Reactory

High on Radiation

2014 - Iron Shield Records

A CURA DI
DAVE CILLO
28/04/2014
TEMPO DI LETTURA:
8

Recensione

La scena metal tedesca, come già accennato nella recente recensione relativa all'ultimo full length degli Scared to Death, merita particolare attenzione per quanto riguarda il thrash vecchia scuola: torniamo dunque molto volentieri ad occuparci di un'altra caldissima novità proveniente dalla terra teutonica, i Reactory, band nata nel 2010 a Berlino. La band è formata da quattro componenti e, come abbiamo modo di apprendere nel loro sito ufficiale, sostiene di rifarsi alla corrente ottantiana senza sottomettersi ad alcuna delle nuove influenze ma ispirandosi puramente a ciò che il thrash americano ed europeo ha portato negli anni '80: genuinità, velocità ed aggressività. Un anno dopo la nascita della loro formazione i ragazzi hanno rilasciato indipendentemente la loro prima demo (sebbene sulla loro copertina leggiamo un ironico "Weed Hunter Records"), intitolata per l'appunto "Demo", che presentava 6 tracce per 22 minuti di pura matrice thrash grezza, spietata e vecchio stampo. Nell'estate 2012 i quattro terminano i lavori in studio per il loro EP "Killed By Thrash", rilasciato nel Gennaio 2013 dalla Slaney Records: l'EP è stato altrettanto spregiudicato ed esterno ad ogni tipo di compromesso, e ha messo in mostra ottimi spunti e un ottimo affiatamento per una band formata solo da pochi anni. Prima di entrare in studio per il loro album di debutto, i Reactory hanno dovuto affrontare il loro primo cambio di line-up, sostituendo il batterista Stachu Crash con Atomic Dude: i ragazzi entrano così in studio per lavorare al loro primo full, intitolato "High on Radiation": a rilasciare il loro album nel Febbraio 2014 è la Iron Shield Records, una nuova label pienamente attiva all'interno della scena underground a partire dal 2010. L'etichetta propone esclusivamente metal vecchia scuola, e precisamente band appartenenti a radici heavy/speed/thrash, e tra i suoi recenti rilasci notiamo anche due prodotti di casa nostra: è il caso dei Satanika, band thrash/black nata nel 2009 a Roma e dei Thrash Bombz, siciliani formatisi nel 2007 ad Agrigento protagonisti con il loro recentissimo album di debutto "Mission of Blood". Girando un po' per la rete noteremo come sia impossibile non ammirare la band per quanto sia stata attiva dal vivo, suonando in brevissimo tempo oltre 100 show in giro per l'Europa e diffondendo la loro musica al meglio delle proprie possibilità: constatiamo dunque che un'attività live così intensa non sia affatto da dare per scontata per una band che ha iniziato a muoversi così di recente. Partiamo dunque, ricchi di ogni tipo di curiosità relativa a questo complesso, con la vera e propria recensione di questo "High on Radiation", primo vero e proprio lavoro discografico della band.



 



Si parte con la violentissima "Shell Shock", che dopo qualche accordo introduttivo ci scaglia in trincea nel pieno della battaglia con una serie di riff rapidi ed energici. La prima cosa che notiamo è la produzione, sorprendentemente (in senso positivo) vecchio stampo se confrontata a tutte le recenti uscite del genere. Il suono della chitarra profuma di vecchia scuola, nonostante la qualità sia tipicamente moderna per fronteggiare gli standard qualitativi a cui oramai, comprensibilmente, gli ascoltatori si sono abituati. Unica piccola pecca di una produzione che personalmente apprezzo moltissimo è il suono della batteria, che in alcuni stacchi dove vi è l'assenza di altri strumenti appare come finto. Naturale sperare che una band dichiaratamente old school come la loro non abbia una batteria (e probabilmente non la ha) ottenuta con l'utilizzo di pc/tracce midi. In secondo luogo, a colpirci è subito la linea vocale di Hänz Hazard, voce che come i riff proposti dalla band profuma maledettamente di Germania: ci siamo infatti spesso recentemente ritrovati a recensire e commentare nuove band tedesche della scena thrash, e questo è uno dei pochi casi in cui assistiamo ad un complesso di ragazzi che propongono rigorosamente ciò che il loro paese ha portato negli anni '80, ovvero quel sound grezzo e violento che solamente il thrash teutonico possiede, senza rifarsi (a differenza di ciò che leggiamo nella loro pagina) particolarmente alle radici americane. A mia opinione questo è un apprezzabilissimo punto di forza della band in quanto costituisce un premio all'attitudine a 360 gradi, in quanto quando si parla delle radici tedesche di questi ragazzi non ci riferiamo solo alla musica proposta ma anche ad ogni altro aspetto, comprensivo di nome della band e delle tracce e copertina del lavoro, per non parlare della presenza scenica che sicuramente ai quattro non manca. Molto naturale e riuscito è lo svolgimento delle strofe di questo brano, che scorre in maniera fluida e violenta proprio come vuole essere. Nonostante i miei gusti siano tipicamente orientati verso la scuola americana, devo ammettere che la prima sensazione che ho avuto ascoltando questo brano è stata "finalmente un po' di thrash tedesco" perché, parliamoci chiaro, se neanche più i ragazzi provenienti dalla Germania seguono le orme delle grandi band del loro paese vuol dire che si perde una parte importante di storia e di sonorità che è a tutti gli effetti un elemento indispensabile all'interno della storia del thrash metal. Una volta terminato l'ossessivo (e ottimo) ritornello assistiamo ad una sezione solistica in tapping ad opera del chitarrista Jerry Reactor, che con questa studiata parte ci trascina ad un riff violentissimo e sapientemente lasciato libero dal cantante, caratteristica impossibile da non amare perché spesso dimenticata dai più ma alla base della vecchia scuola (e su questo è un obbligo tornarci più in là). Il rientro del vocalist ci condurrà all'assolo vero e proprio del brano, breve e non particolarmente studiato e tecnico, che ci riporta ancora una volta ad un violento e godibilissimo riff, in una sequenza appartenente alla filosofia che solo la scuola tedesca ci sa donare. Con il violentissimo ritornello che ci ripete ancora una volta ossessivamente "Shell Shock, Shell Shock!" il pezzo si conclude con il ritorno alla parte di tapping descritta poco fa. Possibile intuire di cosa trattino le liriche del brano in quanto lo Shell Shock, come molti di voi sapranno, altro non è che una reazione fisica e nervosa dovuta ai traumi della battaglia: i ragazzi ci descrivono infatti come tra le trincee la guerra divampi più violenta che mai, in un vero e proprio inferno in cui cadaveri e cadaveri cadono fra le nebbie e la conquista della terra di nessuno include ogni tipo di arma esistente comprensiva di mortai, carri armati, mitragliatrici e armi chimiche. La crudeltà della guerra ci viene descritta tramite la richiesta del soldato ferito di essere assassinato in modo che sia posta una fine alle sue atroci sofferenze e, infatti, nel brano leggiamo ripetutamente la frase "begging for death" (ovvero l'implorare la morte). Una volta conclusa la prima traccia, di cui è  anche presente un video online, si passa a "Spreading Brutality", brano che come ci suggerisce il titolo non partirà certo con un dolce arpeggio o una romantica melodia: il riff d'apertura è infatti martellante e diretto, e colpisce l'ascoltatore come un gancio tirato dritto sul muso. Sotto le rapide scariche di questa canzone, perfettamente sostenute dal lavoro dietro le pelli del batterista Atomic Dude, giungiamo ad un riff diretto ed armonizzato fra le due chitarre, con tanto di voce del vocalist che ci ripete il suo urlo "Spreading Brutality". Anche in questo caso l'assolo del brano non è nulla di speciale, sebbene sia più studiato ma comunque molto classico nel suo sviluppo ed uso delle pentatoniche. E' chiaro che questa band ha altri punti di forza che bisogna saper apprezzare, in quanto se avessero avuto intenzione di mettere in mostra caratteristiche differenti come ad esempio delle qualità tecniche non starebbero suonando questo tipo di thrash, impossibile dunque criticarli più di tanto per il fatto che i loro brani siano caratterizzati da parti di assolo che francamente non sono nulla di speciale. Il testo di questo brano è un omaggio al thrash metal vecchia scuola, e gli amanti del genere vivono per quel tipo di sonorità come in una forma di dipendenza a cui è impossibile sottrarsi:  anche in questo caso però ci troviamo nel bel mezzo di una guerra, guerra che le orde dei thrashers combattono con armi e spade contro i loro oppositori: per coloro che sostengono il genere combattere è un dovere, e gli oppositori verranno inesorabilmente sterminati dalle affilate armi dei guerrieri. Proseguiamo con "Viral Overdrive": la traccia si apre con un brevissimo assolo  del batterista che apre un rapido assolo del chitarrista e l'urlo del vocalist "Thrash!". I rapidi riff del chitarrista Jerry si evolvono in maniera interessante fino ad aprire la strofa, anche stavolta caratterizzata da una pura matrice di scuola teutonica. Ascoltando infatti la voce del vocalist notiamo quanto questa sia maledettamente vicina a stili vocali di band come i Destruction, spesso anche in sede compositiva, ma per intenderci questa non è una critica ma assolutamente una nota a favore in quanto questa caratteristica si amalgama al meglio con le ritmiche proposte dalla band durante i minuti di questo lavoro. Positivo anche il ritornello, cattivo e coinvolgente, sebbene la nota più positiva di questo brano sia a mio parere lo splendido riff che parte al 2° minuto, di riuscita assoluta per il genere. Godibile il brevissimo assolo, che parte più melodico del solito per reintrodurre le sezioni ritmiche portanti del brano che ci condurranno poi alla sua conclusione. Le lyrics della canzone raccontano di come la terra sia sterminata da un dilagante e letale virus: è impossibile sfuggire infatti a questo morbo, che silenziosamente si diffonde e porta morte nel genere umano. I danni cerebrali portati da questa epidemia metteranno in ginocchio l'umanità, che verrà trasformata in creature non morte, tra strade putrefatte e città dilaniate: per la razza umana questa sarà la fine. Segue "Kingdom of Sin", che parte con una sezione più studiata e lenta rispetto agli standard soliti mostrati dalla band, ma sfocia poi in una serie di sfuriate iper aggressive tra plettrate e ritmi ossessivi messi in mostra dal batterista. Particolarmente evidente anche in questo caso, e più precisamente dopo 40 secondi di questo brano, come la band sia influenzata dai suddetti Destruction, in quanto i quattro si lanciano in una delle classiche cavalcate che ha caratterizzato nella storia il combo tedesco (ottima anche in questo caso l'interpretazione vocale). Ottimo a mio parere questo episodio, che si mostra a mio parere come uno dei più riusciti dell'intero album, tra riff spietati e parti alternate tra ritmi più rapidi e ritmi più lenti, come quello che ascoltiamo dall'ottimo riff che si innalza dopo 2 minuti e 10 dall'inizio di questa traccia. Il brano presenta nelle sue liriche una venatura quasi ironica e di matrice Manowar (o visto che si parla di thrash metal dovremmo dire Lich King?): la terra è infatti dominata dal peccato degli uomini, e ad essere venerato non è Dio ma gli dei dell'heavy metal, la nuova religione nata sul pianeta e venerata quasi all'unanimità dai suoi abitanti: per la popolazione l'esempio non saranno infatti le buone azioni e i gesti positivi, ma ciò che Sodoma e Gomorra sono state, sebbene ad essere citati dai ragazzi non siano lussuria o altri peccati ma il violento headbanging che si attua nel momento in cui si prega le proprie nuove divinità. Terminato il brano si apre "The Raid", caratterizzato da alcuni accordi che fungono da apertura per il brano: nei primi 35 secondi di questa traccia assistiamo infatti a questa lenta introduzione assistita alla perfezione dalla traccia del batterista, che ci introduce poco dopo al martellante tupa tupa del riff della strofa. Il brano scorre abbastanza naturale sui suoi ritmi rapidi senza la presenza di particolari variazioni stilistiche, fino al secondo minuto in cui il brano decolla tramite un riff stavolta rapido e utile a reintrodurre la parte vocale del singer, che aprirà l'assolo di chitarra in maniera estremamente fluida e spontanea. Anche in questo caso la parte solistica non presenta particolari melodie o tecnicismi, sebbene sia sensibilmente più studiata rispetto alla media vista all'interno di questo full length. Ottimo questo brano per come sia molto scorrevole nel suo svolgimento, sebbene non mi sento di dire che in questo caso si tratti di uno degli episodi forti di questo prodotto in quanto ad incisività. Come può suggerire il titolo, il testo del brano ci riporta nel bel mezzo della guerra: le truppe d'assalto attaccano scatenando l'Apocalisse e ponendo fine alla pace che aveva regnato fino a quel momento. Inutile, come ci dice il ritornello, cercare di scappare o di essere in salvo: una volta che i soldati sono giunti per il raid non esiste più infatti alcun tipo di sicurezza, e i propri corpi verranno trascinati inesorabilmente alla morte. Il buio dell'oscurità sarà un'arma letale utilizzata per gli attacchi a sorpresa e saccheggi e fiamme regneranno all'interno del caos, con le armi chimiche che porteranno una delle peggiori morti possibili e il rumore delle teste esplose sotto la mira dei cecchini che romperà il silenzio. Dietro l'atroce scenario di guerra della quinta traccia di questo lavoro parte su un breve urlo del vocalist "Metal Invasion", l'unico brano di questo full con una durata inferiore ai 3 minuti. Il riff iniziale (fondamentale all'interno del brano) ha a tratti quasi le fattezze di un riff di pura matrice speed metal, e la lacerante voce del vocalist forma un muro che è un godibile tutt'uno con il lavoro del batterista dietro le pelli. Assolutamente interessante è la sezione che si innalza a metà brano aprendo in maniera originale l'assolo di questa traccia che si mostra più rock e meno estremo rispetto ai precedenti. A me questo brano ha colpito moltissimo: con le sue leggere differenze stilistiche dai precedenti, la canzone crea un'atmosfera assolutamente vecchia scuola che non potrà non essere apprezzata dai nostalgici. Non si parlerà certo dei primi Metal Church, Agent Steel o Exciter, ma questo efficace mix tra primi Destruction e primo speed metal è stato a mia opinione un ibrido di piena riuscita per la band. Le lyrics della canzone sono un puro, semplice e genuino omaggio al metal vecchia scuola: i guerrieri dell'heavy metal marciano come in guerra per diffondere il loro verbo, e i posers verranno spietatamente affettatti dai difensori della filosofia old school. La guerra viene descritta come una autentica invasione, e la bandiera delle scuole heavy/speed/thrash verrà tenuta alta da una marcia incontrastabile. Si passa ad "ABC Warefare": la breve partenza piuttosto ritmata e scandita ci fa partire tramite un rapido lancio di Atomic Dude sulla batteria nella pura furia di questo brano, in cui i tupa tupa e la velocità persisteranno infermabili. La rapida strofa è incisiva e pungente, e la linea vocale è anche in questo caso puntuale e ben studiata. Anche nel ritornello non assistiamo ad alcun tipo di rallentamento, e i cori sostengono pienamente la cattiveria della traccia che con i suoi ritmi ossessivi si mostra come uno degli episodi più violenti di questo album. Il primo vero rallentamento arriva a metà brano, e il riff è assolutamente tra i migliori di questo debutto discografico dei ragazzi: da un calo di velocità iniziale ci si evolve infatti sempre in sezioni dal groove ben studiato e da ritmiche tutte da godere in sede live. Nulla di nuovo sotto il sole per quanto riguarda la parte solistica, ma bisogna ammettere che nonostante anche in questo caso si tratta di un assolo particolarmente breve e classico, questo riesce pienamente nella sua intenzione energica anche grazie all'efficace ritmica che lo sostiene. Il testo di questo brano parla della scienza utilizzata in chiave militare: non vi sono infatti più né lame né spade, nessuna arma da fuoco , ma solo il (non) fascino della morte scatenata dalle moderne e distruttive potenzialità delle armi chimiche. Il brano ci descrive come saggezza e scienza vengano utilizzati non a scopo benefico, ma per elaborare mezzi di distruzione il più letali possibile, senza che per la popolazione ci siano minime possibilità di salvezza. Nel testo troviamo spesso come protagonista una  similitudine tra l'immagine della morte che incombe sulla popolazione civile e quella di una magia, un incantesimo malvagio che estinguerà ogni speranza di vita. L'album prosegue con "Orbit of Theia", che si presenta come un inaspettatissimo proseguimento rispetto a quanto visto fino ad ora in questo album: alla rapida e grezza vena teutonica di sempre si aggiunge un gusto del tutto nuovo che porta la formazione a scrivere un brano da ben 8 minuti. La traccia si apre con un arpeggio, misterioso e interessante, e la parte é amalgamata dalla presenza di alcuni audio samples di voci di creature aliene e malvagie. Se parliamo di thrash del nuovo millennio, l'intro mi ricorda un po' gli statunitensi Vektor, band che si sta meritatamente tagliando un bello spazio. Non temete però: dopo un minuto arpeggiato la cattiveria del "made in Germany" non mancherà. Cattivissimo il riff che si scatena subito dopo, e l'urlo del vocalist è una vera e propria dichiarazione di guerra. Il veloce e plettrato riff su cui si erge la voce del frontman presenta le già citate influenze Destructioniane, che anche in questo caso vengono carpite sapientemente in un'amalgama rapido e violento come i veri fan del thrash europeo vogliono sentire. La band mette in mostra durante questo episodio una maggiore originalità e vena creativa rispetto a quanto visto precedentemente, in una serie di evoluzioni che dal terzo minuto in poi si mostrano particolari e quasi a tratti provocatorie, come se la band volesse affermare che non è solo in grado di comporre roba classica e già sentita. Dopo quattro minuti parte il ruggito del basso di Jonny Master, che è pienamente protagonista per qualche secondo. Eccezionale la parte che segue, letale e sfrontata nelle sue arroganti ostentazioni di particolarità e originalità, provocatoria come non mai se proposta da una band vecchio stampo come i Reactory. L'urlo del vocalist ci rilancia nella violenza del brano, seppur si parli anche in questo caso di un riff a tratti quasi "atmosferico" e dagli accenti innovativi. Anche questa ottava traccia mi ha colpito particolarmente, più di ogni altra a dire il vero, e la causa è la voglia della band di mostrare le proprie qualità. Noto con piacere come i quattro abbiano evitato di finire (come spesso accade) nel proporre episodi stilisticamente simili ma spesso di minor valore rispetto ad altri presenti al suo interno. Di ambientazione spaziale sono anche le liriche della traccia, in un racconto di viaggi interplanetari nell'assoluto silenzio che regna sovrano nello spazio, sebbene non ci tratteniamo in tematiche dallo stampo quasi "scientifico" in quanto la violenza musicale del thrash proposto dalla band nel pezzo si manifesta anche nelle liriche in alcune massime filosofiche quali ad esempio "high on spacebeer and radiation" e "we all have to die". A concludere questo positivissimo debutto discografico dei Reactory c'é la traccia "Blasphemous Attitude", che ruggisce sin da subito con un riff concreto e tagliente più che mai. Sotto le violentissime urla del cantante "I hear the names of God, I feel the vomit come, I tried to speak it loud, it made me spitting out" assistiamo alla linea di chitarra, che si mostra ritmicamente rapida e basata su parti piuttosto semplici dal punto di vista esecutivo ma che richiedono (come d'altronde sappiamo nel genere) la consueta ottima padronanza nell'uso della mano destra. Dopo 2 minuti e cinque secondi ottima la variazione che ci propongono i quattro, in una sezione di velocità medio-bassa e crudele più che mai, in una generale e sensibile venatura quasi macabra che non si era sentita particolarmente nel lavoro fino ad ora. Anche in questo brano viene lasciato un po' di spazio al bassista per emergere, e gli ottimi riff che conducono al termine della traccia (e quindi dell'album) sono la conferma che questi ragazzi puntano con tutte le forze a scrivere brani che vanno oltre il classico livello medio compositivo di cui in questo momento, bisogna dirlo, la musica metal abbonda ampiamente. Le liriche trattano di tematiche dai forti caratteri anticristiani: ciò che viene descritto dai ragazzi altro non è infatti che un continuo insulto a Dio e a qualsiasi divinità in generale, in un diretto augurio di finire all'inferno a chiunque ostenti le sue ideologie cristiane. All'interno di questo brano eresia e blasfemia divengono una vera e propria filosofia di vita, un'attitudine che è necessario seguire per avere la possibilità di disprezzare al massimo qualsiasi regola e istituzione morale diffusa nel mondo dai credenti.







L'ascolto di quest'album sarà impossibile da non apprezzare per tutti gli amanti della vecchia scuola (teutonica e non), in quanto il genere è proposto non solo senza alcuna mancanza, ma con tutti i giusti attributi necessari per valorizzarlo al meglio. La sensazione che vi trascinerà durante l'ascolto di questo full length sarà quella di trovarsi nel pieno della battaglia fra trincee e logoramenti, riff dopo riff e urlo dopo urlo, nell'essenza pura di ciò che veniva predicato negli anni '80 e che purtroppo si sta pian piano dimenticando. Impossibile non ribadire che ci tengo particolarmente a spezzare  una enorme lancia in favore di questi ragazzi: suonando un genere che non mette (giustamente) in mostra lati innovativi o qualcosa di non già sentito, hanno voluto far capire all'ascoltatore che sono in grado anche di uscire dagli schemi con il loro penultimo pezzo, uno dei motivi per cui ho voluto valorizzare al meglio l'intero lavoro con un voto molto più che positivo. Altro breve accenno da trattare consta nel fatto che in questo full, in misura maggiore rispetto ad altri lavori recenti che ho ascoltato in passato, ho particolarmente apprezzato l'ordine scelto per la tracklist: dal botto iniziale di "Shell Shock", alla posizione scelta per "Orbit of Theia", alla violentissima conclusione con "Blasphemous Attitude".  Trovo che questa band sia partita con il piede giusto necessario ad arrivare a traguardi lontani, sebbene per rimanere nei cuori degli appassionati dovranno rimboccarsi le maniche nel corso del tempo ed essere ambiziosi nel tirar fuori un secondo lavoro ancora migliore (perché, parliamoci chiaro, il fatto che questo sia un bel lavoro non significa che non si possa andare oltre, cosa che a mio parere i ragazzi certamente faranno).  Ritengo infatti che la band, nonostante la sua fama sia ancora acerba, abbia tirato fuori un lavoro molto migliore rispetto ad alcuni nuovi complessi thrash che al contrario hanno immeritatamente un nome piuttosto importante per ciò che hanno dimostrare di saper fare. Nella cosidetta "New Wave del Thrash Metal", i quattro a mio parere si mostrano tra le proposte più valide in assoluto. Dal punto di vista strumentale mi ha colpito invece positivamente un dettaglio: molto spesso il basso si sta limitando in un'enorme percentuale delle uscite degli ultimi anni a svolgere un ruolo esclusivamente ritmico e privo di personalità, mentre con il lavoro dei Reactory, specie nella sua seconda metà, abbiamo modo di ascoltare come lo strumento quattro corde abbia personalità (come negli stacchi completamente dedicati ad esso) e una potenza sopra la media. Passo ora alla considerazione che ritengo in assoluto la più importante dell'intera recensione: potrei fare uno, dieci, cento, centomila complimenti a questi ragazzi che sono tra i pochi ad aver percepito quella che secondo me è la vera essenza del thrash metal, ovvero il capire quando un rallentamento è necessario e anche, soprattutto, quando un riff è importante non cantarlo. Anche nei  Testament di Chuck Billy, una delle mie band preferite e non certo gli ultimi arrivati, ho trovato (permettetemelo) talvolta la linea vocale quasi asfissiante nei confronti di una validissima struttura musicale che finiva per rischiare di finire in secondo piano (vedi il terzo album "Pratice What You Preach"), cosa che in questo lavoro non succede. Tanto di cappello. Concludo infine lasciando come sempre un giudizio complessivo sulle liriche: molto semplicemente, in un genere come questo non è richiesta la capacità di affrontare tematiche particolarmente impegnative o innovative, ma l'attenersi al conservatorismo della musica rende altrettanto (se non ancor più) bene. Ben venga dunque se durante questi furiosi 39 minuti di ascolto non vi sarà alcuna massima filosofica ma solo tanti morti, tanta violenza, e tanta Germania del thrash dei bei tempi. Le band sono molte, ma tra le tante è impossibile non tenere d'occhio cosa i nostri quattro combineranno nel breve e lungo periodo. Teniamo i fari puntati addosso ai Reactory, una delle potenziali sorprese del metal delle nuove annate.


1) Shell Shock
2) Spreading Brutality
3) Viral Overdrive
4) Kingdom of Sin
5) The Raid
6) Metal Invasion
7) ABC Warefare
8) Orbit of Theia
9) Blasphemous Attitude