Replosion

The Resting Place Of Illusion

2010 - DysFuction Records

A CURA DI
CAVALLINI MICHAEL
26/12/2013
TEMPO DI LETTURA:
7

Recensione

Uscito nel 2010 con DysFuction Records, il primo full-lenght degli italianissimi Replosion è l’acronimo di The REsting PLace Of IlluSION, acronimo che dà il titolo all’album. L’artwork risulta sobrio e delicato incuriosendoci non meno ma già intuendo il genere musicale del quintetto lombardo-emiliano: una sezione di cranio femminile composta da miriadi di ingranaggi non può che non farci pensare alla tecnicità del prog-metal. “Carillon”, l’intro dell’album, è caratterizzato dal cristallino ma alquanto inquietante suono di questo strumento, mischiato a suoni elettronici e ad una melodia di tensione che si risolve, però, verso la fine dove la melodia prende una piega più soffice e delicata aprendo al brano successivo. L’omonimo “Resting Place Of Illusion” è il primo vero brano dell’album e tratta tematiche comuni a tutti i noi: molte volte ci domandiamo se quello che stiamo vedendo sia finzione o realtà, se siamo ancora capaci di sognare e di combattere per quello che vogliamo oppure è tutto nella nostra testa. Dov’è il “resting place of illusion”? Qui sulla Terra o dentro di noi?  E il quintetto ce ne canta e ce ne suona su tempi dispari e a colpi di riff ritmati e melodie sincopate ben amalgamati con l’aggiunta di suoni elettronici, tipici del genere. La melodia vocale rimane però al di sotto delle aspettative, timida senza troppi virtuosismi se non verso la fine del brano dove l’acuto riaccende la nostra attenzione. Melodicamente ben composto il ritornello con l’aggiunta dei cori che supportano benissimo la voce principale; tutto sommato, un buon inizio. Tema centrale del brano successivo è lo smettere di piangersi addosso, di continuare a lamentarsi senza fare niente; la vita ci ha dato molto di più e, cosa importante, ci ha dato tutti gli strumenti per cambiare il nostro dolore in felicità: basta volerlo. “Your Shame” è il titolo e la canzone si presenta molto più aggressiva della precedente e anche molto ben composta; per questo non ci annoia mai, mantenendo alta l’attenzione dell’ascoltatore. I riff accattivanti della chitarra e la batteria piuttosto regolare, ci regalano ancora una volta l’emozione di poter far girare nell’aria i nostri lunghi capelli ma il ritornello più cadenzato sembra rallentare la canzone destabilizzando per un attimo l’ascoltatore. Anche l’intermezzo con uno splendido organo da chiesa non ci fornisce molte informazioni circa la direzione musicale della band, lasciandoci per qualche secondo, un po’ spiazzati. E l’headbanging continua subito dopo con “The Unknown God”, un’armonia perfetta tra ritmo accattivante e melodia aggressiva, dall’inizio alla fine. Ottimo l’uso dei cori nelle strofe e l’aggiunta di parti elettroniche anche se il ritornello perde un po‘ di corposità dovuto alle linee vocali che catturano poco l’attenzione. D’altro canto, possiamo dire che in questo brano riusciamo ad apprezzare di più la voce rispetto ai precedenti grazie ad una sua maggiore estensione; infine degna prova tecnica della batteria e della chitarra nell’intermezzo solistico che ci conduce verso la chiusura del brano. Con una melodia arabeggiante, la tematica non poteva essere qualcosa di diverso da un fattore interiore: Dio. In questo caso, un dio sconosciuto, diverso da tutti quelli che conosciamo ma che cerchiamo disperatamente per poter riuscire di nuovo a dare calore alle nostre speranze, che ci liberi dalla paura e dall’indifferenza crescente nelle nostre menti. E timidamente entra “Starless Night”, la ballad del disco, che ci culla avvolti da un lieve organo intriso di una malinconica melodia funerea. Funziona bene perché carica il brano fino a farlo esplodere nel ritornello splendidamente accompagnato da un hammond che aumenta il mood della tematica trattata. Infatti la canzone affronta la perdita di qualcosa, di una parte di se stessi, della nostra fanciullezza e di vedere le cose come quando eravamo bambini; oppure può rivolgersi bene alla perdita fisica di una persona, specialmente sul ritornello in “pale blue eyes fade into grey”. Ottima l’esplosione ritmica e melodica finale per concludere questo affascinante pezzo. E per “Turn The Page” sicuramente vi servirà più di un ascolto per apprezzare in pieno il brano, ma ne varrà la pena! Canzone molto più complessa rispetto alle precedenti ma, a dispetto, è quella che meglio scorre nonostante i tecnicismi e i virtuosismi del quintetto. Come sempre, ottimo uso della parte elettronica mischiata ad un sound più etnico e arabeggiante che ci lascia riposare solo nella parte solistica e nel ritornello, continuando su una melodia più classica del genere. Noterete certamente che in questo brano l’aggressività dei Replosion non solo è aumentata musicalmente, ma anche nelle liriche: la vendetta fa da padrona, una vendetta scatenata da un torto ricevuto che ci ha particolarmente ferito tanto da desiderare dolore per chi ce l’ha provocato. Si delinea anche che, alcune volte, il torto è così grande che è difficile riuscire a guarire ma, prima o poi, tocca sempre alzarsi in piedi di nuovo, ancora e ancora. Ed è con una melodia più gothic che si presenta la settima traccia dell’album: “Push Me Down” è un elogio a se stessi per seguire i propri sogni, la propria musica e di farla uscire come in uno splendido volo verso il cielo, arrivando sempre più in alto. E dopo un tetro intro, il brano si riprende con una semplice melodia per entrare in un etero bridge e sfociare in un ritornello prettamente power (e cosa se no, quando ci sono le parole “reach the sky”? nda). In sostanza, un buon brano che si fa ascoltare senza troppi aggrovigli. Giunti quasi alla conclusione, ecco presentarsi “The Fallen Gates”, brano scorrevole ma molto anonimo, niente che non avessimo già ascoltato in precedenza. Molta melodia caratterizza questo pezzo anche se la linea vocale non è poi così avvolgente ed, essendo tendenzialmente monotona, abbiamo difficoltà a distinguere il passaggio tra strofa e ritornello. In “The Fallen Gates” però, trattiamo una nuova tematica: furono gli uomini i prescelti da Dio per contemplare il suo creato e vivere come gli altri esseri terrestri? Perché ad un certo punto, l’uomo ha la maledizione (o il beneficio) di capire che prima o poi tutto ha una fine? Interessante punto di vista del quintetto che ci esorta ad essere parte di tutto ciò senza averne paura, ma di goderselo in pieno fino alla fine. Non fatevi intimidire dalla durata dell’ultimo brano: nei 17.38 minuti di “Ice Queen” si cela un segreto che dovrete scoprire voi ascoltandolo! In questo caso possiamo parlare di una power ballad poiché da una parte le lyrics trattano di un amore interrotto o impossibile, dall’altra abbiamo melodie e ritmi ad una intensa velocità. Un connubio che i Replosion riescono ad amalgamare benissimo senza far perdere l’attenzione all’ascoltatore, anche  nella parte centrale ripiena di tecnicismi. Interessante l’intro con un breve ritmo raggae, passando poi ad un velocissimo quattro quarti e, anche se la linea vocale non è molto estesa, riusciamo ad apprezzarla in pieno grazie ad un ottimo accompagnamento strumentale. I Replosion concludono la loro opera con un piacevole ma malinconico finale che ci lascia con dei sospiri, aumentando il mood della tematica trattata: il ricordo di un amore che poteva essere ancora vivo se solo avessero voluto. Un finale con i fiocchi.


1) Intro
2) Resting Place Of Illusion
3) Your Shame
4) The Unknown God
5) Starless Night
6) Turn The Page
7) Push Me Down
8) The Fallen Gates
9) Ice Queen