RAGING DEATH

Raging Death

2015 - Punishment 18 Records

A CURA DI
MICHELE MET ALLUIGI
09/06/2015
TEMPO DI LETTURA:
7,5

Recensione

Se c'è una cosa che rende il metal la musica per eccellenza è proprio il suo essere senza confini in tutti i sensi. Prima di tutto sul piano geografico, dove non esistono assolutamente vincoli territoriali, tutti possono fare tutto, spaccare ossa in questo caso specifico, e non importa se la propria bandiera sia quella statunitense, inglese, italiana, filippina, brasiliana, cilena e via discorrendo. Tutti i metal heads si sentono uniti sotto un unico vessillo, quello di fare buona musica, esprimendo se stessi e facendo divertire i propri fans. Secondariamente non esistono limiti nemmeno in fatto di commistioni di generi e spunti compositivi; se da un lato abbiamo la proverbiale attitudine old school che ha gettato le basi per tutto ciò che passa nei nostri lettori oggigiorno, dall'altro troviamo sempre coraggiosi esploratori della foresta compositiva che non mancano di tenere vivo il metal portandolo avanti ed innovandolo con le contaminazioni più disparate che, volente o nolente, mantengono sempre caldo il sangue di un organismo musicale tra i più longevi di sempre. Questa dicotomia, che dicotomia è solo in parte, dato che le due parti non sono assolutamente in conflitto, si riscontra senz'altro in modo particolare nel thrash metal, una frangia che da sola potrebbe riempire interi volumi di storia della musica, data la sua varietà e le sue sfaccettature interne. Pensiamo solo alla prima distinzione che si è soliti fare in questo settore: il filone americano ed il filone teutonico. Due continenti separati non solo da un oceano ma anche da una visione differente di uno stesso genere musicale; non vi risulterà difficile infatti constatare le differenze, vi basti pensare alle diversità che possono esserci fra i Metallica e i Megadeth da un lato ed i Destruction e i Kreator dall'altro. Sicuramente più “melodici” e groove oriented i primi, più diretti ed estremi i secondi, giusto per dare una visione generale. Questa prima distinzione ha poi portato nel corso degli anni ad una vera e propria ondata di band ispirate all'uno o all'altro filone, se non entrambi in moltissimi casi. Quel che è certo, è che in ambito thrash questi grandi gruppi storici non sono solo dei modelli ma sono dei veri e propri idoli, non solo sul piano esclusivamente musicale ma anche per quanto riguarda la concezione del sound e della violenza in toto. Andiamo a ritroso, per convenzione si tende a riconoscere “Black Sabbath” come primo disco heavy metal in assoluto, non solo per la musica in esso contenuta, a dir poco leggendaria, ma anche per l'immaginario iconografico stesso di quel disco, che hanno contribuito a creare il concetto di tutto ciò che seguiamo oggi: tutti ricordiamo bene quella copertina, una donna solitaria, avvolta in un mantello nero che si aggira per una foresta dal tipico paesaggio autunnale, con una casa abbandonata sullo sfondo. Un'immagine tanto semplice quanto evocativa allo stesso tempo, solitudine, desolazione ed oscurità sono le prime sensazioni che essa suscitò all'epoca e suscita tutt'ora, creando quel senso di morte costantemente presente che ha reso il metal il genere “del male” in assoluto. Prendiamo ora in esame il nuovo lavoro omonimo dei polacchi Raging Death, esso trasuda attitudine vecchia scuola già dal solo artwork della copertina: Una notte fredda e gelida, perfettamente resa grazie ad una stesura del colore intensa e vibrante che ricorda la “Notte Stellata” di Van Gogh, il vento soffia incessante e sinistro, facendo scrocchiare le fronde degli alberi secchi di un cimitero oscuro e dimenticato, dove l'erba accoglie sontuosa delle lapidi ormai dimenticate, una tipica rappresentazione di stampo romantico, che riporta alla mente il dipinto “Abbazia nel Querceto” di Friedrich. In primo piano vediamo la morte, l'oscura mietitrice che sta chiamando a se una donna, completamente nuda, aggrapparsi alla sua tunica ormai votata al suo destino; la clessidra in mano al mietitore ricorda che il tempo passa inesorabilmente per tutti e che quel momento arriverà anche per noi. Sullo sfondo, in lontananza, si erge una rocca in rovina, illuminata da una luna piena dal colore denso e penetrante e stagliata in un oceano di pipistrelli. Una rappresentazione “classica” dell'immaginario heavy metal quindi, un soggetto però che, per tanto che esso venga rappresentato, a noi metallari non risulterà mai monotono. Lo stesso logo del gruppo incarna da solo la quintessenza dell'immaginario del metallo tradizionale, la scritta è infatti composte da lame lucenti ed affilate come rasoi, secondo uno schema che, nel caso ne si realizzasse uno stampo solido, potrebbe essere utilizzato come arma da taglio (il logo dei grandissimi Judas Priest vi risulterà illuminante in tal senso).



L'album si apre con “Space Invaders”, pur uscendo dal mondo, in tutti i sensi, ci si tuffa comunque in un buio eterno come quello dello spazio, che presto verrà scosso dalla furia sonora dei Raging Death. Un'introduzione di sintetizzatore crea l'atmosfera “spaziale” che accompagna una voce robotica, viene da immaginarci un'astronave intenta a solcare la Via Lattea, quando ecco improvvisamente irrompere il pezzo, come un asteroide che colpisce lo scafo mandando in tilt il sistema di navigazione dopo la collisione. La band entra con un accordo pieno e tenuto ed una serie di colpi di piatto per poi lanciare il main riff, una risatina malefica in falsetto si scaglia su un brano già avviato su delle chitarre taglientissime ed una batteria in quattro quarti linearissima. Sono infatti le sei corde a sostenere il tutto con la loro cascata di note mitragliateci addosso attraverso le pennate in shredding. Pensate tranquillamente ai grandi gruppi dell'old school thrash metal: gli Anthrax dei primi lavori, gli Stormtroopers of Death, i Sodom o i Razor. La struttura complessiva del brano è marcatamente standard, ravvivata da una sequenza di falsi finali nella seconda parte che regalano ben tre riprese della canzone prima di arrivare all'effettiva conclusione. La voce di Axemaniac è una voce alta e falsettata, sporcata con un accento di screaming che però non manca di concedersi qualche picco vocalico ogni tanto, non certo una delle scelte migliori per il genere, ma fortunatamente il vocalist e chitarrista polacco riesce a modulare il proprio stile senza risultare la classica voce stretta alle gonadi con delle pinze. Il testo riprende, col fare ironico tipico del thrash, il tema delle invasioni aliene, sullo stile di quanto fecero i Misfits con la celebre “Astro Zombies”; siamo in una notte tranquilla, l'umanità è intenta a trascorrerla al calduccio sotto le coperte quando un bagliore brilla nel cielo; una stella cadente pensano gli scettici, invece sono le navi degli invasori spaziali che sbarcano sul nostro pianeta. Gli stolti esseri umani restano divertiti ed increduli di fronte al fare un po' goffo di queste creature, che dal canto loro non si risparmiano invece di iniziare a sparare colpi di laser alla testa senza pietà, quelli che sembravano dei buffi animaletti senza tante parole spazzeranno via un'umanità sempre più stolta. Se avete presente il celebre film “Mars Attack” ve ne farete subito un'idea, il tema delle invasioni aliene non viene trattato in maniera scientifica, come fanno invece gli Hypocrisy, ma viene raccontato con molto senso dello humor; gli extraterrestri sono infatti descritti come l'antialieno per eccellenza: sono piccoli, impacciati ed anche un po' paradossali, ed è proprio questo loro aspetto grottesco a trarre in inganno la stolta umanità, ormai arcinota per il suo egoismo e la sua superficialità nel giudicare ciò che non conosce. L'attacco della successiva “Raging Death” si presenta subito più deciso e più convincente, d'altra parte la canzone autocelebrativa nei dischi thrash metal ci sta sempre bene, beninteso, in qusto genere musicale questo tipo di brani non è fine a se stesso (alla Kings of Metal” dei Manowar per intenderci) ma possiede sempre una vena di autoironia e voglia di ridere di se stessi che le rende divertenti e godibilissime. La partenza in questo caso ricorda molto più gli Slayer, quelli ferocissimi di “Show No Mercy” ed “Hell Awaits”; le chitarre sono sempre affilate come le lame di una motosega che martoria le membrane dei nostri timpani, mentre la batteria ed il basso sullo sfondo creano un unico macigno ritmico che rende la traccia un vero e proprio carro armato incalzante. Ad affiancare la voce principale di Axemaniac questa volta troviamo i cori secchi e di facile presa eseguiti da Renegade e Razor, rispettivamente bassista e chitarrista solista della band, che fanno di questo testo una dichiarazione di guerra a tutti gli oppositori del metal, accompagnata, come di consueto, da un sound complessivo lineare ma di sicuro impatto. La morte è furiosa e dalle soglie dell'Inferno balza sulla terra a svolgere il suo sporco lavoro, la raccolta di anime avviene secondo un ordine cosmico ben prestabilito, di cui questi quattro musicisti polacchi si fanno segretari leggendone la lista a colpi di sferzate chitarristiche al vetriolo. Il mietitore balza dall'Ade nel mondo dei vivi attraverso una lingua di fuoco ed immediatamente inizia la ricerca delle sue anime, nessuno vi può sfuggire, la morte ci conosce bene, altrettanto bene conosce le nostre colpe ed arriverà a decapitarci con un fendente della sua falce per poi raccogliere la nostra anima dannata dal mozzicone sul collo, spremendo il nostro corpo ormai esanime. Una scia di anime si accalca quindi alle soglie dell'oltretomba tra la benedizione della morte e fiumi di sangue narrati da quel linguaggio malefico che tutti noi metal head comprendiamo bene e che corona la nostra vita dopo un esistenza votata al peccato. Un arpeggio di chitarra pulito e malinconico apre “Back To The Past”, una momentanea rottura del ritmo serratissimo creato fino a qui con i brani precedenti; il crescendo si sviluppa epico e sontuoso attraverso un tempo ostinato, che ci accompagna verso la partenza vera e propria: il quattro quarti viene provvisoriamente sostituito da un mid tempo di batteria su cui si lancia un riff serrato di chitarra che si aprirà poi nel bridge, eseguendo una serie di accordi aperti sostenuti da un tempo raddoppiato delle pelli. Ad arricchire lo sviluppo è un precisissimo passaggio in tapping di chitarra, che conferisce al tutto un tocco di speed metal prima di ributtarci nella mischia del thrash. Dietro ai fusti, Butcher alterna sapientemente tempo dimezzato e quattro quarti, una soluzione che per quanto semplice aiuta sicuramente a far sì che la canzone ci resti nella testa; la voce di Axemaniac purtroppo qui esagera con il falsetto, le tonalità sfiorate sono decisamente alte e l'esecuzione è ineccepibile, ma visto il tipo di pezzo su cui è applicato la resa complessiva ci fa più immaginare ad uno sviluppo power metal un po' stridente, siamo ben lontani dal Joey Belladonna degli anni d'oro e la voce acuta nel thrash bisogna saperla dosare proprio per evitare dissonanze simili. Salvo questa nota negativa comunque il brano si presenta come la classica track da baldoria in puro stile eighties. Anche il testo si conferma essere un vero e proprio ritorno al passato: il vocalist infatti ci racconta della noia provata nello svegliarsi all'alba di un nuovo noiosissimo giorno, dove intorno a noi veri amanti del metal non fanno altro che girare milioni di poser, un ecosistema decisamente ostile a chi come noi ascolta, mangia e respira musica heavy tutto il dannato giorno. È necessario dunque costruire una macchina del tempo che ci riporti indietro di trent'anni, all'età dell'oro del metal, dove si macinavano i pomeriggi ad ascoltare e scambiarsi demo tape di quelli che col senno di noi sarebbero diventati gruppi leggendari. Basta entrare in questo marchingegno, schiacciare la giusta combinazione di bottoni ed ecco che in un lampo torniamo a passeggiare per le strade di una realtà passata: attorno a noi i giubbotti di pelle, gli stivali e le catene abbondano ed i vari Snaggletoth, Eddie e Rattlehead (mascotte rispettivamente di Motorhead, Iron Maiden e Megadeth) sono icone talmente diffuse da poter essere scambiati per loghi di una qualsiasi catena di abbigliamento. La città è invasa da un esercito che devasta i vari poserini e fighette irrorando l'asfalto con il loro sangue, un'utopia metallica ormai impossibile da realizzare oggigiorno ma fortunatamente ancora sognabile attraverso il culto della tradizione. A spingere sull'acceleratore per buttarci sui binari decisamente speed ci pensa la seguente “Warrior Of Revenge”, posta su un disegno ritmico che non conosce pausa di sorta, una colata di acciaio fuso sui nostri timpani che non perde il tiro nemmeno per un secondo; si potrebbe benissimo supporre che al batterista Butcher sia stata offerta una cassa di birra in cambio di una parte di batteria sparata secondo il motto “più spingi più bevi” ed il drummer non si è certo tirato indietro di fronte a questa sfida. Le chitarre ed il basso seguono la mitragliatrice ritmica, sciorinandoci una cascata di note serratissime che vanno così a creare un muro sonoro in pieno stile hardcore thrash; la precisione non è sempre all'ordine del giorno in questa canzone, tanto che alcuni passaggi suonano più come un pastone di frequenze che non come un “caos desiderato”, ma in fin dei conti stiamo parlando di un disco thrash metal old school, quindi al bando tutti i vari sofismi, questo pezzo, come gli altri del resto, deve solo distruggere il tutto e quindi, riassumendo in un concetto le nozioni di Machiavelli espresse nel Principe, il fine giustifica i mezzi. Le liriche narrano la storia di un guerriero a cui è stato portato via tutto: un'orda di nemici ha infatti invaso la terra dove viveva ed hanno incendiato la sua casa, saccheggiato i suoi possedimenti e sterminato tutta la sua famiglia; rimasto ormai solo sulle rovine di quella che una volta era la sua vita, la vendetta è l'unico ideale che egli deve perseguire; le macerie puzzano ancora del sangue dei suoi cari e sarà proprio questo odore a portarli sulle tracce dei carnefici; vendicare l'affronto subito o morendo nel farlo, questa è ormai l'unica strada da seguire. Le sue ginocchia sprofondano ancora nel fango, la pioggia cade serrata ma non laverà mai il tributo versato, non c'è altro da fare, si impugna la spada, si sella il cavallo e si va all'inseguimento, sono dei barbari e saranno stati talmente stupidi da lasciarsi dietro una scia di altrettanti orrori e devastazioni, una pista che guiderà il nostro guerriero fino a loro. Affrontarli a viso aperto è una sfida troppo ardua, meglio aspettare che si accampino per la notte e coglierli di sorpresa. Ecco scendere le tenebre, l'oscurità avvolge il mondo e l'anima del protagonista, non più luce o speranza dentro di lui solo odio e sete di sangue; anche l'ultimo fuoco si spegne, ecco il momento per lanciarsi all'attacco, ormai la logica e messa da parte, la lama ormai si muove da sola e ferisce, dilania, amputa e decapita ormai in preda all'eccitazione di poter finalmente pareggiare dei conti. Pochi istanti ed è tutto finito, solo frattaglie sul pavimento, un'attesa infinita per pochi secondi selvaggi impregnati di malvagità; ora non sembra più esserci un futuro ma i suoi cari potranno finalmente trovare l'eterno riposo, giustizia è stata fatta. Su “Evil Command” balza fin da subito alle orecchie l'influenza del thrash tedesco, del resto, essendo polacchi i Raging Death, è più che normale che si odano gli echi delle sonorità martorianti dei vicini di casa. Protagoniste assolute in questo caso sono le chitarre di Axemaniac e Razor, che oltre a bombardarci con un riffing serratissimo ed affilato, si sfidano in un a gara di assoli per la quale la struttura generale della canzone funziona da impalcatura. La batteria prosegue sul classico tupa tupa, in modo da lasciare completo spazio alle sei corde a loro volta accompagnate dal basso di Renegade, che qui ha modo di mostrare tutta la sua maestria in fatto di finger technique; non è per niente semplice reggere ritmiche così sostenute suonando con le dita, ma il bassista dei Raging Death è assolutamente in grado di fare a meno del plettro per suonare parti che viaggiano a botte di 190 – 200 bpm, a differenza di altri suoi colleghi nel genere; il suo è uno stile molto tecnico e volutamente grezzo, quello cioè di un musicista che con il suo talento riesce a ricreare un sound old school perché facente parte del suo enorme bagaglio; se dovessimo pensare a due bassisti di riferimento verrebbe naturale pensare ad Alex Webster e Steve Di Giorgio. Il pezzo, nel complesso, si può dividere in due parti: la prima, quella dove viene scagliato il testo, e la seconda, dove i due chitarristi si alternano nel bombardarci di note con i loro assoli, regalandoci un pezzo molto lineare ma comunque da headbanging sicuro. È nuovamente l'oscuro mietitore ad essere protagonista del testo, la morte continua la sua raccolta di anime sulla terra seguendo il comando malvagio di un disegno superiore ed inconcepibile all'intelletto umano che regola il mondo da millenni; non ci sono luoghi in cui rifugiarsi, non ci sono preghiere che si possano implorare, c'è solo l'impotenza del vile essere umano di fronte a qualcosa di più grande e potente di lui. L'intero pianeta è destinato così alla rovina, in un immenso ed inesorabile ciclo di autodistruzione che condurrà l'uomo verso il baratro della follia; il cannibalismo e la perversione si diffonderanno e creeranno una realtà dove sopravvive il più forte e persino i bambini inizieranno ad uccidere, tutta l'esistenza si baserà su questi cardini fondamentali, quelli appunto del comando malvagio (in inglese appunto “evil command”). Alla batteria di Butcher spetta il compito di aprire “Race Of Races”, un passaggio strutturato su una sequenza di flem sui fusti ed accenti sul rullante precede un break di sola chitarra, un espediente compositivo che per quanto blasonato nel thrash metal non manca di esaltare tutti i fan creando in loro quella momentanea suspence prima dell'esplosione della traccia; l'ascia di Axemaniac parte furiosa fin dal suo ingresso prima che le pelli diano il via allo sviluppo con un quattro quarti serratissimo. Lo scheletro della canzone si forma di nuovo sull'alternanza fra parti lineari e mid tempo, la ritmica viene arricchita dimezzando il tempo per far sì che le chitarre eseguano dei power chord aperti ed imponenti. Come su “Evil Command”, il testo viene per la maggior parte concentrato nella prima parte del pezzo, lasciando così nella seconda un ampia suite strumentale dove si susseguono gli assoli di chitarra, in particolare l'ottima parte in tapping eseguita da Razor, e i passaggi di batteria che spezzano momentaneamente quella che sarebbe potuta sembrare una linearità noiosa e fine a se stessa. Stiamo parlando di vecchia scuola, quindi è inutile a priori immaginarsi delle partiture elaborate simil progressive, lo scopo di questi pezzi è martellare, ed i Raging Death lo sanno bene, ecco perché fin da subito puntano tutto sull'impatto delle loro composizioni. Nuovamente le liriche vanno a profetizzare quello che ahimè sembra essere un futuro per l'umanità sempre più certo: gli eserciti sono armati di tutto punto con armi sempre più potenti ed efficaci, non solo per la distruzione di massa, ma anche con armi chimiche come l'antrace ed i virus di aids e sars da diffondere per decimare le popolazioni; scoppia il conflitto su vasta scala, una guerra così imponente che definirla mondiale sarebbe comunque riduttivo, tanto che le vittime non si riescono nemmeno a contare data l'enorme quantità e la frequenza con cui le vite vengono spezzate, l'unica certezza è che la morte regna sovrana. Ovviamente questi eserciti sono comandati dalle teste dei loro monarchi al potere, noi combattiamo e moriamo fra il sangue e le rovine delle città un tempo gloriose, loro ridono e gozzovigliano nelle loro regge, brindando ad ostiche e champagne il loro successo nel business più fruttifero di tutti: la vita e la morte degli esseri umani. Sorge dunque spontanea una riflessione filosofica: sappiamo tutti che in passato si è svolto uno dei conflitti più cruenti della storia per l'utopica affermazione di una razza superiore alle altre, ma, ammettendo ipoteticamente che questo concetto possa esistere, qual'è la razza dominante? I Raging Death prevaricano il quesito in maniera molto cinica, non esiste la razza delle razze (la “race of races” appunto), poiché l'essere umano si sta inesorabilmente autodistruggendo nella sua totalità è l'unica razza a rimanere sarà quella distrutta. La successiva “Cry For Time” costituisce un breve e suggestivo medley strumentale: appena un minuto e pochi secondi di durata caratterizzati da un insieme di elementi costitutivi che tuttavia si rivelano assolutamente suggestivi e vincenti. Il brano si apre con un accordo pieno di tastiere dalla tonalità grave e quasi esoterica, l'effetto utilizzato è quello dei cori vocali proprio per ricreare l'effetto di una coralità ecclesiastica e sontuosa; ad esso si affianca inoltre un effetto di sintetizzatore modulato su frequenze volutamente stridenti, in modo da aggiungere un tocco sinistro e malvagio prima dell'ingresso della chitarra, vera protagonista della traccia. La sei corde entra in scena eseguendo un arpeggio in pulito ciclico e fluido, che nell'insieme crea così quell'atmosfera desolata e decadente che ci porta immediatamente agli occhi uno scenario post apocalittico, una città distrutta da una guerra nucleare che, ormai ridotta i macerie, non può far altro che piangere se stessa sulle proprie rovine, spargendo le sue lacrime non nel vento ma nella cenere sollevata dallo scoppio degli ordigni che ancora appesta ed oscura il cielo. Questa breve parentesi strumentale va quindi a collocarsi metaforicamente come epilogo del brano precedente: dopo il sanguinoso conflitto non resta più nulla se non le rovine di quelle che una volta era una civiltà. Il disco si conclude con “Challenged By The Unknown”, aperta molto direttamente con un quattro sul charleston; Dopo la pausa riflessiva incentrata a meditare sulla nullità dell'uomo, in maniera molto cinica questi musicisti passano oltre, quasi a voler ribadire l'inutilità di certi sofismi oltre i quali è meglio passare per concentrarsi sulla propria musica. Personalmente avrei posto la traccia strumentale in chiusura del lavoro per ottenere una conclusione più studiata e volutamente “antitetica” con il sound del gruppo. La struttura di questo brano conclusivo infatti ritorna sulle coordinate dell'old school, il riffing di chitarra è nuovamente farcito da una quantità assai abbondante di shredding e dirt picking, che rendono lo sviluppo grezzo, potente e veloce al tempo stesso; meglio calibrati in questa sede sono la batteria ed il basso, che, seppur nella linearità della struttura compositiva, si muovono con molta più precisione, regalandoci così delle parti più definite e meno pastose. La voce di Axemaniac continua sulla linea del falsetto sporco, lasciando però maggiore spazio alle tonalità medie della voce conferendo quindi un tono più cattivo alle liriche. Dopo l'apertura eseguita con dei power chord tenuti, ecco partire un terzinato cavalcato di chitarra seguito fedelmente dalla batteria in quattro quarti, a spezzare la monotonia troviamo dei passaggi di batteria che rilanciano così le riprese successive prima del bridge in mid tempo, siamo quindi di fronte ad una canzone vecchio stile in tutto e per tutto. Il testo verte sul concetto del pandemonio conseguente alla guerra di cui si è parlato nella sesta canzone dell'album, vista però con l'ottica dei civili, che sono “sfidati”, o meglio vessati, dall'ignoto, poiché ogni giorno rischiano di essere uccisi da una molteplicità di cause: un bombardamento, un esecuzione sommaria, la fame, gli stenti in generale, le torture e così via. Immaginate di svegliarvi un bel giorno e ritrovarvi immersi nel più cruento dei conflitti bellici: non fate in tempo ad alzarvi dal letto che scorgete dalla vostra finestra una pioggia di fuoco causata dai proiettili rimbalzanti delle armi impazzite. Immediatamente i palazzi crollano come castelli di carte sotto le bombe lanciate dagli aerei e le grida della gente diventano un'unica colonna sonora di quella che potreste solo definire una fuga tentata. Ovunque vi voltiate vedete solo caos e devastazione e nel fuggire magari vi capita di inciampare su quella che una volta era la testa del vostro vicino di casa, ormai mozzata dal vuoto d'aria di una granata. Un quadro raccapricciante che chiude così un dittico sulla guerra iniziato con “Race of Races”; un'analisi del concetto di guerra visto sia dal lato delle potenze combattenti, a loro volta suddivise nella loro gerarchia, sia dal lato dei civili, arrivando alla conclusione che la storia la scrivono quei vincitori la cui vittoria resta comunque mutilata.



In conclusione, questo omonimo album dei Raging Death è un disco che va ascoltato senza porsi troppe domande inerenti alla sperimentazione o altro: questa è una band votata e dedita alla tradizione del thrash metal in tutto e per tutto, che evita consapevolmente e volutamente ogni eventuale innovazione “moderna” al proprio sound in quanto fortemente nostalgica dei tanto amati eighties ( il testo di “Back To The Past” ne è la prova lampante). Il punto di forza del loro songwriting non è tanto il saper comporre pezzi tecnicamente complessi, con tutte le varie armonizzazioni, tempi dispari o altro, quanto quello di saper conferire la massima resa ai classici quattro accordi; queste otto canzoni possiedono strutture molto basilari ma ciò che conta è come esse vengano suonate ed il merito di questi quattro thrasher di Zory è proprio quello di far fruttare il loro amore per l'old school in maniera assolutamente vincente. Di conseguenza questo lavoro va ascoltato con un orecchio modulato verso quegli anni, dove nei metal heads vi era solo la voglia di potenza sonora senza tutti quegli onanismi mentali che sono sempre più diffusi fra gli ascoltatori moderni. Siamo tutti ben consci che capolavori del metal estremo come “Reign in Blood” degli Slayer, “Transylvanan Hunger” dei Darkthrone o “Morbid Tales” dei Celtic Frost, giusto per fare dei nomi, sono lavori pieni di imperfezioni tecniche in materia di produzione, ma è proprio quella “grezzura” a renderli grandi. Allo stesso modo, se “Raging Death” fosse stato lavorato in studio con l'ottica delle produzioni super calibrate e chirurgiche di altri ambiti dell'extreme attuale, di sicuro non possiederebbe quell'attitudine retrò ed istintiva che lo caratterizza. Le canzoni della tracklist saranno sì abbastanza simili tra loro, ma non è l'estro compositivo a renderle delle tracce con la t maiuscola, bensì il cuore con cui esse vengono suonate. È la proverbiale intenzione a rendere i lavori old school parte di un qualcosa che resta leggendario pur nella sua monotonia e consente ancora nel 2015 di modulare la propria musica sugli anni ottanta senza mai cadere nel dimenticatoio, ed il fatto che ancora oggi le sonorità di quel periodo siano ancora non solo volute ma fortemente ricercate dai fan ne è un'ulteriore dimostrazione; non era certo il talento a far sì che i club si riempissero ai concerti delle allora esordienti (e fenomenali) band della bay area americana o dell'aria industriale della Dusseldorf operaia, quanto la rabbia e l'energia prmigenia che quegli strumenti, non sempre ben tenuti, riuscivano a sprigionare. Sul piano espressamente qualitativo della post produzione di questo album di "pecche" ce ne sarebbero eccome: Le chitarre, ad esempio, sono grezze, zanzarose ed a volte un po' imprecise, la batteria presenta i tom particolarmente carichi di riverberi, il basso, ingigantito per mezzo dei distorsori, suona un pò troppo grssolano e la voce è nitida ma “piccola” ed in secondo piano; ma tutto questo insieme di cose rappresenta  quelli che sono i singoli ingredienti di un qualcosa che deve assolutamente suonare come un tutt'uno, un unico, solido e devastante muro sonoro che ci travolge come un treno in corsa, ecco perché mettersi ad ascoltare questo disco con l'orecchio fino e teso ad analizzare prima uno strumento, poi l'altro e via discorrendo non solo sarebbe inutile ma svuoterebbe queste otto canzoni di tutta la loro energia. I cosiddetti "conservatori" di quella che è la musica più vicina alla tradizione degli esordi rapresentano il vero e proprio zoccolo duro dei fans, sono proprio loro infatti ad affollare le bancarelle dei festival in ricerca dei vinile e delle audiocassette, ormai unanimamente sostituite dai cd; inoltre, la loro caccia non si ferma solo agli album della discografia "canonica" di una particolare band, anzi, sono invece i bootleg e le versioni demo ad essere viste come i tesori nascosti di cui andare a caccia. Di possedere un album mainstream alla fine siamo capaci tutti, ma solo i veri metal heads vecchio stampo sono in grado di prendere l'iniziativa e macinarsi anche dei chilometri pur di recarsi ancora nel negozio di dischi per poter comprare un disco che magari si sono fatti arrivare all'estero e non sono solo felici di pagarne il prezzo di listino, ma ci aggiungono anche il costo della spedizione con il sorriso sulle labbra, pur di poter stringere fra le mani un vero e proprio "diamante" sonoro. "Raging Death" è un prodotto di questo tipo, non un album da possedere in uno sterile formato digitale da visualizzare come una sterile cartella gialla sul nostro desktop, ma n qualcosa che si deve possedere fisicamente e consumare nel lettore a tutto volume seduti belli comodi sul nostro divano, magari con una birra in mano mentre ne sfogliamo il booklet e cerchiamo sul nostro gilet un posto dove poter apporre la loro patch. Fermo restando che le evoluzioni e le contaminazioni nel metal vadano sempre ricercate e sostenute, dato che è proprio grazie a quei musicisti che sostanzialmente hanno sperimentato qualcosa di diverso e talvolta controtendente se oggi il nostro genere continua ad essere sempre nuovo, allo stesso modo non fa mai male, ogni tanto, buttarsi in un pogo di trent'anni fa.


1) Space Invaders 
2) Raging Death 
3) Back To The Past 
4) Warrior Of Revenge 
5) Evil Command 
6) Race Of Races 
7) Cry For Time 
8) Changelled By The Unknown