RED HOT CHILI PEPPERS

Blood Sugar Sex Magik

1991 - Warner Bros

A CURA DI
ANTONIO MODOLA
24/08/2012
TEMPO DI LETTURA:
9

Recensione

Come si fa a mischiare sangue, zucchero, sesso e magia? Nello stesso modo in cui mischi funk, rock, punk, rap e pop. Questo è Blood Sugar Sex Magik, un album che ti accarezza, che ti tira un pugno, che ti fa ridere, che ti fa piangere per una relazione finita male e che subito dopo ti parla del sesso più selvaggio di cui hai mai sentito. È il 24 Settembre 1991, data memorabile per il rock degli anni a venire. In contemporanea sugli scaffali dei negozi di dischi arrivano Nevermind (il disco grunge per eccellenza) e Blood Sugar Sex Magik. I RHCP sono reduci da 4 dischi pubblicati nel decennio precedente e hanno passato il dispiacere della morte del chitarrista e amico fraterno Hillel Slovak. Il suo sostituto, John Frusciante, si è già fatto notare in Mother’s Milk e le premesse per il definitivo salto di qualità ci sono tutte. I Red Hot Chili Peppers non hanno mai avuto una vita regolare e lineare  sia personalmente che musicalmente e discograficamente parlando. Hanno aggiustato il tiro con il passare degli anni e degli album: il disco di esordio (omonimo) risentiva di un sound troppo artificiale e troppo piatto per mettere in risalto l’esplosività sempre dimostrata dal gruppo; il secondo (Freaky Styley) che vede in cabina di regia il maestro George Clinton è forse l’album meno vario della loro discografia pur essendo un ottimo e imprescindibile album funk (per i cultori del genere); meglio riuscito è l’esperimento di The Uplift Mofo Party Plan dove per la prima volta i Red Hot danno davvero l’impressione di essere i Red Hot dando vita ad un esplosivo hard rock funk e ponendo il sigillo sul marchio RHCP sound; Mother’s Milk è il primo album che vede la partecipazione dei neomembri Frusciante e Smith e il gruppo arriva sempre più vicino a mirare il centro dimostrando che il nuovo chitarrista, seppur giovane, non è affatto uno sprovveduto ed è l’album con il quale il gruppo californiano mette pacatamente piede nel mainstream (come quando sei al mare e ti bagni solo i piedi per vedere se l’acqua è fredda). In questi termini Blood Sugar Sex Magik è un tuffo vistoso e rumoroso nell’oceano del mainstream, è il disco che consacra la band a livello internazionale e che accende la miccia per l’esplosione dell’alternative rock. È il disco che spara i membri del gruppo allo status di rockstar milionarie. È un disco di gruppo nel senso che tutti i componenti spiccano senza che nessuno sovrasti l’altro, fatto di canzoni in cui ognuno pone quell’ingrediente speciale senza cui nessuna canzone sarebbe riuscita così bene. C’è un Kiedis nella sua forma migliore, un frontman dalla smisurata presenza scenica, un playboy sfacciato e incorreggibile, vittima illustre dello più sfrenato sex/drug/rock’n’roll (rimando alla sua autobiografia) ma che all’occorrenza diventa anche intimista e pacato; c’è Flea il bassista dall’indiscusso talento che pensi che non ci sia niente che non possa fare con quello strumento, che prima accompagna e un attimo dopo picchia duro; c’è Chad Smith, motore inesauribile e martello infallibile che insieme a Flea costituisce una delle migliori sezioni ritmiche della musica rock ancora oggi; e c’è Mister John Frusciante, l’asso nella manica, la forza fresca che suona come un veterano, completamente abbandonatosi alla dea musica e in balia del suo continuo flusso creativo. Ogni elemento è essenziale per dar vita a quello che può essere definito come un album spartiacque nella carriera discografica dei Chili Peppers. È il disco che segna il passaggio dalla EMI alla Warner Bros, è il primo disco con Rick Rubin alla produzione, ma soprattutto è il disco con il quale i peperoncini passano dall’essere sfrenati e selvaggi all’essere sfrenati e selvaggi ma con piena consapevolezza delle loro capacità. Nella tracklist finale finiscono 17 tracce, un numero abbastanza elevato per i canoni dell’epoca, nelle quali le influenze musicali vengono pienamente assorbite e rielaborate nel migliore dei modi. L’apertura è affidata a “The Power Of Equality”, un funk con i muscoli in evidenza e un Kiedis che spara raffiche di parole che non lascia un attimo di respiro, sempre sugli scudi per un testo che parla dell’ingiustizia del razzismo e di politici che si sfregano le mani mentre intravedono il realizzarsi delle proprie ambizioni. La canzone si conclude con un malinconico “Whatever happened to humanity?”. Quando pensi di poter prendere un respiro profondo e meritato ecco che parte, senza pause, “If You Have To Ask”. La traccia si distende su una chitarra funk accompagnata da basso e batteria che le danno la giusta profondità, Anthony passa dal cantare con voce cupa nella strofa fino a passare alla sua classica acidità tagliente nel ritornello accompagnato dai cori di Frusciante. Da segnalare l’assolo in chiusura. La canzone è stata scelta come ultimo singolo per la promozione dell’album. Alla terza tappa arriva la prima sorpresa e si chiama “Breaking The Girl” con un sound al quale i fan della prima ora non sono di certo abituati. Ballata semiacustica che vede un Chad Smith in splendida forma e che riesce a trasformare dei rottami presi da una discarica in efficienti percussioni (che suona anche Flea). Il testo parla dell’incapacità di Kiedis di instaurare relazioni durature con le donne, pesante eredità lasciatagli da suo padre (chi ha letto l’autobiografia capirà in pieno). Anche questo pezzo è stato scelto come singolo. E per la serie “L’angolo delle curiosità” nel video del brano, così come succede per “If You Have To Ask”, compare il chitarrista a tempo determinato Arik Marshall sostituto del fuggitivo Frusciante. Non c’è molto da immaginare su una canzone che si chiama “Funky Monks”. La leggenda narra che sia stato il cantante a suggerire al Fruscio tutti i passaggi. Il brano si caratterizza per il botta e riposta delle voci e per gli improvvisi cambi di ritmo. La chitarra è aggressiva e graffiante nell’assolo dell’intermezzo prima di tornare sulla traccia da cui si era partiti. “Suck My Kiss” è una canzone che porta il marchio dei Red Hot stampato a fuoco. Cavallo di battaglia negli incendiari live e un Flea che picchia sul basso con rabbia. È un vortice potente e trascinatore. Il testo gioca sulla sonorità delle parole e inizia a venire fuori la sessualità che esploderà inesorabile più avanti nel disco. Terzo singolo estratto e canzone simbolo negli anni a venire. E veniamo a uno degli episodi meglio riusciti (non solo del disco ma dell’intero repertorio del gruppo, a parere di chi scrive). Dopo i toni aggressivi dei baci succhiati, l’altalena scende e l’atmosfera si fa più intima. “I Could Have Lied” è una ballata struggente di un amore non ricambiato. Nota di merito grande come una casa a Frusciante. Canzone amatissima dai fan ma troppo poco conosciuta al di fuori del circuito. Una perla rara. Ancora nessuna pausa, nemmeno il tempo di mettere da parte la delusione d’amore che già si riprende con i ritmi serrati di “Mellowship Slinky in B Major”. Si sente un bel basso pulsante e un testo tra l’ermetismo e il nonsense. E d’altronde la canzone si chiama Morbido Andante in Si Maggiore. Il Rock-funk trasporta l’ascoltatore in “The Righteous & The Wicked”. Il brano è aggressivo con schitarrate molto hard e un interessante gioco di voci nel ritornello. Tutto al posto giusto e Kiedis che canta con una certa cattiveria. Siamo nel cuore dell’ascolto e arriva la canzone dei RHCP per eccellenza, quella che non deve assolutamente mancare nei concerti, che fa saltare il pubblico e rimbalzare Kiedis e Flea da una parte all’altra del palco. Scelta come singolo apripista, alcune radio si rifiutarono di mandarla in onda aggiungendo “tornate quando nelle vostre canzoni ci sarà della melodia”. È uno scioglilingua memorabile che si attacca al cervello, ispirata da una conversazione che Kiedis ebbe con Nina Hagen. Sembra una canzone che Anthony si è cucito addosso. Dubito che cantata da chiunque altro farebbe lo stesso effetto. Arriviamo così alla traccia che dà il titolo al disco. “Blood Sugar Sex Magik” è hard rock nudo e crudo. La strofa è una spirale che risucchia con una chitarra psichedelica e ronzante, e che ti accompagna per mano fino a lanciarti in un ritornello energico di pura cattiveria. La batteria picchia duro e Frusciante lancia rasioiate chitarristiche che fanno male. One of the best. “Under The Bridge” il classico dei classici. Nata come una poesia che Kiedis aveva scritto e segretamente riposto in un cassetto, viene trovata da Rick Rubin che dopo averla letta convince il cantante tutto sesso e droga a farne una canzone. Nasce così la ballata perfetta. Lo stesso Anthony pensava fosse troppo intimista e troppo lontana dagli schemi usuali della band, ma dopo averci lavorato con il resto del gruppo il risultato è superbo. A tutt’oggi è uno dei singoli di maggior successo della band, dopo aver toccato le vette delle classifiche della quasi totalità del pianeta Terra. Parla del rapporto agrodolce con quella Los Angeles che fa sempre da sfondo imprescindibile per il gruppo, e della dipendenza dall’eroina dalla quale Kiedis farà molta fatica a liberarsi. Da allora anche le ballate diventano uno dei terreni più fertili per i Peppers. “Naked In The Rain” è roba di Flea. Il bassista sale in cattedra con prepotenza per dare vita a una canzone saltellante e divertente con un memorabile assolo di basso. Agli altri membri il compito di seguirlo in una scorribanda scalmanata. Si canta di sfiducia verso il genere umano e la voglia di far parte del regno animale: “Going to the jungle where the elephant roams/ Got to get away gonna make it my home”, e più avanti “Losing my taste for the human race/ Social grace is a waste of time/ It's absurd when I look around/ So sublime that we blow my mind”. “Apache Rose Peacock” è la storia di una ragazza che eccita Anthony e glielo fa venire duro (che novità!). Si respira aria di New Orleans, nominata più volte insieme a Louis Armostrong. Flea torna la suo primo amore, la tromba, inserita a più riprese nella canzone. Bello il gioco di parole Pea (=pisello) Cock (=c***o). “The Greeting Song” è forse l’unica nota dolente dell’album. Piace a molti fan, non a me, e nemmeno ai membri della band. Inserita nel disco per volere di Rick Rubin che voleva a tutti i costi una canzone che parlasse di macchine e scorribande. In fin dei conti il risultato è abbastanza convincente, un pezzo di rock classico e scalpitante con la chitarra sul piede di guerra. A mio parere sarebbe potuta essere sostituita con “Sikamikaniko”, una delle ottime canzoni scartate ma che si fa notare per la potenza e l’irruenza punk. “My Lovely Man” dimostra come il ricordo di Hillel Slovak, chitarrista e amico scomparso per overdose nel 1988, sia sempre vivo nel cuore dei compagni. Questa canzone dal testo molto profondo è tutta per lui: “just in case you never knew/ I miss you slim/ I love you too/ See my heart it’s black and blue/ when I die I will find you”. Ma se pensate che sia un pezzo moscio vi sbagliate di grosso. È un rock energico, con ritmi cangianti che ora si abbassano e ora ti portano in orbita. Un’altra delle migliori della raccolta.Siamo quasi alla fine, ma prima di arrivare alla degna conclusione di un tale capolavoro manca il pezzo da oltre otto minuti, infarcito di volgarità sessuali. In “Sir Psycho Sexy” Kiedis dà vita al suo alter ego ossessionato dall’eros. Qui c’è tutto ciò che di più volgare ed esplicito possiate mai immaginare. “There’s a devil in my dick and some demons in my semen” ne è la frase simbolo. Il brano è una jam session psichedelica che viaggia su territori creati dalla mente perversa dei suoi autori. Capolavoro della letteratura erotica e genialità musicalmente libidinosa. La Diciassette è l’ultima. Si tratta di “They’re Red Hot” cover di Robert Johnson. Velocizzata all’inverosimile, punkeggiante, con il testo impossibile da seguire. Un minuto e dodici secondi. Sono i Red Hot. Il successo è folgorante, e non potrebbe essere altrimenti per un disco così completo e così innovativo, a tal punto da portare la band a cambiare i propri meccanismi usuali. Le copie vendute sfiorano i 14 milioni. Lo show business ingoia Frusciante che già indebolito dall’abuso di eroina lascia il gruppo nel bel mezzo del tour mondiale. Il disco consacra i Red Hot Chili Peppers e li colloca ai piani alti della musica rock. Blood Sugar Sex Magik da alla band quella popolarità mondiale che crescerà nel corso del decennio trovando il suo picco con Californication.


1) The Power Of Equality
2) If You Have To Ask
3) Breaking The Girl
4) Funky Monks
5) Suck My Kiss
6) I Could Have Lied
7) Mellowship Slinky In B Major
8) The Righteous & The Wicked
9) Give It Away
10) Blood Sugar Sex Magik
11) Under The Bridge    
12) Naked In The Rain
13) Apache Rose Peacock
14) The Greeting Song
15) My Lovely Man
16) Sir Psycho Sexy
17) They're Red Hot

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