RED HOT CHILI PEPPERS

One Hot Minute

1995 - Warner

A CURA DI
ANTONIO MODOLA
31/10/2012
TEMPO DI LETTURA:
8

Recensione

Per analizzare qualsiasi album bisogna tener conto di tanti fattori oltre alle canzoni che lo compongono. Ogni album è figlio di un determinato periodo storico, di un determinato momento della band che lo ha composto. Il giudizio che gli si può dare non è lo stesso se si considera che è un disco di esordio o il ventitreesimo lavoro in studio di una band di sessantenni.  Fatta questa premessa possiamo parlare di One Hot Minute, il disco più controverso e che più ha spaccato l’opinione di critici e fan nella carriera dei Red Hot Chili Peppers. Anche solo ad uno sguardo distratto si può notare come la discografia dei Peppers segua due linee principali. La prima è quella che parte nel 1984 e arriva al 1991, anno di pubblicazione del capolavoro Blood Sugar Sex Magik. È una fase contraddistinta dal funk-rock incalzante e che si conclude con la celebrazione del genio di Frusciante. La seconda fase è quella più intimista, quella in cui i membri della band sembrano essersi ripuliti dagli eccessi della gioventù e smussato gli spigoli sonori in favore di suoni più pacati. L’avvio di questa seconda carriera discografica è dato da Californication nel 1999, altro picco della band da 15 milioni di copie. Esattamente in mezzo c’è One Hot Minute che non rientra né nella prima né nella seconda era. Altro appunto. L’aver pubblicato un disco capolavoro mette i membri di qualsiasi band di fronte al fatto nudo e crudo che ogni tuo album successivo sarà inevitabilmente messo a confronto con esso, senza reggere il paragone quasi mai, così da poter sentire gente esclamare “sì è un buon album, ma non sono più quelli di una volta”. È quella che io chiamo “sindrome da disco dopo”. One Hot Minute ha l’onere di dover reggere il paragone con il suo pluripremiato e osannato predecessore. Terzo e ultimo presupposto: Frusciante è andato via! E questo basta per spiegare che molti critici e molti fan hanno rinnegato l’album. A dirla tutta anche gli altri membri della band lo hanno fatto, così che oggi potrebbe sembrare che quei Red Hot Chili Peppers siano un gruppo diverso che ha lo stesso nome di quello californiano più famoso al quale hanno rubato la firma. E invece sono proprio loro con la differenza che alle sei corde c’è Dave Navarro. Conosciuto da tutti i rockers anni 90 per essere stato già chitarrista dei Jane’s Addiction, non è ciò che si riterrebbe esattamente il chitarrista di una band che tende al funk. Ed è infatti il suo arruolamento la causa maggiore del cambiamento del tipico sound della band verso territori più da hard rock e forse che più risentono del clima della prima parte degli anni 90. One Hot Minute è un album dalle atmosfere cupe, psichedelico, a tratti confusionario e tempestoso ma che trasmette esattamente le sensazioni provate dai membri della band nel suo periodo di creazione lungo e tortuoso. Kiedis è ricaduto in gravi problemi di tossicodipendenza dopo essere stato pulito per qualche anno e Flea ha tutti i postumi della delusione e frustrazione derivanti dal fallimento del suo matrimonio. Come se non bastasse, il periodo di drammi è accompagnato da due morti eccellenti. Prima River Phoenix, giovane attore e amico fraterno della band, muore in seguito ad un malore fuori dal Viper Room (un club di proprietà di Johnny Depp) tra le braccia di suo fratello e di Flea alla fine dell’Ottobre del 1993. Poi, nel 1994, il lutto che sconvolge gli anni 90: Kurt Cobain, profeta del grunge, viene trovato morto nella sua casa di Seattle. I Nirvana e i Peppers avevano condiviso più volte il palco negli anni precedenti. Tutti e due troveranno posto nel disco. E sono questi i temi imperanti di tutta l’opera: morte, dipendenza, amicizia. Il disco è carico di atmosfere e tocca i livelli più alti quando cerca di trasmettere quel malessere che probabilmente i quattro provavano in quegli anni considerati da molti come il Medioevo nella carriera della band. La verità però è che ci troviamo davanti a un grande disco, suonato maledettamente bene. Certo non è quello che ci si aspettava da un gruppo che doveva confermare di essere maturo per la scena mainstream internazionale (la consacrazione definitiva avrà il volto di Californication) ma questo è un album dall’impatto sonoro notevole. Navarro è uno dei migliori chitarristi hard e alternative in circolazione, Flea è un dio del basso e in questo lavoro lo conferma più che mai, c’è da credere che Chad Smith abbia sudato più delle famose sette camicie, e un Kiedis bisognoso di aiuto e depresso canta, urla e scrive testi carichi di sensazioni e sfumature calde e oscure. Siate pronti a bere dell’acqua fredda perché qui di peperoncino ce n’è tanto. Ad aprire è Warped. Le prime parole sono “la mia tendenza alla dipendenza mi sta offendendo, mi sta capovolgendo, sto fingendo di vedermi forte e libero dalla mia dipendenza. Mi sta deformando”. Non c’è spazio per l’interpretazione. I problemi di tossicodipendenza ispirano questa lirica suggestiva, Kiedis è deluso da sé stesso e chiede “per favore non guardarmi troppo da vicino, poterbbe non piacerti quello che vedi”. L’introduzione è la quiete prima della tempesta che non impiega molto ad esplodere. Il riff di chitarra è contagioso, è come trovarsi nella confusione dalla quale non vedi via di uscita. Gli effetti della voce rendono l’atmosfera più vivida così come il cantato molto ispirato e deliziosamente indisciplinato. La canzone è stata scelta come singolo di apertura nonostante non sia un brano molto orecchiabile. A peggiorare la situazione ci pensa un video dalle tinte dark, un po’ claustrofobico e un po’ psicopatico con tanto di appassionato bacio tra Kiedis e Navarro sul finale. La casa discografica non apprezzò per niente il risultato ma alla fine il video venne distribuito. Roba da suicidio commerciale ma con tutto il rispetto per le logiche di mercato, questa canzone è un gioiello così come il video. Passiamo così alla seconda della raccolta, Aeroplane. All’inizio si respira aria sognante fino a che non si viene catapultati in un ritornello molto radio-friendly, e in effetti la canzone diventò uno dei singoli di maggior successo del disco. Navarro si getta nel funk. Il voto massimo va però a Flea che rivolta il basso come un calzino, fa quello che gli pare, e se mai ce ne fosse stato bisogno si conferma un musicista eccelso, dio del basso sceso in terra in questa canzone come nel resto del disco. Kiedis dichiarerà anni dopo che anche questa canzone parla dei suoi problemi con la droga che faticava a tenere nascosti. Il finale è affidato ad un coro angelico di bambini che cantano su un assolo del nuovo chitarrista. Una delle canzoni meglio riuscite dell’album. Deep Kick è il brano più lungo del disco grazie anche ad un’introduzione di oltre un minuto e mezzo in cui Anthony parla, recita ciò che ha scritto con tutti i riferimenti ad una gioventù dedicata allo sballo e agli eccessi, una gioventù che portò quei ragazzi scalmanati e senza limiti a conoscere la morte (di Slovak). La canzone è saltellante in pieno stile RHCP, si sente quell’aria irresistibile e selvaggia. È una celebrazione degli anni passati, il ritornello è cantato da Flea in modo abbastanza straniante. La chitarra stride come un gatto maltrattato, e la cosa è molto piacevole. Il singolo da alta classifica è My Friends, ballatona languida che segue la strada solcata da Under The Bridge. Senza dubbio uno dei brani più riusciti dell’album, parte con la chitarra acustica dolcemente pizzicata da Navarro che si abbandona poi ad un assolo malinconico. Il bridge dà quell’idea di stonatura e di malessere che trasparisce anche dalle parole del testo. Depressione, vuoto e  solitudine dalla quale l’amicizia può salvarti. Da segnalare che questo sarà l’unico brano tratto da One Hot Minute a far parte del Gratest Hits. I video di supporto al singolo sono due, uno più onirico ed evocativo fu rimpiazzato dall’altro in cui si vedono i quattro agire in uno studio di registrazione. Con una ricerca veloce in rete è facile reperirli entrambi. Una chitarra che acchiappa come una corda da cowboy apre Coffee Shop, e prima che tu possa accorgertene sei catapultato nel delirio. Un riff al limite del metal, un Flea come al solito incendiario e uno Smith perfetto alla batteria fanno di questa canzone une delle punte di diamante del disco. Se poi ci mettiamo un ritornello da tormentone rockettaro arriviamo a livelli ancora più alti. Coffee Shop è un pezzo variegato con inserti di percussioni da ritmi sudamericani nell’intermezzo. Il finale è tutto per un bassista in piena eccitazione. Più si va avanti e più ci si convince che questo è il disco di Flea che per la prima (e per ora unica volta) canta una canzone per intero accompagnato solo dal suo strumento. Pea è un buffo episodio essenziale nell’arrangiamento e della lunghezza che serve per riprendersi da Coffee Shop e per prendere fiato prima dell’impatto dell’incipit di One Big Mob. Quest’ultima comincia con le giuste premesse per essere un brano selvaggio e scalmanato. Kiedis torna a fare rap in modo cattivo e aggressivo. La parte centrale però da l’idea di sgonfiarsi e di smorzare quell’aria carica di movimento che si era creata. L’altalena delle atmosfere in questo brano non convince molto, e personalmente avrei preferito mantenesse alti i ritmi per tutta la sua durata. È come sentire una certa mancanza di ispirazione. Questa sensazione si percepisce anche in altre canzoni, ma in questa in maniera particolare. Walkabout è talmente funky che sembra essere venuta fuori da una puntata di Starsky e Hutch. Basterebbe questo per dire tutto. Particolarmente consigliata per essere ascoltata in un giorno di pioggia mentre si è cullati dalla calda voce di Anthony. Ma anche sulla spiaggia di Rio farebbe il suo effetto, e i rimandi musicali non sono casuali. Non è la canzone più rappresentativa del disco ed è forse quella che più si allontana da esso nell’ascolto dalla prima all’ultima traccia. E se il brano precedente soffriva di una varietà troppo distante, questo invece ha il male opposto, manca un po’ di inventiva ma rimane comunque molto piacevole all’ascolto. E poi il colpo al cuore. Tearjerker. Come da titolo: strappalacrime. Ma le mielosità da carie immediata non appartengono a questa canzone che dipinge scene di disperazione davvero vivide. Presumibilmente dedicata a Kurt Cobain date le caratteristiche fisiche descritte “la fossetta nel mento e i tuoi occhi blu chiaro”.  Costruita davvero bene con un ritornello che a immaginarsi la scena fa venire i brividi “lasciato al suolo mentre abbandonavi il tuo corpo”.  Si torna però nell’hard rock più hard rock dell’album con One Hot Minute. La title-track dà all’inizio quell’idea di carillon stonato e inceppato fino a che Navarro non si abbandona completamente nella psichedelia della sua chitarra, distorta e caldissima. Chad Smith detta i tempi e per come picchia sembra quasi che voglia male alla batteria. L’impressione di stonatura stridente è mantenuta anche nell’ “am I all alone” che precede i ritornelli. Questi ultimi davvero convincenti e coinvolgenti che trasmettono quella sensazione di stare seduti sul fuoco e non volersi spostare. Lasciarsi poi risucchiare dal groove di Falling Into Grace viene quasi naturale. Si torna sul funk in maniera prepotente. Ci si potrebbe ritrovare a canticchiarla durante la giornata, si appiccica. Il coro da chiesa non sembra proprio un inserto gradevole verso la fine e forse non inserirlo sarebbe stata la scelta migliore. Nemmeno questa traccia sembra essenziale nella chimica del disco, ma fa la sua figura. Avviandoci verso la conclusione, come penultima tappa ci troviamo davanti a Shallow be Thy Game, invettiva di Kiedis contro la chiesa. Il cantante si meriterebbe una scomunica immediata per quello che dice, ma forse il Papa non ascolta i Red Hot. La canzone  scorre via piacevolissima e sovraccarica. Sezione ritmica scoppiettante e chitarra che mischia hard a un funky pazzo senza freni. Scelta come singolo di chiusura con una copertina davvero brutta se mi è permesso dirlo. Forse questo è il motivo principale per cui meriterebbero il rogo. La conclusione è affidata ancora alla morte di Transcending dedicata all’amico River Phoenix. Un brano dalle due anime. All’inizio è struggente e avvolgente con le sovrapposizioni vocali di un Kiedis particolarmente ispirato (“trascendere la carne potrebbe essere una brezza che mi manda sulla luna”), la chitarra tesse tele bellissime che fanno carezze piene di tristezza. La seconda anima è pesante, urlata, rabbiosa in cui il cantato si fa aggressivo fino all’inverosimile e la batteria scarica badilate di potenza disinibita.Alla fine si esce storditi da sensazioni negative e da atmosfere pesanti e oscure. I Red Hot Chili Peppers mostrano un loro lato sconosciuto, fanno vedere la faccia sofferente e cattiva e forse è una cosa che non ci si aspettava da un gruppo che ha un’immagine fondata sul funk-rap selvaggio e sessuale. Qui invece sono introspettivi e al posto della sessualità sfrenata ed esagerata guardano alle emozioni più tormentate e intime. Il disco è suonato divinamente e forse si lascia andare a tessiture barocche che rendono le canzoni meno immediate di quello che potrebbero essere. Il ragazzo che arriva dagli ultimi lavori della band lo troverà, al primo ascolto, inavvicinabile e difficile da interpretare e se avrà la pazienza di starci dietro un po’ di tempo ne scoprirà le perle nascoste altrimenti lo lascerà a prendere polvere sullo scaffale, lo etichetterà come il disco peggiore della loro carriera e parlerà male di Navarro. Il non fan dei Red Hot invece è quello che lo innalzerà fino a dire che è il migliore che abbiano mai fatto. Il dato di fatto è che Navarro lascia il gruppo nel 1998 dopo tour molto sfortunato e delle vendite non esaltanti. Che poi 5 milioni di copie non sono mica poche, magari venderle oggi!!! Nel 2012 Navarro è l’unico membro delle varie formazioni ufficiali a non essere introdotto nella Hall Of Fame, e in effetti la chimica del gruppo non è mai stata piena e incondizionata. Dopo il ritorno di Frusciante, che dichiara di non aver mai ascoltato il disco, il gruppo accantona le canzoni non riproponendole mai nei live nonostante ci siano tracce molto valide e che in un concerto farebbero venire giù lo stadio (Warped su tutte). L’artwork farebbe guadagnare al disco un punto in più ed è quello che di gran lunga preferisco in tutta la loro discografia. In virtù del discorso che si faceva all’inizio è un disco che merita molta più attenzione di quella che ha ricevuto.

 


1) Warped
2) Aeroplane
3) Deep Kick
4) My Friends
5) Coffee Shop 
6) Pea
7) One Big Mob 
8) Walkabout 
9) Tearjerker 
10) One Hot Minute 
11) Falling into Grace 
12) Shallow Be Thy Game 
13) Transcending 

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