RAZGATE

After the Storm... the Fire!

2020 - Punishment 18 Records

A CURA DI
NIMA TAYEBIAN
22/11/2020
TEMPO DI LETTURA:
8,5

Introduzione

Mai come ora mi sono reso conto di quanto il tempo passi veloce. Dopo ben sei anni sono di nuovo qui per parlare dei nostrani Razgate: all'epoca una semplice promessa nel panorama thrash italiano; ora una realtà ormai consolidata, con all'attivo - considerando anche il nuovo "After the Storm.. the Fire!" di cui parlerò in questa sede - ben tre dischi e un Ep. E fu proprio con quell'Ep, "Countdown to the End", che li conobbi e li feci conoscere al pubblico di R&MIMB, sei anni fa. Ricordo ancora di aver aggiunto, a fine recensione, quel "se continuano su questa strada.." parlando dell'ottima premessa intravista in quel mini parto discografico. E loro non hanno deluso affatto le aspettative, sfornando in rapida successione una gragnola di dischi che ha confermato - in crescendo - la loro bravura e ispirazione. Francamente speravo in un salto in avanti dopo il primo, ottimo, parto discografico (l'Ep di cui sopra), ma non mi sarei aspettato tanta roba: certo, è stato necessario aspettare tre anni dall'assaggio elargito al pubblico, ma dal 2017 in poi in rapida successione abbiamo avuto perle come "Feral Evolution" (2017) e "Welcome Mass Hysteria" (2018), due ottimi parti discografici dati in pasto agli ascoltatori a cadenza annuale; e quindi, dopo un intervallo leggermente più lungo (il nuovo disco è uscito nel 2020), questo "After The Storm.. The Fire!" che rimarca la loro ispirazione, grinta e bontà compositiva. Le influenze primarie rimangono pressoché inalterate (Testament e Slayer su tutti), ma i nostri con il tempo hanno saputo intraprendere una via ben più personale, ormai consci dei loro mezzi - per gradi ampiamente rodati - e delle loro possibilità. Questo è quello che si ricerca nel percorso di un artista o di una band: quel certo grado di maturazione che porta da una naturale inclinazione e affinità nei confronti del mood di certi maestri (per taluni è facile parlare anche di riverenza) a un percorso proprio, che può avere o meno il flavour dei cosiddetti "maestri ispiratori", ma che porta alla definizione di un prodotto totalmente e decisamente personale. Come in questo caso. E in effetti, di fronte a questo disco, forte di dieci strepitose tracce (nove più intro, tutte mediamente non lunghissime), possiamo parlare di "prodotto personale", forte di una propria identità. Un thrash aggressivo, potente, incisivo, che pur parlando il medesimo linguaggio espresso da altre band sedute sul trono del genere, non cita/ricicla/scimmiotta in alcun modo, piazzando dieci centri perfetti e sicuramente originali. Quanto volevo sentire, appunto, all'epoca in cui scrissi la prima recensione sui Razgate. E già all'epoca del primo EP il loro prodotto era forte di una notevole personalità tanto da distanziarlo fortemente da altre band/cloni dei grandi Maestri del genere. Ma qui, come già espresso, si fanno ulteriori passi avanti sino alla definizione di un preciso Razgate-sound. A rimarcare un possibile trait d'union con una band colossale come gli Slayer ci pensa la voce ferale di Giacomo James Burgassi, che pur con gli opportuni distinguo può ricordare in qualche maniera il vocalismo del grande Tom Araya; altrove si possono percepire, seppur in maniera vaga, richiami ad altre band cardine del thrash ((la melodia malata di "Behind the Walls of Terror" potrebbe portare alla mente gli ultimi Kreator). Ma a prescindere da ciò il prodotto che abbiamo tra le mani e ci siamo già sparati avidamente nei padiglioni auricolari è assolutamente personale e frutto di una band con una certa voglia di crescere, intrattenere e portare avanti orgogliosamente il vessillo del thrash tricolore più puro e incontaminato. Quindi abbiamo un disco che, sbilanciandomi sin da ora (di solito certe considerazioni le lascio alla fine) consiglio a qualsiasi appassionato di thrash, specie a chi cerca un prodotto vero, genuino, sanguigno, figlio di un certo thrash aggressivo e senza compromessi. Detto questo direi di lasciarvi con qualche nota biografica prima di passare alla nostra consueta track by track:  "i nostri nascono nell'agosto 2011 da un nucleo di tre chitarristi, ossia Giacomo Burgassi, Francesco Martinelli e Mattias Papini, uniti nell'intenzione di mettere in piedi una thrash band. Ben presto viene reclutato Edoardo Natalini alla batteria, dimodo (questo era l'intento dei membri fondatori) di iniziare a suonare anche senza l'ausilio di un bassista. Questa situazione comunque non è destinata a durare, perchè successivamente entra nell'organico il bassista Niccolò Olivieri, evento che coincide con il quasi simultaneo abbandono di Edoardo. La mancanza dell'indispensabile figura di un batterista costringe i nostri a trovare un qualche rimpiazzo alle pelli. Per un anno, nonostante l'ausilio di un batterista "rimpiazzo", la situazione sembra essere claudicante, e sia la vena compositiva che l'attività live stentano a decollare. Tutto cambia (in meglio, naturalmente) quando Edoardo rientra nell'ensemble e Mattias decide di lasciare: i Razgate arrivano così ad assestare la propria formazione. Le richieste live iniziano ad aumentare e la band oltre ad arricchire il repertorio decide di incedere il primo EP di presentazione, "Countdown to the End", composto (come specificato in precedenza) di quattro pezzi. Nell'inverno 2014 oltre a proseguire con la promozione dell'EP con live ed altre iniziative, la band inizia a pensare seriamente di incidere il primo full, che si concretizza solo tre anni dopo: siamo nel 2017, ed esce Feral Evolution, il primo parto discografico dei nostri, che neanche un anno dopo daranno alle stampe Welcome Mass Hysteria (2018), altra bomba thrash destinata a fare la gioia di tutti gli appassionati del genere. Arriviamo così al 2020 e al nuovo After the Storm... the Fire!, disco che riconferma nuovamente tutta l'energia, la grinta e l'ispirazione della band.". Benone, direi ora di passare alla nostra consueta analisi traccia per traccia, prima di spendere ancora qualche parola nelle nostre consuete considerazioni finali.

Lacrimosa Dies

Il primo brano introduttivo, "Lacrimosa Dies", è strutturato su un ricamo soffice di chitarra dall'incedere melanconico, triste. Nulla di quanto è destinato a deflagrare dal secondo brano in poi viene lasciato trasparire in queste note soffuse, colme di mesto grigiore. L'andamento è pacato e quanto sussurrato dalla chitarra scorre armonioso solleticando appena l'incauto ascoltatore. Toni grigi e seppia chiazzano un acquarello autunnale spento ma al contempo grondante emozioni.

Rising Death

Il prosieguo è affidato al primo vero e proprio brano del lotto, "Rising Death" (Morte nascente), brano che parte direttamente in quarta trainato da un riffing serrato e da implacabili colpi di batteria. Verso il minuto l'introduzione ferale cede il passo ad un nuovo intarsio strumentale ugualmente bellicoso che introduce la voce belluina di Burgassi. Questi si prodiga nel narrarci di spaccati apocalittici dove a regnare sembra essere il caos: la peste ha dispiegato le sue nere ali e i cadaveri sono stipati nelle fosse, ammucchiati come stracci. Nessuno rimane "sul campo", e nelle città ormai decadute la paura si regna sovrana. Ogni speranza non ha più motivo di esistere. Si ode echeggiare un nome... un nome che incute terrore, simbolo della piaga che ha funestato l'umanità. Il nome è "Morte Rossa". Lei è l'oscura signora da cui nessuno può fuggire, e non importa quanto si tenti di andare lontano, non importa quanto si gridi forte in preda alla disperazione. Lei non darà scampo ad alcuna anima vivente. Un testo eccellente che sembra prendere spunto per sommi capi - in maniera decisamente più "apocalittica" - dal celebre racconto "La Maschera Della Morte Rossa" di Edgar Allan Poe (dove tutto era incentrato in un palazzo, mentre nel suddetto brano la piaga si estende nelle strade e nelle città, in lungo e in largo). Con l'intervento vocale di Burgassi il brano si assesta, come accennato in precedenza, su ritmiche veloci ed assassine, in cui colpi incessanti di batteria e un guitar work terremotante sembrano voler scatenare il caos. La tensione si mantiene altissima in un prosieguo che fa della linearità uno dei suoi assoluti punti di forza. Non si percepiscono cali di tensione, e l'unico "rallentamento" concesso è percepibile prima dei due minuti e trenta, in concomitanza con un guizzo chitarristico di notevole effetto che spiana la strada a un frangente strumentale dilaniante nella sua irrefrenabile possenza. Quasi ai tre minuti e trenta si ritorna in seno alla struttura principale, ancora deflagrante, velocissima, screziata dalla voce iraconda di Burgassi, dalle stilettate della chitarra e dal terremoto offerto dalla batteria.

Broken By Fire

Si continua egregiamente con "Broken By Fire" (Lacerato dal fuoco), brano il cui testo sembra imperniato su una figura infame della quale, all'inizio, comprendiamo poco. Il suddetto personaggio sembra essere un "dannato", un essere blasfemo la cui sporca lussuria è perduta letteralmente nella disperazione. Per gradi ci rendiamo conto che il personaggio è - o sembra essere - un predicatore intriso sino al midollo di peccato, un personaggio disposto sicuramente a "predicare bene e razzolare male", dato che trattasi di un essere malvagio che tenta di nascondere la propria infamia dietro al nome e al verbo di Dio. Un ipocrita la cui apostasia è stampata a caratteri cubitali sul suo volto malefico, uno stupratore e un bugiardo. Lui è "la bestia che divora" e continua a perpetrare le proprie violenze per servire le fiamme. Il brano si assesta sin da subito su ritmiche feroci, in cui chitarra e batteria si danno man forte per evocare scene cataclismatiche. Nel giro di venti secondi assistiamo ad un cambio di tempo, che trascina il brano su lidi ancor più veloci, implacabili. Oltrepassato il trentesimo secondo entra in scena anche la voce di Giacomo Burgassi, ferale come sempre e perfettamente complementare al terremotante tessuto sonoro. Sino al cinquantesimo secondo il brano si mantiene su ritmiche lineari - che fanno della velocità il proprio punto di forza - per poi aprirsi a un frangente più quadrato, caratterizzato addirittura da "gang vocals" (di reminiscenza Exodus). Superato il minuto e dieci il brano torna a correre, esibendo nuovamente una certa linearità assassina, tagliente come uno stiletto (non prima di averci deliziato con un velocissimo solo guitar, destinato a durare a malapena qualche secondo). E dopo la ripetizione di certi schemi (strofa assassina e frangente refrain più quadrato con tanto di gang vocals) ci si butta a capofitto sul recupero della primissima parte, possente e fragorosa, che stempera la velocità precedentemente esibita a beneficio di una più massiccia muscolarità. Siamo intorno ai due minuti e cinquanta e il brano si inserisce in un frangente vagamente più lento, comunque trainato da una batteria decisamente poderosa e dalle rodate vocals di Burgassi. Ma nell'arco di pochissimo (tempo di arrivare ai tre minuti), si apre una nuova sezione ipercinetica, deflagrante, strumentale per una trentina di secondi, quindi screziate dalle harsh vocals del singer. Altro brano stupendo capace di rievocare diverse anime del thrash più aggressivo ed incompromissorio (come già ribadito vengono in mente anche gli Exodus).

After The Storm

"After The Storm" (Dopo la tempesta) ci pone dinnanzi a un testo incentrato su un personaggio che sembra il portatore di una "giustizia superiore". Questi si rivolge ad un secondo personaggio dicendogli che può godersi tranquillamente il suo giorno di gloria, tanto l'inferno lo attende. Lui, il protagonista", è l'emblema di una giustizia quasi divina, creatore di fiamme e portatore di un inferno immanente, furia e vendetta incarnate. Lui, il secondo personaggio, deve guardarsi le spalle, dato che la sua corona (e intuiamo che si tratta di un re o comunque di un potente) è già gettata a terra, e dunque è già stato spodestato dal suo ruolo di comando. A spazzare via ogni sua certezza e a perseguitarlo ci penserà tale "essere superiore". Il brano si apre con un riffing serratissimo, presto raggiunto dalla batteria: già da questi primi secondi si evince la volontà di evocare un senso di caos. Per godere delle vocals di Burgassi bisogna aspettare circa una ventina di secondi, e il subentrare della voce non smuove di una virgola un tessuto sonoro impostato sulla pura velocità e frenesia. Il pattern è deflagrante e l'apporto vocale di Giacomo incrementa quel senso di stordimento già ampiamente esplicitato dall'apparato strumentale. Verso il quarantesimo secondo un cambio di tempo, che comunque non incide sulla follia sino a qui esibita. Si marcia ancora su velocità notevoli, e, anzi, tale cambio di tempo sembra incrementare una certa instabilità umorale coincidente con una certa paranoia di fondo. A un minuto e quindici un ulteriore cambio di tempo, che riporta il brano a viaggiare come un missile su ritmiche dirette e in your face. Ulteriore cambio di tempo verso i due minuti e dieci, che adagia stavolta il brano in un pattern più quadrato e muscolare. Neanche arrivati ai due minuti e quaranta e si apre una ottima sezion strumentale caratterizzata da un giro di chitarra a dir poco superlativo. Pochi secondi dopo il brano torna su binari veloci, virulenti, stavolta capaci di esibire letteralmente un senso di "caos sonoro". Altro pezzo sbalorditivo, capace di lasciare a bocca aperta qualsiasi amante del thrash più ferale e bellicoso.

Grinding Metal

"Grinding Metal" (Metallo roboante) ci pone nuovamente di fronte ad un testo dal carattere "apocalittico", ma stavolta lievemente autocelebrativo (il "metallo" a cui si accenna nel titolo e nel brano può essere considerato anche "metal" inteso come genere musicale). Il tutto è imperniato su una nuova scena di devastazione (come ben espresso da passaggi come "tempo di annientamento, tempo di sottomissione" e "questa è una missione, sfondare le nazioni") che presuppone la fine di ogni cosa. Il "metal schiacciante ci guida in eterno" si sente recitare testualmente: un proclamo che sa di chiamata alle armi, di bandiera metallica issata a testimoniare una fede. Il metal come unico credo, come arma usata per destabilizzare le nazioni. Stavolta il brano è introdotto, nei primissimi secondi, da un rumore indecifrabile, metallico, che lascia presto spazio a un riffing serrato ma capace di non eccedere in velocità estreme. Presto il brano ci si apre a degli interessanti stop and go con l'apporto vocale di Burgassi: una novità che porta i nostri a sperimentare soluzioni differenti, lontane da certi tripudi ipercinetici a cui ci avevano abituato. Ad un certo punto le vocals si fanno più isteriche, e il brano lascia momentaneamente da parte gli stop and go (ma tale recupero è quasi immediato) per lanciarsi su un tappeto più lineare e diretto. A un minuto e cinquanta circa vi è un incremento notevole della velocità che coincide con un frangente puramente strumentale, di indicibile bellezza: si concretizza un senso di caos sonoro ma terribilmente e splendidamente calcolato. Quasi ai tre minuti torna in scena il vocalist, inserendosi in un nuovo passaggio caratterizzato dapprima da stop and go, quindi da un frangente ancora pregno di notevole carica animalesca.

Shredding Praise

"Shredding Praise" (Elogio triturato) sembra trattare il tema del cannibalismo: il protagonista appare come una sorta di antropofago intento a cibarsi di una delle sue vittime per evitare di morire. Questi sente un irrefrenabile desiderio avvilupparsi nelle sue carni. Un desiderio irrefrenabile, che brucia come le fiamme dell'inferno. Ha la sensazione di scomparire gradualmente, sente che le ossa si stanno via via indebolendo. Tutto quello che desidera è la carne. Non ha un attimo da perdere, per evitare di deperire: deve cibarsi di carne. Questi inizia ad incidere la polpa viva del malcapitato, godendo nel vedere la sua vittima soffrire. Con estremo sadismo sfonda il cranio del derelitto, nutrendosi avidamente della rossa polpa cerebrale. Il suo dolore gli provoca lussuria, irrefrenabile piacere carnale. Il sangue è la sua serenità, la sua insanità, la sua depravazione. Il brano inizia con un fregio strumentale che si apre in brevissimo tempo in un riffing incalzante (nel quale fa capolino un urlazzo di Burgassi) sostenuto da una batteria destinata a non fare vittime. Il brano scivola in breve in un pattern decisamente assassino, in cui la velocità si fa notevole e il clima diviene rovente. La voce mantiene un'impostazione "à la Araya" davvero rimarchevole, iraconda e colma di acredine. Il tutto si mantiene su coordinate pressochè lineari, screziate ad un certo punto da un fregio chitarristico (verso il minuto) di indubbio effetto. Poche le variazioni in un brano che predilige l'assalto frontale rispetto a qualsi genere di volo pindarico. Un brano breve (2 minuti e cinquanta circa) e diretto come una mazzata sulle gengive.

Behind The Wall Of Terror

"Behind The Wall Of Terror" (Dietro le mura del terrore), settima traccia, stavolta ci presenta un testo imperniato su un personaggio avvolto da un'aura di tetra dannazione. Questi non sa se è ancora vivo oppure no, nutrendo la strana sensazione (come in casi patologici affetti dalla Sindrome di Cotard) di essere una sorta di non-morto. Dietro alle mura della sua magione (o fossa) scorrazzano freneticamente orde di ratti, e l'uomo ha l'impressione che ci sia qualcuno (o qualcosa) che lo stia chiamando, che riecheggia nelle sue orecchie come un suono dolcissimo. Presto questi inizia a sentire il bisogno di carne umana, e si sente ispirato dall'omicidio, e comprendiamo che l'uomo si sta trasformando in un sorta di messaggero di forze oscure e indicibili, quasi un novello Nyarlathotep (il messaggero degli Dei Esterni nel pantheon lovecraftiano), venuto a seminare il caos nel mondo. A riprova di ciò si evince in un passaggio l'epiteto "il caos strisciante", che tra l'altro è il nomignolo usato per designare lo stesso Nyarlathotep. L'introduzione del brano stavolta suona più "misteriosa", capace di evocare scenari torbidi, oscuri. Questa presto si stempera in un passaggio decisamente melodico ed accattivante, sorretto da un giro di chitarra particolarmente godereccio. Neanche al minuto subentra la voce arcigna di Burgassi, che si adagia perfettamente nel tessuto strumentale dal flavour mai così armonioso (come ricordato in precedenza vengono in mente gli ultimi Kreator, quelli più propensi ad imbastire pattern "orecchiabili"). A un minuto e venti circa il pezzo parte in quarta recuperando quel mood ipercinetico già caratteristico di altri pezzi, diventando letteralmente una cannonata, possente e distruttivo. Neanche venti secondi dopo si ritorna in seno a quella struttura melodica già evinta in precedenza, prima di una ripartenza, a due minuti e venti, su strutture ipercinetiche di grande impatto deflagrante. A due minuti e quaranta un cambio di tempo sconquassa la texture sonora portandoci nel mezzo di un frangente differente ma ugualmente terremotante, dotato di una potenza invidiabile, solo inizialmente strumentale considerando che dal terzo minuto abbondante fa il suo ingresso il singer, portando in dote il suo apporto vocale rabbioso, digrignante. Oltrepassati i quattro minuti e dieci altro cambio di tempo, e la potenza non ne risente di una virgola. In breve si passa, ad una parte ben più robusta e quadrata che ci riporta ai vezzi melodici inaugurali.

To The Rope!

"To The Rope!" (Al cappio!) ci presenta un personaggio tremendamente disilluso, stanco di un mondo forgiato sull'ipocrisia e la vacuità. Questi non riesce più a fingere, nascondendo i propri sentimenti di disprezzo e redarguisce un secondo personaggio a cui sembra andare bene il naturale ordine delle cose, l'andamento mediocre di una società disprezzabile e tumefatta. Conscio della nullità delle cose, l'uomo vuole farla finita, appendersi ad un cappio, approfittando magari di un momento di solitudine, cullato dalle tenebre incombenti. Il suo disprezzo nei confronti di ogni cosa è palese e alla sua disillusione non esiste alcun rimedio se non una fine autoinflitta, una morte lontano da tutto e da tutti. Il brano parte immediatamente in quarta su ritmiche furiose, incontenibili, presto screziate dalla voce di Burgassi. La potenza, sin dai primi frangenti, è pressochè indecifrabile, impossibile da esprimere a parole. La batteria è un martello pneumatico e la chitarra uno strumento di tortura a motore. Si va ben più in la del semplice thrash, toccando vette estreme incredibili. A trenta secondi circa "si comincia a ragionare", dato che il brano si inserisce in ritmiche velocissime ma non spinte al parossismo come nei trenta secondi inaugurali. Il proseguo è un puro concentrato di potenza animalesca, di sicuro impatto deflagrante, dall'andamento bellico e aggressivo. Il tutto si mantiene abbastanza lineare sino al minuto e dieci, quando un intermezzo a cavallo tra Kreator e Slayer porta il brano a un frangente mefitico giostrato su tempi medi. Verso i due minuti un arazzo chitarristico malato spezza il tutto donando al brano ulteriore bellezza. A due minuti e quaranta circa si ritorna su velocità parossistiche impostate su ritmi impazziti e frullati, da far venire il capogiro, che confluiscono in una coda in fade out a decretare la fine.

Bloodshed & Deliverance

"Bloodshed & Deliverance" (Spargimento di sange e liberazione) ci pone di fronte a un testo dal vago carattere introspettivo (così come il precedente), in cui un uomo fa il bilancio dei suoi rimpianti e fallimenti, elementi che vorrebbe scrollarsi di dosso. Ma l'uomo non è disposto a "gettare i suoi resti", cosa che si può intendere come "gettare alle ortiche il passato", piuttosto alimentarsi del passato per incrementare la sua rabbia, la sua voglia di rivalsa. Dunque l'uomo, dopo aver fatto chiarezza nella sua mente, è pronto a ripartire, cercando "la chiave della sua vendetta", conscio che la sua strada sarà lastricata di difficoltà indicibili. Ma non importa: per quante difficoltà possano esserci, per quanto il suo passato pesa sulla sua coscienza come un masso di Sisifo, l'uomo non è disposto ad arrendersi. La via verso la libertà è ancora lontana, ma "lui" si sta liberando. Musicalmente parlando abbiamo un inizio giostrato su un pattern possente, ansiogeno, che si stempera in una parte rallentata giostrata su una chitarra particolarmente evocativa e, successivamente, sulle vocals filtrate di Burgassi. A un minuto e venti circa il pezzo inizia a snodarsi su un mid tempo assassino, dalla carica mefitica (aleggia una vaghissima reminiscenza dei Megadeth), quindi abbiamo un incremento di velocità e la voce di Burgassi che torna ad esibire il proprio mood alienato stile Araya. La velocità si smorza verso i tre minuti, e un arazzo chitarristico quadrato da il via ad una parte granitica giostrata su tempi medi che scivola dapprima in un ottimo lavoro strumentale, quindi in un'accelerazione belluina, incontrollabile (anche qui trascendiamo il semplice thrash per andare oltre).

Crucify - The Master Deceiver

"Crucify - The Master Deceiver" (Crocifiggere - Il maestro ingannatore) ancora una volta si caratterizza per un testo dal sapore introspettivo, con un personaggio che riflette inizialmente sul proprio stato di follia e sulla sua depravazione. Questi, pur conoscendo la propria condizione non pretende nulla, non ha rimpianti dato che è conscio del proprio destino. Capiamo in breve che l'uomo è crocifisso, così come il Cristo, e tale sorte non sembra essere per lui fonte di agonia, ma di piacere. Sadicamente l'uomo sembra provare un senso di godimento in quella condizione, intrappolato in tale strumento di morte (la croce). Stavolta il brano inizia con un urlazzo (molto Araya) che apre una parte assassina e furibonda - che si concede un paio di fulminei intramezzi con le declamazioni di Burgassi - destinata a confluire in un frangente ugualmente terremotante, diretta e lineare come un proiettile (e altrettanto rapido). A tratti riaffiorano le declamazioni urlate a gran voce dal singer, a spezzare il pattern velocissimo. A un minuto e venti circa si impone uno stop prima di una ripartenza fulminea, ancora articolata su passaggi veloci giostrati egregiamente da un riffing assassino e una batteria spietata. Trenta secondi dopo il pattern si fa, se possibile, ancora più deflagrante, impostato su un martirio spietato degli strumenti, torturati per evocare il caos. Il clima si fa incandescente, la tenzione aumenta al massimo, e verso i due minuti e dieci, ci pensa un intarsio strumentale luciferino a regalare un flavour sulfureo al brano, che oseremmo definire nel complessivo perfetto.

Considerazioni finali

Arriviamo così alla fine di un disco strepitoso, capace di regalare ben più di un emozione. Un disco dalla carica bellicosa unica, estremo sino al midollo, e soprattutto decisamente ispirato. Considerando che siamo arrivati al terzo disco (per chi scrive, ma anche per altri del settore, il terzo disco rappresenta spesso la fatidica prova del nove) è ormai lecito definire i Razgate non più una promessa del thrash italico, ma una realtà consolidata. Una promessa mantenuta, insomma. Perché sono tanti a perdersi strada facendo, arrivando magari al terzo parto discografico con una carica minore, una minore dose di idee o semplicemente meno ispirazione (o, più semplicemente, non ci arrivano affatto), ma i nostri hanno mantenuto inalterata la loro carica, arricchendo la bontà della loro proposta disco dopo disco. E l'ispirazione - cosa fondamentale per chi non vuole andare avanti per inerzia - non solo non è stata intaccata, ma ha avuto modo di crescere quasi miracolosamente. E non è cosa da poco, anzi. Non solo i nostri sono formidabili ai rispettivi strumenti (un plauso a tutti senza distinzione), non solo ogni pezzo concepito è una perla di incompromissoria violenza, ma è una perla che splende di luce propria e non riflessa. Si, possibilmente i richiami a certe grandi realtà del settore non mancano (Slayer, i thrasher teutonici), ma sono metabolizzati talmente bene da dare vita a qualcosa di differente, di assolutamente unico, che molti potrebbero invidiare. Un prodotto perfetto sotto ogni punto di vista che aggiunge un prezioso tassello panorama del thrash tricolore, e potrebbe essere ricordato sino a qui come il loro capolavoro. Chiaramente è solo una visione parziale, dato che in futuro è lecito aspettarsi - considerata la loro crescita graduale - un masterpiece destinato a offuscare persino questo gioiello. Credete sia eccessivamente ottimista? Non credo. La loro proposta è andata sempre migliorando, e siamo arrivati, in questo 2020, a tale parto di squisita bellezza: non era scontato, ma loro hanno piazzato un colpo da autentici maestri. Dunque è facile pensare che questo manipolo di alfieri cromati possa riservarci autentiche sorprese per il futuro. Ma sto precorrendo i tempi. Intanto ci gustiamo questo disco, dotato di una bellezza scultorea, in cui ogni cosa funziona esattamente come deve funzionare: dalle stupende parti musicali a un vocalist che sa veramente il fatto suo (questa di Burgassi è una prova Maiuscola), a dei testi davvero immaginifici che spaziano da certe visioni apocalittiche ad altre più introspettive. E non ultima una cover davvero ben fatta, dal sapore quasi fantasy, con un uomo che brandisce spada e fiaccola di fronte ad un essere mostruoso, quasi "lovecraftiano". Insomma, ogni singolo tassello è piazzato perfettamente in un mosaico destinato a prender forma come uno dei capolavori thrash italici di questo 2020. Acquisto caldamente consigliato a chiunque vive di pane e thrash.. e non solo. Diciamo pure a tutti i metalheads che vogliono un disco capace veramente di suscitare ben più di un fremito, un emozione. A chi scrive, di emozioni, il suddetto disco ne ha date parecchie. E infatti termino qui la recensione... e schiaffo il disco nello stereo per l'ennesima volta! Alla prossima, metalheads!

1) Introduzione
2) Lacrimosa Dies
3) Rising Death
4) Broken By Fire
5) After The Storm
6) Grinding Metal
7) Shredding Praise
8) Behind The Wall Of Terror
9) To The Rope!
10) Bloodshed & Deliverance
11) Crucify - The Master Deceiver
12) Considerazioni finali
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