REMNANTS OF AUTUMN

Fragments

2015 - QuaRock Records

A CURA DI
MARCO PALMACCI
29/08/2015
TEMPO DI LETTURA:
8

Introduzione Recensione

Fortuna Audax Iuvat, la fortuna aiuta gli audaci. Gli audaci, coloro i quali decidono di battere sentieri impervi, di percorrere la via più difficile, per poter essere folgorati da quella genuina soddisfazione capace di pervadere l'animo unicamente di chi, sulla cima, ha deciso di arrivarci a mani nude e senza spinte. In un panorama Metal che troppo spesso giace nella sicurezza del "già sentito", ben venga chi è ancora capace di osare più degli altri, di proporre un qualcosa di intimo e sentito, personale e non filtrato attraverso la logica di mercato. Una logica che non deve mai essere accostata (solamente) all'odiato mondo del Pop. Un errore comune di molti musicisti Metal dell'ultim'ora è proprio quello di ragionare in termini "imprenditoriali", ponendosi la classica domanda: "con cosa posso far colpo sul maggior numero di persone?"; ecco, dunque, che la proposta si appiattisce e si satura di gruppi troppo simili fra di loro, dediti a mantenere viva la fiamma di un Culto, quello del Metal "classico", che già di per se brilla da sola e non ha assolutamente bisogno di troppi custodi, peggio ancora se improvvisati. Non che darsi al classico sia un male, intendiamoci: è da stimare chi ha ancora VOGLIA di volerlo fare, mentre è meglio, a parer di chi scrive, bypassare chi "cede" ad inquadrarsi in determinati schemi unicamente per sentirsi orgoglioso alfiere di un passato che in fin dei conti non gli appartiene. Spezzano le catene del conformismo e della ragion di stato i toscani (di Pistoia) Remnants of Autumn, provenienti da una terra assai prolifica in materia di Metallo e molto ben disposta ad accettare novità su novità (non è un caso che i Death SS, band trasgressiva per antonomasia, abbia trovato in quel di Firenze una base più che adatta dove poter proliferare e mettere radici). I nostri si formano nel 2012 e vedono tutt'oggi una formazione a tre, composta da Davide Marzocchi (voce / chitarra, nonché "master mind" della band tutta), Francesco Fambrini (basso) ed Andrea Aquino (batteria); una sinergia venuta a crearsi con l'intento di mescolare fra di loro varie suggestioni musicali, atte alla creazione di un sound decadente e cupo, a tratti pesante e possente nel suo incedere, ad altri splendidamente melanconico e policromo a livello di colori freddi.. freddi come potrebbero esserli quei "Resti d'Autunno" che già il monicker della band ci pone dinnanzi agli occhi. Cosa rimane dell'Autunno, in un freddo giorno di Dicembre? Qualche foglia rossa ormai calpestata e dimenticata, l'imbrunire scintillante è ormai passato ed appassito, la "Ruggine d'Ottobre" (come direbbero i Type O Negative) ha lasciato il posto al nulla grigio e solitario. Strade spoglie, paesaggi desolati, folate di vento gelido come unica colonna sonora atta ad incorniciare quei momenti che sembrano vivere e pulsare dinnanzi ai nostri occhi, approcciandoci a quella che, per il momento, è l'unica opera musicale presentata dai nostri. "Fragments" (Registrato presso gli studi "La Fucina" e prodotto dallo stesso mastermind Davide, senza dimenticare il preziosissimo apporto di Gabriele Bellini dalla "QuaRock Records"), questo il titolo dell'EP che oggi andiamo a recensire, si presenta come una creatura troppo ibrida e personale per essere inquadrata in un unico genere. La mera catalogazione archivistica non potrebbe difatti descrivere la complessità di un lavoro eclettico, intimo, "delicato" ma implacabile, come un turbinio di fiocchi di neve che pian piano, danzando in mille passi brevi, donano corpo ad una tormenta. Un prodotto sui generis, che mescola richiami Doom a suggestioni molto più aggressive, come Death e Black Metal, senza scordare una profonda influenza Goth che riesce nell'intento di donare all'opera tutta quei picchi di drammaticità dei quali un lavoro così "atmosferico" ha necessariamente bisogno, per stamparsi nei nostri cuori e nelle nostre menti. Un ascolto dunque complesso ed intrigante, che ci trasporta all'interno di un tutt'uno formato da molte unità ben amalgamate fra di loro, capace dunque di far spiccare i nostri per originalità. Mettiamoci inoltre la grande capacità che i loro pezzi hanno di coinvolgere, ed il cerchio può dirsi completo. Bando dunque agli indugi ed apprestiamoci all'ascolto di questo "Fragments".. Let's Play!

Fragments

Il primo brano, omonimo del disco, si presenta alle nostre orecchie come una sorta di intro dell'intero lavoro piuttosto che come un brano "completo", vista e considerata la durata esigua (appena tre minuti) ed il non presentare parti cantate. Ad accoglierci immediatamente è un rumore assai confuso, ruggente e stridente, a tratti macchinoso. Uno stridere prepotente, che immediatamente genera in noi una sensazione quasi di "fastidio" e di caos, come se effettivamente non sapessimo cosa stia accadendo attorno a noi. Un fastidio "funzionale" alla causa, in quanto lo ripetiamo determinata musica gode di espedienti in grado di attirare a se chi è veramente interessato piuttosto che chi è abituato a prodotti di maggior fruibilità ed immediatezza. Continuiamo ad ascoltare questo rumore, quasi fossimo persi nei meandri dei mari in tempesta di R'lyeh, e subito una lunga nota di chitarra arriva a squarciare questo inquietante tappeto sonoro. Una lunghissima nota, squillante e melanconica, più simile al pianto di una banshee che all'emissione di uno strumento musicale. A questa ne fanno seguito altre, lo "spartito" comincia a prendere maggior consistenza e queste lunghe note, unite fra di loro, riescono magnificamente a tessere una prima micro-trama, successivamente ampliata dall'innesto di un pianoforte in odore di classicità. Le note emesse dallo strumento danzano meste, supportate dalla chitarra, ben presto giunge alle nostre orecchie una batteria contenuta ed educata, intenta a scandire il ritmo di questa danza senza mai eccedere in forza. Quel che udiamo è a dir poco disarmante: il pianoforte, vera e propria anima del contesto, riesce a costruire una melodia eterea e travolgente, andando quasi a creare una malvagia ninna nanna sconsolata e di nero ammantata. Melodia cupa e carrilonesca, che evoca giornate plumbee e piovose; gocce che picchettano sui vetri della nostra finestra, il caldo focolare domestico che avvolge le nostre membra, le nuvole gravide d'acqua ed il vento che fuori fa oscillare i rami d'alberi spogli. Una giornata di fine autunno che ci permette di osservare una stagione pregna di muta magia. La scenografia dismessa di un film, il volgere inesorabile del tempo che tutto ingloba e tutto termina. Qualche mese prima, cieli limpidi come laghi senza fango, adesso solo il grigio ed il biancastro, tutto avvolto da nebbia. Ben presto il brano cambia volto, e verso il minuto 1:56 assistiamo ad una considerevole accelerazione del tutto. La chitarra comincia a ruggire, emettendo suoni più "sporchi" e meno evocativi, ricamando un riff veloce, ed anche il pianoforte decide di accelerare il tiro, così come la batteria. Sembra quasi di trovarsi dinnanzi a degli scenari musicali evocati da band come Dimmu Borgir (facendo riferimento specialmente ad alcuni passaggi di "Enthrone Darkness Triumphant"), i quali fungerebbero da unità di misura del volto aggressivo del brano, e i Nightwish; l'esperienza di un tastierista come Holopainen, in effetti, ben si sposa con l'altra faccia di questa luna, quella più intimista e delicata. Un intrecciarsi di luce ed oscurità che si rincorrono lungo questo frangente, ben inserito in un climax che vede successivamente il suo culmine. La chitarra di Davide decide di accelerare ancora di più, inasprendo la sua prova e rendendo il brano più veloce ed aggressivo (non mancando di mostrare anche una tecnica niente male), la sezione ritmica si dimena letteralmente (assistiamo addirittura a dei prolungati blast beat) ed il tutto viene portato alla conclusione in questo modo possente e selvaggio, come un frisone nero lanciato in corsa lungo una prateria. Se un gruppo decide di far le cose in grande addirittura a partire da una intro, possiamo avere ragione di credere che le sorprese sono ancora ben lungi dall'essere terminate.

Winter's Mourning

Giunge quindi il momento della seconda traccia, "Winter's Mourning": ad accoglierci, subitamente, una chitarra dai suoni cupi e tenebrosi, sostenuta da una ritmica corposa e mai troppo invadente; dei cori che molto ricordano i Bathory più particolari ed introspettivi (leggasi "Hammerheart" od i due "Nordland") creano quella che è l'atmosfera giusta per delineare in tutti i suoi tratti l'essenza di una triste giornata d'Inverno. Notiamo in seguito un'evoluzione dei cori, ora divenuti voci effettate ed assai inquietanti, sussurrate, molto simili ai celeberrimi "la la la.." udibili nella theme song del film "Suspiria", brano firmato Goblin. Come già avvenuto nel pezzo precedente, udiamo un piccolo climax. La chitarra diviene maggiormente presente, "squarciando" quasi l'atmosfera ossessiva instauratasi, ed anche la ritmica decide di esagerare un po', soprattutto dal punto di vista percussivo; notiamo, infatti, delle brevi galoppate di batteria mai comunque troppo aggressive ed addirittura "intermittenti", alternate. Minuto 1:22, la voce di Davide irrompe in tutta la sua magniloquenza e declama i primi versi del brano, andando ad ergersi in maniera austera e declamatoria. In sottofondo una chitarra gelida e mesta, assai melodica ed evocativa, che ben presto viene raggiunta da un sottofondo maggiormente più sporco e tirato, con l'ennesimo climax che porta finalmente alla presenza ben evidente della sezione ritmica. Il brano risulta più goticheggiante che altro, anche se l'anima selvaggia dei nostri stenta a scomparire. Echi dei Katatonia del primo periodo possono essere uditi distintamente, anche se l'approccio dei Remnants.. è di sicuro meno death e più tendente (almeno in questa fase) verso un'atmosfera decadente e maggiormente "delicata". L'andatura del brano e la melodia rimangono invariate anche quando Davide decide di sfoggiare un growl cavernoso e potente, adattissimo a questo contesto di disillusione generale. Notiamo basso e batteria particolarmente sugli scudi, addirittura il batterista sembra ogni tanto volersi lasciare andare alle galoppate frenetiche udite in apertura di brano, sempre rimanendo attento (assieme al bassista) a non distruggere l'armonia generale del pezzo. Tastiere in sottofondo rendono il tutto ancora più "nero" e stravolgente, tastiere impostate alla Type O Negative ma inserite in un contesto ancora più estremo, richiamante come già accennato echi Bathoryiani ed in linea di massima legati alla nobile scuola del Doom - Goth venato di Death (si citino ad esempio anche i celeberrimi My Dying Bride). Ben presto sopraggiunge alle nostre orecchie (minuto 3:11) un assolo di ottima fattura, melodico al punto giusto ed in perfetta "tinta" con il brano che stiamo udendo, un assolo che aggiunge ancora più pathos alla "sofferenza" espressa da queste note. Sembra quasi che gli strumenti piangano un antico dolore, vittime di un ancestrale disagio incurabile. Un effetto straniante, particolarissimo, ben espresso mediante buonissime capacità tecniche e mirabolanti doti interpretative. Melodie unite a suoni sporchi, alternanza di clean vocals e growl, un eccellente lavoro di chitarra solista ed una ritmica che ricama alla perfezione i tempi, nonché quelle cesellature atte a rendere il sound ancora più corposo. Minuto 4:48, il tutto si spoglia di quell'alone di delicatezza e diviene molto più Doom, ricordando molto da vicino i già citati Type O Negative del periodo più "pesante" ("World Coming Down"), ma ecco che un nuovo assolo riporta in auge la componente melodica diluendo di Goth una potente base Doom. La batteria riprende a pestare e tornano in seguito anche le tastiere sibilanti e pungenti, "spettrali" quasi, le quali giungono come un pennello atto a delineare ancor meglio il panorama che si dipinge dinnanzi ai nostri occhi. Una grigia mattina d'inverno, nella quale abbandoniamo i nostri dispiaceri, sperando magari di assurgere e di venir quasi "coccolati" da quelle nuvole plumbee e gravide di pioggia. Siamo lì, guardiamo fuori dalla finestra, la bufera di neve imperversa.. e non potremmo essere più felici nella nostra infelicità. La voce di Davide, divenuta nuovamente simile agli inizi, accompagna dunque un lento esaurirsi del brano, il quale termina così come era iniziato: in maniera docile, controllata ed assai pacata. Il titolo della canzone si basa su di un gioco di parole assai particolare, sulla particolare assonanza che in inglese hanno le parole "morning" (mattina) e "mourning" (lutto, o veglia funebre). Una "veglia Invernale", quindi, la prima alba del primo giorno di Inverno, stagione che fagocita letteralmente i colori accesi dell'estate e dell'autunno per portarci unicamente freddo e grigiore diffuso. Così è accaduto anche all'anima del protagonista delle lyrics, letteralmente spogliato e denudato di un qualcosa a lui estremamente caro: l'amore della sua vita. Svegliarsi con la consapevolezza di non avere più al fianco una persona così importante (dato il titolo, forse deceduta.. o magari semplicemente andata via) ci strazia l'anima e ci obbliga a dover andare avanti reinventando la nostra esistenza, perdendo abitudini e piacevoli costanti che ormai possono solamente configurarsi come amari ricordi, e null'altro. Pensarci e ripensarci, il dolore supremo: non possiamo fare altro che nasconderci dietro l'indifferenza, anche se la tristezza ci divora dall'interno e non vorremmo far altro che piangere ed urlare, al solo pensiero d'aver perduto sempre quel calore, quelle carezze e quei sorrisi. Un abbandono forzato e purtroppo impossibile da metabolizzare, l'Amore è divenuto portatore si sofferenza.. "il ricordo delle mie labbra sulla tua pelle è come una spina di ghiaccio, che con grazia penetra nelle mie carni", un'espressione splendida e carica di significato, che mette in luce comunque una dolcezza "intrinseca". Certi ricordi sono preziosi seppur terribilmente tristi, non possiamo metterli da parte e non possiamo certo cercare di distruggerli. Farà male rimembrare, ma farà ancor più male cercando di scordare. Non possiamo far altro, dunque, in un impeto di delizioso masochismo, lasciare che questa spina penetri ed in qualche modo ci ricordi i bei tempi passati. Dolcezza mista all'amarezza del veleno che comunque rappresenta questa perdita, un veleno amaro da assaporare obbligatoriamente, anche se esso esplode in tutta la sua malvagità nella nostra bocca. Non possiamo sputarlo né tantomeno rimetterlo, dobbiamo berlo sorso dopo sorso perché questo è il nostro destino.. e non possiamo sottrarci. E' impossibile spiegare come ci si senta in determinati momenti, ma forse i Nostri sono riusciti ad andarci più vicino di quanto si creda.

Burn in Her Flames

Il terzo brano è "Burn in Her Flames", il quale si fregia sempre di una chitarra melodica e malinconica, ma questa volta di gusto spiccatamente neoclassico, così come i tempi incalzanti che, seppur delicatamente, ci trascinano quasi ci trovassimo immersi in un'antica festa da ballo. I cori si "spogliano" dell'alone Bathoryiano udito in precedenza e divengono più funzionali al contesto delineato, risultando un vero e proprio valore aggiunto, un elemento in grado di esaltare maggiormente la proposta musicale dei nostri. Una sorta di intro, trascinata sino ad uno sfumato che lascia prestissimo il posto ad una sostanziale ed improvvisa estremizzazione del sound: secondo 00:50, la batteria tuona selvaggia ed in maniera frenetica, così anche una chitarra meravigliosamente sferragliante ci porge i suoi omaggi, accelerando il tempo ma poi rendendolo maggiormente dilatato, quando torna imperiale la melodia. Una melodia che si staglia su questo contesto comunque mantenuto sugli scudi, almeno fino al sopraggiungere del cantato, sempre declamatorio e quasi sussurrato, sorretto da un coro di anime dannate che cesella alla perfezione la voce del nostro Davide, triste menestrello e sventurato narratore. Una melodia che continua ad esserci ma pian piano viene messa in ombra grazie alla struttura in climax; la chitarra più pesante presto si prende il suo spazio aumentando i suoi volumi, l'atmosfera viene resa più grave ed anche la voce del cantante ritorna ad essere estrema, sfruttando un growl meravigliosamente funzionale allo scopo dei nostri, ovvero mostrare le due facce della malinconia: da una parte la tristezza e la voglia di arrendersi, dall'altra la rabbia dovuta all'impotenza nei riguardi della sofferenza che ci attanaglia. E' in quel momento che il nostro lato ferino viene alla luce, e nonostante gli occhi colmi di lacrime non possiamo trattenerci dall'alzare la testa di scatto ed urlare contro il cielo, piangendo ed imprecando contro il destino (troppo) crudele. L'atmosfera "My Dying Bride" viene costantemente mantenuta, così come i richiami ai Katatonia più estremi, ma assistiamo nuovamente ad un capovolgimento di prospettiva all'arrivo del minuto 4:00. Un arpeggio di chitarra assai melodico "ferma" l'irruenza della ritmica ed il coro di voci spettrali e sussurrate torna a declamare i versi del testo. Impossibile non cogliere i riferimenti agli Ulver di "Shadows of The Sun", seppur ci troviamo in un contesto che tende meno all'etereo e più al drasticamente sofferto. Si continua così, un piccolo assolo melodico delizia le nostre orecchie sino al minuto 4:48, quando il contesto "impazzisce" nuovamente e la batteria comincia a picchiare precisa e furiosa, accompagnata da una chitarra che perde momentaneamente le sue velleità più melanconiche e meste. I tempi ritornano maggiormente dilatati e ragionati, l'ascia solista ha nuovamente modi di esprimersi ed assistiamo poi ad un improvviso rallentamento, contesto in cui spicca la voce titanica di Davide. Una chitarra di gusto melodeath cesella l'istante, rendendolo meravigliosamente evocativo ed affascinante, momento in cui perdersi totalmente. Un naufragar che è dolce in questo mare, anche quando le vocals tornano ad esprimersi in growl ed il brano giunge alla sua definitiva conclusione, non prima di averci presentato l'ultimo coro di sussurri, quasi ci trovassimo dinnanzi allo stormo d'ombre protagoniste dei sogni / incubi di Sopor Aeternus. L'effetto, alla fin fine, è proprio quello, e possiamo in definitiva bearci di un altro episodio unico nel suo genere. Fino ad ora, brani eclettici ma mai disordinati, una piacevole varietà che rende l'ascolto interessante, senza scordarsi poi della forte carica emotiva del lavoro. Un testo direttamente collegato al precedente, possiamo dunque intuire di trovarci dinnanzi ad un concept album dedicato alla perdita dell'Amore. Torna nuovamente il protagonista che ripensa alla sua bella, in termini assai sentiti, intensi e romantici. Per stile, sembra quasi di trovarci dinnanzi a testi come "Love You To Death" dei già citati Type O Negative, tanto è palpabile la partecipazione dei nostri anche in fase di scrittura delle liriche. Il veleno del quale il protagonista si stava abbeverando in precedenza non smette di sgorgare dalla borraccia, e la sua gola è ancora colma di quei mefitici liquidi, corrosivi ed amari. Questa volta, viene fornita una descrizione della donna, unita a particolari di natura amorosa e sentimentale. Ella ci viene dipinta come una creatura eterea e perfetta, dalla pelle bianca come la neve, capace però di incendiare l'animo del suo amato, il quale donerebbe la sua anima al demonio per unirsi alla sua bella tramite un caldo abbraccio, pelle contro pelle. In questo senso, vengono descritti particolari ben più "fisici", comunque mai resi in maniera troppo esplicita. La poesia del momento "topico" viene colta in pieno, quando si tratta di due amanti uniti dal fuoco di una passione pura e condivisa: una pelle morbida ed invitante che rende il nostro protagonista "molle" come la cera di una candela che pian piano si squaglia sotto l'incedere di una fiamma brillante (l'amata, in questo caso), venire letteralmente assaggiati da quelle labbra.. sono sensazioni indimenticabili, impossibili da mettere da parte o anche solo da bypassare. Il ricordo va avanti, il protagonista aggiunge altri particolari per descriverci la sua donna: "è più luminosa di una stella, è la Luna dopo l'Oscurità", un'entità più volte paragonata ad astri diafani, una dea da venerare ed omaggiare con il proprio amore, "prendendola", unendosi a lei in un tutt'uno sino alla fine dei giorni. "I nostri corpi divengono una cosa sola, proprio come il Vento del Nord". Baci infuocati provenienti da labbra splendidamente invitanti, che "accendono" la belva presente nel cuore del nostro, il quale desidera possedere la sua amata più di ogni altra cosa: "Respiro i suoi baci interminabili, la belva in me si risveglia". Quest'ultima espressione assai simile a quanto detto da Peter Steele nella già citata "Love You To Death", in cui il gigante parlava appunto di una "bestia" che in lui si risvegliava alla vista della sua amata, una "bestia" che gli ordinava di far godere la sua donna. Tuttavia, a differenza dei T0N, in questo senso notiamo molta più poesia e meno carnalità / sensualità, proprio perché ci troviamo dinnanzi ad un ricordo appartenente ad un passato ormai intraducibile come presente o futuro. Il tema della "bestia"  è comunque ricorrente in molte canzoni d'amore, proprio perché sentimento ed eros sono assai collegati, quando si parla di storie coinvolgenti fra vere e proprie anime gemelle. 

Dance of the Waterfall

Ci apprestiamo alla definitiva conclusione del lavoro con l'ascolto di "Dance of the Waterfall", ultima traccia di questo disco nonché brano più lungo (piccola curiosità, i pezzi sono stati disposti in maniera crescente, parlando di durate: si va dal primo dalla durata più esigua, attorno ai tre minuti, giungendo al secondo ed al terzo dalla durata, rispettivamente, di 7 minuti e 10 e 7 minuti e 25. Con quest'ultimo brano ci assestiamo attorno agli 8 minuti e 30). Il pezzo ha un inizio sempre molto drammatico e sugli scudi, questa volta la componente più prettamente Doom sembra spiccare e si comincia immediatamente con il cantato in growl di Davide, presto seguito da delle frenetiche ritmiche spiccatamente Black Metal, rievocanti elementi melodic. Una che non ha intenzione di infrangersi ma anzi si inasprisce progressivamente, donandoci delle atmosfere alla Dimmu Borgir splendidamente ossessive, mitigate da una piccola pausa verso il minuto 1:12, in cui udiamo clean vocals e ritmi più dilatati (sembrerebbe quasi di scorgere nitidamente le odi ai ghiacci perenni del Maestro Quorthon), sino a giungere al minuto 1:35, momento in cui la strumentazione riparte a distruggere e battere il martello sull'incudine, come se non ci fosse un domani. E' qui che l'anima estrema di questo "Fragments" viene prepotentemente fuori, giungendo allo scoperto senza vergognarsi. Del resto, come già spiegato, la rabbia cieca e sorda è una delle componenti della tristezza, e trovandoci dinnanzi ad una band che fa di questo lato dell'animo umano il proprio terreno d'azione, non poteva certo mancare una sfaccettatura così importante. Una triste rabbia madida di pianto che si protrae selvaggia e priva di freni, sempre supportata da cori melanconici ed effettati. Nuovo momento di riflessione verso il minuto 1:53, momento in cui la melodia ed i suoni ruvidi si impastano meglio ed il tutto diviene più Melodeath che Black, con la voce in growl che spadroneggia e sostenuti ritmi di batteria, la quale compie di quando in quando rapidi ed incalzanti giri di tamburi. Mettiamoci anche un basso calibrato alla perfezione, direi che non possiamo chiedere di meglio. Minuto 2:39, ritornano le atmosfere ossianiche e sognanti alla Ulver, qualche colpo di piatto a sostegno di una chitarra eterea e triste, clean vocals sorrette da splendidi cori che in qualche modo ci riportano indietro nel tempo e ci pongono dinnanzi la sofferenza più ancestrale. Sembra quasi, volendo operare un paragone artistico, che i nostri abbiano dato forma udibile e tangibile all'ancestrale sentimento presente nelle opere di pittori come Johann Heinrich Fussli, proprio per citare un nome i cui dipinti si sposerebbero alla perfezione con quanto stiamo udendo. In un'alternanza perpetua, ritorna poi il motivo estremo. Voci in growl e ritmica veloce e martellante, melodia ineluttabile tinta di nero ed oscuro, affascinante come una notte priva di stelle, in cui una luna rosso sangue troneggia nel pieno centro. Si prosegue in maniera sempre estrema ma mitigata sino al momento 5:18, in cui il contesto torna pesante a livello di echi Doom, ed abbiamo nuovamente la possibilità di sentire una chitarra posta in maniera quasi "psichedelica" questa volta, sino al ritorno di un arpeggio predominante, inframezzato da furiosi colpi di piatto. La velocità sopraggiunge ed abbiamo anche modo di udire un quasi assolo di batteria, al minuto 6:48, momento in cui il nostro bravo drummer dà sfogo alle sue capacità. Un breve istante che prelude il ritorno di una delicatissima melodia sulla quale si staglia l'ossianica voce di Davide, che declama su questo meraviglioso sottofondo gli ultimi versi della canzone, la quale finisce proprio con questa melodia sfumata e rallentata progressivamente.. come se l'ultima foglia di un albero fosse ormai caduta, come se l'Inverno fosse ormai inesorabilmente giunto, udiamo l'ultimo sussulto di chitarra elettrica ed un piccolissimo momento "estremo". Il brano finisce dunque così, con una mini sfuriata, chiudendo di fatto quest'ottimo lavoro. Dopo l'antefatto ed i dolci ricordi delle track precedenti, giungiamo a livello lirico ad un triste finale. Una metaforica cascata (forse rappresentata dalle lacrime impossibili da fermare) sta distruggendo tutto ciò che rimaneva dei ricordi della Lei tanto decantata. Il protagonista è a pezzi, la sua anima è rotta in mille frammenti.. più che rotta, distrutta (visto che il rotto può sempre essere riparato). Lei svanisce pian piano, come uno spettro, ed i sogni di Lui seguono la stessa sorte, così come i suoi sentimenti. Senza quella dolce creatura al suo fianco, varrà la pena continuare a vivere? La cascata continua la sua opera di distruzione, spazza via con foga speranze e sogni, progetti futuri, sorrisi e felicità, tutto soccombe sotto il potere dell'acqua, acqua nella quale il nostro protagonista è ormai immerso, con tutto il suo odio e la sua rabbia per la situazione che sta vivendo. Egli sembra quasi "danzare", trascinato da questa impetuosa corrente, una danza nella quale sono coinvolti il suo destino, le sue speranze, la sua furia indomabile.. egli vuol provare a vedere cosa effettivamente ci sia dietro quel cumulo d'acqua; come sappiamo, molto spesso le cascate nascondono grotte segrete, colme chissà di quali sorprese. Inutile dire che l'uomo cercherà disperatamente di scorgere la sua bella, al di là di quella muraglia; quel che troverà, però, non sarà altro che una landa desolata e spettrale, nel quale uno stormo di uccelli neri porterà via la donna, trasportata da quella raffica di demoniache creature come una foglia al vento, priva di volere o speranze. "Da quel giorno, milioni di uccelli neri coprono i miei occhi.. la malinconia rimarrà per sempre". Ormai è fatta, e nulla potrà riportare l'amata indietro. Il nostro protagonista non può far altro che rassegnarsi ed abbandonarsi al lutto invernale.. conscio che la sua vita, da quel momento in poi, non sarà più la stessa. Triste epilogo.

Conclusioni

Giunti alla fine di un viaggio così intenso e particolare, con anche un velo di tristezza sopraggiunto a causa dei testi (estremamente ben scritti ed incredibilmente veri, a livello di sensazioni), posso solo dire che se l'intento dei Remnants of Autumn era quello di dar voce a determinate sfaccettature dell'animo umano, promuovendo un sound particolare certo derivato da altre esperienze ma reso comunque assai personale da mirati accorgimenti.. beh, il "piano" è riuscito alla perfezione. Se di "intenti" o "piani" possiamo parlare, visto che data la personalità e la forte carica emotiva che accompagna ogni canzone di questo lavoro sembrerebbe quanto meno "offensivo" parlare di "premeditazione". Sembra quasi che questo disco sia stato creato semplicemente suonando quel che si sentiva dentro, premendo il tasto "play" dell'ispirazione e lasciando andare ricordi forse dolorosi ma comunque sia propedeutici alla buona riuscita del lavoro, e perché no, anche "esorcizzabili" tramite la messa in musica, il concretizzarli. Non ci è dato sapere quanto i testi siano frutto di esperienze più o meno personali, ma sentendo la splendida spontaneità e genuinità che circondano ogni singola nota di "Fragments", sembra quasi di trovarsi dinnanzi ad uno spaccato di vita vissuta, un po' come già accaduto con altri gruppi citati in questo articolo (Katatonia, Type O Negative). Dicevamo in apertura, l'importanza di essere audaci e di creare un qualcosa che non corrispondesse per forza al gusto diffuso, ma che anzi si imponesse come una perentoria alternativa, un qualcosa capace di distruggere gli equilibri della stasi e di dar voce al nuovo, all'ibrido, alla sperimentazione. Anche in questo senso, i nostri hanno fatto magnificamente centro, presentando un lavoro atipico per molti versi, che deve molto ad un sacco di tradizioni ma che comunque non plagia. La grande varietà di cui ogni canzone è dotata, poi, rende l'ascolto assai piacevole, anche la volontà di narrare una storia ci impone di non saltare da una traccia all'altra quasi fossimo api di fiore in fiore, tutt'altro. Dobbiamo soffermarci su ogni singolo dettaglio, su ogni singolo passaggio per cercare di carpire le mille sfaccettature dell'animo del nostro protagonista, perso in una sofferenza pressoché totale e totalizzante. Capire, essere empatici e perché no, rivedersi anche un po'. Un disco consigliato a chiunque ami esplorare e scandagliare quanto di più intimo e sentito sia presente nel nostro animo, a chi fa della sensibilità non un punto debole ma anzi un motivo di vanto. Perché percepire certi "dolori", metterli in musica e mostrarci quanto la vita non sia purtroppo solo rose e fiori, è dannatamente coraggioso. Si soffre, prendiamone atto. Impariamo ad accettarlo, perché più si ha paura di soffrire più si rischia di star male. C'è tempo e luogo per le "party song" e per l'estrema vitalità di cui il nostro genere musicale è dotato (ringraziando il cielo, aggiungerei).. ma non scordiamoci, tutti, che la Musica in generale è un'Arte. L'Arte dei suoni, strumenti mediante i quali possiamo esprimere i diversi sentimenti dell'animo. E l'animo umano non è solamente propenso alla gioia, lo sappiamo anche se non vogliamo mai ammetterlo. Schiviamo come la peste tutto ciò che può sembrarci mesto e malinconico, perché vogliamo essere "felici". Volontà giusta e sacrosanta, non lo mettiamo in dubbio.. se non ci si dimenticasse, troppo spesso, che più un pericolo si ignora e si teme, maggiore sarà la sua furia quando esso ci colpirà. Udire queste note, così dolorose e tese verso una composta drammaticità, non farà altro che farci vedere in maniera potente (ma MAI volgare o parossistica) quanto nella vita esista anche un lato maggiormente oscuro e "dimenticato", ben percepibile da chi ha una sensibilità maggiormente sviluppata. Se questo "forte sentire" è presente in tutti noi, non dovremmo mai censurarci ma anzi dar voce a quanto percepiamo e vogliamo esprimere. I Remnants of Autumn lo hanno capito, ed anche molto bene. Essere sensibili, in fondo, non è un difetto come si crede.

1) Fragments
2) Winter's Mourning
3) Burn in Her Flames
4) Dance of the Waterfall