RAGING DEAD

Born in Rage

2015 - Autoprodotto

A CURA DI
ELEONORA STEVA VAIANA
23/06/2015
TEMPO DI LETTURA:
7,5

Recensione

I cremonesi Raging Dead debuttano nel panorama dell'horror music con “Born in Rage” un EP al fulmicotone pronto a sparare in mezzo agli occhi. La band si forma agli inizi del 2014, da un'idea di Cloud Shade (chitarra e voce) e Matt Void, giovane chitarra solista molto promettente. La band, tuttavia, si stabilizza soltanto con l'ingresso dietro alle pelli di Tracii Decadence e di Riley Greed al basso: segue così un intenso anno ricco di live e soddisfazioni, con un'attività molto intensa grazie alla quale hanno modo di farsi vedere e farsi conoscere da tutto il Nord Italia. Tra le band con le quali si trovano a spartire il palco – ma anche l'horror, forse è il caso di dirlo – si contano Superhorrorfuck e Scream Baby Scream, ma anche alcuni esemplari della scena Glam/Sleaze dello Stivale. Tra le date più importanti, quella in apertura ai Sister, una band proveniente dalla Svezia molto seguita e conosciuta in Europa. Nel febbraio del 2015 i Raging Dead assistono a un cambio di line-up, che vede entrare in prima linea Simon Nightmare al basso. È nello stesso anno che i quattro giovani ragazzi iniziano le registrazioni del EP che li presenta alla grande distribuzione, autoprodotto e registrato presso l'Atomic Stuff Recording Studio di Isorella (BS). Lo scorso 24 aprile 2015 la band ha presentato ufficialmente “Born in Rage” con un horrorifico release party tenutosi al Midian di Cremona: tra le caratteristiche che subito saltano all'occhio, il make up di scena è una particolarità che rimanda, per forza di cose, a molte delle band che hanno influenzato il quartetto cremonese. Rob Zombie, Marylin Manson, Murderdolls, Wednesday 13. Ascoltando il lavoro, poi, Steve Sylvester e i suoi Death SS risultano molto presenti nel background della band, andando così ad aggiungere un'altra delle pietre miliari dell'horror music in generale. Punk, industrial e venature metal si mixano all'interno del lavoro, andando a costituire, così, una personalità frizzante e molto vivace, dimostrata anche dall'artwork dell'EP in questione. I Nostri quattro osservati da un losco figuro nero, su un tappeto di sangue dove impera la scritta “Born in Rage”; mentre il moniker della band con relativo logo li guarda dall'alto. Il genere musicale della band? Rot'n'Roll, termine che possiamo trovare all'interno della traccia "Anathema" ma che descrive perfettamente l'attitudine del quartetto di non-morti. Un'attitudine molto rock'n'roll, sfacciata, superba e solare, alla quale si unisce l'olezzo di morte, putrefazione, terrore e panico causato dall'orrore. Un cocktail dal sapore di terra, chiodi e sangue, shakerato a suon di punk, con quel pizzico di industrial e metal che non guasta, affatto. Avventuriamoci nel mondo oscuro, inquietante, ma estremamente divertente propostoci dai Raging Dead e dall'EP di debutto, "Born in Rage", preparandoci a incontrare i più disparati personaggi: da Coleridge a Romero, tra demoni, diavoli e pazzi psicopatici, per un cammino elettrizzante.



Awakening of the Damned” ci introduce all'atmosfera Raging Dead, fulminea ma eloquente quel tanto che occorre a porre le fondamenta di un mondo orrorifico, fumoso, nebbioso e profumato di morte. Un minuto appena per lanciare un background culturale che non lascia scampo, come dimostra la brevissima citazione tratta da “The Devil's Thoughts” (I pensieri del Diavolo, 1799), di di Robert Southey e S. T. Coleridge – uno dei più grandi poeti del romanticismo inglese, tra le sue opere più note spiccano “Kubla Khann” e “The Rime of the Ancient Mariner”. Una semplice frase, “E il diavolo sorrise, perché il suo peccato preferito è l'orgoglio che scimmiotta l'umiltà”, a seguito di ciò che aveva visto del comportamento umano. Perché, ammettiamolo, tendiamo fin troppo a comportarci in maniera così meschina ed egoistica cercando di mascherare il tutto all'ombra dell'umiltà. Un'alba di letteratura, romanticismo e misantropia, tre elementi che, personalmente, non fanno altro che proporre nel migliore dei modi un EP horror punk. Si prosegue con “Scratch me”, un concentrato di rock'n'roll irriverente e sfacciato che si fa ascoltare con piacere. Tempi tirati a mille, chitarre sensuali e ammiccanti che aprono portando in scena tutta l'energia trascinante e traducente: la voce di Cloud Shade compare su una strofa prettamente ritmica, dove le sei corde si fanno da parte lasciando modo al basso di Simon Nightmare di smuovere tutto con un pizzico di groove. Immediato il rimando ai guru dell'horror metal, con un tocco di industrial in stile Rob Zombie e un immancabile occhiolino al nostrano maestro Steve Sylvester degli albori dei suoi Death SS. Due strofe di vuoto collimano con altrettante strofe piene, dove le chitarre compaiono di nuovo prepotenti e sfacciate, lanciandosi in un ritornello aperto e seducente dalle venature punk. Alla voce di Cloud se ne vanno ad aggiungere altre, fino a creare un coro goliardico e inneggiante al pogo spezzaossa, mentre chitarre saettanti vengono a interporsi tra una presa di fiato e l'altra. Si ripetono gli elementi fino a ora incontrati sul cammino, intro di chitarra, passaggio di batteria e strofa ritmica con voce pungente e velenosa alla quale via via va ad aggiungersi la corposità delle sei corde. Il crescendo verso il picco del ritornello risulta ben calibrato, la carica è elettrizzante, dietro alle pelli Tracii Decadence non perde un colpo tenendo sempre viva (o forse sarebbe meglio dire non-morta) la situazione. Un bridge molto ritmico, scandito a suon di Scratch gridati in coro, diventa terreno fertile per un solo del lead guitarist Matt Void, che si dilunga accompagnando il ritorno in scena delle battute del ritornello, col quale il pezzo si conclude. Si parla di un patto col diavolo, e con chi altri sennò? Un patto a seguito di una vita vissuta all'insegna del vuoto, dove il re delle tenebre diventa colui in grado di dare un'altra opportunità. C'è solo una scelta da fare, se vivere o morire, e quando si inneggia il male affinché si prenda l'anima, la scelta risulta evidente. Infondo, in una società che toglie la forza di pensare e di essere se stessi, sentire una nuova fiamma dentro, nera e luciferina, non può fare altro che bene per dare una nuova vita ai demoni interiori. È tempo di rompere quella prigione e infettare il mondo con una piaga, usando la furia come unica arma per forgiare l'alba della decadenza. La terza traccia è “Anathema”, presentata da una breve introduzione a base di voce, chitarre e charlie, pronta a svilupparsi in una scazzottata sfacciata ed energica in pieno volto. Frenetica, ci lancia in una strofa che si alterna tra una prima parte estremamente ritmica e ritmata, dove rimangono solo batteria e voce con qualche apparizione fugace degli strumenti a corda, e una seconda più corposa e completa. Cattiva e smorfiosa al punto giusto, travolge e carica perfettamente nell'ottica di un'esplosione tattica in vista del ritornello, da cantare fino a sputar sangue. Un rimando agli Offspring nelle chitarre, che si imbizzarriscono divenendo più acute, lanciandosi in un solo orecchiabile e seducente, velocissimo e pronto a zittirsi al turno della voce che ricompare seguendo le dinamiche iniziali. Quindi, di nuovo, metà strofa rimicissima, metà corposa con tutti gli strumenti all'appello e un pre-chorous tirato al punto giusto, una catapulta nel regno di quel ritornello che suona, nuovamente, distruttivo e sudato. Il tema che caratterizza il pezzo viene ripreso nella parte conclusiva, più grooveggiante, con parole parlate pronte a sputare nuovamente acido per il ritornello conclusivo. Frenesia, grida, chitarre in fiamme, pelli infuocate, una pioggia di denti, sudore e birra. Il titolo è abbastanza eloquente, si parla per l'appunto di un anatema: una persona maledetta che ha avuto una seconda chance, quella di tornare invita, più Rot'N'Roll che mai. Un ottimo neologismo che potrebbe far balenare alla mente i Carcass e che riassume alla perfezione non solo il brano, ma i Raging Dead tutti: si parla di uno zombie intento a farsi una passeggiata notturna, uno zombie, non un criminale. È pronto a sfruttare il proprio rigor mortis per far danzare qualche pollastrella, magari una senza troppe regole che potrebbe trovare interessante l'idea del necro-amore. Ebbene, la vita è troppo corta e la morte è troppo fredda e quando non ci sarà più posto all'inferno, i morti cammineranno sulla terra. Citazione facile da cogliere per gli amanti dell'horror, tratta dal meraviglioso “Zombie” (titolo originale “Dawn of the Dead” del quale è stato fatto un noto remake “L'alba dei morti viventi”, niente a confronto con la pellicola del 1978), diretto da George A. Romero, il padre di tutti gli zombie. Sesto film della filmografia di Romero, rappresenta un film culto, grazie a una trama stupenda e a un'atmosfera elettrica e adrenalinica: una citazione imperdibile per una horror band come i Raging Dead. Si prosegue con “Redemption”, che dal riff introduttivo promette una violenza molto seducente, che trova modo di esplodere al comparire della strofa. Veloce, ricca di una vitalità e di un'energia profumata di morte, scoppia con un ritornello orecchiabile e molto catchy, dopo una strofa veloce e sostenuta principalmente da chitarre non troppo serrate. La voce, in questo caso, è principalmente screamata, giusto qualche tocco di melodicità posto qua e là – fattore al quale, comunque, pensano in maniera egregia gli strumenti. Un solo compare quasi inaspettato, portandosi appresso l'odore di “Cursed Mama” dei Death SS che, per un motivo o per un altro, mi ha fatto subito venire in mente specialmente durante la prima metà; con qualche nota di passaggio il solo ci rigetta a capofitto nel ritornello gridato e frenetico col quale la traccia, fulminea, si chiude. Il testo è, praticamente, una poesia in rima baciata dal gusto molto raffinato, si parla di uno sprofondamento in una stanza scura, dove a guardare in uno specchio non si riesce a vedere nulla. C'è bisogno di qualche motivazione nuova, mentre paura e soddisfazione si uniscono per affrontare un mondo colorato di dannazione e di speranza per una nuova resurrezione. Non c'è più dolore con la redenzione, attraverso la quale si possono finalmente condurre i giochi. Un risveglio marcio e doloroso, dopo una caduta nell'orrore, procura solo un'immensa voglia di trovare una strada per uscire da questo cancro: “basta dolore, conduci il gioco: redenzione”. Si prosegue con “Nightstalker”, dal testo soffocante che quasi spinge a guardarsi alle spalle. Invito che il protagonista fa alla dolcezza che sta cacciando, un pazzo dalla mente malata che si è visto rubare il cuore da una fanciulla. La catturerà, la bacerà, l'attaccherà soltanto perché la ama e lei urlerà nella notte. Amore, dolore, odio, ingredienti fondamentali per un sentimento malato che procura sensazioni contrastanti, in una mente deviata che vuol vedere la sua amata scappare, piangere terrorizzata, che vuole uccidere ma che giura di amare. Musicalmente parlando il pezzo si presenta subito con prepotenza e arroganza, iniziando subito in quarta con un turbinio di chitarre cupo e dinamico. Ritmiche cadenzate al punto giusto, un solo iniziale che va ad aggiungere all'atmosfera una sensazione di soffocamento ed ecco che la strofa fa la sua comparsa. La voce, serrata e aggressiva, si tinge di una cattiveria smorfiosa e additiva, che dà al pezzo un tocco in più per renderlo ancora più orecchiabile e coinvolgente: il ritornello compare a sorpresa, quasi come se fosse desideroso di sfilare davanti ai nostri occhi con un passo veloce e poco stabile, quasi come se fosse spinto da un elettroshock di vitalità malata e poco raccomandabile. Il giro di accordi si fa ascoltare con un piacere disinvolto, mentre un coro di voci ci presenta i pensieri folli del nightstalker attraverso una serie di voci melodiche che contrastano, piacevolmente, con la voce sporchissima di Cloud Shade, Di nuovo in gioco, i Raging Dead ripercorrono i propri passi riproponendo strofa e ritornello, seguito questa volta da un solo che riprende quello ascoltato inizialmente, ricordandoci quanto altezzoso, eppure tanto godereccio da ascoltare, fosse: si divincola, questa volta, in una pioggia di note che tolgono l'ossigeno, serrate e vitali, pronte a contorcersi a terra in balia di un meraviglioso e genuino sentimento panico. Il bridge si trasforma lasciando in scena solo basso e batteria, capaci di infondere una sensazione vivace e potente: uno scenario molto punk sul quale viene a imporsi un sottovoce sporchissimo e abbastanza inquietante, che coglie l'occasione di esplodere in un potente scream per riportarci sui binari del ritornello. Riparte l'ennesimo solo, sul giro di accordi del chorous, che superbo pone fine a quello che potremmo definire il migliore dell'EP per qualità dell'arrangiamento e per capacità di coinvolgere l'ascoltatore. L'ascolto si conclude con “Vengeance”, cupissima fin dalle battute iniziali e dal ritmo più contenuto – molto L.A Guns del primo periodo. Il muro della frenesia viene però sfondato a calci da un grido, basso, chitarre e batterie danno un giro di carica alle ritmiche rendendole veloci e potenti. La strofa si compone, anche in questo caso, di una prima parte abbastanza vuota, riempita soltanto di voce, basso e batteria e qualche plettrata, per poi trovare completamento nella seconda sorretta principalmente dalle due sei corde. L'arrangiamento è diverso rispetto alle precedenti tracce, un brevissimo pre-chorous dà il via alla comparsa di un ritornello immediato al quale si collega, immediatamente, la seconda strofa. In questo caso i Raging Dead partono subito col turbo, omettendo la parte a base di pelli, quattro corde e scream, per lasciarsi andare ad un momentum frenetico diretto al ritornello. Un breve stacco strumentale conduce al solo, molto piacevole ed estremamente catchy, al quale si ricollega subito la strofa. E via, di nuovo, verso il ritornello da pugni sui denti, incentivato a proseguire sulla linea violenta e cattiva da un post-chorous spedito e serrato dove trova spazio vitale per nascere l'ennesimo solo. Anche in questo caso i Nostri ci sanno fare, procurando una sensazione molto piacevole di scossa dietro alla testa, quando col solo il brano si conclude. È una notte in cui il sangue brucia, gli occhi gridano soltanto vendetta, desiderio nato dalla morte e impossibile da dimenticare. È tempo di dire le proprie preghiere perché il mietitore è arrivato, pronto a far assaggiare il proprio odio e a vedere un trionfo di sangue, graffi, paura che scorre nelle vene della vittima. Un eccitamento irrequieto e frizzante, quello di vedere le ossa della vittima (non solo del mietitore, ma proprio della vendetta) spezzate, nel sentire le urla in appello a una compassione che non può esistere. Il matrimonio felice tra testo e musicalità esiste e fa rima con “Vengeance”: un connubio perfetto di sangue e ossa spezzate dagli strumenti e dalle parole gettate in faccia come proiettili.



Born in Rage” è un EP molto veloce che si lascia ascoltare invogliando decisamente a entrare nel terribile circolo vizioso del non-riesco-più-a-smettere. La cosa interessante da notare è che i Raging Dead, che, ricordiamo, debuttano con questo lavoro in attesa del full lenght, sono riusciti a creare un qualcosa che racchiude personalità, facilità di ascolto, piacevolezza, orrore, follia. Si attinge da molte delle carte in tavola presenti sia nel panorama dell'horror metal che in quello del punk più marcio e vitale, facendolo in una maniera molto intelligente e ricca di gusto. Questo lavoro lo possono ascoltare praticamente tutti coloro che abbiano gusti e mentalità aperti a un sound deciso, energico, vivace e melodico al punto giusto, che nonostante tutto strizza violentemente l'occhio alla putrefazione evocata da una voce sporchissima sparata a mille. Quando si parla di horror musicale made in Italy vengono subito in mente i Death SS, coi quali i Raging Dead spartiscono giusto qualche sonorità qua e là e qualche rimando stilistico: la differenza sta nel genere, ampio abbastanza da contenere più di una sfumatura, che veramente potremmo definire come rot'n'roll. È un rock'n'roll putrido (nel senso positivo per un amante dell'horror, ovviamente), striato di sonorità punk, industrial e più cupe, pronte a mutarsi d'abito per divenire solari e accese di una vitalità unica. Immaginiamo di essere morti e di ritrovarci in vita a vagare, pronti a mangiare cervelli altrui senza il minimo bussare della coscienza che ci avverte quando facciamo qualcosa di giusto o di sbagliato. Immaginiamo di svegliarci ed essere incredibilmente degli zombies, pronti a conquistare il mondo con le fauci grondanti bava: ok, il passo è quello che è, se ci atteniamo al modello standard dello zombi romeriano ci troveremo a camminare molto lentamente, senza una precisa meta. Per la serie, va' dove ti porta il cervello. La sensazione di quel risveglio inaspettato nei panni di un mostro senza scrupoli smosso soltanto dalla fame, la sensazione di avere una seconda opportunità per fare qualcosa, per vendicarsi di quello screzio subito in vita, di quella persona che nel vialetto di casa ci ha rigato l'auto, di quell'amore finito male a causa della poca fedeltà del partner. Immaginiamo di poterci vendicare di tutto ciò senza alcun rimorso né pena da provare per dolore o cose simili: la vitalità nella putrefazione mortale di uno zombie che cammina, al quale evidentemente è stata data una seconda possibilità non per fare del bene agli altri. Ecco, questa è la sensazione che “Born In Rage” lascia una volta terminato l'ascolto: una coscienza spirata all'alba di un nuovo giorno, dove all'inferno non c'è più posto e finalmente possiamo tornare a camminare sulla terra.


1) Awakening of the Damned
2) Scratch Me
3) Anathema
4) Redemption
5) Nightstalker
6) Vengeance