RAVEN

The Pack Is Back

1986 - Atlantic

A CURA DI
ANDREA CERASI
19/06/2022
TEMPO DI LETTURA:
6

Introduzione Recensione

La N.W.O.B.H.M., una scena lontana come il mito, il punto di congiunzione tra il primo e il secondo hard&heavy, un passaggio fondamentale per capire l'evoluzione di decine di sottogeneri, il mix esplosivo e infinto di rock, hard rock, punk e prog. Una miniera di note musicali plasmate in una manciata di anni e concretizzatesi in quello che viene definito, dal 1979, heavy metal. Ma la N.W.O.B.H.M. è una scena particolare e particolarmente enorme, così ricca di sfumature, che ingloba una miriade di sonorità di fattura inglese. Al suo interno, data l'estrema eterogeneità dei gruppi che ne facevano parte, troviamo un po' di tutto, miscugli sonori che hanno dato vita a ulteriori evoluzioni, nel corso degli anni. Se da una parte, centinaia di band cercavano di trasformare l'hard rock in heavy metal, velocizzando le ritmiche, dall'altra esistevano band che erano già al passo successivo. E il passo successivo era definito, all'epoca, speed metal.

Con speed metal si intendeva un suono robusto e velocissimo, aggressivo, pronto a sbranare l'ascoltatore, colpendolo alle spalle. Un genere furioso e, allo stesso tempo, diverte e caciarone, al limite col punk, che ispirerà il futuro thrash metal. È qui che si deve ricercare l'esordio di un trio proveniente da Newcastle, chiamato Raven "perché suona fico! Una parola soltanto, ma diretta!", come dirà il leader John Gallagher, basso e voce del gruppo. Il termine Raven, corvo, dovrebbe chiarire a tutti il tipo di musica suonato da questi tre pazzi musicisti. È un suono violento, che scende in picchiata, mirando alla testa del pubblico, proprio come un corvo incazzato nero. I Raven sono attivi addirittura dal 1974, fondati dai fratelli Gallagher, il già citato John e il chitarrista Mark. Dopo aver cambiato vari batteristi, nel 1979, proprio in concomitanza con la nascita ufficiale dell'heavy metal, i due fratelli assumono Rob Hunter, con cui danno vita alla formazione classica e firmano un ottimo contratto con la Neat Records. L'album di esordio, Rock Until You Drop, è un assalto continuo, roboante heavy speed, registrato malamente, ma che mette in risalto la grande energia e l'estrema follia del trio britannico. Il disco è un successo di critica e di pubblico, e proietta i Raven tra i gruppi di punta dell'heavy metal inglese. L'anno seguente è la volta di Wiped Out, un disco ancora migliore, anche se con la stessa deficitaria produzione. Dato il successo e il crescente interesse del popolo metallico nei confronti della band, l'etichetta organizza un lungo tour per gli Stati Uniti, in compagnia di Anvil e Riot, prima, e Metallica, Exodus e Anthrax, dopo, ossia la nascente scena thrash metal americana, derivata appunto dalla prima spinta speed metal. Nel 1983 arriva il terzo lavoro, All For One, anche questo accolto calorosamente, album che fa fare alla band un ulteriore salto di qualità, tanto che, dopo il relativo tour, i Raven riescono a firmare per la major Atlantic. Un sogno che diventa realtà, per un contratto di tre album.

Ma i tempi cambiano rapidamente, il primo heavy metal si esaurisce, terminando un ciclo, e la N.W.O.B.H.M. termina le sue energie. Come ogni sottogenere al mondo, il successo dura per una generazione, dopodiché l'attenzione passa ad altro. In questo caso, nella metà degli anni 80, a ottenere successo e clamore mediatico sono i generi provenienti dagli Stati Uniti, lo sleaze metal e il thrash metal, soprattutto, ma anche l'AOR, lo US power e il neoprog. È la stessa Atlantic a condurre il gioco e a dettare le regole, e visto che i Raven sono entrati nella scuderia dell'etichetta newyorkese, devono eseguire i comandi, non senza dubbi e rimpianti. Ma è la legge del mercato e nessuno ne è immune. La Atlantic vuole vendere, e per vendere deve dare in pasto al pubblico ciò che questo desidera. Il risultato è Stay Hard, album del 1985 che mette in evidenza le nuove coordinate stilistiche. Non c'è più lo speed metal degli esordi, ma un suono più cromato e un'attenzione particolare ai ritornelli. Insomma, la melodia la fa da padrona e i ritmi rallentano per entrare nelle classifiche. Nonostante il cambio di rotta, il disco risulta di discreta fattura e vende anche bene. Ciò convince gli addetti ai lavori a spingere ancor di più sul lato radiofonico, per trasformare i Raven in star planetarie. Nel mondo imperversano Motley Crue, Poison, Cinderella, Bon Jovi, Europe e tanti altri gruppi. È la via da seguire. La Atlantic, dunque, affida i Raven al leggendario produttore Eddie Kramer, che in carriera ha collaborato con Led Zeppelin, Beatles, Rolling Stones, David Bowie, Anthrax, Kiss, Jimi Hendrix e Twisted Sister, per confezionare il quinto album in studio: The Pack Is Back. Durante i lavori, però, regna l'incertezza, e a sintetizzare l'atmosfera del periodo è lo stesso John Gallagher: "Con 'The Pack Is Back' abbiamo ricevuto enormi pressioni dalla casa discografica, dal produttore e dal management, per incidere un lavoro dai toni decisamente più commerciali. Ci siamo adattati a queste direttive, ma devo ammettere che il risultato è innaturale. Dopo aver ultimato i lavori, ci siamo resi conto che il sound non ci rispecchiava". Le sue parole spiegano bene l'evoluzione del sound Raven e il percorso di ammorbidimento dei suoni. Dieci brani, inclusa una cover, la fin troppo inflazionata Gimme Some Lovin' degli Spencer Davis Group, una delle canzoni più coverizzate nella storia, per un album che delude ogni fan e che è un madornale flop a livello commerciale. Ma è totalmente da cestinare?

The Pack Is Back

L'aria scanzonata e da inno in arena di tutto il disco si intuisce già alle prime battute del primo brano, la title track The Pack Is Back (La banda è tornata), discreta canzone da intonare a squarciagola. Rispetto al sound classico della band, i Raven sono piuttosto tranquilli, i ritmi sono cadenzati, il riffing è presente ma sommesso. "Siamo di nuovo qui, che cosa dobbiamo fare? Attenzione che ciò che desiderano, fanno di tutto per una bella vita, noi invece gridiamo". Tutta la prima fase introduttiva è giostrata sui colpi di batteria e sulla voce e il basso di Gallagher. Le linee di basso sono buone, misteriose e cupe, anche se le linee vocali sono festaiole. Non a caso, è una dichiarazione di intenti, la band è tornata in città per fare casino e per divertisti, per conquistare pollastrelle. Il refrain è micidiale, forse il migliore dell'album, si incolla sulla pelle. Non va più via: "Bambina, prendi l'abbronzatura, il dolore e il piacere, non sai cosa stai facendo, cosa ti salta in mente". Non si capisce bene il senso delle liriche, ma potrebbe riferirsi alla caccia alle donne da parte del gruppo di delinquenti, pronti a prendersi la città. In sottofondo si sentono le tastiere, imprescindibili nel 1986, le quali diffondono strani suoni spaziali di un certo effetto. "Apri le braccia e distendile, devi restare sveglia ora, la band è tornata, ora e per sempre. Avremo forza, muscoli, attitudine, ci prenderemo la città". Anche l'assolo è abbastanza orgoglioso, così come il ritornello, purtroppo darà il via al difetto principale di tutto il disco, ossia quello della ripetizione infinita del ritornello, sintono di pochezza di idee a livello strumentale. Comunque, una buona apertura hard rock.

Gimme Some Lovin'

Il basso propone uno dei giri più popolari e ascoltati della storia. Francamente, una cover che ha poco senso, sentita migliaia di volte e in centinaia di album. Questo non significa certo che sia una canzone da buttare, Gimme Some Lovin' (Dammi un po' d'amore) resta un grande pezzo che ha fatto la storia, e si difende bene anche nella versione firmata Raven, dai ritmi sinuosi e rallentanti. Tra l'altro, questo brano si avvale della partecipazione dello stesso produttore Eddie Kramer, che accompagna la band alle tastiere. "La mia temperatura sta salendo e i miei piedi calpestano il suolo. Una ventina di persone non aspettano altro. Fammi entrare, piccola, non so cosa hai, ma faresti meglio a stare calma". Un inno generazionale proveniente direttamente dagli anni 60, ma sempre attuale, specialmente per gli anni 80. Qui siamo in pieno tema rock n' roll, dove balli, party, sesso e spettacoli sono all'ordine de giorno, un traguardo da raggiungere per potersi considerare un selvaggio, un vero rocker. "Sono così felice di averlo fatto, dammi un po' d'amore, mi sento così bene, fa tanto caldo qui, il posto è in fiamme, è stata una giornata dura". Gli arrangiamenti della cover, a partire proprio dalle linee di basso, sembrano rifare il verso al brano di culto My Sharona dei The Knack, uscito nel 1979 per l'album Get The Knack. In sintesi, una buona cover, di cui francamente non se ne sentiva il bisogno, talmente inflazionata da skippare alla grande.

Screamin' Down The House

Screamin' Down The House (Urlando per casa) parte inferocita, ricorda un po' qualche cosa dei Twisted Sister di Under The Blade. Purtroppo, i cori non aiutano, sono quasi fastidiosi, e il ritornello è davvero anonimo. "Sento un rumore già per strada, le fondamenta traballano, una folla imperversa in casa. Entra anche tu e unisciti a noi, la notte è lunga, la festa è appena iniziata. Abbiamo tutto ciò che ti occorre, un'occasione unica". Il brano si ricollega tematicamente a quello di apertura, ossia la title-track. Ora che il gruppo è tornato in città è pronto a fare baldoria. Si chiude dentro casa per un party lungo tutta la notte. Una notte tempestata di urla e di gemiti, come sottolinea il chorus: "Stiamo urlando per casa, non lasciateci soli, unitevi a noi. Se vuoi rilassarti non venire qui, è pieno di ragazze, le bevande sono gratis, qui c'è tutto quello che vuoi. Dovresti partecipare alla festa". Il tema è banale, ma in linea con quanto prodotto dal classicissimo rock. Divertimento, donne, alcool, amicizia, insomma, tutto ciò che può sedurre un giovane ascoltatore. Non a caso, questo è proprio un album destinato ai più giovani, composto per entrare dritto in classifica. Cosa che però non succederà, dato l'insuccesso. "I vicini ci rimproverano, dicono di abbassare il volume, ma me ne sbatto, mandassero le forze dell'ordine, io sono il nemico pubblico numero uno". Un atto di ribellione, musica a cannone che infastidisce tutto il vicinato. L'indole del brano è molto glam rock anni 70, di cui si potrebbero salvare l'assolo nevrotico e il basso. Tutto il resto si muove in modo anonimo, non brutto e nemmeno irritante, ma piatto. La coda finale, ancora una volta, è affidata alla ripetizione infinita del ritornello.

Young Blood

L'attacco di Young Blood (Sangue giovane) sembra ribaltare la situazione, illudendo il pubblico di aver ritrovato i vecchi Raven. In verità, si tratta soltanto dei primi secondi, perché dopo il furioso riff iniziale, i ritmi rallentano, e subentrano anche le tastiere, impercettibili e quasi timide, che fanno capolino nel ritornello. "Da qualche parte, nel profondo della notte, si discutono i programmi di guerra a lume di lampada. Volti sorridenti, la libertà è la chiave della notte". Dopo il ritorno in città, la festa privata in casa a suon di musica sparata a cannone, ecco che si esce in strada per conquistare la libertà della notte. Young Blood alza il ritmo, e in effetti rientra tra le migliori canzoni dell'album. "Raffreddato e affamato, mal di ossa, combatto per l'unica cosa che desidero. Sangue giovane scorre nella notte, per le strade, una lotta sanguinosa per la giustizia, sangue giovane ha messo le mani sul potere". Altro tema tanto caro alle bande di quartiere, la lotta per strada per la conquista del potere. In quali mani andrà a finire? Le tastiere, ancora una volta, restano inspiegabilmente in sottofondo, nel senso che se le metti, mettile in evidenza, altrimenti non hanno senso, depotenziando un brano che altrimenti sarebbe discreto. Invece il ritornello, con i suoi ripetuti acuti, annoia un pochino. Non è fastidioso, ma certamente innocuo. "Dall'altra parte della città qualcosa sta per crollare, i coltelli a serramanico scintillano al buio. Restiamo in attesa che ci chiamino. Che il cielo ci aiuti". Il break centrale è buono, basso e synth in primo piano danno vita a una fase affascinante, ma dura poco, perché poi si riparte dal ritornello.

Hyperactive

Un uomo scatenato, come una pallina da flipper, non riesce a stare fermo e a calmarsi. Ha un'indole selvaggia e intende fare bisbocce tutto il giorno, magari in compagnia della sua donna. Hyperactive (Iperattivo) è da molti considerata la canzone più brutta composta in carriera dalla band. In effetti, non brilla, è proprio sgangherata, specialmente quando si arriva al refrain, con le trombette in primo piano. "Luci rosse, piccola mi fai impazzire, come un toro in arena. Fa caldo, ti arriccerò i capelli, faremo flipper tutta la notte". Va bene che il tema è superficiale, ma qui, a livello strumentale, siamo ai minimi termini. Un pezzo gioioso senza capo né coda, con il ritornello scandito in spelling da Gallagher. "Piango ogni giorno e ogni giorno muoio, fa parte del gioco, siamo su ruote che girano e accelerano, siamo iperattivi. Avvia i motori, i ragazzi sono tornati". La banda salta in sella ed è pronta a partire dove aver fatto baldoria tutta la notte. Invita le donne a partire tutti insieme, per andare a fare altri danni altrove. Chissà quale sarà la prossima meta. Certamente un brano brutto, non so se sia il più brutto in carriera, ma dell'album sì. Non ha tiro, costruito su stranissime strofe e su un chorus poco azzeccato. Fatto sta che si supera la metà di un disco esiguo, composto da brani di durata media di tre minuti, che appunto mettono in luce le poche idee a disposizione e la fretta con cui è stato arrangiato.

Rock Dogs

Rock Dogs (Cani del rock) già è un brano migliore, molto gradevole, anche se pure qui troviamo soliti coretti invadenti che non c'entrano nulla e un ritornello ripetuto alla nausea, specie nel finale. Un pezzo muscoloso ma che si perde nello spento ritornello. "Guarda, si alza la folla, credente e orgogliosa, serve solo la scintilla per muoverla, un morso durissimo. Noi siamo i cani del rock, mordiamo, nessuno ci ferma". In questo caso la band sta parlando di se stessa, l'unica capace di scuotere il pubblico che si trova davanti, di morderlo per spronarlo a scatenarsi. Cani del rock che trasmettono rabbia. Un peccato per il ritornello piatto, perché le strofe sono buone, c'è un bello scambio tra basso e tastiere, e poi una buona fase centrale dal ritmo sospeso, dove le tastiere prendono il sopravvento, per poi essere scalciate via dal basso e dalla chitarra, la quale crea suoni stranianti. "Brividi, senti il calore del respiro sulla schiena, ma tutto ciò di cui hai bisogno è la scintilla, un bel morso potente per scatenarti". Un brano tipicamente anni 80, niente male, in linea con l'hard rock del periodo. La band si è trasformata in cani d'assalto, pronti a sbranare e a infettare chiunque si trovi davanti, trasformando i malcapitati in animali in cerca di sesso, di musica e di divertimento.

Don't Let It Die

Le trombe ritornano a fare capolino anche nel brano Don't Let It Die (Non lasciarlo morire), il quale accelera il ritmo, essendo meno cadenzato, ma non eccede comunque in potenza.  "Nell'aria si percepisce qualcosa, una strana sensazione. Ora so cosa è giusto fare. Non voglio guai, ho solo bisogno di storie, lascia cadere la pistola a terra, io ho quello che fa per te". Si sta raccontando di una guerra amorosa, della battaglia tra una coppia. Lei con le armi in pugno, gli artigli affilati, lui quasi indifeso, non in cerca di guai, ma solo di chiarimenti. "A nessuno piace quando vincono le ragazze cattive, non si percepisce il calore, ma tu non farlo morire, lo riaccenderò io. Corri fino al tramonto, corri, se puoi". Il calore di cui parla il testo è la fiamma della passione, quasi spenta nella ragazza. Ma il fidanzato la prega di non lasciarla spegnere, di non lasciarsi andare. Che dire, invece, del resto del brano? Bè, niente di eclatante, ma su questo non c'erano dubbi. Atmosfera solare, nonostante la tensione del testo, ma un pre-ritornello imbarazzante che smorza gli intenti. Non è tutto da buttare, qualche passaggio è decente, come il break quasi da film western che poi dà il via all'assolo di chitarra, dove Gallagher, con la sua chitarra, sfida i cori fatti dal fratello. Un brano solare, luminoso, che non saprei come definire e identificare all'interno del disco.

Get Into Your Car And Drive

Get Into Your Car And Drive (Entra in auto e guida) ripropone lo stesso riff di uno dei brani precedenti, forse Screamin' Down The House, facendo il filo al sound dei Van Halen. Ma Mark Gallagher non è Eddie Van Halen, e si sente. Il brano non riesce a prendere potenza e si snocciola su strofe e riffing anonimi, farciti da ritornelli insulsi.  Ma se il brano ha un pregio, è quello di far immaginare all'ascoltatore di essere in America, sotto al sole, e di correre in automobile per le vie infinite della California. Questo grazie al clima leggero e solare delle note musicali. "Dammi un motivo, dimmi cosa ci vuole, mostrami qualcosa, lo sai di cosa ho bisogno. C'è un fuoco che brucia, lungo la strada solitaria, che non finisce mai. Tu resta in vita, entra in macchiane e guida". Il brano potrebbe parlare di amore, ma anche di amicizia, e ovviamente di sopravvivenza. Bisogna fuggire per ritrovare la libertà perduta. "Va verso il domani, cosa intravedi? Accendi le luci, va in città, continua a guidare, fa attenzione, resta in vita". Cosa si intravede per il futuro? Non lo sa nessuno, eppure bisogna continuare a guidare, e fare attenzione ai pericoli della vita, fino a raggiungere la meta prestabilita. La chitarra di Gallagher si distingue chiaramente dal resto della sezione ritmica, proponendo una serie di riff voraci che poi si scontrano con coretti pop poco efficaci. Comunque, non un brutto pezzo, piuttosto gradevole.

All I Want

Si può dire lo stesso di All I Want (Tutto ciò che voglio), insignificante, ma non da cestinare. Il riff principale è ficcante, anche se basso e batteria seguono un ritmo banalissimo. Purtroppo, oltre a essere un brano scarno, è composto anche da un testo sintetico ed elementare. "Puoi sentirmi mentre cammino per strada. Vengo da te, ti voglio, sei mia. Sei tutto ciò di cui ho bisogno". Anche in questo caso, il protagonista delle liriche sente il bisogno di stare accanto alla propria amata, ma questa sembra scontrosa, una cinica femmina mangia uomini. Ha i soldi, ha la pistola, eppure sembra così annoiata. L'uomo non sa più cosa fare per farla divertire, per riaccendere in lei la scintilla dell'amore. "Prendi i soldi, prendi la mia pistola, farò qualsiasi cosa per farti divertire, sono pronto a morire. Metti pure in gioco la mia vita, lega la mia anima ai binari". La vita di lui è in bilico, legata a un binario dove presto passerà un treno merci. Che fine farà? Non è dato sapere, ma sappiamo bene della povera qualità del pezzo, in linea con quanto proposto fin qui in tutto l'album. Se al suo interno si trova qualcosa di gradevole, ciò non basta a rivalutarlo dopo più di tre decadi. Resta relegato agli anni 80, ma non perché sia invecchiato male, proprio perché non ha mai brillato. All I Want è la dimostrazione di tutto ciò, non smuove nulla, non infastidisce nemmeno, se è per questo, ed è già una cosa positiva, ma passa inosservato.

Nightmare Ride

E così si giunge alla battuta finale, se la title-track apre in maniera dignitosa The Pack is Back, con la conclusiva Nightmare Ride (Corsa da incubo) il disco si chiude in maniera altrettanto dignitosa. Finalmente un buon pezzo, proprio come quello dell'apertura. Atmosfera cattiva e notturna, riffing glaciale, batteria che calpesta, c'è un pizzico di classico Raven-style qui dentro. "Scosse di potenza, turbo, motori in marcia, fai un viaggio nella paura, il tuo momento è arrivato. Divertiamo ci un po'. Sopporta lo sforzo, vieni con me nella corsa da incubo". Un incubo a occhi aperti, una gara verso l'ignoto. La musica propone bene il clima trattato: un'autostrada infernale.  "Legato al terrore, imbavagliato per lo shock, infrangi il limite, rompi la serratura, le gomme fumano sull'asfalto. Non si torna indietro, il viaggio è iniziato". La chitarra elettrica, in questo caso, si scatena, ed era pure ora. Lo strumento deve rappresentare una macchina in corsa, anche se il ritmo sembra frenato, per questo album va più che bene. E così si conclude l'album peggiore in carriera, composto in questa direzione sotto costrizione dell'etichetta, ma anche col sogno di sfondare davvero nel mainstream, vendendo milioni di copie. Una utopia, non per via dell'ammorbidimento del suono, ma per il netto calo di ispirazione che si intuisce in ogni singolo brano, troppo sintetico e scheletrico.

Conclusioni

La ricerca ossessiva del successo e dei soldi facili miete un'altra vittima, l'ennesima nel music business. Nel 1986, quasi ogni band al mondo tenta il tutto per tutto per vendere, è l'epoca dei tastieroni, dei capelli cotonati, dei lustrini, le etichette discografiche impongono ai propri gruppi di commercializzarsi. Il processo di commercializzazione, in molti casi, fallisce, in altri risulta vincente. I Raven non sono che una delle innumerevoli metal band che si snatura per trovare la fama e per piazzare le hit ai primi posti in classifica. Un insuccesso cocente, per loro e per la Atlantic, che li costringerà a fare dietrofront già dal seguente Life's A Bitch, dove i fratelli Gallagher ripropongono un sound più naturale e che gli appartiene davvero.

The Pack Is Back non è un bel disco, non per via della svolta sonora, ma per mancanza di ispirazione, con testi poco illuminati e una ricerca sonora molto elementare. Tuttavia, non è nemmeno il disastro che in tanti paventano. Anche in questo caso, le voci più diffuse sono fuorvianti, magari dettate dalla cocente delusione del momento. I buoni momenti, all'interno dell'opera, ci sono, qualche guizzo ispirato pure, i ritornelli sono ficcanti, in linea col periodo in cui è uscito il disco, la produzione è ottima, e due o tre pezzi sono andrenalinici. Certo, nulla a che vedere con i lavori più classici, rocciosi e viscerali, ma i Raven in versione Kiss non sono da buttare via. The Pack Is Back è un disco che mette in luce il punto di arrivo di un certo tipo di evoluzione stilistica. Un punto di arrivo che ha fatto rabbrividire tanti ascoltatori, specialmente quelli dell'epoca, e che ancora oggi non ha ricevuto alcuna rivalutazione storica. Significa che i numerosi ascoltatori della band non hanno perdonato tale inclinazione, anche per via del flop assoluto che ha relegato questo disco nel dimenticatoio. Il difetto maggiore di The Pack Is Back, pubblicato nel marzo del 1986, in piena era hard rock, è la sua staticità. Se i riff sono buoni e i ritornelli non malvagi, purtroppo tutti i brani non hanno evoluzione, e si ripetono all'infinito, sintomo di pochissima ispirazione. La title-track, ad esempio, ma anche Scremin' Down The House, Young Blood, Nightmare Ride o Rock Dogs, non sono brutte canzoni, (in particolare Nightmare Ride e The Pack Is Back, buoni pezzi), ma hanno ritornelli invasivi, ripetitivi allo sfinimento. Mentre i restanti brani sono del tutto anonimi.

Dicevamo che questi sono Raven in versione Kiss, solo che a differenza dei Kiss, anche dei Kiss degli album minori, la band dei fratelli Gallagher non ha mai avuto il potenziale "sforna-hit" di Simmons e soci, oppure degli Sweet, vere macchine da guerra nel creare brani da classifica. Palesemente, qui ci troviamo in territori poco consoni alla band. Non che siano mai stati dei geni, ma i classici Wipe Out, All For One, Life's Bitch, ma anche il misconosciuto e ottimo Architect Of Fear, dimostrano che l'attitudine dei Raven è quella più caciarona, spericolata e selvaggia. The Pack Is Back non è un album da cestinare, copertina a parte, e può risultare gradevole in più punti; è soltanto anonimo, non brilla, poco più di mezz'ora innocua, sintomo del baratro in cui la Atlantic aveva spinto la band, recuperata poi per i capelli dalla Combat Records, che l'ha rimessa in carreggiata, purtroppo fuori tempo massimo per il genere. Comunque, una curiosa parentesi radiofonica all'interno della carriera di questo storico gruppo inglese. Un passaggio che è costato la carriera di tantissime rock band e che ha falciato anche la loro. Un disco da rivalutare dopo tutto questo tempo? Forse sì, ma senza aspettarsi chissà cosa, se non un pizzico di divertimento.

1) The Pack Is Back
2) Gimme Some Lovin'
3) Screamin' Down The House
4) Young Blood
5) Hyperactive
6) Rock Dogs
7) Don't Let It Die
8) Get Into Your Car And Drive
9) All I Want
10) Nightmare Ride