Ravenscry

The Attraction of Opposites

2014 - Revalve Records

A CURA DI
ELEONORA STEVA VAIANA
26/05/2014
TEMPO DI LETTURA:
8

Recensione

I Ravenscry sono una realtà tutta italiana, formatasi nel 2008 nell'hinterland milanese: grazie alle menti di Paul Raimondi (chitarra), Fagio (basso) e Simon Carminati (batteria), i nostri cominciano a crearsi la propria realtà, reclutando il chitarrista Mauro Paganelli e la cantante Giulia Stefani. Proponendo un metal melodico molto catchy e dalle venature gothic, i Ravenscry cominciano subito a farsi conoscere dal pubblico, registrando già nel 2009 il proprio repertorio presso i Fear Studio di Ravenna: dimostrando subito un'attenzione peculiare ai dettagli, affidano il mixing ai Sound of Pisces di Los Angeles (Steve Vai, Alice Cooper, Slash) e il master a Tom Baker (Judas Priest, Megadeth, Marilyn Manson), per poter cominciare a incamminarsi verso un futuro di successo, con la giusta carica e la giusta grinta. Nel 2011 viene rilasciato il primo album studio intitolato “One Way Out”, che porta la band a esibirsi in tour di prestigio nel Regno Unito e nel Belgio, fino ad arrivare, dopo aver firmato con la svedese The Trip Records, ad organizzare l'”One Way Out Scandinavian Tour 2011”, toccando Svezia, Finlandia e concludendo la serie di date al famoso Pub Anchor di Stoccolma. Dopo aver rapito il cuore di molti fan in tutto il mondo, i Ravenscry si esibiscono al PPM FEST 2014 in Belgio con un asso nella manica intitolato The Attraction of Opposities, che sarà rilasciato il 27 maggio prossimo per Revalve Records. Un successo assicurato da uno stile limpido e seducente, scandito da una voce femminile grintosa, che narra storie di vita reale, riflessioni, diari delle menti e dei cuori di tutti i componenti pronti a mettersi in gioco e a raccontare ogni aspetto dell'esistenza umana.



 



È “Luxury of a Distraction” ad aprire il lavoro, rivelando subito uno stile molto elegante e raffinato, reso immediatamente evidente dalla particolarità di una voce femminile piena e seducente: chitarre dense, stacchi ritmici assolutamente azzeccati, un bel tiro spedito e grintoso, il tutto unito dalla presenza inequivocabile della voce e dei suoi virtuosismi. Il momento dell'assolo, posizionato tra due ritornelli, rappresenta un elemento di stacco necessario e posto al punto giusto, una pausa molto raffinata per dar modo a chi ascolta di staccare per un attimo dalla situazione già presentata. Un'estetica musicale curata da tutti i punti di vista, dove l'atmosfera creata dagli strumenti riesce a conciliare la tematica presentata da un testo nel quale si viene ad analizzare il comportamento di persone imbellettate e costrette in abiti perfettamente curati ed eleganti, di fronte alle quali è bene non abbassare mai la guardia. Un testo enigmatico ma curato sia nella forma che nello stile, per nulla banale, al contrario, stuzzicante e perché no, provocante: non bisogna mai vestire i panni del perdente, poiché non troveremo nessuno pronto a porgerci la mano per salvarci. Proseguiamo con “The Witness”, traccia che si presenta a metà strada tra l'epico e il drammatico sin dai primi istanti di vita: un riff di chitarra martellante e ripetuto accoglie batteria e tastiera, due elementi in grado di dar vita a un'atmosfera particolarmente solenne. Al comparire della voce, si viene subito ad allungare un brivido sulla spina dorsale, risultando fin da subito carica di un'energia e una passione stravolgenti, oltre che di un gusto raffinato nel sapersi posizionare nella strofa senza risultare eccessiva. Un ritornello aperto, godereccio ed emozionalmente sublime, lancia un pugno di aria freddissima direttamente nel petto, annichilita dal calore della linea vocale e interrotta da uno splendido post-chorous semplice, breve, ma d'impatto. Una crepa in un blocco di ghiaccio attraverso la quale si può scorgere un'anima pulsante in grado di riscaldare la situazione, rendendola, così, completa da ogni punto di vista. L'epicità del pezzo ricalca in una maniera molto precisa l'intensità delle parole narrate in prima persona da una divinità che è stata sotterrata per molto tempo sotto metri di sabbia e ignoranza di stampo così umano: una divinità della conoscenza in grado di tramandare il sapere perduto di un'epoca ormai passata, il testimone del fallimento che è il genere umano, talmente cieco da aver sotterrato chi aveva insegnato all'uomo a rispettare il mondo. Una divinità che distrugge e azzittisce l'apparente potere umano, ma che, come tale, misericordiosa e immensamente buona, decide di porsi non tanto come la fine di una specie così degenerata, ma come un mattone attraverso il quale ricominciare a costruire una piramide di speranza e bontà. Approdiamo così a “Missing Words”, un brano che si presenta subito come energico al punto giusto, offrendoci una strofa densa sulla quale si alternano stacchi ritmici grintosi e scattanti, dove padroneggia una voce decisa e reboante: l'intensità si fa via via più intrigante, con l'esplosione del ritornello e la conseguente scossa di brividi lungo tutta la schiena. Ottima la componente melodica, amplificata in special modo dal prezioso contributo della tastiera, che concorre a rendere il tutto decisamente raffinato e glorioso. Compare timidamente un bridge che richiama le sonorità del ritornello, tenendo tuttavia in sospensione la situazione quel tanto che serve, per lasciarla fluire nuovamente nella strofa e, infine, verso la conclusione. Un pezzo decisamente commovente e ricco di emozioni da evocare, che si rispecchia esattamente nel testo, riguardante una perdita dolorosa di qualcuno al quale non sono state dette parole ormai perdute in un abisso di tristezza. Un gioco straziante di rincorsa eterna, nascosto tra i ricordi e le ombre di chi ormai non è più presente, ma vive nell'attualità di chi può ancora rammentare ciò che ormai è andato perduto. L'unico modo per sviluppare questo bagaglio infinitamente grande e doloroso, è svuotare l'anima di tutte le parole non dette, per lasciar scivolare via quell'ultimo amaro tratto di umanità e malinconia, così strettamente collegato a una presenza che ormai vive nel presente solo come tale. Mestizia che prosegue con “Alive”, introdotta dalle note avvolgenti di archi e fiati, che concorreranno successivamente a costruire una corposa componente sinfonica, veramente degna di nota. Impeccabile l'ingresso in scena degli strumenti distorti, sensazionali nel riuscire a riprendere in mano l'atmosfera surreale, rendendola frenetica prima di lasciare spazio al toccante ritornello, delicato ma carico dal punto di vista emozionale. Una perla preziosa si cela all'interno del bridge, dove gli strumenti passano in sordina fino a lasciare nuovamente la scena in mano alla melodia iniziale, prima di un bellissimo assolo struggente. Emozioni a non finire, che si susseguono, si fanno attendere e si lasciano assaporare a pieno, nota dopo nota, attraversando momenti di pura grinta energica, alternati a istanti malinconici e drammatici. Una sorta di metafora musicale che accompagna le parole alternate tra disperazione e speranza: una storia drammatica, quella di un'esistenza abusata nel corpo e nella mente, al punto di finire per percepirsi come colpevole e meritevole di tutto quel dolore. Parole talmente intrise in un grigio sentore drammatico, da riuscire a infondere, accompagnate dalla musica, una sensazione di dolore interiore incontrastato e a tratti irrazionale: sensazioni che si fanno proprie, si vivono e si metabolizzano attraverso le parole cantate così delicatamente, in grado di vivere e lasciare libero sfogo ai sentimenti ingabbiati dentro a un'anima che ha sofferto per troppo tempo. Con “The Big Trick” si chiude il sipario sulla malinconia, per imboccare una strada di energia dipinta dai corposi riff di chitarra e dagli stacchi ritmici, di sfumature nere e aggressive. Sulla strofa va a posizionarsi la voce, seguendo lo stato d'animo generale: strafottente, arrogante e acutissima, scivola con leggerezza andando a indossare una veste più corposa e sensuale. Il ritornello, preceduto da un pre-chorous sempre sulle linee della strofa, è una finestra aperta su un mondo vastissimo e tempestato di cristalli pungenti, dal quale godere di un panorama colpito da una tempesta di armonie grintose e curate. Un bel bridge rallentato e incupito accoglie la voce che canta effettata e in lontananza, precedendo un assolo di chitarra vorticoso e frenetico, un contrasto eccellente considerato il tempo generico sul quale si trova a esistere. È proprio con l'assolo che il pezzo si conclude, scegliendo una strada originale per descrivere un testo collegato all'attualità in maniera secca e decisa: si parla, infatti, delle malattie da telegiornale, meteore di terrore che squarciano la nostra vita quotidiana, posizionandosi come parche su una spalla pronte a infettare. Influenza aviaria, difterite, tetano. Ma anche AIDS, malaria, e molte altre ancora. È proprio un vaccino a parlare, presentandosi con una nota di sarcasmo, come un elisir di lunga vita: ed è proprio questo che accade ogni qual volta si viene a presentare una nuova epidemia, una nuova malattia, una nuova ondata di paura. I vaccini si presentano ai nostri occhi come salvatori, ma è realmente così? O, semplicemente, non siamo in grado di disubbidire al sistema? Ebbene, dobbiamo riflettere, poiché ad ogni nuovo vaccino corrisponde una nuova malattia da curare, che, tradotto in soldoni, significa qualcuno che sulla nostra salute riesce a guadagnare, a discapito del benessere comune. Continuiamo sulla scia violenta, con “Touching the Rain”, presentata da un riff fumoso e in lontananza, squarciato dall'arrivo in scena di tutta la carica e la potenza del sound pieno della strofa. La voce tanto familiare quanto attesa, non tarda a presentarsi, lasciando, tuttavia, qualche pausa a effetto, più che desiderata: trionfale, carica, energica, la traccia rivela ogni singolo aspetto riuscendo a mixare sonorità e ritmiche differenti tra loro, ma in grado di convivere alla perfezione. Un bridge ansante compare all'angolo del ritornello, lasciando spazio a una linea melodica enigmatica e ipnotizzante: un rapido ripasso alle sonorità piene del ritornello, ed ecco giungere il finale, sfumato e scandito dal suono di una campana funebre. Si parla di pioggia, si odora la pioggia, si riesce quasi a percepire, la pioggia: in special modo nel ritornello, questa traccia è un'esondazione di emozioni e gocce di energia allo stato puro. Un sentore di fine inevitabile ed eterna aleggia nell'aria condensata in parole enigmatiche ed eleganti, con la pioggia a fare da compagna in un mondo privo di luce, ma ricco di domande: pioggia che rigenera, pioggia che uccide. A metà strada tra due mondi così distanti, si viene a scavare la fossa della sanità mentale, della cosiddetta normalità, ma automaticamente si spalancano migliaia di porte su quesiti destinati a morire come tali. Un suono metallico di chitarra effettata apre la porta su “Cynic”, scandita da un tempo contenuto, ma travolgente, ricco di energia e tocchi di classe notevoli: stacchi ritmici, una voce portentosa e vitale, ritmi accattivanti. Un fiume in piena di idee che trova la propria foce in un ritornello a effetto, in grado di aprire la mente su un baratro di libertà ed endorfine rilasciate a profusione, da una mente totalmente immersa in una realtà raffinata ed elegante. La dimostrazione di quanto i giusti accordi possano fare la differenza, senza andare a creare necessariamente riff complicati, ma contando su un arricchimento tecnico e sostanziale di ogni singolo musicista: i Ravenscry contano molto su stacchi ritmici ad effetto, pause catchy e rullate accompagnate da tocchi timidi di chitarra elettrica, come dimostra il bridge. Un ponte perfetto tra la frenesia della novità e la solennità di ciò che ormai è appurato come funzionale, bello, coinvolgente. Un post-chorous delicato e sentimentale spezza nuovamente il brano, per poi trovare la propria conclusione, nuovamente, nel ritornello che decreta la parola fine. Si parla di cinismo, un cinismo a doppia lama: da una parte, quello di chi ha vissuto la propria vita nell'imperturbabilità più fredda, dall'altra quello della vita stessa, che spesso e volentieri ripaga con la stessa moneta. Una condizione, quella umana, in grado di mettere al centro dei propri ricordi esattamente ciò di cui vorremmo scordarci, lasciando così tutti i desideri e le speranze, liberi di fuggire. A dirigere tutto ciò la vita, al centro di un palcoscenico ben illuminato e pronto a mettere a dura prova l'ispirazione di chi tenta di allestire uno spettacolo intenso, degno di passione, che dura una vita intera. Con una rincorsa entusiasmante arriva diretta “Living Today”, portandosi dietro una grinta densa e trionfale: il cupo riff iniziale si evolve in uno spedito giro carico di groove, scandito da un ritmo tirato e una voce sussurrata e stuzzicante. Giunge inaspettato il ritornello, sulla stessa linea delle precedenti tracce, ma comunque molto piacevole da ascoltare: chitarre più aperte, voce che si prolunga, ritmiche piuttosto classiche. Un inaspettato bridge, guidato da una tromba molto jazz accompagnata da una sorta di assolo di voce, giunge come un fulmine a ciel sereno: una scelta piuttosto azzardata, quella di posizionarlo così netto dopo un ritornello senza prepararne l'arrivo, specialmente a un primo ascolto. Via via che si macinano i replay, infatti, questo bridge risulta un'idea molto originale e divertente, andando a creare una situazione insolita se confrontata con lo stile generico di questo lavoro. Prende piede un assolo di chitarra, che prosegue fino a reintrodurre il ritornello, conducendo così verso il finale. Un pezzo che rimane impresso nella mente, portando con sé un bel messaggio che probabilmente tutti dovremmo ricordare più spesso: è inutile farsi domande sul futuro, temere per il domani, pregare per avere il meglio, si rischia così di perdersi l'oggi. Impariamo a vivere giorno per giorno, per non rischiare di trovarci a navigare nella malinconia di un passato ormai andato, nel quale, spesso, speriamo di poter tornare ad abitare. Nessun affanno neppure per il domani, sperando che arrivi portandosi dietro qualcosa di interessante, di buono, di allettante: qualora non accadesse nulla finiremmo soltanto per abbatterci ancora di più, è per questo che conviene imparare a rendersi conto che siamo semplicemente entità che vivono nell'oggi. Con quest'ottica e in questa realtà creata da “Living Today”, giunge “Third Millenium Man”, presentandosi con un rullo di tamburi preparatorio arricchito dalle basse frequenze del basso. Entra in scena anche la tastiera e una volta calmatesi le dinamiche, ecco comparire la voce, con una venatura velata di swing e una vitalità entusiasmante. Picco massimo di emozioni raggiunto nel ritornello, caratterizzato da una punta di diamante acutissima che brilla nelle note di una voce al massimo della potenza. Dopo un piacevole assolo, arriva una pausa incalzante e densa, squarciata da risate malefiche di derisione, interrotte da un'ulteriore ripetizione del ritornello, dal quale si diramano le battute finali della conclusione. Si parla di un'overdose di sarcasmo che tinge le anime di ogni nostro consimile che, esattamente come noi, si trova a essere soggetto a regole imprescindibili, fiero per la propria presunta libertà. Siamo gli uomini del terzo millennio, così caduchi di fronte alle nostre debolezze che inevitabilmente si prendono gioco di noi, lanciandoci in un baratro di tristezza cronica che chiamiamo depressione. Un nichilismo forgiato per nostra mano, destinato a divenire la nostra più grande fonte di inquietudine: siamo indolenti, arrabbiati, degli yesmen senza volontà, pronti, però, a gridare per i propri diritti. Dei rivoluzionari da poltrona, pronti a linciare tutto e tutti, ma non la propria voglia di starsene seduti a guardare. Compare il suono di una strada di altri tempi, sulla quale regna il canto di una vecchia radio: così si presenta “Noir Desire”, scandita da un riff piuttosto cupo e aggressivo, arricchito da un coro di voci melodico e dalle tonalità vagamente inquietanti. Arriva la voce, più cupa del solito, in un saliscendi di note e intensità, fino ad aprirsi assieme al resto degli strumenti nel ritornello: uno stacco poco netto ma piacevole, che riporta direttamente sulle note della strofa. Un grido di dolore e terrore annuncia l'ingresso in scena del bridge, sostenuto da chitarre, basso e batteria, più nere che mai: si parla di paura, che attanaglia una giornata di pioggia fatta di pensieri e sangue. Una storia narrata dal punto di vista di qualcuno che ama togliere la vita, percependo così la strana sinfonia della vita e della morte, diretta dal sangue che scorre senza controllo: un gioco perverso di terrore ed eccitazione, dove la vittima non fa altro che aumentare la volontà di follia del carnefice, semplicemente provando paura. Con un'eleganza dolce e malinconica, “Ink” giunge poderosa, presentandosi con un ritmo piuttosto denso e trattenuto, e accordi semplicemente belli: una voce intensa e carica di emozioni da infondere sorregge il pezzo, esplodendo in un ritornello liberatorio e accattivante. Il bridge, sorretto solo da voce, batteria e qualche corda di chitarra pizzicata, è un trampolino di lancio verso la nuova comparsa del ritornello, che riesce a suonare più entusiasmante che mai, fino a troncare di netto il brano. Un sentore di nero si rende evidente sin dai primi albori del pezzo, esattamente come l'inchiostro che sporca una pagina sulla quale poter riversare pensieri vomitati dalla propria mente, per poterli dare in pasto al mondo. Un modo per sentirsi vivi, quello di scrivere se stessi su delle pagine bianche in attesa di inchiostro: bruciano, le pagine scritte di una vita, bruciano, mentre un muro di silenzio cresce a dismisura. Diventiamo padroni dei nostri pensieri, una volta scritti su un pezzo di carta, poiché abbiamo in mano il potere di decidere se lasciarli vivere, o condannarli a una morte eterna: tutto ciò, se lasciamo i nostri pensieri fluttuanti in una mente di oblio, non sarebbe possibile, per questo motivo scegliere di scriversi significa scegliere di esistere per mezzo di un tratto scritto, di un segno. Approdiamo alla carica frenetica di “Your Way”, iniziata da riff acidi e ritmi furenti ma interrotta dalla purezza di una voce soave ed emozionante: dopo il primo ritornello compare senza preavviso un breve assolo di chitarra, una dose gratuita di adrenalina virtuosa e convulsiva che riporta, direttamente, nel regno della strofa. Un lungo ritornello ripetuto conduce alla conclusione, che conclude il pezzo più breve dell'intero album: una guerra lampo dove si susseguono riflessioni circa un'esistenza incerta, che necessita di una dose intensa di fiducia nelle proprie forze. Non ci sono profeti nei quali credere, ma solo le proprie possibilità, la propria luce, il proprio sentiero: bisogna poter diventare il mondo che vogliamo essere, al passo del battito del proprio cuore. La vita è molto più che semplice spazio e tempo o credenze preconfezionate dalla società: è una scoperta continua verso la propria strada, verso il proprio successo, verso il proprio sé. Concludiamo questo viaggio imbattendoci nella malinconia drammatica che dà inizio a “ReaLies”, tingendosi del suono fumoso e nebbioso di una tastiera estremamente raffinata. Posizionata su una base strumentale ruggente e corposa, offre una melodia dal sapore piuttosto ambiguo, ma riassumibile, in una parola, come assolutamente sublime. Una schiera di accordi pronti a far accapponare la pelle si muove fino a perdere intensità per lasciare spazio alla voce, che suona come fosse sussurrata, colma di sentimento e di una dolcezza pungente: una pioggia di brividi irradia la mente con l'esplosione di vitalità che si percepisce nel ritornello, semplice ma notevole dal punto di vista compositivo, per un'efficacia energica e funzionale, data anche dagli accordi ben scelti e ben posizionati. Un sentimento costante di insofferenza e incertezza sembra seguire le linee del brano, che si sussegue portando con sé l'immagine di una guida in grado di somministrare la fatidica pillola rossa, per consentire di dare uno sguardo a quello che è il mondo reale: dubbi, la sensazione di essere dispersi in un mondo di bugie, quella di avere il cuore divorato e bruciato dal freddo più assoluto. La bellezza della melodia del brano offusca la mente, quasi come se quella pillola rossa l'avessimo presa veramente: un ciclo immediato di morte e rinascita, a cavallo tra due mondi immersi l'uno nell'altro, eppure così diversi da spaventare. Il requiem della vecchia esistenza è sostenuto da un assolo di chitarra che fa accapponare la pelle, lanciandosi sulle prime battute del ritornello con le quali si chiude il sipario su questo lavoro.



The Attraction of Opposities” rappresenta un'eccellente dimostrazione di quanto in Italia, ancora oggi, il gusto in ambito di estetica musicale possa trionfare: frutto di studio, frutto di passione, frutto di istinto naturale, troppo spesso sottovalutato da chi si trova a comporre e offrire al mondo la propria anima. Qualunque sia l'origine di questo gusto, l'importante è che esista per dimostrare quanto si riesca a dare, semplicemente sapendo ascoltare il proprio sé. I Ravenscry sono riusciti a dar vita a un lavoro estremamente d'impatto, curato sia dal punto di vista compositivo che da quello della produzione: ottimi sia i suoni che le idee riposte nel bagaglio artistico di questi ragazzi che sì, ci sanno proprio fare. La voce è probabilmente l'elemento più particolare del lavoro, perché seppure in linea con l'idea comune di voce femminile, riesce a distinguersi, facendosi ricordare per il timbro particolare e un gusto raffinato, che ammicca a lidi più distanti dal metal, come lo swing o il soul. Ascoltare questo cd dimostra che la semplicità nell'affidarsi al gusto, conta molto ed è in grado di ripagare, rendendo un lavoro comprensibile e apprezzabile da un pubblico non troppo di nicchia. La forza dei Ravenscry non può far altro che aumentare scegliendo di prendere strade più personali, percepibili molto spesso nei brani, che, tuttavia, rischiano in alcuni tratti di peccare lievemente in personalità. Nonostante ciò, alcuni episodi di questo lavoro lo lasciano risplendere in un mare di perle identiche le une alle altre, irradiandolo di una luce sui toni del rosso caldo e del nero del buio più sublime. Un viaggio attraverso se stessi, attraverso gli altri, attraverso il mondo, nel quale potersi incamminare ascoltando con la mente e con l'anima, quello che questi ragazzi hanno imparato e che hanno deciso di condividere con l'universo intero, scoprendo, così, la strada per un lungo cammino futuro.


1) Luxury of a Distraction
2) The Witness
3) Missing Words
4) Alive
5) The Big Trick
6) Touching the Rain
7) Cynic
8) Living Today
9) Third Millennium Man
10) Noir Desire
11) Ink
12) Your Way
13) ReaLies