RAGESTORM

"The Thin Line Between Hope And Ruin"

2013 - autoprodotto

A CURA DI
MICHELE MET ALLUIGI
20/11/2013
TEMPO DI LETTURA:
8

Recensione

I Ragestorm sono una band modern death metal proveniente da Aosta, che dopo alcuni EP arriva al primo vero full lenght con “The Thin Line Between Hope And Ruin”; da non intendersi come una raccolta di canzoni quanto un concept completo dal punto di vista artistico, del quale la musica è una sola componente insieme all'artwork grafico ed alle liriche dei brani.



Tutti i testi infatti sono fra loro collegati in un'interessante rivisitazione del mito della caverna di Platone: trattandosi di death metal però non poteva mancare la componente truculenta, gli esseri umani sono infatti ipnotizzati da un enorme schermo televisivo (che sostituisce il primordiale fuoco presente nella versione platonica), il cui compito è distrarre l'umanità mentre viene letteralmente triturata da un gigantesco ingranaggio detto “Tritacarne”.



Il gusto per il macabro appare fin dalla opener del disco “The Meatgrinder Theory”, vero e proprio prologo di quest'opera che potrebbe definirsi un connubio tra teatralità e metal estremo decisamente riuscito. La prima cosa che sentiamo è una motosega, che dopo qualche esitazione parte senza freni; l'inizio del brano è sontuoso e ricco di epicità, la batteria esegue degli stacchi cadenzati arricchiti con un doppio pedale mitragliante, che va a porsi sotto a degli accordi tenuti di chitarra. Parte il successivo sviluppo, serrato e decisamente old school, che richiama alla mente i Cannibal Corpse più duri e letali; una voce femminile campionata ripete ossessivamente quello che è il motto proiettato sul suddetto schermo (“Believe your world – consume your fear” trad. “Credi nel tuo mondo – consuma le tue paure), con il quale gli esseri umani vengono indottrinati mentre gli ingranaggi del Tritacarne sono intenti a schiacciarli inesorabilmente. L'essere umano è quindi condannato ad uno stato di sudditanza senza via d'uscita a questa macchina, che macina la sua carne senza che esso possa ribellarsi, tale condizione viene esaurientemente descritta nella prima strofa (“Born in a sadistic machine, educated, feel no pain while it eats, condamned, grind your self day by day, die alone without a reason to live” trad. “Nato in una macchina sadica, addomesticato, non provi dolore mentre essa si nutre, ti macina giorno dopo giorno e muori in solitudine senza una ragione per cui vivere”). Il brano alterna parti serrate a parti più aperte e melodiche, ed in tal senso risulta di raffinato gusto il fraseggio di chitarra a 2 minuti e 41 secondi, che conferisce al brano un'accezione melodic death alla In Flames. Un'ottima scelta come brano di apertura per il disco.



Con la successiva “Debt Ritual” si va a toccare il dolente tasto della crisi economica e di come essa ci sia spiegata solo parzialmente dai mass media, gestiti unicamente dai vertici del potere e preclusi a noi poveri mortali. Anche nell'inizio di questo brano viene utilizzata una voce campionata, questa volta maschile, che cita una frase presa dal film “Zeitgeist Addendum”, la quale recita: “Of all the social institutions we're born in to, directed by and conditioned upon, there seems to be no system as taken for granted and misunterstood as the monetary system” trad. “Di tutte le istituzioni sociali nelle quali siamo nati, da cui siamo diretti e ad esse subordinati, non sembra esserci alcun sistema dato per scontato e mal compreso come il sistema monetario”, nulla di più eloquente quindi per far apparire chiaro il messaggio contenuto nel testo. La mancanza di scrupoli e la freddezza di questo sistema autoritario sono ben riassunte nella quarta strofa (“Debt, inflation, interest, three comandments heads of a ravenous cerberus, undisputed word of a choleric divinity who feeds himself on human sacrifice” trad. “Debito, inflazione ed interesse, tre comandamenti e teste di un Cerbero vorace, parola indiscussa di una divinità collerica che si nutre con il sacrificio umano”).



La partenza è dinamica e furiosa, al growl si sostituisce lo screaming ed il tiro è decisamente più granitico; non mancano stacchi con maggiore groove ed uno sviluppo in apertura con il fraseggio di chitarra ma sono gli sto and go la componente vincente di questa traccia: precisi e piazzati sempre al punto giusto tengono desta l'attenzione dell'ascoltatore quasi spiazzandolo ogni volta, rendendo ogni secondo di ascolto sempre molto coinvolgente. A 3 minuti e 5 secondi arriva il momento “riflessivo”, il tutto si ferma momentaneamente per sviluppare una parte in arpeggio sostenuta da un basso ribassato molto grezzo e lineare, il tutto studiato al meglio per l'ultima ripresa e devastazione conclusiva.



Polysilicotetrapropyvinylfluorethalene” conduce nella parte chimica del concept: il titolo infatti indica il nome della sostanza sintetica creata appositamente per plastificare i concetti astratti; sulla base ormai imperante dell'ottica “usa e getta” l'umanità viene costretta a sostituire l'arte, la bellezza, l'amore e la fede con i rispettivi composti di questo materiale, in modo tale che anche la sfera emozionale diventi oggetto di consumo economico dettato dal regime.



L'inizio del brano è schietto e diretto, una partenza nuovamente sullo stile dei Cannibal Corpse di “Make Them Suffer”: un riff secco e veloce, una batteria lineare e martellante, sempre sferzante raffiche precisissime di doppio pedale, ed una voce che alterna un growl secco ad uno screaming alienato per un minuto e 36 secondi di rabbia estrema, dove altrettanto semplicemente viene riassunto il consumismo di ogni aspetto dell'animo umano (“This is the story of a chemical delirium, an insane fantasy where everything's disponsable” trad. “Questa è la storia di un delirio chimico, una fantasia insana dove ogni cosa è disponibile”).



Altro momento di quiete con lo sviluppo iniziale di “Moloch”, un arpeggio composto da poche note precede la partenza squisitamente death metal; questa volta però lo stile è più modern oriented, tornano infatti a farsi sentire i riverberi di In Flames e Soilwork nella struttura del pezzo: lo sviluppo ritmico è più articolato, la batteria crea dei disegni decisamente più complessi inserendo anche alternanze di tempi pari e tempi dispari e diversi passaggi pur non snaturando quella che è la fruibilità del pezzo. Il coro della parte centrale è decisamente coinvolgente ed adatto per animare il pubblico in sede live. La nota d'eccezione di questa traccia è sicuramente l'assolo, una parentesi più hard rock in un contesto decisamente contemporaneo, come se Zack Wilde fosse momentaneamente entrato in formazione per lasciare il proprio segno su questa canzone.



Ad arricchire il pantheon di divinità già citato in “Debt Ritual” troviamo il Moloch, una fornace infernale che inghiotte tutti gli scarti dei processi chimici ed i rifiuti da trasformare in energia che vanno ad alimentare sia il Tritacarne che lo schermo ma in cambio questa malvagio dio vuole delle offerte per il suo nutrimento (“Inside my flamming hellish mouth i incinerate this fuckin' world. Feed me!” trad. “Nella mia infernale bocca fiammeggiante incenerisco questo f*****o mondo. Nutritemi!”) ad arricchire questo concept cyber punk si aggiunge quindi la componente mitologica, che si rifà fedelmente alle descrizioni delle sfere infernali presenti nelle opere classiche e nella Commedia dantesca.



Prendendo spunto dall'omonimo film di Mike Judge la seguente “Idiocracy” illustra eloquentemente la situazione in cui vivono gli esseri umani e purtroppo non si discosta granché dalla realtà attuale. Lo schermo funziona a pieno regime e gli uomini hanno così modo di vivere in un loro mondo onirico fatto di illusioni ed ignoranza, che consente loro di non avere nessun timore del Tritacarne e conseguentemente di prendere coscienza della loro condizione di schiavi e ribellarsi (“No reactions, media's power delete their will” trad. “Nessuna reazione, la potenza dei media cancella la loro volontà”), una macabra riproposta del motto latino “Panem et Circenses” di Giovenale: finché agli uomini si somministrerà ciò che li tiene distratti saranno facilmente controllabili.



Il riff iniziale torna a calcare i territori del death metal melodico, la chitarra infatti propone un fraseggio molto fluido contrapposto ad una batteria in quattro quarti serrata ed una voce in screaming molto simile a quella di Anders Fridén; verso il finale del brano la velocità aumenta e gli accenti si arricchiscono di potenza. Grazie all'efficacia del fraseggio di chitarra iniziale questa traccia è sicuramente quella che si imprimerà di più nella testa degli ascoltatori, da un punto di vista strettamente utilitaristico questa traccia potrebbe essere il singolo di punta dell'album, un pezzo più radio friendly degli altri se vogliamo ma che non perde certo in aggressività.



Con “Acid Tears” i Ragestorm spingono ulteriormente sull'acceleratore, il brano si presenta fin dai primi secondi estremo e brutale, con le chitarre affilatissime come lame taglienti accompagnate da un basso avvolgente e monolitico. Particolarmente interessante è lo snodo centrale del pezzo, preceduto da una campana che suona a morto simile a quella storica dell'introduzione di “Black Sabbath”; la parte successiva lascia campo ad un procedere marziale e possente, d'altro canto si parla di lacrime talmente acide da sciogliere la pelle e le ossa del viso (“Acid tears slowly running down my face, melting flesh, corroding bones” trad. “Lacrime acide scorrono lente sul mio viso, sciogliendo la carne e corrodendo le ossa”) quindi l'atmosfera plumbea è quasi d'obbligo. Questa traccia rappresenta la conclusione del primo “atto” del disco, l'atmosfera lugubre ricreata dal ritmo lento e quasi doomeggiante sembra infatti lasciar intendere che non vi sia via di fuga dal degrado raggiunto dall'umanità e non ci resta quindi che osservare inermi questa distruzione.



Come intermezzo tra la prima parte del concept e la seconda troviamo “Hari Seldon's Speech”, dove possiamo ascoltare il discorso di Isaac Asimov, pronunciato in qualità di presidente dell'American Human Association il 14 gennaio 1989 alla  New York Society for Ethical Culture. Il discorso dello scienziato statunitense viene proposto con le parole di Hari Seldon, un personaggio fittizio, che predice il collasso della civiltà e descrive minuziosamente il periodo di barbarie che seguirà ad esso prima di una nuova rinascita. Emblematica risulta la frase di apertura “We are facing problems that trascend nations” trad. “Stiamo affrontando problemi che vanno oltre le nazioni”. A far da colonna sonora al discorso una base industrial che spazia anche nel dubstep; i metallari più oltranzisti potrebbero snobbare questa parentesi ma un ascolto più accorto è in grado di fornire le basi per apprezzare questa traccia ed interpretarla come un momento di passaggio necessario tra le due parti del lavoro. Un pezzo indubbiamente a se stante nel disco ma comunque fruibile da tutti.



Con “The Thin Line Between Hope And Ruin” riprende il discorso precedentemente iniziato, il Tritacarne, lo schermo ed il Moloch lavorano incessantemente ma la terra stessa inizia a crollare sotto queste imponenti entità; pochi coraggiosi hanno osato distogliere lo sguardo dallo schermo e lentamente può iniziare la resistenza al giogo del perverso meccanismo. L'inizio del brano è un crescendo lento ed inesorabile, a poco a poco l'uomo riprende ad essere se stesso ed inizia a diffondersi il nuovo motto “ Forsake Your World – Defeat Your Fears” trad. “Abbandona il tuo mondo – Sconfiggi le tue paure”. Il ritmo del brano diventa sempre più frenetico e claustrofobico, la batteria spinge il tempo sul quale le chitarre sferzano un riff variegato e dinamico; vi è solo un altro intermezzo acustico prima della ripresa finale. Questa titletrack dal vivo farà guadagnare ai Ragestorm un bel pogo sotto il palco grazie alla sua struttura quasi thrash metal ed all'alternanza di potenza e melodia. L'idea della speranza per una rinascita dell'uomo è ottimamente ricreata dall'assolo: fluido; espressivo e ricco di pathos, il classico esempio di chitarra solista che esegue poche note ma ispirate e sentite col cuore. Il Moloch giace senza vita e lo schermo non funziona più, come recita la strofa (“Moloch is lifeless, the screen is silent” trad. “Moloch è morto e lo schermo è silente”). Questa canzone segna quindi la svolta del concept illustrato che dalle successive tracce porterà fino alla conclusione.



Nella seguente “Soldiers Of A Lost War” viene descritta la guerra apparentemente “persa in partenza” di quei pochi che, una volta liberatisi dall'ipnosi dello schermo, hanno ripreso a vivere secondo i loro valori ed hanno posto il dogma economico in secondo piano nelle loro vite.



Questi uomini sono comunque delle unità difettose agli occhi del regime sotto il quale vivono e come tali vanno eliminate e smaltite (“Slaves against our will obscured by the screen's light, we are defective units of this idiocracy regime” trad. “Schiavi contro la nostra volontà oscurata dalla luce dello schermo, siamo unità difettose del regime di idiocrazia”).



Il riff iniziale possiede un che di malinconico ma successivamente il brano acquista grinta e dinamismo, il che ci infonde un po' di ottimismo anche nello sviluppo della storia narrata. La batteria si riconferma il motore principale, il drumming infatti è sempre molto preciso e tecnico mentre le chitarre sviluppano un gioco melodico davvero sorprendente, epico ed espressivo allo stesso tempo, sostenuto da un basso sempre presente e solido. Dopo la pausa fatta di stacchi ad un minuto e 40 secondi il pezzo si lancia dritto come un pugno al viso, uno sviluppo thrashy e da mosh sicuro sostiene il cantato in screaming che si aprirà successivamente in una parentesi ariosa molto in stile Arch Enemy. Un altro brano di ottima resa per i live, che rende sicuramente questo gruppo interessante anche da andare a sentire dal vivo e non solo da ascoltare su disco.



Il disco continua a spingere anche nella successiva “New World Disorder”, le sonorità si mantengono sullo stile della scuola svedese, questa volta aggiungendo anche spunti provenienti da oltre l'Oceano Atlantico, in particolare da band come Threat Signal e Lamb of God; viene sviluppata maggiormente la parte centrale, dove il coro “New world disorder” risalta in maniera ossessiva; dal punto di vista strutturale questa è senz'altro la traccia più variegata dell'album, a dispetto delle precedenti infatti, dove venivano rielaborate le soluzioni dei riff principali, in questa penultima canzone ci sono diversi spunti che la rendono quasi progressive. A questo punto gli esseri umani si ribellano alla loro condizione e si innalza la voce di protesta (“It's time to take back our future, we're sick to live like sheeps, let's see through the new world disorder” trad.“ Giunge il tempo di riprenderci il nostro futuro, siamo nauseati di vivere come pecore, guardiamo attraverso il nuovo disordine del mondo), il concept sta ormai per concludersi e tutto è pronto per la sfuriata finale.



A chiudere il disco è posta “Reaching The Impossible”, la pace universale e la stabilità politica del mondo sono ambizioni letteralmente utopiche e qui i Ragestorm si ricollegano alla teoria di Asimov: la conquista dello spazio è sì un obiettivo ambizioso ma sicuramente una volta raggiunto non potrà che giovare all'umanità, esso è raggiungibile da ogni punto della Terra ed arrivarci è solo apparentemente impossibile. Tra le stelle quindi si trova il traguardo del genere umano, come viene cantato nella strofa finale (“Exploring the space we will'find our unity forever” trad. “Esplorando lo spazio troveremo per sempre la nostra unità). Anche le sonorità del brano quindi si impregnano di positivismo ed atmosfere sognanti: accordi di chitarra aperti sui quali si sviluppano fraseggi melodici davvero intriganti ed un sostegno ritmico preciso sono gli ingredienti di questo finale degno di un film di fantascienza. Non manca, come di consueto per questo genere, la sinergia tra velocità, groove e melodia, ottimamente espressa in questa canzone attraverso l'orecchiabilità del  ritornello e la varietà di idee contenute in essa.



Indubbiamente un valido full lenght per questa band di Aosta, un disco di metal moderno e fresco, supportato da una produzione eccellente che fa rendere al massimo le doti tecniche dei singoli componenti ed il songwriting interessante e ricco di idee. “The Thin Line Between Hope And Ruin” è un album molto accessibile sul piano musicale ma decisamente elevato per quanto riguarda i contenuti (basti notare i numerosi richiami e riferimenti alla letteratura ed al cinema), bisogna quindi prendersi il proprio tempo per ascoltarlo e comprenderlo al meglio. Se siete amanti del death metal melodico e dei concept album a tema fantascientifico i Ragestorm sono sicuramente consigliati.


1) The Meatgrinder Theory
2) Debt Ritual 
3) Polysilicotetrapropyvinylfluorethalene
4) Moloch 
5) Idiocracy
6) Acid Tears 
7) Hari Seldon's Speech 
8) The Thin Line Between Hope And Ruin
9) Soldiers Of A Lost War 
10) New World Disorder 
11) Reaching The Impossible