RED HOT CHILI PEPPERS

Californication

Warner - 1999

A CURA DI
ANTONIO MODOLA
01/12/2012
TEMPO DI LETTURA:
8,5

Recensione

La prima volta non si scorda mai. Mi basterebbe dire questo per descrivere cosa sia Californication per me. Ebbene questo è l’album della mia prima volta all’ascolto di un certo tipo di musica. Tutto cominciò nell’estate del 1999, avevo appena dieci anni e la musica non era ancora contemplata nella mia vita se non come sottofondo radiofonico di passaggio. Proprio da quel sottofondo un giorno venne fuori Scar Tissue, amore immediato e incondizionato. Diventò in breve tempo la mia ossessione. Passavo ore alla radio, di stazione in stazione nella speranza di intercettarla, e puntualmente il mio desiderio si avverava. In poco tempo quella canzone era dovunque, alla radio, in tv, nelle auto che sfrecciavano a tutto volume, nel canticchiare distratto di un passante e per fortuna anche nello stereo di mio zio. Lui mi disse un giorno “Ti piace questa canzone? Adesso ti faccio sentire le altre!” tirò fuori dallo scaffale un disco. Vidi Californication per la prima volta. Dopo aver estratto dalla custodia il compact disc rosso, lo infilò nello stereo e il tripudio di Around The World mi investì. Negli istanti esatti in cui le note del basso di Flea, pesanti e profonde, invadevano la stanza, la mia infanzia finiva. Le canzoni andavano avanti perfette una dopo l’altra e dopo essere arrivato nemmeno a metà gli ordinai di registrarmi una cassetta all’istante. Finalmente ero riuscito a dare un nome e un volto a quella canzone che mi ossessionava piacevolmente. I Red Hot Chili Peppers. Tra l’altro per alcuni mesi ne sbagliai la pronuncia perché non è che avessi capito proprio bene come si chiamassero, ma erano le canzoni che mi interessavano. Perdevo giorni davanti lo stereo con le cuffie sulle orecchie a fare avanti e indietro con il nastro della cassetta. Avevo contagiato chiunque mi stesse intorno. Da allora rovinai altre due o tre cassette, fino a che mi decisi di prendere il disco. Rubai spudoratamente quello di mio zio. Californication monopolizzò la mia vita per diversi anni (ma credo che sia ancora così). I Red Hot diventarono i miei idoli adolescenziali, erano (e sono) una fissazione che credo non mi abbandonerà mai. Non avevo Internet, e Youtube non era ancora nemmeno un miraggio, perciò il mio immaginario poteva essere colpito soltanto dalle riviste musicali. E fu proprio da quelle che finalmente vidi le loro facce. Il cantante con i capelli biondo platino era quello che mi colpiva di più, ma sentivo sempre e costantemente nominare Jack Frusciante e il suo ritorno. E poi non capivo perché si ostinassero a chiamarlo Jack quando in realtà si chiamava John. Qualche tempo più tardi venni a conoscenza del libro Jack Frusciante è uscito dal gruppo e tutto fu chiaro. Da lì partì il mio amore per Californication, che mano a mano si è trasformato in amore per i Red Hot, che andando avanti è diventato amore per il rock e per la musica. Probabilmente se mio zio non mi avesse fatto ascoltare quel disco in un pomeriggio di autunno nella sua cameretta oggi non sarei qui a scrivere una recensione e non avrei fatto tutte le cose che dal 99 in poi ho fatto, forse non avrei conosciuto nemmeno le stesse persone. Mio zio non aveva idea che quel pomeriggio avrebbe cambiato la mia vita e plasmato la mia identità. Ma questo non è un racconto del passato, né tantomeno un trattato sull’identità musicale degli esseri umani. È una recensione, perciò cominciamo a parlare di musica. I Peppers non pubblicano un album dal ’95. Ennesima variazione di line-up: scaricato Navarro, torna un Frusciante ripulito dalle droghe e con un bagaglio di ispirazione notevole. I membri si incontrano nel garage di Flea per scrivere il nuovo disco, quello del rilancio dopo i risultati non pienamente soddisfacenti (qualcuno deve ancora spiegarmi perché) di One Hot Minute che viene completamente rinnegato dalla band. John afferma di non averlo ascoltato e di non avere l’intenzione di farlo, per cui niente riproposizione live di quei brani. Uno spreco davvero enorme viste le gemme presenti in quel disco. Si punta tutto sull’immediatezza delle canzoni, ed infatti Californication è aria fresca, un colpo di vento che travolge e accarezza. Il gruppo sembra non aver perso quei meccanismi che si erano spezzati nel ’92 dopo l’abbandono del chitarrista. Kiedis si inventa melodie talmente efficaci che si stampano in testa ad inchiostro indelebile dal primo ascolto, per non parlare di cosa fanno gli altri tre che nell’apparente semplicità del disco nascondono dei colpi di genio azzeccatissimi e che poche volte riusciranno a bissare negli anni successivi. In Californication c’è talmente tanto materiale valido che nessuno si sarebbe stupito se ne avessero estratto otto/nove singoli da top ten. Fatto sta che il gruppo californiano, al settimo disco in studio, ha ancora una volta delle risposte da dare, delle incognite da risolvere e una fama da riconfermare. È curioso notare come nella loro carriera i Red Hot siano sempre stati in discussione: all’inizio perché non riuscivano a fare il botto pur essendo una band molto valida, poi dopo la morte di Slovak ha vacillato la stessa esistenza del gruppo, più tardi arriva Blood Sugar dopo il quale c’era l’obbligo di riconfermarsi, Frusciante è fuori, il dubbio è sul nuovo chitarrista, One Hot Minute è un passo falso per la critica, Frusciante torna e tutti si chiedono se sia ancora quello di una volta o se ormai il meglio sia stato già dato. John è dentro per la seconda volta, chissà se nel gruppo c’è ancora quell’intesa di un tempo. La risposta è nelle canzoni. Si parte con l’acceleratore a tavoletta. Around The World comincia con il basso prima cupo, poi scoppiettante di Flea. A lui l’onore di aprire l’opera. È seguito a ruota dalla chitarra stridente, dai colpi di mitraglia della batteria e dall’urlaccio di Kiedis che da un momento all’altro ti aspetti che possa sputare le corde vocali. Poi tutto si risolve in una linea di chitarra semplice e funkeggiante sulla quale Anthony inserisce un rap ben scritto e ben eseguito, che dopo il primo ascolto ti ha già attaccato al cervello le rime per poterlo canticchiare. Si sente che qui si divertono, quasi li vedi saltellare per tutta la stanza mentre suonano. Puro Red Hot style con ritornello da hit. I ritmi non si abbassano, e se il primo brano ci ha portato in giro per il mondo, arrivati al secondo il pianeta Terra ci va già stretto. Andiamo in un universo parallelo. Parallel Universe è una cavalcata con una melodia vocale che si spezza nel ritornello, dove sulle schitarrate potenti del Fruscio, Kiedis canta con rabbia un memorabile “Chist I'm a sidewinder I’m California king”. La coda è affidata al basso sempre incalzante, ad un drumming potente e soprattutto alla distorsione chitarristica più acida. La conclusione è un risucchio che sembra chiudere le trasmissioni con l’altro universo. Arriviamo così a Scar Tissue. Penso che se la perfezione esiste allora ha le note di questa canzone. Se la perfezione non esiste, allora le note di questa canzone ci vanno il più vicino possibile. L’invenzione di Frusciante è di una genialità e di una delicatezza unica. Flea fa il bello e il cattivo tempo, su e giù sulla tastiera del suo basso come se fosse la cosa più naturale del mondo. Il testo, in cui Anthony si dimostra paroliere attento ed esperto, fa dei giochi di parole la sua forza. Il brano prosegue quella scia cominciata con Under The Bridge e passata per My Friends. Singolo apripista da milioni di copie e vincitore del Gammy per la categoria miglior canzone rock dell’anno, segna il ritorno della band in grande stile con un video che vede i quattro solcare le strade del deserto coperti di cicatrici (per l’appunto “scars”) su una decappottabile malandata guidata all’inizio da Frusciante. È il segnale visibile che è lui a prendere in mano le redini del gruppo. La vena creativa tocca in questo punto del disco il suo apice. Troviamo, infatti, al quarto gradino Otherside, una delle canzoni più conosciute e più amate nel repertorio della band anche da chi non ne è fan. Scelta come terzo singolo, anche questa traccia staziona in testa alle classifiche per mesi interi, e non potrebbe essere altrimenti. Una di quelle tipiche canzoni che riconosci dalla prima nota di chitarra, comincia subito con un ritornello che acchiappa come un magnete talmente irresistibile che ti viene spontaneo cantare quell’ “how long/ how long will I slide”. Nota di merito ulteriore per la cura messa nei cori e nei controcanti, un lavoro sulle voci notevole che impreziosisce l’intero brano. I livelli più alti sono toccati nel bridge che rompe con prepotenza la linearità della melodia, sulla quale si torna lanciati da un assolo di Frusciante carico di energia.  E dopo la coppia di ballate, si torna a fare la cosa che riuscirebbe bene anche con le manette ai polsi. Get On Top è un crossover forsennato, energico e travolgente che si sviluppa su una sezione ritmica robusta, con Flea in piena estasi bassistica. Si torna qui al genere che li ha resi celebri nella prima metà della loro carriera. Kiedis mette parole un po’ a caso in successione, ma suonano bene e questo basta. In fondo questo brano si fa ascoltare per altro e non per il testo. Un buon esercizio di stile che mette in circolo linfa vitale per i fan della prima ora. Arriviamo così al cuore dell’album. Californication è l’esempio più eclatante di come Frusciante e Flea non abbiano mai perso la loro intesa. Si rincorrono e si incastrano alla perfezione. Nonostante oltrepassi i cinque minuti non annoia mai perché dà l’impressione che Kiedis abbia ancora qualcosa di importante da dire. La title-track svela la faccia più nascosta dell’american dream di cui la California è la rappresentazione più eccesiva e sfrenata. Il testo è una dura critica contro la corruzione dei tempi contemporanei dove la bellezza, anche se di plastica, è la sola cosa che conta. Alcune frasi riassumono alla perfezione il concetto: “il sole può anche sorgere ad est ma tramonta in una location cinematografica, è chiaro che Hollywood vende californicazione” e più avanti “paghi il tuo chirurgo molto bene per rompere l’incantesimo dell’età”. Il video che accompagna il singolo, sicuramente uno dei più belli nella loro videografia, vede i membri, protagonisti di un videogame, impegnati in avventure alla fine delle quali si ritrovano tutti insieme per tornare in carne ed ossa sotto una città devastata dalla furia di un terremoto. Arriva poi l’impatto di Easely con la sua chitarra fragorosa e il suo incedere deciso e sicuro, uno dei brani che preferisco e che avrebbe meritato una luce maggiore. La sua sfortuna è di essere capitata in un album con diversi capolavori che un po’ la oscurano all’interesse del grande pubblico. Entrando nel merito, è una canzone di grande personalità, un rock aggressivo e necessario nell’economia del disco che, arrivato alla settima traccia ha già presentato tre ballatone di un certo spessore. Il cantato alterna note più dolci e melodiche a raucedini più arrabbiate. Grandissimo lavoro di Frusciante soprattutto sulle sovraincisioni e sugli effetti chitarristici che concludono il brano. A metà dell’opera la scaletta propone Porcelain. Non la apprezzo particolarmente forse perché è troppo fuori dall’orbita tracciata dal disco. Non è che io abbia qualcosa in contrario ai pezzi più lenti e sussurrati, ma questo è troppo, soprattutto dopo che l’adrenalina di Easely non è ancora stata smaltita. A qualcuno piace, ma per me è davvero troppo poco se si considera che è piazzata nel cuore dell’album tra due grandi pezzi. Infatti a seguire i quattro californiani (ma è curioso notare come nessuno di loro sia californiano di nascita) ci piazzano Emit Remmus. È tutta una chitarraccia distorta dall’inizio alla fine. Parla di un amore passeggero e superficiale tra una ragazza inglese (qualcuno suggerisce Mel C delle Spice Girls) e un ragazzo americano (Kiedis, chi altrimenti?). È una bella canzone, ben scritta e ben realizzata. Dal vivo ha una resa eccezionale, soprattutto se Anthony è in forma e incazzato al punto giusto. Poi torna il funk più classico sulle note di I Like Dirt. Il cantato e un po’ svogliato e distratto. La canzone non ha particolari pretese e forse anche questa non si incastra proprio alla perfezione con le altre, ma sicuramente è migliore di Porcelain. Qui almeno c’è movimento, c’è un buon groove e c’è un bell’assolo di chitarra a migliorare gli esiti. Il discorso è semplice e ripetitivo, questo è un album in cui la maggior parte delle canzoni sono molto sopra la media, per cui un brano come questo- che pure si ascolta con piacere- sembra un po’ sottotono. Un altro piacevole episodio è This Velvet Glove. Il brano comincia con una chitarra acustica alla quale si sovrappone una elettrica, e questo gioco va avanti per tutta la canzone. Il ritornello è potente, con tutti gli strumenti che convergono alla carica esplosiva. Un’altra canzone sottovalutata e troppo poco conosciuta. La sorpresa però è Savior. Comincia con una chitarra molto carica di suggestioni, mi fa venire in mente un canyon visto dall’alto, il sole cocente e talmente caldo che fa sembrare acqua la terra tutta intorno. Smith ci mette del suo a creare questa visione col suo sottofondo di tamburoni e Kiedis tira fuori le lezioni di canto che ha preso. La visione è interrotta bruscamente. Ad un certo punto tutto si fa più rarefatto, l’aria diventa sognante e l’atmosfera cambia di colpo. Sembra un’altra canzone e l’effetto è totalmente straniante. Molto bello il gioco di voci tra Kiedis e Frusciante che si intrecciano in maniera tale che se segui uno perdi l’altro per poi ritrovarlo di tanto in tanto. La numero dodici è Purple Stain, una filastrocca funk nella prima metà, una jam session nella seconda. Il rappato di Kiedis è volutamente svogliato e lagnoso, Frusciante si limita a dispensare qualche nota ogni tanto e poco altro. La svolta, più o meno nel mezzo, è introdotta da Flea. Parte una Jam in cui finalmente Chad Smith libera tutta la sua carica sulla batteria, esprime tutto il suo dinamismo e lo fa con rabbia. Se ne sentiva decisamente il bisogno. Right On Time è la specialità della casa sul menu. I Chili Peppers regalano una scarica di energia tanto violenta quanto velocissima. È un funk punk rumoroso e rappato all’inverosimile che nel ritornello butta nella mischia anche un bel basso disco-funk che fa da sottofondo al falsetto di Frusciante. E prima che si possa digerirla è già finita (non che questo sia un difetto, intendiamoci). L’epilogo è nelle note di Road Trippin, che è anche l’ultimo singolo estratto. La canzone è di fattura pregiatissima, acustica e toccante. Manca la batteria e nell’intermezzo è inserita anche una sezione d’archi, caratteristiche alle quali i seguaci del redhottismo non sono abituati. È una conclusione perfetta per questo che è un album di viaggio. Trova spazio il sentimento di amicizia e di alleanza che sicuramente i quattro hanno ritrovato dopo anni di smarrimento. A livello commerciale è un trionfo planetario, tanto da diventare il loro album più venduto. Resta nella top 100 UK per più di un centinaio di settimane, lo stesso vale per la USA top 200. In Italia vende più di settecentomila copie e resta ai piani alti della classifica per un anno e mezzo. Il tour di supporto è lunghissimo e li porta in ogni angolo del mondo. Per fortuna Frusciante questa volta regge la fatica. Californication è l’album che ha finalmente fatto del gruppo una realtà consolidata del rock internazionale. È la consacrazione definitiva di una band data ormai per spacciata. Ah, alla fine mio zio il disco se l’è ripreso ma solo dopo avermene comprato una copia nuova.


1) Around The World
2) Parallel Universe
3) Scar Tissue
4) Otherside 
5) Get On Top 
6) Californication 
7) Easely
8) Porcelain
9) Emit Remmus
10) I Like Dirt
11) This Velvet Glove
12) Savior 
13) Purple Stain
14) Right On Time 
15) Road Trippin 

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