della genialità regalandoci l'ultima corsa degli strumenti. "Outside the Maze" è un pezzo che andrebbe raccontato nanosecondo per nanosecondo; Alla danza di Chitarre, Basso e batteria, che si incrociano come tre provetti ballerini di tango, che costituisce l'intro segue una sezione ritmica che ricorda per complessità certi pezzi dei Meshuggah alla quale si aggiunge la splendida voce di Alessandro Consoli che rilegge la storia di Icaro e la accosta a quella di tutti gli uomini che vogliono elevarsi dalla pochezza della vita comune, tutti quegli uomini che non si pongono limiti e cercano di sfuggire alla mediocrità. L'intensità del solo che giunge esattamente quando il padre disperato urla il nome del figlio punito per la sua "insolenza" è una stilettata di emozioni che entra dentro l'ascoltatore facendogli vivere in pieno quella disperazione. Arrivati alla settima traccia i Resonance Room riescono a sorprenderci con un iniezione inaspettata di New Wave al loro sound. L'intro di "A Picture", con la sua batteria elettronica e i suoi sintetizzatori, ci riporta infatti alla mente band come Depeche Mode e Sisters of Mercy, ma non passa molto tempo prima che le chitarre tornino a farsi sentire inglobando queste influenze all'interno del loro sound canonico regalandoci l'ennesima dimostrazione di trovarci di fronte ad una band matura e con una sua identità ben definita ma che non ha paura di sperimentare ed aprirsi a nuovi orizzonti. Il testo continua a scavare nei più oscuri recessi dell'animo umano, a raccontare i dolori e le angosce che l'uomo incontra nella sua vita. "A Picture" diventa così un ibrido tra una dolce preghiera in ricordo di tutte le persone amate che se ne sono andate troppo presto e l'urlo disperato di un uomo che inveisce contro un destino ingiusto esprimendo ed esorcizzando tutto il suo dolore, esattamente come in "Unending Loss" che irrompe nelle nostre orecchie come un torrente in piena per poi adagiarsi brevemente su un arpeggio di chitarra clean che lascia presto spazio ad un nuovo crescendo di chitarre che, nella tradizione del miglior progressive, continuano a dividersi tra ritmiche intricate e geniali riff melodici supportate da una sezione ritmica molto solida che purtroppo viene messa poco in luce da una produzione molto incentrata sulle frequenze medie che dona pochissimo groove all'album rendendo spesso difficile sentire gli incroci di cassa e basso, il che è un peccato considerando soprattutto la levatura di due musicisti come Sandro Galati e Alfio Timoniere. Con una perfetta schizofrenia prog, dopo la violenza di "Unending Loss" approdiamo a "Prometheus", una ballad semiacustica costruita principalmente su chitarra e voce. La struttura complessiva del pezzo sfiora la perfezione, alla chitarra acustica e alla voce che aprono il pezzo si aggiungono via via basso e batteria in un crescendo emozionante che esplode a circa metà del pezzo con l'arrivo della chitarra distorta che inizia a dialogare con l'acustica (complimenti al produttore per aver reso complementari questi suoni così diversi) guidandoci fino all'oscuro intro di "Faded", traccia finale dell'album, che dispensa un'ultima lezione di classe ed eleganza con un pezzo dalla struttura complessa che ci da un'ultima conferma dell'ottimo songwriting che permea l'album.



Già con "Unspoken", i Resonance Room avevano mostrato di essere una band solida di ottimi musicisti in grado di regalarci album che accarezzano l'anima dell'ascoltatore stabilendo un flusso continuo di emozioni oscure eppure accoglienti, con la dolce malinconia di certe giornate di pioggia. "Untouchable Failure" conferma ed espande quanto detto di buono nell'esordio limandone perfino le poche imperfezioni con un sound finalmente distintivo al 100% che ci permette di sperare in un futuro molto roseo per la band italiana.


1) The Great Insomnia
2) Cages of Dust 
3) So Precious 
4) New Life 
5) Naivety and Oblivion 
6) Outside the Maze
7) A Picture 
8) Unending Loss 
9) Prometheus 
10) Faded 

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