RAMMSTEIN

Liebe ist für alle da

2009 - Universal

A CURA DI
ELEONORA STEVA VAIANA
17/12/2015
TEMPO DI LETTURA:
8,5

Introduzione Recensione

California, novembre 2008: i Rammstein si trovano in studio per registrare quello che, a oggi, è l'ultimo album della loro discografia cronologicamente parlando, se non si conta la raccolta "Made in Germany 1995-2011" uscita in Europa nel dicembre 2011. Si tratta di "Liebe ist für alle da" (abbreviato molto spesso nell'acronimo "LIFAD"), che può, tuttavia, vedere la luce solo il 16 ottobre 2009. Undici tracce per un totale di 46 minuti di novità che i fan hanno atteso sperando in un nuovo "Reise Reise" o perché no, nel successore di "Sehnsucht", il quale grazie alla presenza di tracce come "Du Hast" o "Engel" ha saputo estendere largamente il pubblico. Considerando che l'antipasto concessoci dalla band è stata "Pussy", con video annesso, possiamo tranquillamente dire che le aspettative per un lavoro di successo sono state vertiginosamente moltiplicate: il video è uscito il 18 settembre 2009 in anteprima sul sito web Visit-X, un sito per gli amanti delle webcam piccanti. Un successo inevitabile, vuoi per la natura della clip, vuoi per l'orecchiabilità della traccia in sé, semplice ma comunque molto efficace: "LIFAD", dalle premesse, è subito sembrato l'ennesima bomba di casa Rammstein. Tra le fila sempre loro, immancabili e inseparabili: Till Lindemann, maestoso granitico frontman, Richard Kruspe, chitarra solista, Paul Landers, chitarra ritmica, Christoph "Doom" Schneider, bateria, Oliver Riedel, basso, e Christian "Doctor Flake" Lorenz, tastiera. Uniti di fronte a tutto da quel 1993 che vide la nascita di una band che, volenti o nolenti, avrebbe fatto la storia dell'industrial metal, seppur molto variegato e in alcuni tratti distante dai dettami tipici del genere. Il singolo successivo a "Pussy" è stato "Ich tu dir weh", uscito il 15 gennaio 2010, mentre il terzo è stato "Haifisch", con relativo video rilasciato il 23 aprile 2010: le due tracce e "Pussy" in comune hanno ben poco, dimostrazione del lavoro finalizzato alla sperimentazione più assoluta, voluto e svolto dalla band stessa. In questo lavoro, infatti, la band tedesca ha adottato un sound molto diverso da quello del disco precedente, ma soprattutto dalle prime produzioni: qui si spazia tra sfumature di varia natura, per una soluzione molto omogenea e assolutamente piacevole. Ebbene, quelle aspettative i Rammstein non solo le hanno soddisfatte, ma le hanno anche superate, basti pensare alla bellezza di un brano che non ha nulla da invidiare a "Ohne Dich", come la splendida "Roter Sand" a chiusura del lavoro. E non si tratta solo dell'effetto scandalo che l'album ha portato con sé sin dall'inizio, è la sostanza quella che conta: di sostanza, in questo "Liebe ist für alle da", prodotto da Jacob Hellner e uscito via Universal, ce n'è in abbondanza, assieme a una buona dose di critica alla società, di malattia e di pura e semplice poesia.

Rammlied

Ad aprire le danze troviamo "Rammlied" (Trad. Canzone del Movimento), introdotta da un fade in di voci corali all'unisono che accolgono la voce tuonante di Till Lindemann: inizialmente tiene da solo in mano la scena proponendo un'intro di tutto rispetto, dove a dare strutturalmente corpo troviamo, ancora, quello stesso coro di voci, supportato da tastiere, che insieme animano la situazione proponendoci gli accordi portanti del brano. "Chi attende pazientemente, avrà la sua ricompensa al momento giusto, l'attesa adesso è finita: prestate orecchio a una leggenda", un peccato di ego, forse, ma di tutto rispetto e assolutamente degno di una band come i Rammstein che per tutti i loro fan sono molto di più che una semplice leggenda. Rammstein, suddivisa in Ramm-stein, è il leitmotiv della traccia, la parola omonima della band teutonica rappresenta, in estrema sintesi, quello che è il ritornello: dopo l'introduzione, un'esplosione di potenza, a opera di chitarre e doppia cassa, irradia il cielo di un fuoco adrenalinico, che si getta a capofitto nel riff sostenuto dalle tastiere di Doktor Flake per trasformarsi nella vera e propria strofa. Gli strumenti si fanno qui da parte per lasciare il posto alla voce, i volumi si abbassano nettamente, mentre un coro di voci femminili fa da scia alle parole pronunciate col classico tono baritonale di Till. Tutto procede in maniera lineare fino al ritorno in scena di quel ritornello caratterizzato da stop ripetuti e dal mantra Ramm-stein che si ripete con tutta la potenza possibile: dopo un paio di giri, il ritornello si protrae su quello che era il riff introduttivo, mantenendo quella parola come collante per ribadire meglio il concetto generale della traccia, al quale arriveremo fra qualche riga. Seconda strofa, stesse carte in gioco: questa volta il vorticoso lavoro di sei corde appare più incisivo, più energico ma anche più nervoso. Una sorta di illusione auditiva? Probabilmente sì, enfatizzata dalla voce del frontman che si fa via via sempre più incisiva. Torna il ritornello in scena, come una pioggia di adrenalina diretta da un cielo in fiamme, e si arriva allo special: si tratta di una fase piuttosto particolare, dato che cambia sì la situazione sorretta sempre dalla voce ed enfatizzata da un cambio di accordi, ma subito ci si rende conto che quello a cui stiamo assistendo è un botta e risposta tra i nuovi versi proposti di volta in volta e la parola Ramm-stein. Le chitarre diventano quasi minimali, si dà molto più spazio alle ritmiche e all'aggressività dell'eccentrico Till Lindemann, che procede in maniera esponenziale per poi riportarci nuovamente alla situazione introduttiva, sostenuta questa volta da basso e chitarra piuttosto pulita, con un pizzico di tastiera volta a dare l'ambientazione perfetta, per farci sentire tutto il peso della botta che arriva con il ritorno in scena delle pelli e del ritornello col quale si conclude la traccia, dopo una breve variazione ritmica. In occasione del "Made in Germany Tour 2013", questa era la traccia che dava il via alla setlist - dopo un tedioso dj set a cura di Joe Letz (Combichrist) che proponeva pezzi remixati dei....Rammstein -, personalmente non avrebbero potuto scegliere brano migliore. Cosa c'è di meglio che dell'autocelebrazione per avviare uno spettacolo così epico? Nonostante nella carriera dei Nostri sia presente la traccia intitolata per l'appunto "Rammstein", a chiusura della tracklist del loro primo album in studio, "Herzeleid" datato 1995, "Rammlied" continua a essere sempre la più indicata: è sfacciata, è sensuale, è prepotente, è un'apripista perfetta. Del resto, qualcuno conduce, qualcuno segue coloro che conducono i giochi, un rapporto inscindibile che non necessariamente deve essere visto come negativo o deleterio. I Rammstein sono la stella nella notte di coloro che si sentono soli e abbandonati, rappresentano un obiettivo e un motivo duro e forte, un sentimento che gli ha permesso di guadagnare approvazione in tutto il mondo, dimostrando tutta la passione bruciante e accecante. Del resto, tra l'album precedente intitolato "Rosenrot" (2005) e il qui presente "Liebe ist für alle da" (2009) sono passati ben 4 anni, e chi ha atteso pazientemente ha avuto esattamente la ricompensa che sperava di poter ascoltare.

Ich Tu dir Weh

Si prosegue con "Ich Tu dir Weh" (Trad. Ti Faccio Male), un brano che nel 2010 ha raggiunto la posizione numero 24 nella Uk Rock Singles Chart, preceduto nel 2009 da un videoclip molto particolare: vediamo infatti il frontman emettere una luce bianca dalla bocca mentre canta e, sul finale, Flake esplode sull'ultima nota a causa di un sovraccarico di energia elettrica. Particolare anche la performance live della band, che sfrutta ampiamente l'utilizzo di effetti pirotecnici e che sfocia in una sorta di rissa tra Till e Flake, il quale viene rinchiuso all'interno di una specie di grande vasca da bagno. Il frontman, salendo su una piattaforma in grado di rialzarsi, inonda letteralmente di scintille il povero tastierista, che emerge, sul finale del pezzo, indossando un completo elegante e olografico, con tanto di scintille scoppiettanti a mò di scia. Il motivo di questa performance? La tematica affrontata dal brano, una sorta di manifesto del sadomasochismo, in cui si sottolinea la dipendenza dello schiavo dal padrone, per il quale, essenzialmente, rimane in vita. Il dolore e le grida di una persona completamente sottostante a un'altra più dominante, si concentra in morsi, calci, pedate, ma prende anche una piega più malata, scoprendo il "piacere" di aghi, tenaglie e gerbilling (una parafilia che consiste nell'inserimento di piccoli animali vivi all'interno degli orifizi del malcapitato). Particolarmente esplicativa la frase "Das tut dir gut, hört wie es schreit" (trad. questo ti fa bene, sentite come grida): per questi motivi, il pezzo fu inserito nell'indice del Bundesprüfstelle für jugendgefährdende Medien, l'agenzia federale tedesca che si occupa di esaminare lavori mediatici che possano essere disturbanti per persone molto giovani (Ich Tu Dir Weh è stata "sbloccata" nel maggio 2010). Passando al lato musicale, la seconda traccia di "Liebe ist für alle da" è introdotta da un giro di tastiera, spezzata letteralmente da stacchi ritmici che danno un senso di carica alla situazione: con una rullata, si apre il pezzo, inebriando l'ascolto del riff portante, strutturato con strumenti a corda estremamente potenti e corposi in perfetto stile Rammstein. Si approda così a un cambio di marcia, che lascia in scena solo sei corde, tastiera e ritmiche più asciutte, che lasciano più spazio alla voce di Till: atonale, praticamente in parlato, conduce al pre-chorous, che si fa più intenso dal punto di vista musicale, con armonie particolarmente curate in modo da dare una sensazione di tensione che scompare con l'ingresso in scena del ritornello. Aperto, si tiene su scelte stilistiche molto semplici, ma accoglie la voce più melodica che annuncia la melodia in grado di annidarsi nella mente dell'ascoltatore, ponendo così le basi di un giro praticamente impossibile da dimenticare. La situazione ritorna identica a quella iniziale, con la sola differenza che questa volta Till Lindemann inizia a cantare immediatamente, senza lasciare un giro di vuoto: questa volta il pre-chorous risulta più intenso soprattutto grazie all'interpretazione vocale, seppur semplicemente parlata, che lascia il classico brivido lungo la schiena quando si tramuta in ritornello. Compare, così, lo special preceduto da uno spazio lasciato vuoto dalla voce ma colmato da un synth che dà corpo alla situazione: nello special voce e tastiera rimangono da sole, cambia la sensazione generale, che si fa più rilassata e melodica, si uniscono tutti gli altri strumenti per riproporre quello stacco che ha dato inizio a tutto quanto, e si ritorna così direttamente al ritornello conclusivo e alla finale esplosione - concretizzata, come abbiamo già detto, letteralmente nel video.

Waidmanns Heil

E' la volta di "Waidmanns Heil" (Trad. Ti saluto Uomo del Bosco), introdotta da trombe squillanti che aprono le danze a un riffone bello corposo e cupo che prende subito piede, distruggendo tutto quel che incontra sul suo cammino: ritmiche serrate, chitarre acide, basse frequenze posizionate a puntino. Improvvisamente le chitarre si dissipano lasciando spazio alla voce di Till, sorretta dalla batteria, dal basso e dal suono di un synth: le parole sono pressocché parlate, si avverte un accenno di melodia che sale crescendo sempre più man mano che si avvicina il ritornello. Proprio nel corso del ritornello, rimangono solo voce e batteria, prima dell'ennesima esplosione situazionale che giunge al grido di sterben (trad. morire), al quale fa seguito il refrain del riff iniziale che si protrae, portandoci alle pendici di un breve stacco ritmico di sei corde. Successivamente, torna in scena la strofa, dove questa volte tutti gli strumenti svolgono il proprio ruolo senza farsi da parte, in particolar modo la tastiera, che si ripropone con il suono dei fiati iniziale, variato, però, dal punto di vista melodico: una situazione tesa, di spalle al muro, di frenesia e di corsa. Nella seconda strofa tutto è esasperato, anche la voce che si tinge di una maggiore intensità, doppiata da un coro al pronunciare del titolo del pezzo (Waidmanns Heil), che analizzeremo successivamente. Torna il ritornello con tutti gli elementi già incontrati fino a questo momento, al quale questa volta fa seguito un solo abbastanza folle, che si allunga su di un sottofondo ancor più frenetico, dove le ritmiche somigliano molto a una sparatoria di mitragliatrice. La situazione cambia con lo special, dove rimane la voce, circondata dalla tastiera e dal verso di un cane col fiatone, che gonfia sempre di più la situazione fino a tornare direttamente al ritornello. Questa volta risulta ancor più intenso grazie alla presenza della tastiera, che dà armonia e corpo alla situazione, mentre Till Lindemann ripropone su quelle stesse note il motiv del pre-chorous. Passando all'analisi del testo, la traccia parla di una battuta di caccia, in un mondo dove la distruzione attende la propria preda sia sulla terra che sul mare, decretando il suo ultimo istante di vita. Una scena dopo l'altra, viene descritta la sanguinolenta battuta di caccia, intervallata dalla ripetizione frequente della formula Waidmanns Heil. Si tratta del saluto tradizionale dei cacciatori, utilizzato nei paesi germanofoni, che potremmo tradurre per rendere l'idea con l'italiano "Ti saluto, uomo del bosco". Si può scrivere Waidmanns Heil o Weidmanns Heil, tra le due la differenza è che la prima formula è più arcaica, divenne ufficiale sotto il regime nazista: la riforma ortografica della lingua tedesca ha decretato che la versione ufficiale sia quella con la "e", cioè Weidmanns Heil, anche se, tuttavia, ognuno continua a utilizzare liberamente quella preferita. Si utilizza specialmente quando dei cacciatori si incontrano, per salutarsi e per onorare la battuta di caccia: la risposta che si deve dare è Weidmannsdank.

Haifisch

Passiamo a "Haifisch" (Trad. Lo Squalo), terzo singolo estratto dall'album in questione: la traccia si fa spazio introducendosi con un giro di tastiera molto intrigante, al quale fa seguito la voce di Till lasciata sola con batteria e basso. Nessuna traccia delle sei corde, al posto delle quali si fa notare la tastiera che prosegue con le sue note: occorre aspettare il ritornello, preceduto da una rullata, per poterle sentire, corpose e ideali per abbracciare la melodia della voce che, in pochi istanti, diventa praticamente indimenticabile. Una melodia semplicissima, ma dal forte impatto e soprattutto dall'effetto assicurato, che, una volta conclusa, spazza via di nuovo le sei corde, per riportare la situazione all'ambientazione della strofa: nessuna variazione fino alla ricomparsa del ritornello, se non per la pausa che ne precede l'ingresso e che lascia, per un istante, un silenzio spezzato dalle pelli incendiate. Dopo il ritornello compare un bridge a base di stacchi sia ritmici che strumentali, sui quali trionfano le trombe, che virano verso uno special molto accattivante, dal sentore quasi surf dove l'acqua tropicale di un'isola dimenticata da Dio diventa quasi percettibile sulla pelle: mentre le chitarre si lasciano andare a corde praticamente pulite e la batteria ci propone un ritmo molto entusiasmante, compare la voce quasi in sordina di Till Lindemann, che ci porta, per mano, di nuovo al ritornello, che, per la conclusione, si ripete due volte lasciando un giro finale di tastiera come eco. Il tema di questa traccia è molto articolato e le metafore utilizzate per descriverlo sono degne di nota: si parla di uno squalo che ha lacrime che gli scorrono sul viso, ma vivendo l'animale nell'acqua, nessuno riesce a vederle. Il ritornello, in particolare, è un rovesciamento del testo della ballata intitolata Die Moritat von Mackie Messer (Trad. La Ballata di Mackie Messer), presente in L'opera da tre soldi di Bertold Brecht e Kurt Weill. Per fare un paragone tra le due varianti, ecco quella di Die Moritat von Mackie Messer: "E lo squalo, ha denti, e li porta sul viso, e Macheath ha un coltello, ma il coltello non si vede" (Und der Haifisch, der hat Zähne Und die trägt er im Gesicht Und Macheath, der hat ein Messer Doch das Messer sieht man nicht). La variante propostaci dai Rammstein, invece, diventa: "E lo squalo che ha lacrime che gli scorrono sul viso, ma lo squalo vive in acqua, così le lacrime non si vedono" (Und der Haifisch, der hat Tränen und die laufen vom Gesicht; doch der Haifisch lebt im Wasser so die Tränen sieht man nicht). Parafrasando il testo di questa canzone, ci rendiamo subito conto che si parla di coesione e di fedeltà da parte dei membri stessi della band in questione, paragonata, tuttavia, a uno squalo crudele, me sofferente, nonostante la sua ferocia nessuno sa né se, né quando soffre. Guardando, però, il video che ha accompagnato la traccia al suo lancio, ci rendiamo subito conto di quanto in realtà dica praticamente il contrario del messaggio finale: nella clip Till Lindemann è morto e i componenti dei Rammstein iniziano a litigare tra di loro, perché tutti sospettati di averlo ucciso. Ogni membro ripensa a quando avrebbe potuto ucciderlo e si ripercorrono i video più noti della band teutonica, variati, però, in alcuni punti chiave: in "Du Hast" Christoph Schneider lo picchia e gli dà fuoco, in "Ohne Dich" Richard Kruspe taglia la sua fune durante l'arrampicata, in "Amerika" Oliver Riedel gli stacca il tubo dell'ossigeno mentre è nello spazio, in "Keine Dich" Flake lo fa soffocare con degli spaghetti, infine in "Sonne" Paul Landers lo uccide con una mela avvelenata. Il finale, assolutamente geniale, ci mostra un Till Lindemann abbracciato da belle fanciulle a Oahu, alle Hawaii, intento a inviare una cartolina ai suoi compagni con su scritto "Tanti saluti dal culo del mondo" (Viele Grüße vom Arsch der Welt), con foto annessa dello squalo appena pescato da lui stesso.

B******

La traccia successiva, "B******" (Trad. approssimativa Tutto quello che vuoi) ha una storia piuttosto curiosa già solo a partire dal titolo: la parola che indica è Bückstabü, una parola che non vuol dire nulla, coniata direttamente dalla band stessa. Significa, essenzialmente tutto quel che vuoi che possa significare e, il motivo della censura, inizialmente era addebitato al fatto che in realtà la traccia si chiamasse Bastard. Una trovata mediatica molto interessante, se consideriamo che i titoli delle tracce presenti nell'album sono stati annunciati prima dell'uscita effettiva, per cui tutti si aspettavano che la quinta traccia dei Rammstein si intitolasse Bastard (motivo per cui era stata adottata la censura). Il testo, proprio grazie a questa parola jolly, potrebbe voler significare qualsiasi cosa: inizia con un crepuscolo, in un luogo in cui presto sarà notte e il protagonista sarà finalmente solo. Delle voci gli sussurrano di non farlo, di non prenderlo, ma lo farà comunque, e queste figure così criptiche si ripetono anche nel corso della seconda strofa, fino ad arrivare allo special che potrebbe rappresentare la chiave di volta per comprendere il senso del resto: la prima volta non fa male, parliamo quindi di sesso? Considerando le parole che compongono questo neologismo, potremmo trovare come radici bück? (rompere) e tabü, ovvero rompere il tabù: che sia questa l'interpretazione corretta? Molto probabilmente non c'è un'interpretazione corretta, essendo Bückstabü un'espressione utilizzata per indicare tutto quello che vuoi, è lecito pensare che leggendo questo testo, si possa abbracciare qualsiasi significato. Passando al lato musicale, la traccia viene introdotta da un riff di chitarra perfettamente sintonizzata con lo stile dei primi Rammstein, che propone quello che diverrà il riff iniziale al quale si andranno ad aggiungere batteria, basso e urla in sottofondo molto lontane. La voce, lasciata molto da sola se non per il leggero tocco da parte di tutti gli strumenti compresi dei tasti di synth dolcemente toccati, suona folle, pazza, incendiata da qualcosa di strano: una carica continua che si fa ancor più intensa con il pre-chorous, dove spicca una chitarra impegnata a proporci un breve motivetto. Il ritornello si tiene sul riff incontrato inizialmente, con la differenza che qui, a farci compagnia, troviamo una voce grossa e malata intenta a gridare. Di nuovo la seconda strofa, con tutti gli elementi già incontrati esattamente al loro posto, che non tarda a riportarci di nuovo alla corte del ritornello. Nello special, cambia la melodia che si apre leggermente di più, in una serie di accordi molto orecchiabili, diretti verso un'evoluzione molto cupa e sorretta, in particolar modo, dalle tastiere: uno stacco riporta una specie di folle tranquillità in superficie, il tema è quello della strofa, con qualche tocco in più di tastiera, la differenza è che Till Lindemann decide di iniziare a sussurrare le parole in un crescendo strozzato e assolutamente elettrizzante, diretto verso l'esplosione finale che arriva come una ghigliottina direttamente sull'osso del collo.

Früling in Paris

È la volta della bellissima e intensa "Früling in Paris" (Trad. Primavera a Parigi), una traccia a metà strada tra una ballad dall'intensità emotiva sorprendente, e un concentrato di energie unico nel proprio genere. Introdotta da un bel giro di chitarra pulita, abbracciata da una tastiera in lontananza, la strofa si apre sull'arpeggio portando con sé anche la voce di Till, molto delicata ma intensa nelle emozioni, che, seguendo il cambio degli accordi, conduce al ritornello, dove incontriamo, sorprendentemente un cantato in francese: mancava all'appello tra le lingue esplorate nella discografia dei Rammstein, se consideriamo lo spagnolo di "Te quiero Puta", il russo di "Moskau" o l'inglese di "Amerika" (e di "Pussy" che vedremo di seguito). Per la seconda strofa, si unisce ai musicisti già impegnati nella strofa precedente, la batteria di Doom, molto leggera e comunque, tutto sommato, piuttosto delicata, che smuove un po' la situazione rendendola più varia rispetto alla precedente. Si ha l'impressione di trovarsi in una situazione che si sta caricando via via, conferma che arriva con l'esplosione di emozioni che si ha con il secondo ritornello, dove il cantato si è alzato di un'ottava e una pioggia di brividi assale la schiena interamente: successivamente, un brevissimo solo, che rimane sul leitmotiv portante dell'intera traccia, inizia a spegnersi man mano, per far ritornare la tranquillità della strofa. Questa volta, la tastiera risulta molto più presente, intenta a doppiare l'arpeggio di chitarra: prima del ritornello, due battute di sospensione che rendono l'esplosione successiva ancor più intensa, bella e assolutamente commovente. Till rimane sull'ottava più alta, intento a cantare in francese, mentre in sottofondo tutti gli strumenti rimangono pacati e dolci come nel resto della traccia, eccezion fatta per la batteria che risulta più intensa rispetto a prima, con un crescendo che sfocia in una doppia cassa e che, con la parola Paris, conclude il pezzo. Till Lindemann, oltre a essere un uomo gigante ed evidentemente attratto in una maniera piuttosto strana dal fuoco, è anche un poeta, che ha all'attivo alcund raccolte di poesie firmate per mano sua. Leggere il testo di "Früling in Paris" può dare un'idea di quanto un uomo così apparentemente granitico, sia in realtà colmo di emozioni da vendere, che decide di regalare ai propri fan: sembrerebbe essere, anche in questo caso, una specie di prima volta con una ragazza parigina, con la quale il protagonista si trova ad avere una barriera linguistica notevole, ma certamente non fisica. Si parla di una cosa che non ha mai rimpianto e non rimpiangerà mai, di un'esperienza che gli ha insegnato a vincere l'imbarazzo della gioventù, insegnandogli a conoscere il suo corpo sotto una luce del tutto differente. Si parla di parole dette, ma non pronunciate, sentendosi, probabilmente proprio a causa di ciò, incredibilmente bene: una nota di attenzione va data necessariamente al ritornello, in special modo alla parte in francese. Leggiamo "Oh non rien de rien, oh non je ne regrette rien" (Trad. Oh no, niente di niente, oh no, non rimpiango niente). Ci troviamo di fronte alla citazione della canzone "Non, je ne regrette rien" di Charles Dumont, datata 1956, ma resa particolarmente nota dalla versione di Édith Piaf che la registrò nel 1960. Rappresenta il simbolo della voglia di ricominciare da capo della cantante, caratterizzata per una spiccata tragicità, che fu dedicata alla Legione Straniera: al tempo dell'interpretazione della Piaf, infatti, la Francia stava combattendo la guerra d'Algeria. "Non, je ne regrette rien", che nel 1961 rimase al primo posto nella classifica francese e vi rimase per ben 18 settimane, fu intonata dalla legione che era stata incaricata di seguire il colpo di stato dei generali del 1961.

Wiener Blut

Si prosegue con "Wiener Blut" (Trad. Sangue Viennese), traccia introdotta da un motivetto di archi che danno l'impressione di trovarci in un salottino borghese di inizio Novecento, al quale via via si aggiunge un synth che dà l'impressione di trovarci in presenza di elettricità scoperta, proveniente da un filo o da una luce. La voce di Till, tra un sussurrato e un sospiro, dà un'impressione di inquietudine e di pazzia, mentre gli altri strumenti fanno il loro ingresso proponendoci degli stacchi molto energici e ritmati. Mentre il cantante ci dà il benvenuto nell'Oscurità (Wilkommen in der Dunkelheit), un riffone elettrizzato e martellante si ripete su se stesso, per poi lasciare nuovamente spazio alla situazione iniziale di voce e tastiera, condita con qualche risata di bambino in sottofondo. L'atmosfera si fa sempre più intensa e al limite con la sanità mentale, i Rammstein ci ripropongono la già nota serie di stacchi ritmici ai quali si uniscono gli strumenti, rigettandoci direttamente nel ritornello e in tutta l'oscurità che lo circonda. Dal ritornello si stacca un prolungamento che procura un'altra serie di stacchi, nei quali notiamo l'assenza di tastiera o strumenti a corda, mentre Till grida le sue parole, e dove rimane a fargli compagnia soltanto la batteria. La voce rimane sola per darci il benvenuto nella realtà (Wilkommen in der Wirklichkeit) e si estende così lo special, che non è altro se non una variazione del tema portante del pezzo e del suo ritornello. Cambiano gli accordi, ma non cambiano le dinamiche dell'arrangiamento: troviamo ancora stacchi ritmici, conditi di basso e chitarre, e la presenza costante anche della tastiera che dà ulteriore atmosfera alla situazione. La batteria si trasforma adottando il doppio pedale, che si configura come una specie di tappeto ritmico volto all'enfatizzazione di un qualcosa che sta crescendo e che si sta gonfiando, mentre Till, tra sottovoce e variazioni nella linea vocale, ci accoglie nuovamente nell'oscurità, riproponendoci il ritornello che conclude la traccia troncandosi di netto. Inquietudine è la parola d'ordine per descrivere la sensazione generale regalataci da questo pezzo, al quale veniamo introdotti, del resto, da un bel vieni con me, vieni al mio castello [...] Sì, il paradiso è sotto casa, la porta si chiude, la luce si spegne (Komm mit mir, komm auf mein Schloss [...] Ja, das Paradies liegt unterm Haus, die Tür fällt zu, das Licht geht aus). Il benvenuto nell'oscurità e il successivo Nessuno può disturbarci quaggiù (Keiner kann hier unten stören) è un chiaro segnale di allarme: che sta succedendo? Evidentemente qualcosa di strano, dato che si continua a ribadire il concetto che nessuno potrà scoprire quello che accade nel nido d'amore sotto la casa (Unter dem Haus, ein Liebesnest). Il bellissimo testo di "Wiener Blut" è un rimando a un caso di cronaca nera austriaca, avvenuto nella cittadina di Amstetten: una donna, Elisabeth Fritzl, ha vissuto per ben 24 anni segregata in un bunker sotto la sua casa, costruito dal padre Josef Fritzl il quale ha abusato sessualmente di lei che è ripetutamente rimasta incinta, dando alla luce ben sette figli. La vicenda ha inizio il 24 agosto del 1984, giorno in cui i coniugi Fritzl denunciano la scomparsa della figlia diciottenne Elisabeth, la quale, stando alla loro versione, si sarebbe allontanata volontariamente di casa per seguire una setta religiosa. La giovane aveva avuto un precedente nel 1982 quando, a sedici anni, era scappata effettivamente di casa per sfuggire agli abusi del padre: quando i poliziotti l'avevano trovata, lei li aveva implorati di non rimandarla da quel mostro, ma fu tutto inutile. Nel 1984, però, Elisabeth non è fuggita di casa, ma si trova a essere prigioniera di suo padre, segregata in cantina. Per i primi sei mesi rimane legata a un letto, il padre, oltre a drogarla, la costringe a scrivere una lettera nella quale afferma di essersi allontanata e di essere all'estero, non volendo essere cercata. Dai continui abusi nascono sette figli, Michael, Lisa, Monika, Alexander, Kerstin, Stefan e Felix. Il primo muore dopo tre giorni dalla nascita, tre di loro finiscono per diventare figli adottivi dei coniugi Fritzl, gli altri tre rimangono segregati nel bunker assieme alla madre. Il 19 aprile del 2008, Kerstin viene trasportata nei pressi dell'ospedale dal padre/nonno per un aggravarsi di alcuni sintomi relativi a una patologia non specificata: i medici non sanno quello che ha dovuto vivere la ragazza, per questo motivo chiedono alla madre naturale di presentarsi in ospedale. Fritzl allora decide di liberare la figlia Elisabeth e gli altri due suoi figli che, date le condizioni, fanno allertare i medici e, successivamente, le forze dell'ordine. Finalmente la ragazza ha l'opportunità di raccontare tutto alla polizia e di vedersi finalmente salvata da quell'incubo durato una vita.

Pussy

Approdiamo, così, alla canzone dello scandalo, la canzone che ha riscritto in qualche modo la storia della band, soprattutto per il video di lancio: stiamo parlando di "Pussy" (Trad. Figa), corredata da un esplicito video porno che vede coinvolti i membri - in tutti i sensi - della band. La clip che ha accompagnato la traccia, che ha guadagnato ottimi posizionamenti nelle classifiche di tutto il mondo, è stata rilasciata il 16 settembre 2009, su un sito web per adulti. È stata l'apripista di "LIFAD", con tutta la sua esplicita essenza racchiusa nella traccia, nel suo testo e nelle scene che hanno costituito il suo video, diretto da Konas Åkerlund: stando alle dichiarazioni postume di Richard Kruspe, sembrerebbe che la band, in realtà, si sia avvalsa di controfigure per le scene particolarmente esplicite - quindi, praticamente, la maggioranza. Del resto, con un testo che si apre con troppo grande, troppo piccolo? Le misure contano, dopo tutto, e con un titolo del genere c'era da aspettarselo: in un'intervista rilasciata dal batterista Doom, sembra che la traccia non sia una mera descrizione esplicita della sessualità più volgare, bensì un rimando al turismo sessuale, nel campo del quale i tedeschi vantano le prime posizioni nella classifica degli appassionati di questa pratica. I Rammstein, come ben sottolineato in "Amerika", non cantano canzoni d'amore in inglese, perché non è la mia lingua madre (This is not a love song, I don't speak my mother tongue), quindi il fatto che questo sia un testo metà in tedesco, metà in inglese, peraltro molto semplice a livello grammaticale e sintattico, dà da pensare. Si parla di Mercedes-Benz e autostrade, di wurstel e crauti, con evidenti advances molto esplicite in botta e risposta tra una dolce signorina e un uomo dai bollenti spiriti. L'interpretazione suggerita da Doom potrebbe avere ulteriore avvaloramento a causa della frase Non riesco a scopare in Germania (I can't get laid in Germany). Passando al lato musicale, la traccia viene introdotta da un beat in sordina, al quale fa seguito il riff portante della traccia, che andrà a costituire, come vedremo, il tema portante di strofa e ritornello: partendo dalla strofa, risulta essere molto minimale. Batteria, voce e synth, per un connubio molto coinvolgente e improntato sull'elettronica: ricordiamo che questo è stato un singolo di grandissimo successo per la band, evidentemente nato anche per motivi commerciali, già solo il fatto che il video sia un porno dimostra, da un lato, la genialità e il sapersi muovere in tempo, prima degli altri, dall'alto la pura e semplice mossa corretta per rendere leggendario un pezzo. Tornando alla traccia, dopo la strofa si estende un pre-chorous sempre sulle stesse corde minimali già ascoltate, ma che riesce a caricare la situazione dando atmosfera con la scelta degli accordi particolarmente azzeccati. Il ritornello, che esplode subito dopo, è impossibile da dimenticare: orecchiabile, semplice ma estremamente d'effetto, dove musicalmente si rimane sulle stesse corde, cambia solo la linea melodica e il cantato di Till. Troviamo subito la seconda strofa, esattamente identica alla prima, alla quale si collega nuovamente il pre-chorous e il successivo nuovo ritornello. Da questo si stacca lo special, caratterizzato dalla ripetizione della parola Germany, poggiata su ritmiche molto incisive e tenute in piedi praticamente solo dalla batteria, se non si considerano le plettrate fugaci che compaiono per dare movimento in più. Si ripete, così, il motivetto del ritornello, questa volta però Till è solo con un synth, niente batteria né chitarre, che compaiono solamente alla seconda ripetizione. Una rullata energica, e via di nuovo sul ritornello finale che conclude il pezzo.

Liebe ist für alle da

Giungiamo così alla title track del lavoro, la traccia centrale, se vogliamo, dell'album, spazzata via, però, da tutto lo scalpore della traccia che la precede: tema centrale di "Liebe ist für alle da" (Trad. L'amore è qui per tutti), ovviamente, quel sentimento tanto amato e odiato da tutti. Un amore contrastato, acceso da una visione celestiale per il cuore, ma che subito si tramuta nell'amara considerazione che l'amore è qui per tutti, ma non per chi sta parlando: dovremo e dovrà attendere la fine per renderci conto che sì, l'amore è qui per tutti anche per chi sta parlando. A tratti sembra quasi essere il testo descrittivo di una violenza sessuale, in particolar modo nel penultimo ritornello prima della conclusione, che recita Chiudo gli occhi, siamo soli. La tengo forte e nessuno la vede piangere. Chiude gli occhi, non si difende. L'amore è qui per tutti, anche per me (Ich mach die Augen zu, wir sind allein. Ich halt sie fest und keiner sieht sie weinen. Sie macht die Augen zu sie wehrt sich nicht. Liebe ist für alle da, auch für mich): la giusta interpretazione? La conoscono solo il nostro Till e i suoi fedeli compagni. Passando all'analisi musicale, la traccia viene aperta da una rullata che si ripete fin quando non entrano in scena le chitarre, accompagnate da una buona dose di bassi, ma soprattutto da tastiere che danno l'atmosfera e l'impronta generica del mood. La strofa, molto lineare e semplice, si compone di voce in parlato, chitarre elettrizzanti ed elettriche, synth onnipresente e batteria tirata al massimo: si potrebbe pensare che il ritornello della traccia sia quello che in realtà è il pre-chorous, ovvero lo stacco in cui viene ripetuto più e più volte Liebe ist für alle da, che in realtà serve a enfatizzare lo stacco effettivo che si ha con l'ingresso in scena di ritmiche e melodie assolutamente godibili. Lo scenario che si viene a presentare è molto aperto, dinamico e orecchiabile: pochi accordi, un giro semplice, una voce lineare e uno stacco alla fine dell'ultimo giro che tende a enfatizzare il ritorno in scena della strofa, nuovamente introdotta da un'energica rullata. Nella seconda strofa, la voce suona più psicopatica, ma sempre in parlato, mentre nel pre-chorous quell'auch fur mich (Anche per me) sembra un grido a metà tra il liberatorio e l'arrabbiato. Alla fine del ritornello si estende uno special che accoglie anche il solo, uno dei pochi, a dire il vero, di questo lavoro: inizialmente praticamente noise, riprende poi il tema portante della traccia lasciandosi andare a una melodicità molto piacevole. Si riattacca improvvisamente il ritornello, condito di voce, che ripetendosi due volte porta verso la conclusione del brano, affidata, però, al pre-chorous e all'ennesima ripetizione di Liebe ist für alle da, auch fur mich.

Mehr

La penultima traccia di "LIFAD" si intitola "Mehr" (Trad. Di più) ed è aperta da un giro molto elettronico, a base di synth dal quale si distacca un motivo che va a costituire il terreno fertile per l'evolversi della strofa, inizialmente molto aperta, con una sorta di sentimento di "speranza" insito dentro di sé. Al comparire della parola che costituisce il leitmotiv della traccia, nonché il titolo, la situazione diventa molto più cupa e cattiva, il riff di chitarra sottostante è ferroso e molto acido, mentre le ritmiche garantite dalle pelli picchiano senza farsi troppo scrupoli. Di nuovo si torna nella situazione iniziale, con la seconda strofa, dove questa volta, però, si trova anche la ritmica sottolineata dal caro Doom. La traccia si evolve verso uno stacco che apre al ritornello, mentre la voce di Till si fa più pazzoide e incisiva, trovando poi la propria valvola di sfogo in quel Mehr gridato a tutto fiato: prima dello special, si può ascoltare un solo in lontananza, che, spegnendosi, apre a una situazione del tutto inaspettata. Pacifica, dolce, melodica, trionfale e colma di buone speranze, con la voce di Till che segue l'andamento degli accordi, si evolve accogliendo anche la batteria, dando quasi l'impressione di un finale così luminoso ed emozionale. Ma sarebbe uno sbaglio pensare di concluderla qui, perché il ritornello è alle porte, pronto a pugnalare, mentre Till Lindemann raccoglie tutte le forze per sporcarsi la voce e gonfiare debitamente il petto in modo da poter sfruttare tutta la sua potenza. Si parla di un'ingordigia che porta il protagonista a volere tutto per sé, un misto di egoismo e volontà di dedicarsi a un binge epico a base di possedimenti che non sono mai sufficienti per chi vuole tutto, senza voler regalare niente. Nonostante il protagonista sia molto ricco, non gli basta, lui vuole prendere tutto anche se non gli interessa o se, addirittura, è cattivo, perché, del resto, è meglio quando si ha di più (Was ist besser, wenn man mehr hat). Un gioco di "potere" a base di possedimenti? Probabilmente. Alla fine dei conti, nello special, si rende conto che Tutti gli altri hanno così poco (All die anderen haben so wenig) ma nonostante questo dammi anche quello, loro non ne hanno bisogno (Gib mir auch das noch, sie brauchen es eh nicht).

Roter Sand

Facendo un rapido salto indietro al predecessore di "LIFAD", ovvero "Rosenrot" (2005), notiamo una somiglianza nella scelta della tracklist, in particolare per quanto riguarda l'ultima traccia: se in "Rosenrot" era "Ein Lied" a fare da chiusura, in "LIFAD" ci troviamo di fronte alla bellissima "Roter Sand" (Trad. Sabbia Rossa). Emozionale, ricca di pathos e commovente, si apre con un dolce fischio al quale si va ad aggiungere un bel giro di chitarra pulita che costituisce, assieme alla voce, la strofa. Enigmatica, per certi versi, ma molto dolce, ci presenta un Till Lindemann passionale ed energico, nonostante la delicatezza evidenziata dal timbro pulito e in balia delle emozioni. Dopo un breve cambio di accordo che enfatizza l'imminente arrivo del ritornello, ci troviamo immersi in un mare calmo e ordinato, bello e purissimo: il tocco orchestrale dà sicuramente una mano a rendere tutto quanto così pulito e godibile, mentre la mancanza della batteria in sottofondo conferisce a questa ballata i tratti peculiari. Torna il fischio iniziale, posiionato questa volta sul giro di accordi del ritornello, pronto a trasformarsi di nuovo nella pacatezza della strofa, questa volta ingrossata dalla presenza di una tastiera di sottofondo che riprende gli accordi portanti rendendo il tutto, a tratti, un po' più inquietante, sicuramente molto più drammatico. Via di nuovo verso il crescendo diretto verso il ritornello, questa volta ancor più intenso e reso tale dalla presenza dei fiati che enfatizzano ulteriormente la bellezza di questa traccia che si lascia ascoltare portando con sé un senso improvviso di meraviglia, irradiando il corpo di brividi incontrollabili. Di nuovo il fischio iniziale, doppiato dalla presenza di un coro femminile angelico, che conduce allo special, caratterizzato per un cambio di accordi che non fanno altro che aumentare ancor più la bellezza e la purezza della traccia, finché non torna, finalmente, in scena l'ultima coppia di ritornelli ripetuti, questa volta capaci di contare anche sulla presenza del chorous finalizzato a riempire musicalmente una situazione così semplice, ma estremamente ricca. Una traccia che dà esattamente quel senso di chiusura che ci aspetteremmo di trovare nell'ultima traccia di un disco, capace di imprimere irrimediabilmente un senso di fine che completa, così, il circolo emotivo attraversato durante il corso dell'ascolto. Si parla di un amore e di una promessa, di un innamorato che promette alla propria bella di ritornare, ma che non può mantenere la promessa perché la sua pallottola è dentro di me (Seine Kugel steckt in mir). Sembrerebbe essere la descrizione di un duello a colpi di pistola tra due spasimanti, una specie di delitto d'onore procurato dall'accusa del contendente - e presumibilmente del legittimo fidanzato - di averle rubato la fidanzata. La pallottola si scaglia contro il petto del rivale, mentre la sabbia diventa rossa probabilmente a causa del sangue che, ormai, esce dalla bocca dell'uomo esanime, caduto a terra senza un senso di compostezza: una fine lieta, però, c'è. Il protagonista, sul punto di morire, si accorge di avere una finalità, di avere una specie di scopo, quando vede le colombe bianche ristorarsi grazie al suo sangue. Brividi che non lasciano la presa neppure durante la lettura del testo, perché l'eco di quelle armonie così commoventi continueranno a risuonare nella testa e a scuotere la spina dorsale con brividi a profusione.

Conclusioni

"LIFAD" è il ritorno in scena dei Rammstein dopo quattro anni di assenza dalla scena discografica internazionale: il suo predecessore, "Rosenrot", è stato amato e disprezzato in egual misura, probabilmente allo stesso modo del lavoro che abbiamo esaminato nel corso della recensione. Il problema - si fa per dire - dei Rammstein è di essere una band che, dall'anno della fondazione (1993) e del debutto, avvenuto nel 1995 con "Herzleid", è sempre stata un passo in avanti rispetto alla tendenza. Proprio per questo motivo ha collezionato così tanti haters: un gruppo industrial metal, che inizialmente si meritava l'appellativo, ma che nel corso degli anni ha osato cambiare l'abito scegliendo la strada della sperimentazione e perché no, anche della commercializzazione. Ascoltando la discografia della band tedesca, soffermandoci in particolare sull'ultimo lavoro in ordine cronologico, oggetto di questa recensione, emerge un tratto distintivo che probabilmente da sempre garantisce il loro successo: l'originalità, talvolta bizzarra, talvolta grottesca, solitamente vincente. Chi vi parla non riesce a nominare un solo brano, in tutta la loro carriera, che non sia efficace a suo modo: "Liebe ist für alle da" contiene "Mehr", una traccia che funziona, ma che lo fa in maniera inferiore rispetto alle altri presenti in tracklist. Eppure è efficace, ha una personalità tutta sua, ha solo il brutto fardello da sopportare, di trovarsi tra la title track e un pezzo maestoso come "Roter Sand". Al di là di tutto ciò, troviamo non un semplice album, ma un viaggio attraverso l'umanità e le sue sfumature, che ricoprono la sfera emotiva, quella sessuale, quella prettamente egoistica. Oserei dire l'ennesimo viaggio con i Rammstein come guida turistica. E troviamo un Till Lindemann come sempre poeta, che nonostante la stazza poco rassicurante e l'evidente problema sviluppato con il fuoco, sa parlare con il cuore, certo a modo suo, ma lo sa fare, trasmettendo sensazioni uniche e irrimediabilmente coinvolgenti. Non parlerà dell'amore per Beatrice, per Silvia o per Laura, anzi, tutto il contrario: i temi ricorrenti non solo nei suoi testi, ma anche nelle sue raccolte di poesie - "Messer" (2002) e "In stillen Nächten" (2013) - sono quelli del lato più oscuro dell'umanità. In "LIFAD" si trovano critiche nei confronti dell'egoismo e dell'ingordigia di averi, nei confronti di una Nazione sinonimo di civiltà assoluta che non si fa problemi a essere tra le prime in classifica per il turismo sessuale, si parla di abusi sessuali e incestuosi, ma soprattutto disumani. Si attraversano le parafilie di un mondo afflitto da patologie evidenti, che i Rammstein cercano di esorcizzare dedicandogli melodie corpulente e pestone o performances assolutamente spettacolari che deliziano l'occhio e la mente in fase live. Si adottano escamotage assolutamente geniali, come quello di scegliere una lingua differente dalla propria per criticare un comportamento considerabile deplorevole o per sottolineare l'avventura vissuta, probabilmente, con una prostituta parigina. I Rammstein con questo album hanno nuovamente dimostrato di saperne una più del Diavolo, di essere attivi e desiderosi di distruggere anche l'ultima briciola di presunta moralità bigotta che tutti anelano in apparenza, ma che poi si trovano a dilaniare nello scantinato della propria casa, tappando la bocca al prossimo per non trovarsi a essere spettatori del male volutamente procurato, in un raptus di egocentrismo alla massima potenza, e altrettanto volutamente occultato agli occhi del prossimo. Cosa ci aspetterà nel futuro? Beh, il mondo è pieno di stranezze, di crimini, di tabù, ma soprattutto di dolore, basta una scintilla (e nel caso dei Rammstein non si tratta solo di una metafora) per mandarlo di nuovo in fiamme.

1) Rammlied
2) Ich Tu dir Weh
3) Waidmanns Heil
4) Haifisch
5) B******
6) Früling in Paris
7) Wiener Blut
8) Pussy
9) Liebe ist für alle da
10) Mehr
11) Roter Sand