RAMMSTEIN

Sehnsucht

1997 - Motor Music Records/Slash Records

A CURA DI
GIANCARLO PACELLI
29/05/2019
TEMPO DI LETTURA:
9

Introduzione recensione

Nel panorama europeo poche terre possono vantare la tradizione, la cultura e lo spirito che ha la Germania, terra ostile, fangosa, il cuore dell'Europa continentale. Se per Publio Cornelio Tacito la Germania era simbolo di coraggio battagliero, di sacrificio per la propria terra di origine, al contempo rappresentava sistematicamente l'apice della barbarie e di una legislazione basata sui vincoli che si opponeva fermamente al diritto e all'auctoritas latina. A partire dall'età Medievale questa ha costruito in secoli di storia, mattone dopo mattone, una base su cui edificare un forte carattere nazionale che perdura in pratica fino ai giorni nostri, fatte le dovute evoluzioni che hanno comunque caratterizzato quel tessuto politico ampiamente stratificato da una forte pluralità interna. In campo filosofico è lo stesso, abbiamo avuto i più grandi pensatori dell'Ottocento, capostipiti di filoni importanti come ad esempio l'idealismo: scie filosofiche rivoluzionarie soprattutto in campo politico e sociale che hanno dato vita a correnti memori di aver prodotto innumerevoli tracce culturali su scala europea e mondiale. Johan Gottlieb Fichte, Georg Hegel e Friedrich Schelling sono solo pochi illustri esempi su cui si baserà il fortissimo carattere identitario che in Germania troverà una sua declinazione assai particolare. Una terra dunque sempre ricca di avanguardia (in campo musicale, dalla Berlin School dei Tangerine Dream, fino al kraurock di Can, Neu! e Popol Vuh passando per le gesta di visionari della musica elettronica come Klaus Schulze o Karlheinz Stockhausen, c'è effettivamente da perdersi) e di forte spessore artistico che trova la sua espressione principe in un periodo storico che ha cambiato per sempre il volto della nostra Europa, ossia il romanticismo. Movimento ottocentesco noto anche come Sensucht, traducibile con "desiderio", una tensione verso qualcosa di irraggiungibile, il superare i limiti che ci vengono imposti, senza mai riuscire a superarli totalmente, in poche parole è rappresentato dal "fiore azzurro" narrato dal poeta Novalis. Un sentimento marchiato da un'ammirazione verso un qualcosa di perfetto che crea però un retrogusto quasi negativo che porta l'osservatore ad una condizione definitiva, ossia l'impossibilità di raggiungere quella perfezione macchiata da quegli slanci, colori e profumi irraggiungibili. Chissà se Richard Zven "Scholle" Kruspe, fondatore dei Rammstein, durante la stesura del secondo disco "Sensucht", aveva affondato le proprie curiosità intellettuali in cosi tanta poesie e letteratura che aveva si infiammato l'Europa delle nazioni ottocentesca ma che aveva anche dato la spinta necessaria per costruire una solidissima impalcatura identitaria, dotata di caratteristiche che persino nel campo musicale ebbero effetti del tutto particolari? Kruspe, assieme alla propria band e al tostissimo vocalist Till Lindemann, ex nuotatore professionista dotato di un impasto vocale potente e rettilineo, avevano metabolizzato i forti scossoni derivanti dall'esordio di due anni prima, Herzeleid (angoscia) di pochi anni prima. Infatti erano state tantissime le accuse scatenatesi contro la band tedesca, che di certo non può non definirsi pacata, dopo l'aver architettato una copertina a dir poco provocatoria nell'esordio sopracitato: i nostri sono messi geometricamente in posa, in uno sfondo in cui spiccano fiamme rossissime, in modo da sottolineare il valore atletico dell'uomo, quasi a simboleggiare, calandoci nel pensiero architettato dall'opinione pubblica, una qualsivoglia similitudine con le teorie della razza ariana della Germania Nazista: una valutazione ovviamente azzardata che colpi' particolarmente la band, non demoralizzandola. Le accuse furono tante, soprattutto dall'opinione collettiva locale che di certo non vedeva di buon occhio atteggiamenti del genere, estremamente provocatori. Ma si sa, i Rammstein sono un gruppo con una immagine ben precisa ed articolata in maniera funzionale allo spettacolo che propongono poi sotto-forma di riff tritaossa. Infatti, nonostante tutto il marasma polemico creatosi, le cocenti accuse non riuscirono a mettere i bastoni fra le ruote al combo berlinese, anzi: l'anno dell'esordio Herzeleid fu coronato da traguardi importanti come l'essere band di supporto in terra tedesca al tour conclusivo dei Ramones o al prestare le proprie songs a colossi del cinema come David Lynch (nel film "Strade Perdute") , che rimase ben colpito dallo stile del gruppo permeato da quella vena irrisoria che lo rendeva senza alcun dubbio particolare. I Rammstein passo dopo passo si stavano creando un nome negli ambienti che contavano e, se Herzeleid aveva offerto un ottimo coagulato di industrial e di elettronica di kraftwerkiana memoria, "Sensucht" del 1998, che oggi ci accingiamo a descrivere, si presta decisamente ad amplificare tali impressioni e a renderle ancora più levigate e pregevoli. Pregevoli ovviamente è un modo di dire, la musica dei berlinesi è tutto tranne che pregevole: violenta, calibrata, supportata da pochi cenni tecnici di chitarra opportunamente meccanizzati e compressi. Un fuoco industriale tagliente, memore dei primi lavori di Nine Inch Nails e quello dei pionieri Ministry o l'annerimento dark alla Killing Joke, influenze che non si possono non nominare se si ascolta con superficialità un brano dei Rammstein. Orbene, dove risiede tutta questa particolarità che ha reso il sestetto un gruppo estremamente popolare in tutto il mondo? A questa domanda si può rispondere con due parole Till e Lindemann. Già, è proprio il vocalist, o meglio l'animale da palco, che rende i Rammstein una band unica e irripetibile. Una band che colora di grigio ogni cosa che tocca, un suono delirante che trasforma il paesaggio naturale in un ammasso dominato da forme robotiche: la copertina dei nostri, seguendo questo discorso, metaforicamente ci sbatte in faccia proprio questo, ossia un viso apparentemente umano immerso in un processo di trasformazione, uno scatto che mette in risalto un essere metà uomo metà macchina. Magari un cyborg creato da qualche mente che in realtà aveva architettato tutto ciò con un fine positivo. Una netta perdita dei connotati umani che simboleggia il progressivo comando degli esseri di ferro, e il suono dei nostri ha il ruolo di promuovere le dinamiche di questo particolare processo. Una situazione che nemmeno il miglior e il piu eclettico futurismo marinettiano poteva prevedere,  ricalca la tradizione fantascientifica della "ribellione della macchina". La domanda che ci poniamo infine è: riusciremo a sopravvivere in questo contesto dominato non più da menti creative e libere ma da ammassi di ferraglia? Un contesto alla Isaac Asimov in cui il progresso, o meglio le tecnologie dell'intelligenza artificiale, da arma favorevole all'uomo, sfugge di mano diventando invece un nemico quasi inaspettato? Lo scopriremo addentrandoci nelle tracce proposte.

Sehnsucht

La macchina è nata per facilitare le mansioni dell'essere umano, ma immaginate una situazione: se per caso la creazione artificiale stessa si mette improvvisamente contro di noi? In quel caso non possiamo ritenerci del tutto sicuri, anzi. L'aggeggio che una volta era alle nostre dipendenze diventa un nostro nemico. Noi contro le macchine, le macchine contro di noi. Una situazione pericolosa che non può non avere come colonna sonora i nostri Rammstein, che arricchiscono i primi secondi della inaugurale title track, Sensucht, con un'introduzione robotica ed ipnotica, la quale ci avvisa spudoratamente che il suono di acciaio dei tedeschi sta bussando con forza alla porta della nostra casa ancora miracolosamente illesa dall'avvento delle macchine. La title track scuote subito l'impalcatura di tutto il platter, simulando l'atmosfera violenta e glaciale in cui siamo immersi. Ma l'inizio è tutt'altro che violento, i tedeschi giocano con soluzioni vocali filtrate e tastiere minimali, in mano a Christian Lorenz, ben messe in superficie. Grattano l'involucro cibernetico non affondando ma mostrandosi come una succosa base per le prime staffilate elettroniche. La natura del suono dei Rammstein non è ancora mostrato al cento per cento, ma appena la batteria cadenzata di Christoph "Doom" Schneider subentra, ancora opportunamente ammantata da un purissimo chiarore tastieristico, allora iniziamo a udire il danzereccio sound dei berlinesi. Il tanz metal, mentre noi siamo in balia delle macchine succubi di un universo non più nelle nostre mani, con Sensucht ormai sta muovendo i primi robotici passi, con il drumming in loop legato alle due chitarre che "danzano" assieme al resto della sezione ritmica, incastonata in un paesaggio grigio e meccanico. Ed ecco che Lindemann irrompe ammaestrando il riffing di base del combo, agganciandosi, con una tetra scansione "parlata", alle due chitarre che nei primi minuti si mettono in mostra in maniera calibrata e standard, sia nelle movenze che nelle plettrate ordinate. Il cantato del singer tedesco , già fondamentale nei primi vagiti di Sensucht, diventerà proprio per l'appunto una delle chiavi di accesso al "Rammstein sound" che è largamente influenzato dalla pronuncia di matrice tedesca. Lindemann prosegue il suo storytelling coeso in modo trascinante, seguendo con precisione le sequenze elettroniche e il riffing in loop. Un ossessione di fondo, la quale si miscela ai nostri timori mentre ci nascondiamo da quelle pericolose creature meccaniche una volta ai nostri ordini, che mira semplicemente ad affondare liricamente nell'importanza del desiderio, e di quanto quest'ultimo possa essere deleterio per l'essere umano proprio perchè irraggiungibile: un desiderio che potremo tradurre in accenni di speranza nel tornare alla normalità in un universo ormai declinato verso un futuro assai nero. Non è la "sensucht" romantica che abbiamo accennato nella nostra introduzione, ma un semplice augurio in un domani migliore, anche se le speranze sono sotto zero: nel frattempo infatti il paesaggio caro ai nostri ricordi, al nostro passato, frammento dopo frammento, sta cambiando in maniera incontrollabile. I suoni tellurici del combo berlinese si mostrano portabandiera di tutto ciò: l'ossessività delle quadrature del rifferama, legate al modo di prostrarsi tra pause occupate dalle tastiere, a tratti timide mentre in altri momenti assumono sembianze più decise, continuano imperterrite nel loro percorso. Noi siamo nascosti dietro un auto ma una macchina si muove verso di noi e, proprio quando siamo certi che non ci abbia visto, intervengono aperture tipicamente melodiche che mostrano un Lindemann capace di ammaestrare registri più "floreali" e non per forza assai oscuri, sebbene quando parliamo di melodia trattiamo pur sempre di situazioni vocali ben permeate da uno spirito nero come la pece.  Nel mentre la cascata del riffing iniziale non molla, il modus operandi, soprattutto dopo la conclusione del chorus, vede la band premere ancora di più sul pedale dell'acceleratore, il tutto arricchito dalla ripetitività del termine chiave, "sensucht", si stampa in maniera indelebile e incontrovertibile. C'è da dire che Isaac Asimov sarebbe orgoglioso di tutto ciò.

Engel

Nonostante un filo di forza che ci permette almeno di tenere le palpebre degli occhi sempre aperte, il nostro destino continua ad essere tinto di un grigio monotono e al contempo macchiato da un nero denso. Il mondo è dominato da apparecchi meccanici e la traccia umana sta progressivamente scomparendo agli occhi dei pochi sopravvissuti che possono testimoniare. Se il suono della title track è stato essenziale ed apripista, con il proseguire dell'ascolto queste diventeranno sempre più macchiate da altre colate industriali degne di nota. La seconda traccia, Engel (Angelo) infatti, nonostante parta in sordina con un fischietto che rimembra una colonna sonora di un western di Ennio Morricone, esplode subito con sferzate prima elettroniche poi heavy con le due chitarre poste in prima linea. I fans dei Rammstein sapranno sicuramente che è uno dei singoli di Sensucht, ed ha subito vissuto una popolarità straordinaria grazie al video ufficiale che sembra prelevato da un film noir in cui i componenti della band si immergono in uno strambo strip-club contornati da colori quasi apocalittici: il sound dei Rammstein sembra essere perfetto per calarsi in queste atmosfere tanto lugubri quanto fascinose, in cui per un tratto ci si dimentica che siamo immersi in un panorama tutt'altro che soddisfacente. Come abbiamo detto il clima si "metalizza" in men che non si dica quando la tessitura del brano si manifesta grintosa e dall'appeal sempre più pesante, nonostante l'equilibrio imposto dalle due asce, le quali compiono il loro lavoro di base senza strafare. La marcia proposta dai Rammstein subisce una ovvia torsione, con l'innesto sia dei vocalizzi del nostro Till Lindemann, sempre oculati e miscelati al clima ritmico, ma anche grazie ad una voce femminile, quella di Christiane Hebold, la quale indirizza la traccia verso lidi più spensierati, anche se questi ultimi durano poco perchè la crudezza di Lindemann domina sempre tutti tratti del brano. Una crudezza palpabile, degna del miglior Michal Crichton, autore del celebre cult "Il mondo dei robot". Il contrasto tra Lindemann e i controcanti della Hebold non sono scontati, anzi offrono un chiaro indizio nell'interpretazione generale, in questo caso assolutamente criptica. Come in Sensucht emergono contrasti derivanti dall'amore non corrisposto, una condizione che affonda il cuore di milioni di persone che comporta una percezione assai negativa della realtà, soprattutto per chi prova questo prezioso sentimento. Una tortura psicologica per chi sa di non avere una risposta sentimentale pura e candida. La passione, tema caro alla band tedesca, subisce in questo caso un'inclinazione potentemente indirizzata verso lidi oscuri e tenebrosi, in cui emerge sia un timore di fondo legato sia all'impotenza nell'agire che allo spettro della solitudine. (Wir haben Angst und sind allein / Gott weiß ich will kein Engel sein ; "Siamo spaventati e soli / Dio sa che non voglio essere un angelo". Siamo solo aiutati da Dio, le nuvole diventano ormai inespressive, i nostri ricordi sono la nostra unica speranza. La solitudine inonda ormai i nostri pensieri, anche se, in un certo senso siamo sempre più uniti nel contrastare questo mondo creatosi. I Rammstein descrivono con lungimiranza tutto cio: l'impianto ritmico sembra solidificarsi di minuto in minuto, rendendo le sequenze di matrice elettronica sempre più amalgamate con le chitarre e con la coppia Till Lindemann/ Christine Hebold. Prima del chorus si intravedono di nuovo i fischietti iniziali del tastierista che si pongono come propedeutici al resto della sezione ritmica, miscelati ad un drumming preciso e senza sbavature con un pellame che agguanta ritmi che, col procedere del brani ,si mostrano importanti e accattivanti, soprattutto nei momenti del ritornello quando i vocalizzi di Till si innalzano verso livelli attitudinali più aperti e meno serrati.  Cosa è la solitudine se non un sentimento che prima o poi tutti dovremo vivere? Lo spettro di questa parola aleggia nelle nostre menti e noi dobbiamo essere pronti nell'agguantarla e affrontarla, sebbene viviamo in un mondo ormai diverso. I Rammstein si pongono indirettamente a narrare il valore intrinseco dell'uomo che non ha paura nell'affrontare le situazioni, soprattutto quelle apparentemente impossibili da superare.

Tier

Essendo il panorama in cui viviamo ancora in fase di cambiamento, percepiamo come le forme naturali che una volta splendevano di magnificenza progressivamente stanno mutando la loro essenza corpuscolare. La natura verde e vivace perde colore diventando pane per apparecchi robotici, prima sotto le nostre dipendenze. Insomma, non possiamo fare altro che nasconderci e osservare tutto il clima creatasi con impotenza e rassegnazione. Lo stesso uomo non sa più cosa significa essere uomo, una regressione repentina lo sta divorando, rendendolo ormai un animale tra gli animali. Proprio in questo turbinio di emozioni si manifestano le prime note campionate di Tier (Animale), le quali sono composte da semplici battiti elettronici che, con una forza quasi intrinseca e incapsulata in chissà quale supporto meccanico, agiscono in maniera funzionale a creare le giuste atmosfere. Dal simulare dei passi di esseri cibernetici, fino al rappresentare effettivamente il nostro cuore trepidante, i primi frammenti di Tier emergono tra la macerie di automobili distrutte dal temibile progresso. I nove secondi di elettronica fattura sfumano appena i primi colpi di pellame di "Doom" Schneider squarciano l'atmosfera donando al pacchetto una massiccia dose di groove, fangoso, grigio, supportato da un background atmosferico che sta dominando la scena. Assieme al drumming meccanico ci avvisano subito della loro presenza le due chitarre, come sempre supportate da riff equilibrati ma al contempo assai potenti. Poche iniziali note che permettono di addentare l'atmosfera asimoviana che porta subito alla mente un paesaggio desolato, arido, non più vivo e speranzoso come quello di un tempo. Livelli di aridità che permettono un cumulativo regredire dell'uomo alle sembianze di un animale. "Cosa fa un uomo? Cosa fa un uomo?  Il tra uomo e animale Non riesco a distinguere che cosa", ecco le prime note vocali del guerriero tellurico Lindemann che spalma il suo spirito tedesco lungo l'asse sonoro, prima lineare, che subisce cosi una notevole torsione. I campionamenti elettronici e gli arrangiamenti industriali, ben accorpati alle tastiere, godono delle vocals di Till in maniera organica ed esemplare, il coagulato marziale tratta di un perenne stato di preoccupazione, di pericoli e di cali nervosi, di uomini indirettamente posti nella difficoltà di non riconoscere più il loro habitat abitudinario. La società muta al di sotto dei nostri timorosi occhi, mentre nel frattempo la marcia marziale dei Rammstein prosegue senza troppe sbavature, tracciando solchi di acciaio. Le fasi del brano ospitano, come da tradizione per i berlinesi, pause nevrotiche in cui la sezione ritmica domina, prima di intervallare la propria presenza con il marchio di fabbrica vocale di Till. Di innegabile importanza è il supporto tastieristico di Christian Lorenz, molto di più di un semplice strumentista ma un vero e proprio timoniere. Proprio quest'ultimo si rende partecipe, assieme a degli improvvisi innalzamenti vocali di Lindemann, nei pressi della metà del secondo minuto quando tutto l'armamento ritmico cela dentro di se dei granulosi tocchi elettronici, che si mescolano alle tastiere, ritmate e perfette per definire il clima oramai governato da umani allo stato brado da animali (Che cosa sei / Sei solo un animale). Gli stop pseudo-ambient che avevamo prima nominato subentrano di nuovo nel finire del secondo minuti. Pochi secondi per permettere a Till di recuperare fiato e di sfoderare altre lame taglienti, altre mirate sentenze, che tra cori supplementari e i vocalizzi di base arricchiscono gli ultimi minuti di questa traccia, un rasoio di tre minuti.

Bestrafe Micht

Quando nei momenti di sconforto è difficile trovare un modo per riuscire a sopravvivere, la religione riesce ad espletare questa funzione, volgendosi all'uomo in maniera diretta ed efficace. Momenti di difficoltà quindi che vengono alleviati dalla presenza di un Dio, di un essere superiore che con poco da quel conforto che nel mondo materiale è un qualcosa di irraggiungibile. Bene, essendo ancora l'uomo immerso nel pericolo che stiamo narrando, ossia di un universo in continuo cambiamento ecco che questo discorso divino decolla ulteriormente, proprio quando si innestano i primi sussulti del terzo mosaico di Sensucht, Bestrafe Micht (Puniscimi). Un titolo come sempre schietto, che rimanda alla condizione primordiale di un Dio punitore, che non gira troppo a cervellotiche considerazioni, seguendo cosi il sound dei berlinesi che non può non considerarsi diretto e sincero. L'introduzione è in mano ad una breccia elettronica che subito gratta le nostre orecchie, verso i primi strascichi permettendo ai nostri sensi di immergerci nel bel mezzo del caos provocato dalla ribellione della macchina. Il nodo centrale di Bestrafe Mich parte in sordina per  poi esplodere con le due chitarre marziali che marciano in un loop lavico e intrinsecamente viscerale nella sua semplicità di base, la primordiale lungimiranza industriale simula in una maniera più che azzeccata le atmosfere grigie e austere che gli umani stanno vivendo. L'approccio al diverso, in un mondo che sta cadendo in mano a soggetti prima al di sotto del nostro controllo, tutto è sfuggito e una delle cose da fare è affidarsi ad un essere superiore che in qualche modo debba rassicurarci, darci forza in modo da contrastare questi tempo bui. Le chitarre sguinzagliano riff ovviamente oculati e precisi, in un modo oserei dire meccanico, come un perfetto ingranaggio che attua una serie di procedimenti ammantati da una precisione sopraffina. Il drumming agli inizi è equilibrato, i colpi di Schneider sferzano la giusta dose di violenza in modo da creare il giusto mood strumentale per l'ingresso di Lindemann, che con un incedere quasi robotico introduce il proprio stile, con il solito stile grintoso riesce a sfruttare ancora di più la propria valenza vocale lungo la strumentale che corrode usufruendo di un taglio industriale che prosegue i solchi delle prime tracce. Il ritornello ospita anche un'anima melodica che cozza con la ruvidezza che le vocals del singer tedesco. Un sound che cela dietro di se la paura, il pericolo, il timore di affrontare situazioni violente e temibili. Temibili come gli occhi di quei cyborg che ormai comandano la nostra società. Ma negli innalzamenti vocali di Till percepiamo una speranza, che per quando non possa definirsi vicina alle nostre percezioni, permette ancora di evitare il collasso definitivo. La prova vocale in questa quarta traccia si sta mostrando abbastanza poliedrica e dinamica, nella sezione conclusiva infatti, cori in background si aggrovigliano ai suoni principali creando il giusto connubio di forza e paura, di eleganza e trepidazione.

Du hast

Raccolte le forze continuiamo a scorgere ancora un flebile sole che si accinge a lasciare spazio all'oscurità della notte. Un'oscurità che agguanta gli ultimi spazi ancora irraggiati, ci fa ormai compagnia, permettendo alle nostre menti di non pensare per qualche minuto al difficile momento creatosi, a quel mondo capovolto essenzialmente grazie alla negligenza umana. Prima di chiudere gli occhi per riposare udiamo a distanze ravvicinate le tastiere di Christian Lorenz, come sempre queste ultime sono corpose e particolarmente adeguate per introdurre la notissima quinta traccia, colonna portante del successo di Sensucht: Du Hast, singolo, assieme ad Engel, del secondo lavoro in studio dei tedeschi. Il titolo stesso in realtà nasconde un duplice significato in base alla pronuncia: "du hast", ossia "io ho", o "du hasst", cioè "io odio". Il video ufficiale, come sempre abbastanza curato nei dettagli e visceralmente integrato con lo stile della band, compone un territorio aspro e confuso, dominato da nuvoloni minacciosi e un vento pazzesco in grado persino di destabilizzare la cadillac in cui viaggiano i nostri due protagonisti, un uomo e una donna. Amore, alcol, crimine, violenza, tradimento e maschere: il video criptico e apparentemente no sense miscela tutte queste sensazioni che convergono all'esplosione nel riff iniziale, che scalcia le tastiere e l'elettronica per donare l'heavy metal puro nella composizione. Appena irrompe "Doom" Schneider con fill meccanici ecco che la terremotante"Du Hast" accelera come una Ferrari su un rettilineo in partenza. Assieme al potente drumming gli incisivi tocchi vocali di Lindemann apportano groove e la consueta violenza, che non può assolutamente mancare in queste situazioni, disegnate da doppi sensi e da personaggi ambigui. Terminato la prima sezione robotica, il chorus concede a questa celebre traccia di aprire qualche sprazzo melodico pur sempre contornato da un'attitudine truculenta e massiccia nella concezione delle partiture che si muovono con un ritmo sbalorditivo. Il ritornello come abbiamo detto è il quid che ha permesso a "Du Hast" di diventare una hit mondiale, ha permesso a tutta l'espressività dei Rammstein di venire fuori, nonostante la base industriale rimane intatta cosi come la componente groove, la quale assalta le nostre percezioni. Un ruolo decisivo di riapertura della parte iniziale è dato di nuovo alle tastiere che annullano il chorus permettendo una risistemazione della prima parte: non solo, viene inanellato un sussulto ambient che è propedeutico alla riproposizione del riff iniziale che riprende peso assieme al resto della sezione ritmica, con un basso di Oliver Riedel però leggermente messo in ombra. Tra fiamme e una cupezza da periferia abbandonata, Du Hast riassetta subito il  notissimo refrain, un'autentica arma che, usufruendo dell'espressività di Lindemann e delle due chitarre/tastiere, pone questo quinto brano sul piedistallo. Non a caso nel 1997 è stata scelta come colonna sonora di Matrix assieme ad altre hit come "Wake Up" dei Rage Against the Machine e "Rock is Dead" di Marilyn Manson. La notte ormai è calata, non ci resta altro che chiudere gli occhi e cercare di sperare in una salvezza.

Bück Dich

."Piegati, te lo ordino. Gira la faccia lontano da me, non mi importa della tua faccia, piegati!".

Esordisce cosi il sesto brano del nostri, che già dalla prima strofa conferma la vena diretta e esplicita dei Rammstein, noti appunto per le loro tessiture liriche costruite su paletti istintivi. Bück Dich, traducibile con "Piegarsi", descrive una delle azioni che un assoggettato è costretto a fare nei confronti di chi lo comanda. Una profonda assenza di libertà mista ad una mancanza di spirito di iniziativa, noi umani siamo costretti a piegarci alle direttive di esseri superiori che ci hanno spodestato in maniera radicale. La ribellione con la macchina è giusta fino ad un punto irreversibile tanto che i primi ravvisagli elettronici della traccia sembrano simulare i temibili colpi inferti contro gli esseri umani disubbidienti. I Rammstein carburano proprio quando lo slancio della song avverte la presenza vocale teatralizzata di Lindemann che scandisce le prime filippiche ciceroniane. Dopo circa sedici secondi, composti da vocalizzi incisivi e da trame elettroniche, uno scratching permette al flusso sonoro di ospitare le due chitarre di Landers e Richard Kruspe, che inquadrano la traccia con riff belli corposi e impattanti. La sezione ritmica simula i passi pesanti che gli umani sono costretti ad affrontare, solo per racimolare qualche pezzo di pane: i Rammstein sono maestri ad alimentare queste situazioni e non a caso Burch Dich si industrializza sempre di più, con il basso di Riedel meccanicamente inserito in questo quadro apocalittico. Tutto questo per preparare il terreno al chorus estremamente energico, che sicuramente provocherà non poca fibrillazione in sede live. Il refrain vede Till esprimere con più veemenza la sua personale timbrica vocale tanto da stamparci in testa quel "Piegati" (Buch Disch). È in atto un azione di assoggettamento, in cui noi umani non possiamo fare altro che sottostare per sopravvivere. La ripresa della sezione post-ritornello, dopo una manciata di secondi di pausa, vede una potente incursione elettronica sorretta dalle due chitarre, abbastanza protagoniste per riagganciare la struttura iniziale del brano ai vocalizzi di Till. Le plettrate si fanno sempre più corpose e dirette, i tempi sono leggermente più lenti ma vengono sempre mascherati da un'adeguata velocità esecutiva, funzionale alla struttura del brano stesso, che nella seconda parte aumenta di chiarore. Chiarore ovviamene è un modo di dire, dato che qui l'atmosfera è estremamente nera e decadente. Dalla metà del secondo minuto in poi, quasi inaspettatamente le due chitarre continuano a premere lasciando però molto spazio prima all'elettronica e poi a Lindemann che rincara la dose continuando la sua granitica riproposizione del ritornello, ficcante, un chiodo che si innesta nel nostri cranio e non c'è verso di toglierlo. Un brano che a conti fatti risulta leggermente più elaborato dei precedenti, ma non per questo Bück Dich si mostra come un loop ripetitivo e ossessivo, costruito ad hoc sull'impianto vocale di Till, che qui sfodera una performance  più tendente al parlato. Un altro frammento descrittivo è stato concluso, non ci resta che proseguire il nostro racconto.

Spiel mit mir

Abituati ormai a intro sonori di impatto e deflagranti sin dall'inizio, ora i Rammstein mutano attitudine giocando con le nostre percezioni e sensazioni, proponendo nella sesta traccia, Spiel mit mir (Gioca con me), una prova introduttiva ambient altamente suggestiva e manipolatrice, oserei dire gotica. Anche qui si percepisce lo spirito irrisorio dei tedeschi che sanno come architettare le proprie composizioni verso un fine preciso. Nei primi secondi udiamo urla trepidanti e stramazzi di un uomo forse in pericolo, preso di mira dalla condizione tumultuosa che stiamo narrando, di questo universo che ha poco di umano e molto di artificiale. Le sfumature marinettiane di un futurismo dominato dai non umani irradia le nostre condizioni e l'ascolto seguente si manifesta decisamente condizionato da questo squisito andamento, ammiccante ad atmosfere dark. Dopo circa trentasette secondi Till, coadiuvato prima da sfumature elettroniche e poi da inserti di tastiera, irrompe col piglio giusto in questo meccanismo narrando, con una sottilissima voce, molto probabilmente la condizione del soggetto che si ode in lontananza. "Condividiamo la stanza e il letto. Fratello, vieni ed essere così gentile", cosi Lindemann esordisce decantando una insolita solidarietà nei confronti dello sfortunato che forse è in preda a spasmi deliranti incontrollabili. Il sound dei nostri si solidifica sempre di più quando stangate elettroniche e precisi colpi di Schenider, trasformano le vocals del cantante da tiepide e innocue, a taglienti e fotoniche. Il ritmo cambia, l'adrenalina sale, le chitarre destreggiano riffs dinamici e cadenzati, Lindemann traccia il destino della traccia con il suo stile ormai ben impiantato nel terreno. L'andamento di questa sesta traccia è come un ingranaggio che piano piano si sta assestando verso una condizione fisica inattaccabile, mentre le armonie soffuse iniziali si prestano di nuovo ad essere corpose. Il nostro compagno è ancora in difficoltà, decisamente sofferente nei confronti di questi mutamenti eclissanti. Non tutti hanno le medesime capacità di sopperire cambiamenti cosi sistematici, quindi il nostro ruolo è cercare di tranquillizzare il nostro compagno. E le vocals promulgano con un gusto, abbastanza amaro, tutto ciò. L'attitudine dei berlinesi in questa traccia è sin da subito incisiva, i Rammstein durante i solchi di Spiel mit Mir proseguono disincantati e sicuri, cosi come la robusta ossatura del riffing che intervalla le proprie gesta con tracce di elettronica sfumate e inserite in precisi stop e riprese, lente e cariche di pathos. Una volta che le vocals riprendono le redini, Till innalza la propria capacità vocale, riabbassandola quando occorre, proponendo un ritornello ora meno energico e altisonante, ma più concreto e pastoso. "Gioca con me In questo gioco" viene ripetuta più volte con eguale grinta e teatralità, resa strutturata grazie alle trame del drumming di Doom Schneider. Raffigura senza alcun dubbio i tentativi di alleviare dal dolore il soggetti protagonista del racconto. Le chitarre di Kruspe e Landers non aumentano il clima durante il curato chorus, ma Kruspe si prende la scena disegnando un assolo volutamente reso dissonante e squilibrato, che delinea come un compasso un cerchio perfetto. Una volta terminato il solo, Lindemann ritorna con la medesima grinta, riproponendo una nuova strofa prima di rimettere in gioco la sua modularità vocale nei solchi finali, colorando di nero le ultime sensazioni musicali. Dopo tutto questo limbo siamo riusciti a rassicurare il nostro compagno o siamo persino noi soggiogati dal clima creatosi?

Klavier

Il cielo è terso, le nuvole minacciose i nostri occhi sono intimoriti, quasi raggelati da cotanto grigiore. Le emozioni negative, le quali sovrastano ormai quelle positive, sembrano manifestarsi nel loro pieno vigore appena intervengono i primi sussulti della nuova Klavier (Pianoforte). La traccia apre le proprie movenze con un incedere alquanto passionale, perfetto per "parlare" di uno degli strumenti che hanno incantato tantissime generazioni, ossia il pianoforte inteso come strumento dionisiaco in grado di far esplodere in noi ricordi dei tempi che furono. Il classico muro dei Rammstein cede il passo ad atmosfere sinuose e regolari che affiorano nel momento in cui le vocals di Lindemann accarezzano  le leggerissima sezione ritmica. "Mi dicono: Chiudi su questa porta. La curiosità diventa un urlo. Cosa c'è dietro?". Cosa può dare un po di speranza se non un bel pianoforte in grado da essere da colonna sonora nei momenti indimenticabili? Assolutamente niente. I Rammstein scoprono la loro anima più melodica, che nel proseguire del brano diventa sempre più rotonda. I battiti elettronici posti in background e la chitarra di Kruspe arpeggiata, permette a Till di affondare sempre di più con il proprio timbro. Dopo un minuto pieno, finalmente l'aura di Klavier agguanta metriche molto più heavy con un riff roccioso e "groovoso", che permette di spegnere solo per un istante quel fuoco armonico che imperava nei primi secondi. Till continua con note basse, che vengono valorizzate ancora di più quando il quadro iniziale torna in auge. Un sentimento di rammarico misto a schegge di ricordi provoca un contorno emozionale di pregevole fattura. Una volta in quello specifico angolo di casa, vicino ad una porta, si esibiva al pianoforte una bella ragazza, "Ma lei non suona più! Oh, è stato tanto tempo fa".  Ora tutto scompare, tutto viene annebbiato dal timore e dalla paura, sensazioni che i vocalizzi di Till ammaestrano a dovere. Successivamente pochi colpi di rullante da parte di Schneider e si reintroduce la bordata metallica tipica dei berlinesi, in grado in questa traccia di passare da un'emozione ad un'altra in pochissimi istanti. Istanti che prendono la forma dei ricordi che ci permettono almeno di sopravvivere in questo nuovo universo che si sta creando. L'essere umano difronte al progresso si mostra impotente, incapace di agire. Le due chitarre si dimostrano dunque anche abbastanza rabbiose, tendono a rappresentare almeno un minimo di riscatto, che non deve mai mancare. La poetica di Lindemann continua ad essere delicata, nonostante il valore strumentale ci spiattella addosso un ottimo assolo da parte della chitarra principale. Questo per circa trentatrè secondi, ai quali si accorpano anche interessanti briciole di sax, prima di ridare lo scettro a Till, il quale si muove dignitosamente tra il minimalismo chitarristico e il drumming estremamente acido ed oculato. Una traccia dotata di più angoli, mortifera da una parte, speranzosa dall'altra. Sensazioni che si scontrano tra di loro tra la paura del presente e la bellezza dei ricordi.

Alter Mann

Come abbiamo visto nei solchi sonori precedenti, i Rammstein sanno anche cosa significa essere sensibili e delicati, non sono solo narratori instancabili delle miserabili condizioni umane ormai divorate dal complesso mondo del futuro. Noteremo una parsimonia lirica anche nella prossima traccia Alter Mann (Vecchiaia), imperniata ,come da titolo, su una delle fasi finali dell'esistenza. L'iniziale scrematura elettronica fa da corollario alle nere sensazioni che i pochi uomini, non ancora divorati dal ciclone robotico, vivono in maniera intensa. Per circa dieci secondi una pioggerellina acida accoglie i visi già scavati dalle lacrime, i quali diventano sempre più sofferenti, la stessa atmosfera industriale li presente è responsabile della situazione, "L'acqua si muove in un cerchio.  Il vecchio mi guarda tristemente".  Ma le lacrime si spengono improvvisamente appena il pellame di Schneider introduce le prime lente note delle due asce, messe in posizione di ripetersi all'infinito. Il cantore di questa sofferenza, Till, sembra provenire da un laboratorio specializzato dove si architettano supporti di carattere meccanico, appena interviene i sussulti emotivi vengono esaltati all'ennesima potenza. Lindemann intervalla a dovere la propria presenza vocale con il resto dei suoni cibernetici, arricchiti da arrangiamenti particolari posti in background e alle tastiere. Il fiume dei vocalizzi di Lindemann, in questo episodio assai ispirato e astuto nell'articolare le proprie capacità, sembra inarrestabile. La batteria è onnipresente, è totale nei suoi pochi fill, abbondantemente resi in chiave industrial, cosi come il basso di Riedel che nel sound dei nostri rimane a volte trascurato. Col proseguire del brano, i timori riguardanti una vecchiaia trascorsa nel mondo delle macchine sono ancora vivissimi, siamo appartati in un angolo ancora poco controllati e noi, assieme ai nostri compagni, possiamo almeno scambiarci qualche battuta per alleviare il momento difficile. Non trova difficoltà invece il nostro Lindemann che con una estrema sensibilità riesce a modulare il proprio unico cantato, smuovendolo verso lidi anche più alti e melodici. Mentre nel frattempo la coppia chitarristica esegue il proprio lavoro di intelaiare trame gustose, anche se all'apparenza assai ripetitive. Il loop delle due asce a corde è altamente fondamentale per il Rammstein sound che in questo modo riesce a stare dietro alle incisive torsioni vocali, anneriti da quell'accento tedesco. Tra un riff e un altro non mancano nervature ambient/elettroniche che alleggeriscono il tutto, ma questo solo per poco dato che l'ingranaggio dei tedeschi si riattiva in men che non si dica. Nei pressi del terzo minuto infatti quelle nervature si mescolano alle tastiere di Lorenz, forgiando il classico "tanz" dei tedeschi. Abbiamo ancora speranza di ritardare la morte? O siamo destinati all'ultima tappa della nostra vita nel peggiore dei modi? A questo quesito non potremo mai rispondere, anche se gli ultimi ammassi sonori si dimostrano per questo motivo cadenzati su ritmi trascinanti e sensoriali, dove il nostro cervello cerca almeno di trovare un suo orientamento.

Eifersucht

Esordisce cosi la decima traccia del lotto: una tastiera cadenzata e spigolosa si innerva nei profondi meandri della nostra coscienza, o meglio nella coscienza di coloro succubi del nuovo universo metafisico creatosi, ancora storditi dalla situazione. È come se le narrazioni di Isaac  Asimov in "Robot NDR-113"  (scritto nel 1975 e ambientato tra il 2005 e 2050) ) prendessero vita: pochi umani rimasti, mari e boschi mutati, cielo costantemente grigio. Questi pochi secondi sono opportunamente laccati da intromissioni di matrice elettronica che, come abbiamo visto anche nelle tracce precedenti, risultano essenziali e non invadenti. Eifersucht (Gelosia) si può considerare iniziata appena subentra la ritmica precisa di Schneider dietro le pelli, che con vari colpi precisi e sistematici riesce a scoperchiare l'alone kraftwerkiano che si stava creando. Come da titolo i tedeschi giocano col concetto tanto chiacchierato quanto popolare della gelosia, un sentimento marchiato da negatività perenne proprio perchè risucchia tutti gli affetti. Gelosia che la tecnica vocale di Till, nei primi sussulti della traccia, narra in maniera categorica e meccanica, quasi come un robot che svolge qualche mansione che gli è stata programmata. Il tanz metal dei Rammasten preme sempre di più e questa Eifersucht descrive generalmente l'innovativo sound dei teutonici, visti come descrittori di questo universo in continua mutazione. Un universo che accoglie scaglie di gelosia, di vanagloria e di bramosia del potere. Gli esseri umani devono affrettarsi a rifondare una nuova societò a discapito di quella tecnologica in corso di formazione: c'è poco tempo. Le chitarre di Kruspe e Landers smuovono le fondamenta delle poche case ancora intatte tanto da farci toccare con mano tutto il clima. Le plettrate allungano quando Lindemann lascia per poco il microfono, mentre le tastiere svolgono il loro consueto lavoro marmoreo, all'interno del coagulo industriale. "Sono più coraggioso / Uccidimi e mangia il mio cuore / Ho tua moglie / Uccidimi e mangiarmi completamente"; scene di tentativi di cannibalismo, presumibilmente per la mancanza di cibo, ora irradiano la scena tempestosa, le minacce di morte si susseguono, il rispetto e la dignità sembrano ormai un concetti alieni. C'è bisogno di una guida che riporti serenità o si rischia seriamente di affondare nella morsa di qualche essere androide pronto anche ad uccidere. L'appiccicume tonale del cantante, nonostante non si possa definire non troppo variegato, spicca per la dinamicità con cui le trame semantica sono narrate, Till riesce a farti sentire addosso il timore, la paura, l'angoscia. Una decisa torsione vocale l'accogliamo nei pressi della metà piena della traccia, quando il tedesco volteggia verso vocalizzi differenti, ma questo per pochissimi secondi prima che tutto ritorno come prima. Ad infarcire la sezione vocale ci pensano i cori e i controcanti di Landers e di Kruspe, assolutamente perfetti per portarci con mano al grintoso chorus, in cui il termine "gelosia" (eifersicht) viene ripetuta più volte, a mo di martello che colpisce un chiodo nel muro. Lindemann è inarrestabile, porta con se il lume della vocalizzazione agonistica, è costantemente fomentato dalla danzereccia grinta della sezione ritmica. Terminato il refrain uno stop di pochissimi nanosecondi convoglia di nuovo il basso di Riedel, le chitarre di Kruspe/Landers e il pellame di Schneider di rimettere il freno di nuovo. Lindemann rallenta di molto il proprio mordente, sfiorando un leggerissimo parlato, anche se il singer aumenta il proprio raggio vocale appena le due asce si aprono verso note più ampie. Il sipario viene chiuso con la ripetizione quasi ossessiva di Eifersucht per ben dodici volte, una caratteristica ormai onnipresente nel bagaglio dei Rammstein.

Küss mich (Fellfrosch)

Un riff introduttivo, debitore dei Ministry, sgorga nella penultima traccia del nostro racconto, il quale è permeato da una non speranza quasi soffocante. Le dita serpentine di Kruspe montano l'impalcatura di Küss mich (Fellfrosch) (Baciami, rana di pelliccia), che accoglie una pavimentazione organizzata dalla batteria. Bending sporchi e aciduli si insinuano nel nostro cervello, costruendosi e compattandosi, in modo che simulino la caduta dei calcinacci all'arrivo delle fredde macchine. La velocità di esecuzione della chitarra principale si accorpa prima alla ritmica di Landers e poi alle serrate intuizioni di Schneider, che innesta alcuni decisi tocchi di charleston e successivamente colpi di tom, molto precisi. I primi venti secondi ci permettono di capire che respireremo l'ennesimo odore claustrofobico e irruento che i Rammstein sanno come giostrare, ma secondo un'ottica differente. Appena Lindemann esordisce tra le partiture, il nostro universo immaginifico/futuristico prende sempre più forma. Siamo immersi nel panorama post-moderno che stiamo descrivendo, controllato da menti di latta che non provano emozioni ma, mentre noi ci disperiamo per la mancanza del nostro caro mondo, abbiamo sempre vicino a noi la persona amata che ci abbraccia e ci dona affetto. Un lato romantico esercitato dal carro-armato berlinese quasi strano e poco credibile, ma in fin dei conti Kuss Mich si presenta cosi, come una goccia d'olio di un oceano tempestato da difficoltà, come un contrasto netto tra il cataclisma che si abbatte sul mondo, scritturato dai primi pesanti vocalizzi di Lindemann, e l'emozione salvifica della persona amata. Il frontman prosegue subito all'attacco agganciandosi alle distorsioni delle asce, usufruendo di riverberi e controcanti sempre ottimi. "Catturato nell'oscurità / Non vede mai la luce del sole", cosi Lindemann ci descrive la condizione con cui i superstiti vivono prima dell'arrivo dell'amata donna, vista come indispensabile per sopravvivere. Il sole si rivela quasi assente data la una fitta atmosfera lugubre in grado di smuovere le coscienze degli uomini, e in fin dei conti basta un semplice bacio, una delle dimostrazioni di affetto più sincere, al fine di smuoverle verso lidi positivi. L'impasto pre chorus si sta rilevando efficace, in quanto ospita picchi espressivi legati al rifferama delle chitarre, che preparano noi ascoltatori allo statuario ritornello, in cui quel "baciami"(kuss mich) viene lanciato più volte alle nostre orecchie. C'è bisogno di un piccolo gesto, appunto un bacio, per ritrovare un minimo di serenità, anche se siamo feriti all'interno in maniera indelebile. Tutt'altro che serena è invece la prestazione vocale di Till, la quale viaggia tra una accentuata capacità teatrale e un rinnovata predisposizione a toccare con mano l'abisso. E non potrebbe essere differente. Il clima sonoro riprende vigore e un'adrenalina rabbiosa ci trapassa le vene. Gli intermezzi sia elettronici che tastieristici, attuano il loro canonico ruolo di pittori del sound industriale, muovendosi con una eleganza particolare quando le note di Lindemann colpiscono il loro obiettivo sensibile. Appena viene riproposto quel Kuss Mich, ripetuto svariate volte col proseguire del pezzo, si intromettono componenti dissonanti tese a destrutturare tutto il pacchetto. Ma questo solo per poco, dato il ritorno al microfono di Lindemann che con il suoi solito tiro immette metallo nei solchi sonori.

Stripped

A chiudere il viaggio apocalittico che abbiamo intrapreso sin dalla prima traccia è una cover di una celebre composizione dei Depeche Mode, Stripped (Nuda). Il brano qui proposto come hidden track è stato composto da Martin Gore, ed è prelevato da "Black Celebration" del 1986. Il mare sintetizzato a la Depeche Mode viene riproposto dai tedeschi con la consueta classe sebbene, come vedremo fra poco, le vocals anglofone di Till e la chitarra di Kruspe impattino in un modo decisamente differente rispetto a quelle di Dave Gahan e Martin Gore. Il brano parte in sordina, con uno sfondo elettronico leggero, permettendo di costruire una introduzione degna dell'originale."Vieni con me / Tra gli alberi / sdraiati sull'erba / E lasceremo passare le ore": l'amore, visto come un sentimento salvifico nel mondo post apocalittico in cui viviamo, si innerva subito protagonista  grazie all'incedere passionale del cantante tedesco che parte col freno tirato, adagiandosi su un tappeto che ricalca l'originale, offrendo però spunti quasi paranoici. Lindemann, il quale destreggia il proprio mood tra i synth di Lorenz e le brecce chitarristiche di Kruspe, presta la proprio scansione vocale sul tema dell'amore in tutte le sue gradazioni e sfumature. Amore che per i Rammstein è il cuore pulsante di tutta la propria macchina industriale. Potremo inserire "Stripped" come proseguo della precedente traccia, in cui l'aspetto affettivo del bacio (Kuss Mich), visto come un'azione fondamentale per reagire in un universo ormai decaduto e triste (" La Metropoli Non ha nulla di questo /Stai respirando i fumi Che assaggio quando ci baciamo"), veniva messo in risalto in maniera evidente. Con questa cover innalziamo l'asticella emozionale, i nostri mettono in gioco l'amore nella sua forma più pura, più candida e carnale, dove la donna e l'uomo, giocando su sguardi e brividi, si fondono in un solo corpo. Un'unione affettiva che riprende in un certo senso l'antropologia kantiana, in cui l'affetto veniva mostrato come uno scontro da due soggetti, in cui uno dei due si mostra passivo in modo da ricevere emozioni, di subire questo turbinio che mette in soqquadro le tue budella. Le armonie iniziali premono in un modo deciso, con la ritmica di Landers e i tempi veloci di Schneider, in un loop catatonico e viscerale. La formula dei berlinesi di proporre "Stripped" è ormai nel suo vivo effettivo, non ci resta altro che attendere che la aperture delle chitarre facciano il loro compito nel trasportarci idealmente in un mondo lontano, non messo in subbuglio dall'intelligenza artificiale. Entrando nel celebre ritornello, "Lascia che io ti veda Nuda", capiamo come i Rammstein abbiano fatto proprio il pezzo. Pezzo che ci surclassa di emozioni, vere e sincere, come sono i tedeschi, che non potevano scegliere brano migliore da riproporre. Uomo e donna che vedono l'un l'altro come modo di soddisfare la propria natura primordiale. Una forma di riscatto passionale che ripulisce la mente dalle tensioni e scalda il cuore di entrambi. La torsione depechemodiana, come ben sentiamo. è modificata radicalmente, la presenza delle due chitarre è ossessiva, ma non per questo l'aura della traccia composta da Martin Gore viene deturpata. I Rammstein trovano un nuova modalità con cui costruirla, che è stata sin da subito apprezzata dalla celebre synth-pop band. Il finale, che idealmente cala il sipario di tutto Sensucht, vede riproporsi il chorus più volte, in aura mistica ed emozionale.

Conclusioni

Dopo quella rasoiata di colata lavica siamo leggermente storditi, addirittura non consci del viaggio appena effettuato, tra scariche di pura adrenalina e un fervore quasi infernale che sembrava non cedere o mollare di un centimetro. Spiaggiati in terra abbiamo notato un paesaggio tempestato da uno schietto grigiore dominato da esseri meccanici ben messo in luce in una nube impenetrabile, la quale si è materializzata durante l'ascolto appena effettuato. Le strade della città sono deserte, i marciapiedi che una volta ospitavano migliaia di esseri umani ora sono preda di plotoni di insaziabili macchine, le quali hanno trasformato l'ambiente che una volta ospitava le risate di bambini o le corse ordinali dei cittadini. Ad ascolto effettuato possiamo constatare che addirittura i Rammstein stessi non credevano di poter raggiungere tali livelli estetici, dominati dalla fiamma di un inceneritore industriale che squarcia un cielo cupo e nuvoloso. Il combo tedesco ha compiuto il classico salto di qualità in modo da oscurare le incertezze degli esordi e giungere verso nuovi lidi.. Sembra che in questi quaranta minuti un carro-armato di una certa stazza ci abbia schiacciato più volte a suon di muscolari torsioni elettriche incapsulate in una tendenza massiccia che pesca dal meglio dei suoni industriali, in un arazzo placcato da costanti dinamiche rumorose. Le asce di Richard Kuspe e Paul Landers immergono i loro affondi di chitarra in un clima minimalista che gioca su loop destrutturati e millimetricamente coadiuvati dalla potenza ritmica che il basso rende, apprendendo la lezione dei maestri Einstürzende Neubauten o dai compari di Braunschweig OOMPH!. Le tastiere a loro volta consentono di accendere una miccia che arde in tutta la durata del disco, rendendolo a tratti melodico sebbene le vocals di Lindemann graffiano come un rasoio. Ma non solo: si svolge un netto salto di qualità che allontana le flebili sensazioni degli esordi e spedisce direttamente nello zenit dell'attenzione pubblica il gruppo tedesco, sicuramente spinto dal cantato in lingua madre che lo pone subito riconoscibile rispetto ad altri gruppi che si approcciano all'heavy metal a tinte cibernetiche. Singoli come "Engel" e soprattutto la notissima "Du Hast", il cui video, oltre ad essere un successo sulla piattaforma MTV, fu ispirato alla nota pellicola "Le Iene" di Quentin Tarantino, giocano in ruolo fondamentale non solo nel dare forma alla costola portante della tracklist ma anche come future carte da gioco negli show dal vivo, che ben sappiamo essere il vero nucleo esistenziale dei berlinesi tra giochi pirotecnici e fuochi d'artificio che a mo di coriandoli si spalmano lungo la platea sempre in visibilio e conscia di vivere una grande esperienza. La miscela di suoni, sempre innescati da un groove tipico dal sapore Novanta, come detto, trovano un punto focale maggiormente calibrato rispetto al più spontaneo Herzebeil: diciamo che le strutture delle canzoni si fanno non tanto articolate, ma gli elementi sono più compattati e dettati da un substrato pachidermico e vincente. Non a caso quest'episodio discografico, il secondo della carriera dei tedeschi, ha riscosso un significativo successo mondiale, vendendo milioni di copie in tutto il mondo e mostrandosi in maniera eccezionale con ben sei copertine diverse, in cui il viso di ogni membro della band, infilzato da strani apparecchi futuristici provenienti da un futuro non tanto lontano e con gli occhi altamente inespressivi, si rende protagonista in uno sfondo oscuro e post-apocalittico. Un successo anche inaspettato che ha travolto tutto e tutti: l'uragano Rammstein ha iniziato da qui ha scatenarsi. Un suono lisergico e chirurgico che ti getta direttamente nelle grigie strade della periferia di una Berlino post caduta dell'infausto Muro, una Berlino consapevole di avere dietro una storia importante che sarebbe stata necessaria per trovare una nuova dimensione e scacciare i fantasmi del passato: i Rammstein raccolgono questi frammenti e li incollano a dovere in un mosaico muscoloso, dinamico, ma anche opprimente e vulcanico, con le due asce che disegnano trame accattivanti in ogni sprazzo di brano. Non esisteva modo migliore nel mostrarsi una band matura e ormai "maschia", un aggettivo che calza a pennello tra le scariche di adrenalina a velocità industriali che abbiamo palpato in molti brani che diventeranno poi dei classici del mainstream, nonostante i flussi potentissimi e a volte anche corrosivi che le tracce hanno mostrato. Un Sensucht che nasconde un cuore pulsante di metallo pesante e tamarro, il cosiddetto tanz metal (termine coniato apposta per descrivere il sound particolare dei tedeschi), ma che allarga le ali nel mondo della musica più fruibile. Se oggi i Rammstein sono uno dei gruppi del metal più conosciuti, e perchè no anche criticati, lo dobbiamo senz'altro a questo secondo lavoro in studio, che trasuda grinta e adrenalina.

1) Sehnsucht
2) Engel
3) Tier
4) Bestrafe Micht
5) Du hast
6) Bück Dich
7) Spiel mit mir
8) Klavier
9) Alter Mann
10) Eifersucht
11) Küss mich (Fellfrosch)
12) Stripped
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