RAGE AGAINST THE MACHINE

BIOGRAFIA COMPLETA

1991-2020 - album per album - Epic Records

A CURA DI
ANDREA ORTU
11/01/2020
TEMPO DI LETTURA:
SV

Introduzione: il destino del rock 'n' roll e la nascita dei RATM

PREMESSA

Quella dei Rage Against the Machine è la storia d'un matrimonio tra Musica e Resistenza: la resistenza nei confronti del "sistema musica", schiacciato da se stesso e all'alba di cambiamenti radicali; resistenza nei confronti d'ogni genere di dispotismo, specialmente quello intrinseco del mondo occidentale di cui, nel bene e nel male, gli stessi Rage Against the Machine sono figli e parte integrante; ma soprattutto, resistenza del rock 'n' roll e del suo antico spirito attraverso forme nuove, passando per un'ibridazione ch'è parte stessa del DNA di questa band americana.

IL CONTESTO

Era l'alba di un'era musicalmente nuova, un decennio carico di trasformazioni sociali, politiche, estetiche e culturali. Il rock 'n' roll, inteso come Movimento globale, come forma d'aggregazione generazionale e di dissenso sociale, era agli sgoccioli. Gli anni '50 avevano visto sbocciare i primi semi di un sentire comune nuovo, turbolento, comunione felicemente instabile dei grandi movimenti novecenteschi, come quelli, ad esempio, della beat generation e della controcultura afroamericana. Gli anni '60 avevano visto quei semi fiorire e attecchire in Europa, facendo breccia nella tradizione del Vecchio Continente e lì mettere solide radici. Gli anni '70 quei fiori l'avevano presi, smontati e rimontati come un giocattolo, sperimentando nuove ibridazioni e dando vita a fiori nuovi, mai visti prima. Fiori dall'aspetto minaccioso e durissimo. Quei fiori, chiamati "hard rock", "heavy metal", "punk", erano il punto estremo, quasi parossistico del potenziale di rottura intrinseco del rock 'n' roll. Gli anni '80 avevano visto il fiorire della contraddizione: il rock raggiungeva l'eccellenza tecnica, concettuale ed estetica, ma perdeva la sua essenza nell'edonismo patinato e benestante di quel decennio così irripetibile. Le grandi rockstar del decennio precedente, un tempo sfacciate e prive di freni, erano adesso mature e pacate: il loro blando impegno politico, i grandi Live Aid, non facevano altro che rendere il rock sempre più avulso alla vitalità della vera lotta, ad allontanarlo dai bisogni più urgenti delle nuove generazioni, le quali, intanto, perdevano l'antica aggregazione andandosi a dividere in sottoculture sempre più estreme, distanti, ermetiche. La Controcultura stava terminando il suo ciclo vitale. Nel mezzo, la comunità heavy metal riusciva a stento a resistere a uno svuotamento dei suoi valori fondanti, complici poche ma determinanti band leggendarie. Il suo potenziale d'aggregazione sociale era ancora intatto, ma mentre una parte della scena era già espressione d'un diffuso disimpegno sociale, il resto andava già incontro a una progressiva e inevitabile ghettizzazione delle sonorità dure. Nel frattempo la comunità afroamericana - la stessa di cui tante sonorità e una certa attitudine erano state fondamentali, per lo sviluppo del Rock - andava trovando la sua nuova identità nella nascita ed evoluzione della scena hip hop. Il rapping esisteva da sempre, nella cosiddetta black music: era uno stilema, un vocalizzo se vogliamo, una parentesi che favoriva la narrazione accrescendo la tensione drammatica; ora, però, andava delineandosi come una sonorità a sé stante, definita da regole ben precise. Lo sviluppo del funk, della discomusic, l'influenza dell'ondata d'immigrati giamaicani sulla black culture statunitense, avevano dato vita a questa sottocultura nuova e in ascesa, l'hip hop, e al suo sound di riferimento, il rap. Il primo rap "ufficiale" vedeva infatti la luce già nel 1979 con "Rapper Delight", dei The Sugarhill Gang. Idealmente figlio del rock 'n' roll nella sua natura aggregatrice, e, proprio come il rock 'n' roll, fisiologicamente contro, orientato alla resistenza sotterranea, il rap - o perlomeno quello che del rap riusciva ad emergere - rimaneva ancora fondamentalmente ludico per buona parte del decennio ottantiano, formalmente disimpegnato e orientato verso sensazioni intrinsecamente pop. Talvolta, il rap, andava cercando perfino una sorta di riconoscimento ufficiale da parte dell'establishment "in carica" - ovviamente il rock - ancora forte e ancora all'apice della catena alimentare discografica; l'esempio più famoso rimane la collaborazione tra gli Aerosmith e i Run DMC, uno dei pochi (all'epoca) collettivi hip hop esplicitamente impegnati. Era il 1986. Tra la fine degli anni '80 e l'avvento dei '90 avevano luogo notevoli rivoluzioni, nel mondo della musica. Passando di moda, il metal diventava sempre più estremo e sempre più di nicchia, mentre in Europa sorgevano alcune tra le ultime e più controverse figure della sua storia. La rave culture andava evolvendosi di pari passo con l'elettronica e l'house più sperimentali, ponendo le basi di nuove sottoculture urbane di neoprimitivi digitali. Ma se parliamo di grandi numeri, le vere rivoluzioni erano quelle che vedevano da una parte il vecchio rock esibirsi nel suo struggente canto del cigno, e dall'altra, l'ascesa dell'hip hop a unico, vero portabandiera di quel sentimento squisitamente disturbante e di rottura ch'era stato del rock 'n' roll. Un'intera generazione d'americani bianchi era alle prese con la disillusione e il fallimento, con la consapevolezza che decenni di attivismo e di retorica della ribellione avevano portato madri, padri, fratelli e sorelle maggiori ad accontentarsi della routine d'un lavoro da impiegato in qualche minuscolo ufficio, da negoziante, da operaio... insomma, da piccolo borghese. Nel frattempo, il mondo non sembrava essere guarito dai grandi mali che la Controcultura s'era imposta di curare: guerra, povertà, disuguaglianza, dispotismo. Quello Grunge era decisamente il movimento simbolo della piccola e media borghesia americana, d'una generazione disillusa che dismetteva i lustrini e le chiome sgargianti, abbandonava la squillante vitalità della chitarra solista - che aveva posto la sua dittatura per venti lunghi anni - e che piuttosto si lasciava cullare dai bassi, da quel groove ora rabbioso, ora malinconico, in linea con un intimismo quasi inedito nello sfacciato mondo del rock. La sincera, disarmante disperazione di quel movimento così nichilista, di uno spessore emotivo più ampio e finalmente in linea col sentire del suo tempo, non uccideva i grandi valori del rock 'n' roll edonista e turbolento dei decenni precedenti, come s'indignavano molti dei suoi detrattori, anzi: semmai, concedeva al rock altro tempo e ulteriore spazio vitale in un contesto ben più ampio - culturale, sociale, storico - in cui quei valori s'erano già da un pezzo svuotati del loro significato. Tuttavia, per sua stessa natura, quella del grunge era una rivoluzione profondamente individualista, slegata e perfino avulsa al concetto d'aggregazione attiva. Una deriva più che naturale di un movimento che, in larga misura, ereditava molte connotazioni del ricchissimo calderone tutto ottantiano noto come "post punk". La frammentazione della musica dura in generi e movimenti ben distinti e spesso in aperto contrasto fra loro, intanto, favoriva il lento e inevitabile distacco del pubblico più giovane dai valori e dall'estetica del rock 'n' roll. Nel frattempo, l'hip hop attraversava una fase decisiva. L'uso frequente di campionature di classici della musica, nelle basi rap, evidenziava l'evidente bisogno d'un confronto col passato, cui seguiva necessariamente un'evoluzione stilistica e concettuale. Non solo l'attitudine meramente ludica, ma pure quella politicamente impegnata lasciavano il passo ad artisti che non erano interessati né a divertire, né a dare sfogo a facile e posticcia retorica. Le facce nuove del rap avevano il volto crudo del ghetto, della periferia più degradata e del crimine reale, di cui spesso pagavano le conseguenze col sangue. L'America cosiddetta "perbene" s'era abituata ai capelli lunghi, alle giacche borchiate, alla droga e ai tatuaggi, facendone una macchietta, ma non era minimamente preparata ad affrontare la sua stessa anima nera, il profondo disagio che s'annidava e s'annida tuttora nel cuore delle sue grandi e alienanti metropoli. Mammine e papini ne erano terrorizzati o indignati, ma milioni di ragazzi in tutto il mondo, neri e bianchi, ne erano invece profondamente affascinati.

ZACK, TOM, BRAD, TIM: I R.A.T.M.

Siamo finalmente nel 1991. Nel pieno di questa rivoluzione dei suoni e dei costumi. Gli anni '90 sono un'epoca di passaggio e, come ogni momento di passaggio, vedono il vecchio e il nuovo scontrarsi, certo, ma pure cercare un terreno d'incontro in cui imparare l'uno dall'altro. Sono gli anni del cosiddetto crossover. Nel 1991 Zack de la Rocha è un cantante punk senza un gruppo punk. Appassionato fin da ragazzino di band come Clash, Sex Pistols, Minor Threat e Misfits, de la Rocha aveva fondato gli Inside Out nel 1988, ma la band si scioglie proprio nel '91 lasciando il giovane cantante a fare il punto della situazione, e quindi, libero anche d'appassionarsi ad altre correnti artistiche. In quel periodo, Zack inizia ad esibirsi nei locali hip hop in quella difficile disciplina conosciuta come freestyle, l'improvvisazione delle rime, ed è in uno di questi locali che conosce il chitarrista Tom Morello. Morello è appena uscito dai Lock Up, una delle tante metal band venate di funk, come piace in quegli anni, ma è insoddisfatto e in cerca di qualcuno che sia dotato di vera, innata potenza. Qualcuno che abbia qualcosa da dire, e magari, che sappia come unire tutte quelle sensazioni che da qualche anno riempiono l'aria con l'antico spirito, ancora indispensabile, del buon vecchio hard rock. Il colpo di fulmine tra il chitarrista e Zack de la Rocha è immediato e il nuovo progetto parte immediatamente. Zack porta in squadra il suo amico d'infanzia e compagno di palco ai tempi delle sue prime esperienze musicali, il bassista Tim Commerford, mentre Morello ottiene le percussioni di Brad Wilk, un batterista che aveva tentato l'audizione nei Lock Up e che, in quel periodo, andava sprecando il suo talento con una formazione di nome Greta, destinata all'anonimato. Il nome della nuova band è ispirato a un'espressione particolarmente evocativa utilizzata alcuni anni prima da Kent McClard, il produttore discografico degli Inside Out. Lo stesso nome era il titolo d'una canzone della vecchia punk band di Zack de la Rocha, e avrebbe dovuto intitolare anche il loro primo full lenght (o il secondo EP, al limite). Un semplice nome, certo, ma pure un'evidente dichiarazione d'intenti: Rage Against the Machine. Rabbia contro quella "macchina" rappresentata ovviamente dal Sistema - sia esso lo Stato, la chiesa, l'economia capitalista o la Cina comunista. I due frontman incarnano piuttosto platealmente lo spirito della nuova band; Tom Morello nasce da madre italo-americana e padre keniota; lei è un'attivista e una professoressa di storia, lui un ambasciatore, nonché il nipote del primo presidente democraticamente eletto in Kenya. Tom, comunque, viene cresciuto dalla sola madre dopo l'abbandono da parte del padre. Appassionato di arte e recitazione, è uno studente modello e si guadagna una borsa di studio ad Harvard (la migliore università americana), laureandosi in scienze sociali. Quando si trasferisce a Los Angeles è così povero e spiantato che accetta di fare ogni genere d'incarico, perfino lo spogliarellista. Le cose sembrano andare meglio quando inizia a lavorare nell'ufficio del senatore Alan Cranston, ma l'esperienza è così negativa da spingere la futura rockstar ad abbandonare per sempre ogni velleità politica. Come tanti altri, sarà la musica a salvarlo. Zack de la Rocha è figlio di una dottoressa di origini irlandesi e tedesche e di padre messicano, un artista specializzato in murales di carattere social-popolare. In America, se sei metà nero e metà bianco, sei considerato nero; stessa, identica cosa se sei metà bianco e metà "latino". Così, il giovane Zack sperimenta ben presto il razzismo più o meno velato di quei benestanti di cui egli stesso, in teoria, farebbe parte, tanto da descrivere Irvine, la città dove si laurea in antropologia, come una delle città più razziste d'America, dove "se sei messicano, sei lì perché hai una scopa o un martello nella tua mano sinistra". Tim Commerford non condivide il mix etnico dei compagni di palco, ma, proprio come loro, anch'egli porta cicatrici ben più profonde di quelle della carne. Quand'è ancora un bambino la madre si ammala di cancro, ed è proprio in quel drammatico momento che il padre decide di divorziare, prendendo con sé il giovane Tim e abusandone ripetutamente. In quell'inferno, Zack de la Rocha è uno dei pochi, veri amici; il cantante spinge il giovane Tim ad imparare il basso e a rifugiare il suo animo ferito nella musica. Anni dopo, Tim Commerford si rivelerà uno dei bassisti più rilevanti della storia recente. Purtroppo, la madre morirà di tumore al cervello nel 1988, prima di poterlo ammirare sui più grandi palchi del mondo. L'unico che apparentemente ha goduto d'un infanzia priva di grossi traumi è Brad Wilk, il musicista più solido della band e quello con il background più vario e più classico, con influenze che vanno da Elvin Jones a Keith Moon, passando per l'immancabile John Bonham. Fin dalla loro prima serata alla California State University di Northridge, nell'ottobre del 1991, i Rage Against the Machine si guadagnano l'attenzione di alcune delle migliori etichette discografiche d'America. Alla fine la band firma col colosso della Sony, la Epic Records. Di tale scelta, apparentemente antitetica ai valori del gruppo, parlerà lo stesso Morello: "la Epic ha sempre acconsentito ad ogni nostra richiesta, e avrebbe continuato a farlo [...] non ci abbiamo mai visto alcun conflitto ideologico, finché avevano il totale controllo creativo". Il primo album arriva nel 1992, e sembra davvero poter rappresentare la perfetta sintesi tra due modelli distinti di controcultura, di epoche differenti, differenti presupposti e differenti modelli estetici. I valori di dissidenza e d'aggregazione, però, restano immutati.

1 - Rage Against the Machine

RAGE AGAINST THE MACHINE - LA NUOVA ERA E LA FINE DEL MURO

Nel 1989 cadeva il muro di Berlino, un evento di proporzioni enormi per gli equilibri non solo europei, ma globali. L'anno successivo Roger Waters, leader dei Pink Floyd, organizzava una delle ultime e più maestose rappresentazioni dell'antico spirito del rock: The Wall - Live in Berlin. Mentre il muro che divideva la Germania veniva demolito pezzo per pezzo dalla gente d'una Berlino di nuovo unita, l'Unione Sovietica vacillava. Il rock anticipava la definitiva caduta del blocco sovietico nel settembre del 1991, quando Gorba?ëv permetteva l'esibizione di band occidentali all'aeroporto di Mosca-Tusino: il cosiddetto Monster Of Rock. Era il 28 settembre del '91. Centinaia di migliaia di ragazzi che fino ad allora avevano dovuto nascondere la passione per la musica dura, erano adesso liberi e in preda a un'estasi collettiva senza precedenti, dinanzi a band come Metallica, AC/DC, The Black Crowes e dei freschissimi Pantera. L'Unione Sovietica tramontava pochi mesi dopo, lasciando lo scenario occidentale privo del suo nemico giurato, e con esso, di un facile capro espiatorio dei mali del mondo. A Zack de la Rocha, Morello e gli altri, dello spauracchio comunista non è mai fregato nulla, anzi: ne hanno sempre ammirato alcune delle colonne portanti umane e ideologiche. Nondimeno, i primi anni '90 sono un periodo politicamente denso, e il 1992 si rivela l'anno ideale per un album come Rage Against the Machine. Il debutto dell'omonima band esce il 3 novembre, e già dalla sua iconica copertina mette in evidenza il desiderio - anzi: la necessità - di riallacciare la poetica del gruppo alla storia della dissidenza e alle sue figure di riferimento.

Un artwork d'importanza fondamentale di cui si parla a tutto tondo a questo link:

https://www.rockandmetalinmyblood.com/artwork/rage-against-the-machine-rage-against-the-machine/1992-epic-records/3035/

L'ALBUM #1

La prima traccia è una dichiarazione d'intenti già dal titolo: Bombtrack sembra partire calma ma è come un gatto in agguato: l'iniziale giro di basso è solo un preludio all'esplosione della bomba di cui parla il brano stesso. Il rapping di Zack è ben diverso da quello dei colleghi afroamericani, meno centrato sul concetto di flow e non particolarmente dipendente dalle rime; è piuttosto un rap impulsivo... "fisico", per così dire, centrato sul suono della pronuncia e sull'emotività che questo sottintende. Morello, per ora, è ancora un metallaro puro e duro, come richiede lo spirito del brano. Il tema riguarda un generico rigetto delle icone di potere, definite "landlords" e power whores" (latifondisti e puttane del potere), e dell'ipocrisia dei governi democratici; gli unici riferimenti specifici, velati ma neanche troppo, sono quelli alla situazione delle minoranze native nell'America del sud. Il vero manifesto dell'album, e in ultima analisi dell'intera carriera della band, è il secondo brano del disco: Killing in the Name. Tra queste semplici strofe si fa la storia del crossover e di un'intera generazione di ribelli, l'ultimo vero residuo della gloriosa Counterculture del ventesimo secolo. Il tema è tanto semplice quanto enorme: la presenza di elementi del Ku Klux Klan tra le forze dell'ordine statunitense, e quindi, l'assenza di credibilità dell'intero sistema statale. La forza della poetica di Zack è nella sintesi stessa delle sue radici punk: pochi fronzoli, molta sostanza, e una ripetizione martellante di poche, incisive strofe. "Coloro cui è concesso l'uso della forza sono gli stessi che alzano croci in fiamme", grida il cantante, e chi collabora è complice. E allora "fuck you, I won't do what you tell me". Un mantra semplice fino al ridicolo, eppure pesante e tagliente come un'ascia bipenne, divenuto oramai iconico. Stavolta ogni singolo elemento della strumentale è indispensabile al risultato finale: la batteria, insieme secca e movimentata; il basso, che riesce ad essere rabbioso e seducente al tempo stesso; infine l'indispensabile prova di Zack de la Rocha, più un arringatore che un cantante, quasi un profeta quando sale sul palco. Decisivo è tuttavia lo stile unico di Morello: il chitarrista fonde armoniosamente riff rock, metal, funk e sensazioni hip hop, confezionando un sound smaccatamente urbano e un riff memorabile. Rolling Stone, in seguito, piazzerà "Killing in the Name" al venticinquesimo posto tra i migliori pezzi di chitarra di sempre. L'uso tipicamente "morelliano" del delay e di una grande varietà di armonizzazioni, distorsioni, modulazioni e feedback, qui, è ancora limitato, elemento che regala al brano la ruvidezza e l'equilibrio di cui ha bisogno. Naturalmente, "Killing..." è il primo singolo in assoluto dei RATM e una porta spalancata al successo globale, cui segue la ben più orecchiabile Take the Power Back. Dopo una grossa mazzata, pare giusto alternare l'opera con un brano dall'ascolto più facile, sebbene non certo innocuo. Spicca adesso la vena propriamente funk della band californiana: il basso è centrale e gustoso, ricco di slap, la chitarra distorta e acida il giusto, il riffing aggressivo, le percussioni profonde e nette. L'impostazione punk del cantante cede il passa a un rapping propriamente detto, stavolta, con la sua concessione alle rime e perfino al flow, mentre il chitarrista si esibisce addirittura in un classicissimo solo centrale. Il testo ruota intorno l'atteggiamento tipicamente americano di conformazione all'ideale: chi non è d'accordo con l'idea dominante promossa dai mass media, è considerato un "terrorista". Il dirompente finale porta dritto, dritto a Settle For Nothing, una delle tracce più peculiari del disco. Trattasi sostanzialmente di un micidiale mix di punk hardcore, doom metal e qualcosa di più classico, metal ballad vecchia scuola. Il rap vero e proprio non si presterebbe a una simile ricetta, e infatti, il cantante è una sorta di cantastorie nelle parti più melodiche, delineate da pochi accordi di basso e da evocative distorsioni di chitarra, per passare a fraseggi urlati tipicamente punk sul ritornello, del tutto avulsi a rime o quant'altro. Il contrasto con inaspettati e raffinati momenti fusion da parte di Morello, è affascinante a dir poco. Anche il testo è particolare, rispetto ai soliti schemi della band: non più sociale - o almeno, non solo - ma intimo e decadente. Se non traboccasse di rabbia e degrado sociale, sarebbe quasi in linea con la poetica del grunge. Il protagonista, idealmente giovane, povero e sbandato, è ricolmo di rabbia e disperazione, un disagio alimentato dalla totale assenza del padre. Quest'ultimo elemento potrebbe essere un riferimento al travagliato rapporto col genitore sia del cantante, sia del chitarrista, a rimarcare la natura intimista di un pezzo davvero unico. Bullet in the Head, quinto pezzo dell'album e baricentro dell'intera opera, riprende platealmente l'atteggiamento aggressivo, ma solare e propositivo, del carattere della band, in piena antitesi con quello depressivo del grunge e del gothic rock in voga in quegli anni. Il proiettile in testa cui fa riferimento il titolo sono le cazzate imposte dai mass media, l'informazione manipolata dal Sistema America e dai suoi canali d'informazione. Il senso del brano lo spiega perfettamente il cantante stesso: "Questa canzone parla di essere un individuo, di cercare e trovare nuove informazioni e di usare la propria forza come individuo per attaccare sistemi come quello americano, i quali continuano a derubare, stuprare e uccidere le persone in nome della libertà". Il brano ha un'impostazione ironica, come di una cantilena, quasi una presa in giro. La sua personalità acida è rimarcata dall'effettistica straripante di Morello, ai limiti della cacofonia, mentre la sua malcelata aggressività, dal crescendo sempre più baritono del basso di Commerford. Ovviamente. "Bullet in the Head" è il secondo singolo dei Rage Against the Machine (29 dicembre 1992). La seguente traccia, Know Your Enemy, ospita le uniche guest star del disco - e che guest star! Maynard James Keenan, leader dei Tool e degli A Perfect Circle, recita una strofa dall'impostazione trance, etera e distante, in aperta contrapposizione alla voce graffiante di de la Rocha, mentre, sullo sfondo, alla batteria di Brad Wilk si affiancano le percussioni di Stephen Perkins, batterista dei Jane's Addiction. Il pezzo è sulla contraddizione e l'ipocrisia del più classico spirito americano, la cosiddetta "Land of the free": un sistema che in realtà opera il lavaggio del cervello delle masse allo scopo di perpetrare i suoi sanguinosi giochi di potere. "Compromesso. Conformità. Assimilazione. Sottomissione. Ignoranza. Ipocrisia. Brutalità. L'elite" - elenca il cantante con tono d'accusa, per gridare infine la sua scomoda verità: "Tutti questi sono sogni americani!". L'attitudine anarchica della band non cala, anzi, aumenta esponenzialmente con Wake Up, brano reso iconico nel 1999 dal film culto "The Matrix". Certo, oggi l'appello a "svegliarsi" suona quantomeno... abusato, politicamente parlando, ma nel 1992 ha ancora un certo fascino. Lo stesso appello sarebbe divenuto una sorta di tradizione, durante i dialoghi col pubblico di Zack de la Rocha ai concerti dei Rage Against the Machine - dei veri e propri comizi politici, a dire il vero. Il tema, stavolta, è il razzismo radicato a livello istituzionale e la sua storia recente; in particolare, la band accusa esplicitamente il governo americano degli omicidi di Martin Luther King e Malcolm X (non necessariamente in modo diretto, ma anche solo fomentando l'odio tra gruppi di persone), rivolgendosi alla comunità afroamericana e invitandola a "svegliarsi". Il pezzo è di quelli straripanti: il giro di basso di Commerford, rabbioso e suggestivo; il rapping di Zack, ora tagliato con l'accetta, ora inaspettatamente fluido; l'acidità squillante di Morello; i fills molto tirati di Brad Wilk, che sa quando non strafare. Un gioiellino. Tra i pezzi meno memorabili, invece, spicca Fistful of Steel, canzone così tanto carica di sonorità da mancare d'una direzione precisa. Non che manchi di presa e, soprattutto, d'interesse artistico: è forse il pezzo più sperimentale dell'album, intrigante tentativo d'unire stilemi di una grande varietà di generi, tra scratching, rapping, punk, funk e parecchio metal. Un minestrone che ha i suoi momenti - e che rimarrà come importante termine di paragone per molto crossover - ma che finisce per non avere una personalità del tutto definita. Il soggetto del brano è il silenzio di gran parte delle masse, molto più dannoso di qualsiasi repressione attiva. Il penultimo brano s'intitola Township Rebellion, ed è caratterizzato da sonorità particolarmente minimali ma incisive, a contrapporre una narrazione relativamente concitata ad una straripante, più massiccia aggressività. Una contrapposizione rimarcata anche dallo stile nel canto, diviso esattamente a metà tra puro punk, e rapping propriamente detto. Il termine "township" indica determinate condizioni urbane del territorio e, nella cultura anglosassone, ha un significato differente a seconda del contesto storico e geografico; nel caso dei RATM, il riferimento è ai townships sudafricani, baraccopoli o ghetti per gente di colore ai margini dei quartieri dei bianchi. Il pezzo ha quindi a che fare con l'apartheid e col concetto stesso di libertà. Chiude l'opera Freedom, ultimo singolo estratto dal debutto della band. Nessuna mezza misura, stavolta: il pezzo deflagra fin dall'inizio e mantiene un tiro piuttosto alto per tutta la sua durata, pur senza mancare di parentesi sperimentali di vario genere, sia in termini di divagazioni ritmiche e vocali, sia in termini di follie chitarristiche, del genere per cui è famoso Morello. Sebbene il testo abbia un senso più generico e assoluto, il video che accompagna il singolo è centrato sulla figura di Leonard Peltier, noto leader dell'American Indian Movement: per molti, un martire, ma per l'FBI, solo un criminale da lasciar marcire in galera la bellezza di vent'anni. Una chiusura più che rispettabile, per un album destinato a divenire iconico.

IL SUCCESSO

Il 1992 consacra il debutto dei Rage Against the Machine. Il pubblico l'adora. la critica, invece, è relativamente divisa. È una buona cosa: solo i mediocri piacciono a tutti, disse un saggio. I RATM al contrario sono o amati, o odiati. Senza mezze misure. Le critiche positive sono entusiastiche: Q definisce l'opera "un disco di reale attitudine ed energia"; Il Los Angeles Times lo chiama "un debutto potente ed artisticamente consapevole". Quasi tutti concordano nel riconoscerne la natura essenziale: il primo album veramente, completamente "rap metal", preceduto unicamente da pochi e isolati esperimenti. Le critiche negative, come quelle di Robert Christgau, paiono deboli: "un album per metallari che amano il rap e odiano l'opera", scrive il critico sulle pagine di The Village Voice... qualsiasi cosa voglia dire. Alla fine è la storia a parlare: milioni di copie vendute in tutto il mondo, tredici dischi di platino di cui tre solo negli U.S.A. (in tempi in cui tali premi significano ancora qualcosa), e naturalmente, il posto assicurato nelle classifiche dei migliori album e migliori album metal per le riviste di settore più influenti, tra cui All Music e Rolling Stone. Pure il cinema fa la sua parte: la musica dei RATM accompagnerà negli anni film come "L'Università dell'Odio", "Godzilla" e soprattutto, nel '94, "The Crow - Il Corvo", pellicola di culto con il compianto Brandon Lee. E siamo solamente all'inizio.

2 - Evil Empire

SULLA CRESTA DELL'ONDA

Nonostante l'immediato appoggio di un'etichetta delle dimensione della Epic Records, il successo dei Rage Against the Machine è una sorpresa per tutti: per le radio, per i media, per il pubblico e, forse, perfino per il gruppo stesso. Dopotutto, il trionfo di una band così politicamente schierata, in un'America in cui la "sinistra" è solo pallido progressismo liberista e il resto solamente destra e ultradestra, non è per nulla un evento scontato. I RATM penetrano all'istante l'immaginario dei giovani americani col miglior tempismo possibile: da una parte, il momento storico determinante, dall'altra un sound giovane, facilmente associabile all'underground, "legittimato" dall'unione con sonorità già radicate e ormai globalmente accettate. Ma non basta. Avessero avuto la metà del successo che hanno avuto, le condizioni sono talmente a svantaggio dei RATM che le tempistiche, per quanto eccellenti, non bastano a giustificarne il trionfo. Concorrono altre e più sottili motivazioni. L'abilità geniale di Tom Morello è un dato di fatto. Il chitarrista rappresenta almeno tre figure fondamentali: l'artista socialmente impegnato, forte d'una credibilità che gli è data dal retaggio e dal suo titolo di studio; Il musicista nuovo, aperto a qualsiasi novità e pronto ad infrangere le tradizioni della sua musica e del suo strumento; il chitarrista vecchia scuola, vanitoso come dev'essere, capace di esplodere in tecnicismi elevati ed evocativi momenti solisti. Queste ultime due sfaccettature, apparentemente antitetiche, convivono armoniosamente ognuna in appoggio dell'altra: la prima garantisce al musicista una buona credibilità presso i più giovani, la seconda invece, presso il pubblico più anziano. Anche Zack de la Rocha è indispensabile: la sua rabbia, la sua indignazione, la passione con cui porta avanti le proprie battaglie, sono palesemente genuine e il pubblico - giovane e meno giovane - ne riconosce immediatamente l'onestà intellettuale. L'esperienza del cantante in contesti estremamente underground, alcuni culturalmente dominati dai bianchi (il punk e il metal) e altri dai neri (il funk e, soprattutto, l'hip hop), è una chiave dorata alla più totale credibilità da parte di entrambe le culture. Infine, in un'epoca in cui l'attitudine al groovin' sostituisce la quasi totale centralità della chitarra elettrica, l'impostazione dettata da Tim Commerford e Brad Wilk è decisamente fondamentale. La sezione ritmica, spesso trascurata, è indispensabile a dare vita allo spirito stesso di ogni singola composizione, trascinandola a forza nello spirito del tempo e nelle sue sensazioni. Ma forse, a fare davvero la differenza, è un aspetto ancora più astratto: I Rage Against the Machine hanno in sé il Rock 'N' Roll. Ce l'hanno proprio nel DNA, e il rock 'n' roll - quello che rappresenta e tutto ciò che per cui si è battuto - è una cosa che o ce l'hai, o non ce l'hai.

L'ALBUM #2

Mentre l'album di debutto vende milioni di copie in tutto il mondo, la band è impegnata in un lungo tour prima negli Stati Uniti, poi in Europa, a fianco dei Suicidal Tendencies. Normalmente, una band emergente cerca di restare sulla cresta dell'onda il più a lungo possibile, solitamente lanciando il secondo album a non più di uno o due anni di distanza dal debutto. I Rage Against the Machine aspettano quattro anni. Per la band non è un problema: vengono tutti dall'underground, dalla musica che vive e respira sul palco, e sulla cresta dell'onda ci rimangono a suon di concerti furibondi. L'incisione di un full length non è altro che una mera formalità. Ad ogni modo, Evil Empire esce nell'aprile del 1996, ed è subito un piccolo terremoto. La copertina, tratta da una vecchia illustrazione di Mel Ramos, capovolge il senso stesso dell'immaginario supereroistico americano, ovviamente in relazione al titolo stesso. "Evil Empire" è infatti un'espressione coniata dal presidente Ronald Raengan durante la guerra fredda per descrivere il nemico sovietico... peccato che, per i Rage Against the Machine, sia più che adatto per descrivere anche gli Stati Uniti d'America. Ai più cinici europei, per non parlare degli italiani - campioni mondiali in fatalismo e disillusione - può sembrare una cosa da nulla, una provocazione adolescenziale e nulla più. Ma nel 1996, negli U.S.A., perfino i democratici più convinti ostentano un patriottismo ai limiti del ridicolo (almeno agli occhi di un europeo): non c'è spazio per il dubbio quando si tratta della Land of the Free, figuriamoci per una critica che rasenta l'insulto. Definire la terra dei Padri Pellegrini, il sogno americano, la patria della libertà eccetera eccetera, come "Impero del Male", è una provocazione capace di dar vita a reazioni perfino violente. Nell'arte, musica compresa, non è del tutto una novità, ma i Rage Against the Machine sono la prima band mainstream a portare la critica al governo in termini così caustici e privi di mezze misure. Dopotutto, per certi versi, gli anni '90 sono un periodo di transizione per la più grande potenza del mondo, che passa dalla sua travagliata e violenta infanzia alla sua adolescenza; un momento storico che dura tutt'ora, nonostante la rapida maturazione imposta dall'11 settembre, e che vede l'America ripiegata sui suoi problemi a fare il punto di tutte le storture accumulate nei suoi primi secoli di vita... proprio come un teenager. I Rage Against the Machine sono un sintomo piuttosto rumoroso - per così dire - di questo tortuoso passaggio.

L'album si apre con quello che sarà il terzo singolo estratto, People of the Sun, una botta di puro funk modellato sul riffing di Morello e Commerford. Rispetto al primo album, colpisce la strumentale messa in primo piano rispetto alla voce di Zack, ora meno protagonista, quasi un tutt'uno col ruggito del basso. Il testo, nato inizialmente per parlare della vicenda dei nativi americani nell'area di Chicago, si è successivamente sviluppato per raccontare la lotta del movimento zapatista, la cui resistenza e successiva insurrezione avevano avuto luogo un paio d'anni prima, nel 1994. L'album, comunque, esplode veramente solo quando attacca Bulls On Parade. Un basso mostruosamente pesante e cattivo marcia in perfetta sinergia col sound di un Morello tiratissimo, secco, senza fronzoli (tranne un peculiare effetto "scratching" sul solo), su di una ritmica calma e rilassata come il battito cardiaco di un cecchino in posizione di tiro. De la Rocha non ha nemmeno bisogno di urlare, perfino il rapping è ridotto all'osso: è un soliloquio politico, un'arringa accuratamente studiata per suggerire all'ascoltatore immagini vivide, paurose, e l'idea parossistica che le forze armate statunitensi siano "tori in parata"; volendo usare l'espressione cara ad un'altra band del periodo, i Pantera, per Zack l'America fa sfoggio di sé in una crudele e "volgare dimostrazione di potere". Ovviamente, pure "Bulls On Parade" esce come singolo: è il secondo, a sancire il definitivo ritorno di una delle formazioni più controverse d'America. Vietnow è il terzo brano in scaletta e l'ultimo singolo a promozione dell'album. L'anima funk della band risalta del tutto in un groovin' torcibudella e nell'effettistica fitta e varia di Morello, a supporto di un rapping ora serrato, ora inesistente, sostituito da mormorii e vocalizzi. Tra tutti, la colonna portante è Brad Wilk: il batterista costruisce un impianto ritmico non banale e particolareggiato, ricco d'intuizioni e fills. Oltre ai vari riferimenti musicali (come The Wanton Song dei Led Zeppelin, amati da Morello) e letterari (tra cui James Baldwin), il tema portante è la denuncia della propaganda perpetrata dalle radio di destra ed estrema destra; non tutte le radio repubblicane o libertarie, in realtà, quanto piuttosto quelle in possesso di alcune figure chiave della politica e dello spettacolo, esplicitamente accusate dalla band americana. Revolver, quarto pezzo, soddisfa finalmente tutti i feticismi elettronici di Morello, che insieme al sempre pompatissimo Tim Commerford dà vita al brano più "new wave" - per così dire - dell'intero catalogo. Zack de la Rocha alterna strofe quasi bisbigliate, caute, ad un ritornello catartico e rabbioso, in linea con un testo ch'è la descrizione d'un rapporto malato e distorto, la narrazione di quotidiani episodi di violenza domestica - così maledettamente comuni in ogni parte del mondo. Snakecharmer cambia l'andatura ma non l'attitudine, sperimentando un'effettistica molto diffusa nell'alternative rock anni '90, sia nella voce che nella strumentale. Ai canoni classici della chitarra rock, Morello sostituisce prevedibilmente la sua vena creativa post-modernista. Il testo è per certi versi "intimista"... be', alla maniera dei RATM: parla della solitudine intrinseca del sognatore (o rivoluzionario) che desidera cambiare il mondo, della sua sofferenza, e al tempo stesso rappresenta un'accusa nei confronti di coloro i quali si comportano da amici, ma solo finché gli conviene. Finché il vento, inesorabile, non cambia direzione. Il basso di Commerford torna a ruggire prepotentemente nella concitata Tire Me, caotica fin quasi alla totale cacofonia. Molto più punk di tanta roba passata di Zack, questa canzone mischia punk hardcore, funk, elementi stoner metal e sperimentazione purissima a una maniera irripetibile: mai sentita prima, mai più sentita dopo. Non è un genere, sono semplicemente i Rage Against the Machine. Non potendo meglio catalogarla, "Tire Me" vince un Grammy Award come miglior canzone metal nel 1997, a dispetto della sua assenza sul mercato in qualsiasi format (singolo, radio o quant'altro). Il tema del brano, come esemplificato dallo stesso de la Rocha, celebra senza vergogna di retorica la dipartita di Richard Nixon, personaggio odiato dalla band, da gran parte della sinistra in tutto il mondo e pure da molti movimento più a destra (specie in Europa), per non parlare naturalmente degli anarchici. Un simbolo dell'imperialismo militare e capitalista che non poteva mancare di esser preso di mira dai nostri. La successiva Down Rodeo non abbassa i toni, anzi. Sebbene più orecchiabile, con la sua ritmica sostenuta e il canto orientato a un più canonico rapping, la canzone è animata da un tema caustico e violento. Sullo sfondo di una lotta di classe sotterranea, il cantante immagina d'iniziare una sorta di sommossa armata a partire da Rodeo Drive, uno dei quartieri più ricchi di Beverly Hills, in California: "E così ora sono in giro per Rodeo con un fucile. Questa gente non ha mai visto un uomo dalla pelle marrone, almeno finché i loro nonni non gliene hanno comprato uno". Una violenza, quella delle strofe, in pieno accordo con il suono graffiante fino al dolore della chitarra di Morello. Il cambio di rotta, musicalmente parlando, arriva con Without a Face. Il cantante ha qui modo di esibirsi in un rap classico, quasi tradizionalista, adagiato su di una base minimale di basso, batteria e chitarra: i primi due danno vita a un groove urbano, angosciante, mentre la terza martella l'ascoltatore con una singola, assillante e distorta nota. A spezzare la tensione è unicamente la catarsi del ritornello, unico momento in linea con la matrice rock del gruppo. Il tema è quanto mai attuale: l'analogia con il confine tra Stati Uniti e Messico, dove un muro di fatto c'è sempre stato, e il muro di Berlino, caduto - all'epoca - da pochissimi anni. Queste le parole di Zack de la Rocha, egli stesso d'origine messicana: "Sembra che appena è caduto il muro in Germania, il governo degli Stati Uniti si sia impegnato a costruirne uno tra USA e Messico. Fin dal 1986, come risultato di tanta retorica intrisa d'odio e d'isteria da parte del governo degli Stati Uniti, 1500 corpi sono stati trovati sul confine. Abbiamo scritto questa canzone in risposta a questi fatti". "Whitout a Face", senza un volto, sono le vittime messicane di tale politica, simili a quelle di oggi nell'America di Trump. La traccia successiva, Wind Below, persegue la medesima impostazione stilistica: base ritmica semplice e marcata, rapping canonico, e molto, moltissimo Morello: il chitarrista si scatena letteralmente nei suoi stilemi peculiari, negli esperimenti, nelle "stranezze" - per così dire - per le quali s'è fatto amare e odiare in tutto il mondo. Il titolo del brano fa riferimento a un'espressione usata dal Subcomandante Marcos a proposito del movimento zapatista: il "vento sottostante" è quello che va alzandosi lentamente ma inesorabilmente, fino a divenire una tempesta - politicamente parlando, in questo caso. Tra le altre cose, Zack de la Rocha preannuncia future guerre tra lavoratori e corporazioni, con particolare riferimento alle grandi multinazionali asiatiche e americane.

L'album si avvia verso la conclusione con il penultimo pezzo: Roll Right. Meno Morello e più Commerford, ora, a intessere un sound baritono e pauroso, carico della sensazione d'un pericolo imminente. Non che manchino, naturalmente, il sound del chitarrista o il carattere del cantante, tornato adesso a stilemi più vicini a certo punk che non all'hip hop (nonostante un certo gusto per la metrica e la rima), così come non mancano le semplici ma determinanti intuizioni di Brad Wilk. Più che una tematica precisa, il brano è uno sfogo: contro le forme di potere più corrotte; contro il lavaggio del cervello operato da tali poteri; contro i simboli usati dal potere - croci, denaro e quant'altro; contro, soprattutto, la passività delle masse e la loro tacita condiscendenza. Chiude degnamente l'opera Year of tha Boomerang, primo singolo estratto dal disco nel lontano dicembre del '94. In effetti, il brano risale ai tempi dell'album di debutto e la versione presente su "Evil Empire", con le sue chitarre distorte di gusto tipicamente metal, è piuttosto differente da quella rilasciata nel singolo, orientata all'hip hop e determinata soprattutto dal sound di Tim Commerford. Nonostante le distorsioni del chitarrista e l'accelerazione da lui imposta, la matrice rap e il basso rimangono comunque determinanti: un pezzo perfetto per quegli anni particolari, nel pieno del boom dell'hip hop più cattivo e socialmente impegnato. Il titolo è un riferimento a Jean Paul Sartre: "è il momento del boomerang", scrisse il filosofo, scrittore e attivista, a proposito della risposta violenta dei nativi nei confronti dei coloni francesi nelle Antille. Insomma, la violenza perpetrata ai danni dei più deboli può (e deve) diventare un boomerang, quando i deboli decidono di reagire. Zack de la Rocha ne approfitta comunque per una veloce panoramica delle tematiche care alla band: diseguaglianza sociale, sessismo, razzismo, capitalismo, politica imperialista e colonialista - a compimento del definitivo manifesto della band e a ideale chiusura dell'album.

IL CONSOLIDAMENTO

Evil Empire è un successo commerciale che piace pure alla critica: la gran parte delle riviste più note si attesta su di un tiepido "più che sufficiente", mentre le pubblicazioni più specifiche e più giovani, forse più avvedute, si sbilanciano su opinioni ben più elevate. "Evil Empire" perde qualcosa, rispetto al suo predecessore, soprattutto una certa spigliatezza e una rabbia genuina, perfino atavica; è pure meno vario e certe tematiche, fisiologicamente limitate, tendono inevitabilmente a ripetersi. Tuttavia, questo secondo album dei Rage Against the Machine, perdendo queste cose ne guadagna altre: la consapevolezza del proprio sound, ad esempio, ma pure il coraggio e la maturità di sperimentare soluzioni ardite su di strutture già definite, per un risultato a prova di bomba. L'impegno sociale, inoltre, è adesso un marchio di fabbrica consolidato e riconoscibile. La recensione più interessante è quella di Rolling Stone, che scrive (non senza la solita punta di malizia): "Questa musica non è fatta per divertire. I Rage Against the Machine hanno blindato la mentalità dell'assedio sociopolitico nel loro hip hop metallico fino a un livello addirittura dogmatico - oltre ad aver affinato il loro sound fino ad arrivare a raggiungere un'accuratezza maniacale e perfetta - che la band e le ruggenti gioie del suo harangue 'n' roll sembrano praticamente asessuate". Una descrizione intrigante che vale la pena analizzare: per cominciare, che la musica dei RATM non sia fatta per divertire, è un dato di fatto. L'affermazione del giornalista non è e non vuole essere una critica negativa. La musica dei Rage Against the Machine vuol fare arrabbiare, intimorire, odiare, eccitare - ma non divertire, per quanto l'ebbrezza delle forti emozioni possa essere scambiata per "divertimento". La musica di questi ragazzi si prende molto sul serio, e come tale vuol esser presa pure dagli altri, rifiutandosi per natura d'essere ascoltata superficialmente o in maniera disimpegnata. Il giornalista si sofferma poi su di una serie di complimenti perfino eccessivi, come a indorare la pillola che seguirà: I RATM hanno infatti senza dubbio affinato il loro sound, anche se arrivare a dire che hanno raggiunto un'accuratezza maniacale, addirittura vicina alla perfezione, è un'esagerazione voluta e ricercata. Che abbiano fatta loro la "mentalità dell'assedio politico" - l'attitudine alla dissidenza perenne e alla critica feroce del sistema - è invece un altro dato di fatto, e il più rilevante. Il giornalista conclude con una frecciata assai tagliente: l'harangue 'n' roll della band - in cui "harangue" è un termine che indica il soliloquio compiaciuto e pomposo - sarebbe così privo di compromessi e così tirato per i capelli, da risultare "asessuato", nel senso di "privo di sensualità". Sembra un commento puerile ma non lo è affatto: nel '96, la musica dura è ancora legata all'antica triade "sesso, droga & rock 'n' roll", e che una band inserita nel circuito mainstream - e per natura avulsa all'elitarismo intrinseco della musica di nicchia - ignori volutamente l'elemento sensuale e quello squisitamente autodistruttivo, per alcuni rappresenta una sorta di bug di sistema. I RATM non sono dark, non sono "depressive", non sono oscuri; eppure, non parlano di donne né di bagordi, nemmeno di storie di fantasia o di epica o satanassi e cose del genere. I Rage Against the Machine portano la rabbia politica del punk al di fuori dei suoi spazi, e lo fanno con una presa di posizione così netta da distinguersi pure dall'anarchica ambiguità del punk stesso. In Europa la cosa non fa scalpore, ma in America, la band californiana è una bestia rara e pericolosa. I tempi, comunque, stanno rapidamente cambiando.

3 - The Battle of Los Angeles

L'APICE DEI RATM

Ora che non sono più "la novità" ma una realtà consolidata, i Rage Against the Machine sono su tutti i media: dalla TV alla radio, dai giornali al grande schermo. La band impone il suo modello di controcultura, ostentando la reputazione di gruppo pericoloso e controverso, coscientemente capace di spaccare in due l'opinione pubblica statunitense. Privo dello spauracchio comunista e relativamente in pace da diversi anni (se si esclude il sanguinoso ma semi-ignorato conflitto nei Balcani), il mondo occidentale è tutto ripiegato sui suoi problemi - dalla disuguaglianza al razzismo, dall'ambientalismo ai conflitti più lontani - ma tutto sommato, fin troppo benestante per mettere a repentaglio le proprie ricchezze e agire concretamente. I primi sintomi del disastro economico ci sono già, ma pochi se ne accorgono. In uno scenario del genere, il vasto repertorio di nobili battaglie cantato dai Rage Against the Machine suona più appetibile e condivisibile che mai. La band, al contrario di gran parte della sua audience, fa sul serio, e lo dimostra coi molti (moltissimi) soldi devoluti in progetti sociali di vario genere, e nei colpi di testa anche piuttosto eclatanti in televisione o sul palco; uno degli episodi più famosi è rappresentato dalla bandiera americana capovolta esposta dalla band al Saturday Night Live, costringendo la direzione del programma a dimezzare la scaletta. Un altro esempio, risalente al '93, vedeva i musicisti salire completamente nudi sul palco, la bocca imbavagliata e delle grosse lettere sul petto, a formare la sigla "PMRC" (Parents Music Resource Center), l'organizzazione dei genitori uniti per la censura musicale negli U.S.A. Nel 1999 la band si esibisce a Woodstock 99 insieme ad alcune formazioni nu metal, il cui stile nasce proprio dall'influenza del rap metal di Morello e compagni (e da quella dei Korn, anch'essi presenti, dei Deftones e di pochi altri pionieri del crossover anni '90). Il tour in coppia col Wu Tang Clan (tra i più rinomati e controversi collettivi hip hop della East Coast) e in seguito coi The Roots (a sostituzione del WTC), diventa un caso nazionale, con le polizie di molte giurisdizioni in stato d'allerta generale, i governatori repubblicani sul piede di guerra e le varie "buon costume" locali in totale delirio. Un loro celebre brano, Wake Up, firma i titoli di coda di The Matrix, pellicola d'impatto generazionale. Insomma, quando esce The Battle of Los Angeles, i Rage Against the Machine sono all'apice della loro carriera. È il 2 novembre 1999.

L'ALBUM #3

The Battle of Los Angeles, che si presenta con un artwork di copertina ad opera dell'artista Joel Jaramillo (meglio noto come LA Street Phantom), ha inizio con Testify. L'idea è mettere fin da subito in chiaro un concetto: i Rage Against the Machine non si vogliono fossilizzare su quanto già fatto. Il pezzo d'apertura è in tutto e per tutto una canzone dei RATM, ne trasuda lo stile e lo spirito, ma allo stesso tempo è molto differente da quanto ascoltato nei primi due album. Il rapping è dosato e accoppiato con maggiore gusto ad altri stilemi, l'elettronica di Morello rifugge l'edonismo masturbatorio della cacofonia gratuita, la sinergia tra Commerford e Wilk è assoluta. Ognuno di questi elementi, inoltre, lavora in perfetto accordo con tutti gli altri. Meno di quattro minuti che sembrano due, tanto il brano fila liscio e godibile, pure eccitante e spavaldo: questo è "Testify". Il testo, oltre a fare uso del vasto e vario citazionismo tipico della band, fa riferimento ai media statunitensi, colpevoli di deformare l'informazione e plasmare un'idea collettiva del mondo che non corrisponde alla realtà. Esemplificativa la citazione del motto di Oceania, tratta da "1984" di Orwell: "chi controlla il passato, controlla il futuro. Chi controlla il presente, controlla il passato". Segue su toni politicamente e musicalmente simili Guerrilla Radio, combattiva e galvanizzante, propositiva e solare come quasi ogni pezzo dei RATM. L'apparente scompostezza del sound è palesemente ricercata, incastrata e ordinata da intuizioni invisibile e altre quasi grossolane, grezze ma funzionali. Poco più di tre minuti deflagranti, tutto riffing, elettronica e un flow tagliato con l'accetta, tipicamente "zackiano". Il testo fa ampiamente riferimento all'imminente elezione del presidente degli Stati Uniti, e dunque allo scontro mediatico tra Al Gore e George W Bush (e che, per la cronaca, vedrà quest'ultimo vittorioso sull'avversario democratico). La band racconta la democrazia americana come un enorme specchietto per le allodole, come un sistema governato da un solo partito che spinge le masse a concentrarsi su dettagli inutili e marginali. Ovviamente, al netto di qualsiasi assenza d'amore per Al Gore, l'odio per la potente famiglia Bush e i suoi intrallazzi mafiosi è più che evidente. Dì lì, la necessità di una guerriglia sotterranea a colpi di musica, una "Guerrilla Radio". Il brano esce prevedibilmente come primo singolo in ottobre, perfetto manifesto della band al suo apice. Segue Calm Like a Bomb, pezzo che fa onore al suo titolo. Il basso di Commerford, in effetti, è una bomba a orologeria, e dopo l'iniziale calma arriva ben presto la tempesta. Morello crea un riffing devastante, sul quale Zack de la Rocha rappa lento ma inesorabile, proprio come le percussioni di Brad Wilk. Il risultato è uno dei brani più pesanti del disco, mai ammorbidito dai classici assoli ma, anzi, blindato da un'orgia di cacofonie elettriche e percussioni. Il testo è una sorta d'elenco di tutte le iniquità del mondo, e di citazioni letterarie e politiche (da James Baldwin a Emiliano Zapata), cui segue la canonica chiamata alle armi dei Rage Against the Machine. Cambio ti tono e di sonorità con la quarta traccia: Mic Check. Non più solare ma cupa e urbana, questa canzone mette in luce gli anni passati da Zack nei locali hip hop underground di tutta la west coast. Il rap è padrone, qui, su di un sottofondo di basso minimale e una base elettronica malinconica e asfissiante, in antitesi con la rabbia evidente nel tono del cantante. Non c'è bisogno d'una tematica precisa, ma solo di mettere in evidenza le ipocrisie d'una nazione e delle sue forme di potere, con ironia e furore al tempo stesso: in pieno "stile de la Rocha". La seguente Sleep Now in the Fire è un classico che alcuni ricorderanno nella performance degli Audioslave, con Chris Cornell alla voce e lo sfondo dello storico concerto a Cuba. Musicalmente, si torna a sonorità più popolari ed orecchiabili, un rap rock che pare quasi una versione "edulcorata" del tipico sound della band, nonostante il possente groove di basso, l'esplosione elettrica di Morello e un feeling generale vagamente punk. Il testo è un'invettiva contro l'eredità del capitalismo e della politica statunitense nel mondo, e una panoramica storica sugli eventi alla base delle attuali storture del sistema occidentale - dalla conquista del continente americano ai danni dei nativi alla schiavitù, da Hiroshima alla segregazione. Il video del brano è opera di Michael Moore, regista noto per documentari politicamente schierati e molto critici, come "Fahrenheit 9/1", "Bowling for Columbine e parecchi altri". I disagi legali avvenuti nei pressi della Borsa di New York, sede delle riprese, con Moore portato via dalla polizia, la band che tenta di entrare nell'edificio e le porte blindate dello stesso ben chiuse per l'occasione, sono una gran bella pubblicità per i Rage Against the Machine - e anche per questo brano, ovviamente il secondo a uscire come singolo nel '99. La seconda parte del disco, meno radiofonica ma per certi versi "più vera", si apre con Born of a Broken Man, perno centrale dell'intera opera. L'attacco dal sapore classico, tra hard e doom vecchia scuola, lascia l'ascoltatore quasi interdetto, mentre il rap viene del tutto accantonato in favore un'impostazione alternative hard rock, tipicamente novantiana. Anche il testo, intimista e personale, si discosta dal resto della produzione. Il brano è infatti dedicato al padre di Zack, Beto de la Rocha, un uomo e un artista del popolo (rappresentativo della Chicano art e del collettivo Los Four) piombato quasi dall'oggi al domani in uno stato di follia generale e di manie religiose. Born as Ghosts rimane su tendenze piuttosto alternative, scarno di sensazioni hip hop e tutto giocato sul riffing di Morello. L'alterarsi di relativa calma ed esplosioni strumentali e vocali, è una ricetta tanto abusata quanto di sicuro impatto. Anche in questo caso, il testo ha un sapore più personale: tratta infatti delle problematiche inerenti il confine tra Messico e Stati Uniti, della povertà di milioni di famiglie messicane e dei loro bambini, dei sogni e dei drammi di chi tenta di entrare negli Stati Uniti in cerca di un futuro migliore. Maria torna su sonorità hip hop ma non abbassa neanche di un millimetro i toni, tornando su tematiche sociali e (all'epoca) attuali. Strutturalmente, la base del rapping molto serrato del cantante posa su di una base semplice ma avvolgente, segnata da un Morello quasi "crudele", asfissiante, e da un basso cupo ed incombente. Tra le strofe il caso di cronaca di Maria, una donna messicana uccisa in una fabbrica americana (quel genere di fabbriche piene d'immigrati da sfruttare a basso costo), diviene il simbolo di tutte le ingiustizie e le iniquità americane, nonché un pretesto per accennare ancora una volta alla rivoluzione zapatista. Il successivo Voice of the Voiceless è uno dei pezzi più schiettamente sperimentali, nonostante la relativa semplicità compositiva. Oltre a quell'alternanza tra mormorii e urla in cui il cantante eccelle, è il contrasto tra la pesantezza del basso e l'ariosità della chitarra, a definire il brano. Il tema invece è tra i più controversi: i Rage Against the Machine prendono infatti le difese di Mumia Abu Jamal, un membro dei Black Panther accusato dell'omicidio di un poliziotto a Philadelphia e, per tale crimine, condannato a morte dopo essere stato quasi ammazzato da un colpo d'arma da fuoco dritto al petto. "Abu Jamal", in effetti, in quegli anni è il nome di una radio indipendente fortemente politicizzata, la "voce dei senza voce, appunto. Nonostante il caso Abu Jamal sia uno dei più controversi della storia recente americana (qui la vicenda: https://it.wikipedia.org/wiki/Mumia_Abu-Jamal), la polizia di Philadelphia non apprezza l'appoggio della band californiana ad un uomo accusato di aver ucciso uno dei loro, un'acredine cui i Rage Against the Machine reagiscono con ironia sprezzante e una buona dose di rancore. Durante un concerto nella città della Pennsylvania, Zack de la Rocha avrebbe infatti detto al microfono: "buonasera, vorremmo solamente mandare un rapido e amichevole messaggio a... uh, il fraterno ordine di polizia di Philadelphia. Eccovi qualcosa di simpatico e amichevole, qualcosa tipo questo"; al ché, partiva "Fuck the Police" dei NWA. New Millennium Homes è un tipico pezzo rap metal, forse il brano meno ricercato dell'album. Nel complesso, comunque, funziona abbastanza bene, seppure privo di una vera e propria catarsi o di parentesi di creatività degne di questo nome; il breve momento "sperimentale" del chitarrista suona pure incollato all'ultimo momento, non necessario. Il testo è una sorta d'invito, o prefigurazione, a futuri conflitti di classe che dovrebbero sconvolgere gli Stati Uniti all'alba del nuovo millennio - una prospettiva forse non del tutto improbabile, se l'11 settembre prima, la guerra in Medio Oriente e la crisi economica poi, non avessero portato la società americana verso altre direzioni e problematiche. Aperta dalle distorsioni squillanti di Morello, Ashes in the Fall inizia ad avviare l'album alla sua conclusione. Musica sperimentale del genere "analogico" che si faceva negli anni '70, elettronica dai toni più contemporanei. accenni non troppo marcati di sonorità hip hop e una ritmica piuttosto particolare, sono i segni distintivi del brano. Partendo dal violento passato americano, coi linciaggi dei neri all'ordine del giorno, il tema della canzone prosegue idealmente l'idea alla base del pezzo precedente: così come "New Millennium Homes" immagina una futura rivoluzione sociale a partire dal basso, "Ashes in the Fall" immagina l'implosione terribile ma "liberatoria" dell'attuale società moderna. Chiude più che degnamente l'opera War Within a Breath, un pezzo carico di furore, potenza e vitalità, caratterizzato da un basso bello pesante, da intuizioni ritmiche e chitarristiche incisive e interessanti e da un canto difficile da definire tale: Zack sembra più uno che urli i suoi ideali da un megafono a una piazza gremita, che un cantante, e la cosa funziona a meraviglia. Il testo è un manifesto finale di rabbia e di speranza: l'orrore e il rifiuto per le guerre corrotte che hanno dilaniato e dilaniano il mondo, riferimenti al passato e al presente, a quella rivoluzione zapatista così amata dal cantante (de la Rocha in quegli anni è attivamente impegnato su quel fronte); tutto questo è infine stemperato da un presentimento radioso, la previsione di un'umanità futura purgata col fuoco e infine rinata più giusta, pulita e solidale.

UN SUCCESSO CLAMOROSO

"The Battle of Los Angeles" è un successo di pubblico e di critica come nessun altro album dei Rage Against the Machine. Nemmeno il primo, deflagrante album era riuscito ad arrivare a quei numeri, né a unire la critica in una generale, fragorosa ovazione. L'album debutta al numero uno della Billboard americana, riuscendo a vendere oltre quattrocentomila copie nella prima settimana - in pieno boom di pirateria discografica. Sia per il Time che per Rolling Stone, "The Battle of Los Angeles" è il miglior disco del 1999, nonché uno dei 500 album più rilevanti di sempre. Alla fine, l'opera collezionerà due platini negli Stati uniti e altri due in Canada, più un quinto in Australia. Molti si esprimono sulle sue sonorità, ormai del tutto mature ed estremamente ricche e ricercate, o sui testi, mai così specifici, puntigliosi e pericolosi, vere e proprie mine sociali messe in mezzo ai piedini della bella gioventù americana. È tuttavia lo stesso Zack de la Rocha a descrivere al meglio l'opera sua e dei suoi compagni: "Los Angeles è famosa per Hollywood e per la sua cultura del divertimento, ma la realtà è che è una città in conflitto permanente tra coloro che hanno e coloro che non hanno, tra quelli che sono nati privilegiati e quelli che sono stati abbandonati dal sistema governativo". Insomma, al netto di qualsiasi analisi critica, "The Battle of Los Angeles" è un album su di una città simbolo di tutto ciò che c'è di buono e di bello ma pure di fittizio, ipocrita, violento e destabilizzante nell'America contemporanea. E a ben vedere è anche l'ultimo, reale manifesto di una delle più grandi band di fine millennio.

The Matrix

Il film di culto delle sorelle Wachowski, all'epoca dei fatti ancora fratelli Wachowski, merita senz'altro una menzione a parte. Mentre nel 1999 esce il terzo e ultimo capolavoro dei RATM (se vogliamo escludere per motivi artistici il pur splendido "Renegades"), l'immaginario collettivo tutto è scosso dalle incredibili vicende di Neo, Trinity e Morpheus. The Matrix è un capolavoro in termini di scrittura e messa in scena, un'opera che nonostante l'evidente e ampio citazionismo (in certi casi ai limiti del plagio), gode di una personalità distinta e di una potenza narrativa unica, specialmente in quel particolare momento storico. Ogni singolo elemento fantascientifico della pellicola gode di una doppia lettura a sfondo politico e sociale, di un messaggio palesemente e profondamente anti-sistema. La colonna sonora riflette tale natura e - neanche a dirlo - il finale del film esplode sulle note di un pezzo di Rage Against the Machine: Wake Up. Decisamente un brano perfetto, vista l'evidente metafora: il risveglio di Neo nel mondo reale è il risveglio di colui che, finalmente, riesce a rendersi conto dell'inganno perpetrato dal Sistema ai danni dell'intera popolazione mondiale. L'esortazione dei Rage Against the Machine, anch'essa una metafora a sfondo socio-politico, è dunque quasi una sintesi del concetto basilare al cuore del film. Il sodalizio tra la saga delle Wachowski e la band californiana durerà ancora fino al 2003, quando, all'uscita di "Matrix: Reloaded", l'ennesimo pezzo dei Rage Against the Machine sarà selezionato per essere parte della nuova soundtrack; "Calm Like a Bomb", pure se meno allegorica di "Wake Up", si presta perfettamente alla notevole quantità d'azione della seconda pellicola della trilogia. La colonna sonora del primo film rimane comunque quella esemplificativa d'una intera generazione di musicisti, artisti famosi e meno famosi ai margini del sentire collettivo e del socialmente accettabile, tra cui: Rob Zombie, Marilyn Manson, The Prodigy, Deftones, Monster Magnet, Rammstein e altri meno mainstream ma, non per questo, meno incisivi sullo scenario anni'90. Il ventesimo secolo si chiude così con l'opera di due giganti dell'intrattenimento e dell'immaginario collettivo, protagonisti della loro generazione e di un tempo ben preciso, al bivio d'imminenti e giganteschi passaggi storici.

Qui la nostra recensione dettagliata dell'opera, custodita nella compilation "The Matrix: Music From the Motion Picture":

https://www.rockandmetalinmyblood.com/recensioni/the-matrix-music-from-the-motion-picture/1999-warner-bros-maverick/3065/

2000 Mtv Video Music Awards: il fattaccio

Nel settembre 2000. I Rage Against the Machine sono ospiti agli Mtv VMA. I quattro suonano "Testify" di fronte a un pubblico inconsapevole che quella sarebbe stata una delle ultime, vere esibizione dei RATM. All'evento sono presenti gli artisti di punta del periodo, come ad esempio i Blink 182, Macy Gray, i Red Hot Chili Pepper, i Metallica, i R.E.M., Eminem, Jennifer Lopez, Christina Aguilera, i Blur, i Foo Fighters, Britney Spears e parecchi altri - molti rapper, moltissime pop star. Quando a vincere il premio come miglior video nella categoria "rock" sono i Limp Bizkit, accade il fattaccio. Ma come, i Rage Against the Machine sono in gara con il video di "Sleep Now in the Fire" - per il quale hanno tentato la sommossa alla Borsa di New York insieme al regista di The Onion, finendo quasi arrestati - e a vincere quello stupido premio sono i Limp Bizkit? Proprio i Limp Bizkit, una band nata dalla diretta influenza dei RATM ma che, al contrario dei RATM, non tocca mai argomentazione davvero scomode e trasuda una patinatura che invecchia sempre più male ogni giorno che passa. Oltretutto, i Limp Bizkit vincono con un video piattissimo e ruffiano, pieno della crema della scena rap e alternative del periodo (per la gioia di un ristretto club elitario). Per Tim Commerford è davvero troppo. Il bassista elude la sicurezza e si arrampica su di una scenografia, rifiutandosi di scendere, e servono un bel po' di tempo e parecchi energumeni a tirare giù quell'omaccione. Sotto, sul palco e tra gli spalti, alcuni sono divertiti, altri si direbbero innervositi; i Limp Bizkit dal canto loro semprano piuttosto imbarazzati, ma mai quanto i compagni di Commerford: i poveri Zack, Brad e Tom sembra quasi vogliano sotterrarsi, a giudicare dalle loro espressioni. Dopotutto, Commerford è sempre stato la "mina vagante" della band. Non che avesse importanza: era un amico e un commilitone fedele. La personalità sgangherata del musicista è sempre stata parte delle caratteristiche dei RATM, nel bene e nel male, dalla sua difficile (difficilissima) infanzia alla maturità, durante la quale ha dimostrato di andare oltre la fede politica dei compagni o il loro generico scetticismo, definendo se stesso un "teorico del complotto", negando eventi come lo sbarco sulla Luna o l'esistenza dell'Isis (da lui definita come un'invenzione per avere la scusa per sganciare le bombe). Lo scherzetto gli costerà una giornata in gattabuia, ma va detto che l'esperienza figura piuttosto bene nel curriculum di Tim. Alla fine, comunque, sono i Limp Bizkit a fare quasi tenerezza. Loro hanno sempre amato i Rage, tanto da suonarne spesso qualche pezzo e da dichiarare, prima di suonare "Killing in the Name": "Questa è dedicata alla band rap-rock che ha dato inizio a tutto. Quando ho sentito per la prima volta questo pezzo, questa merda mi ha colpito proprio qui (indicando il cuore), e questa parte (quando Zach de la Rocha urla "Fuck you!/I won't do what you tell me!", ndr) ha cambiato la mia vita!" (da Rolling Stone). In tutta risposta, sarebbe stato proprio Commerford a dire: "Chiedo scusa per i Limp Bizkit, davvero. Mi sento male al pensiero di aver ispirato una merda del genere". Aggiungendo: "Siamo rimasti solo noi e per quanto mi riguarda, siamo gli unici a contare ancora qualcosa".

Il fattaccio degli Mtv VMA e l'imbarazzo che avrebbe investito, tra gli altri, soprattutto Zack de la Rocha, sarebbe un elemento importante alla base degli eventi che avrebbero seguito il futuro dei RATM. Queste però, ovviamente, sono solo congetture da fanboy.

L'addio dei Rinnegati

Il 1999 è un anno di fuoco, per i Rage Against the Machine: dal blitz alla Borsa di New York (NY Stock Exchange), alle decine e decine di concerti in giro per il mondo, fino ad arrivare al grande successo di "The Battle of Los Angeles". Quando una realtà artistica raggiunge la sua vetta, quasi sempre inizia la sua lenta ma inesorabile discesa a valle. Nel caso dei RATM, la metafora più corretta è quella dello space shuttle Challenger che esplode alto nel cielo. La fine arriva infatti all'apice del successo, quando la band di Morello e compagni sembra avere il mondo in mano. Il dissidente tra i dissidenti è il cantante, Zack de la Rocha, che il 10 ottobre del 2000 annuncia la separazione dal gruppo con parole fredde e precise:

"Sento che ora è necessario lasciare i Rage perché il nostro processo decisionale ha completamente smesso di funzionare. Non sta più andando incontro alle aspirazioni di noi quattro, collettivamente, come band, e dal mio punto di vista, ha minato il nostro ideale artistico e politico. Sono estremamente orgoglioso del nostro lavoro, sia come attivisti che come musicisti, così come sono riconoscente e grato a tutte le persone che hanno espresso solidarietà e condiviso questa incredibile esperienza con noi".

Tempo dopo, quelle pagine di Q Magazine, è Tom Morello a prendere la parola e sfogare le sue frustrazioni:

"C'erano talmente tanti battibecchi su qualsiasi cosa, e intendo proprio qualsiasi. Saremmo arrivati alle mani perfino per decidere se le nostre t-shirt avessero dovuto essere malva o mimetiche! Era ridicolo. Eravamo palesemente politici, (ma) internamente combustibili. È stato brutto per parecchio tempo".

In quel periodo, l'acredine da parte del chitarrista è piuttosto evidente, non tanto nei confronti del cantante quanto della situazione in generale. E forse, pure una sorta di sollievo:

"I Rage Against the Machine sono stati come delle montagne russe tremendamente volatili per nove anni interi. In realtà, è piuttosto sorprendente che la line-up originale sia rimasta intatta per tutto questo tempo. È importante sottolineare che i Rage Against the Machine non si sono sciolti. Zack ha lasciato la band. Tim, Brad e io continueremo a fare musica rivoluzionaria". (da Loudersound.com)

L'addio ai fans e soprattutto alla scena viene da un album molto particolare, dalla cover art semplicissima e dall'idea di base controversa: Renagades.

4 - Renegades

Ovviamente, l'incisione del quarto album dei Rage Against the Machine inizia molto prima dello scioglimento della band, ma sta di fatto che Renegades gode del dubbio onore d'essere l'ultimo lascito di una realtà artistica che ha segnato una generazione. Elemento ancora più discutibile e, per taluni, fonte di cocenti delusioni, è che "Renegades" è un cover album che omaggia e tenta di rivisitare quelle che sono state le grandi influenze di Zack, Tom, Brad e Tim. Molti artisti hip hop, una manciata di complessi punk e alcune leggende del rock, vanno a formare un puzzle di dodici tracce, più due bonus track, ognuna delle quali gode tuttavia delle sue caratteristiche distintive. L'artwork di copertina è una parodia di "Love" dell'artista pop Robert Indiana, in cui la parola "amore" è sostituita con Rage- "rabbia", naturalmente. Sul retro, l'immagine di una banconota da un dollaro presenta la scritta "you are not a slave" - non sei uno schiavo. La confezione include una poesia di Josh Koppel.

L'ALBUM #4

Il pezzo d'apertura, Microphone Fiend, è la rilettura dell'originale di Eric Barrier e Rakim Allah, due rapper di Long Island (NY). Parliamo di un pezzo che nel 1988 era pura rivoluzione, in seno ad una scena hip hop largamente disimpegnata, ancora raramente presa sul serio dall'opinione pubblica. La versione di "Renegades" è esattamente quanto ci si aspetterebbe dai RATM: una cover dal rapping più grezzo, affettato e affilato, "metallizzato" da una strumentale aggressiva ed elettrica. Pistol Grip Pump è invece opera di un rapper della west coast californiana: Dino Hawkins, aka Volume 10. Del brano, i Rage prendono unicamente le liriche e la base di basso, riempiendo di sonorità e dettagli un pezzo originariamente pensato per essere secco e tagliente, volutamente tagliato con l'accetta. Nonostante l'apparente innaturalezza dell'operazione, la nuova versione funziona a meraviglia. Passiamo dall'hip hop al proto-punk con Kick Out the Jams degli americani MC5, una band nata nel '64 e descritta da Jason Ankeny (All Music) come una band in grado di "cristallizzare il movimento della Controcultura nella sua forma più volatile e minacciosa". "Kick Out the Jams" è un pezzo del '69 che sembra scritto dieci anni dopo, se non fosse per le tracce ancora evidenti del buon vecchio blues e di un'attitudine più pesante, in linea con la nascente scena hard rock. I richiami alla politica di questo gruppo storico sono perfino proverbiali, ben più estremi e definiti rispetto al resto del panorama della Counterculture. Nella versione dei RATM, il risultato è lo stesso pezzo ma scritto almeno trent'anni dopo, nel bel mezzo dei nineties e in piena scena alternative rock. Si torna in seguito ad un rapper storico con un pezzo che, in certa misura, dà il titolo all'opera stessa: Renegades of Funk di Afrika Bambaataa. Definire il peso di quest'artista per l'evoluzione e il consolidamento del rap non è semplice, tanto e tale è stato il suo contributo nei confronti di scene differenti che vanno dal funk all'elettronica, a intessere filo per filo il complesso tessuto della futura scena hip hop. Funk ridotto all'osso, rap primordiale e tematiche politiche rendono questo pezzo fondamentale, al di là di sperimentazioni inevitabilmente invecchiate presto. I Rage Against the Machine, comunque, non si limitano ad uno svecchiamento, ma si riappropriano completamente del brano, trasformandolo e facendolo loro, confezionando una delle migliori tracce del disco (e dell'anno 2000, nel parere di chi scrive). Con i Devo e la loro Beautiful World, facciamo un passo indietro al 1981 tornando ancora una volta a sonorità di matrice punk, questa volta ben definite e consapevoli, ormai post-moderniste. Americani, come d'altra parte quasi tutto il bagaglio culturale dei Rage, i Devo facevano un post punk ricco di sonorità new wave, art pop, synth wave; una ricetta classica in quegli anni, ma portata in scena con grande originalità e soprattutto coraggio, data la (relativamente) scarsa ricettività del mercato americano a questo genere. Zack e Morello, da soli, cambiano totalmente la personalità del brano, sfornando un sound minimale, lento e malinconico, in totale antitesi col pezzo originale. Inutile sottolineare l'ironia alla base del titolo e la natura quantomeno? "spigolosa" del testo. Il perno centra dell'album è rappresentato dall'ennesimo caposaldo dell'hip hop vecchia scuola: I'm Housin degli EPMD, duo costituito dai rapper newyorkesi Erick Sermon e Parrish Smith. Siamo nel 1988 e come buona parte della scena hip hop del periodo, gli EPMD sentono la necessità di riappropriarsi di determinate radici; "I'm Housin" riparte quindi da "Rock Steady" di Aretha Franklin, diviene un pezzo rap primordiale e basilare e infine, nella versione dei Rage, si trasforma in una bestia aggressiva e pericolosa, dal passo felpato mentre sta in agguato fra i cespugli e pesantissimo quando salta addosso alla preda - o meglio, all'ascoltatore. Torniamo adesso di nuovo al 1981. Se il punk è un fenomeno britannico, il punk hardcore trova fisiologicamente spazio negli Stati Uniti. I Minor Threat sono tra le formazioni più famose, nonché tra le poche a farsi conoscere oltreoceano, e In My Eyes è un esempio abbastanza lampante della loro attitudine. Veloce, caustica, acida e tagliente, questa canzone in mano ai Rage rimane veloce, caustica, acida e pure tagliente, guadagnando tuttavia un poco più di pulizia e la rotonda potenza del basso di Commerford. Segue un pezzo del '91, non a caso l'anno di debutto dei Rage Against the Machine. Nello stesso anno debuttava infatti anche Cypress Hill, un monumento del rap "made in West Coast", un gruppo che in tempi non sospetti ha giocato con l'elettronica, il metal, la musica latina, portando ognuna di queste influenze verso la scena hip hop e assimilandole, trasformandole in generi nuovi (tra cui indirettamente pure il nu metal). How I Could Just Kill a Man è il loro singolo di debutto, un pezzo decisamente gangsta rap che, in mano ai Rage Against the Machine, diviene cosa altra e non facilmente definibile, una specie di rap metal stracarico di trovate tipicamente "morelliane". Comunque, una versione piuttosto riuscita e in linea con le tendenze dell'anno 2000. La seguente The Ghost of Tom Joad, di Bruce Springsteen, è un pezzo del '95 che, in quanto tale, non può essere parte delle influenze di Morello e compagni; parliamo quindi di un sincero omaggio a The Boss e alla sua già lunga carriera. Il pezzo originale gioca tutto sull'espressività vocale del singer, accompagnato occasionalmente da melodie malinconiche ed evocative, pochi accordi di chitarra o emozionanti interventi dell'armonica, cui spetta pure un assolo finale da brividi. Il testo è in gran parte ispirato dall'opera di John Steinbeck e dal film tratto da essa, un classico di John Ford del 1940, entrambi dal titolo "The Grapes of Wrath". Le origini sanguinose e caotiche della cultura americana, cui si aggiunge un marcato sentimento d'attivismo sociale, sono gli elementi portanti della narrativa di Steinbeck così come del brano di Springsteen; un terreno da gioco ideale per i Rage Against the Machine, i quali decostruiscono del tutto lo spirito dell'originale lasciando intatto solo il tempo di base. I californiani corazzano tutto: la batteria è pachidermica, basso e chitarra sono pura artiglieria, e Zack, naturalmente, nemmeno ci prova ad assomigliare a Springsteen, confezionando una delle cover - si fa per dire - più riuscite dell'album, nonché la prima ad uscire come singolo già nel 1997, accompagnata da un video altrettanto brutale. Quasi scontata la presenza di un pezzo degli Stooges, omaggiati dai Rage con la decima rivisitazione: Down On the Street. La band di Iggy Pop inventava questo brano nel 1970, cavalcando in pieno lo spirito del tempo. Sensuale, sporco e sfacciato, "Down On the Street" è un heavy blues ricco di sonorità incredibili, per l'epoca, tra cui la performance del chitarrista Ron Asheton, per esempio, o il modernissimo groovin' di Dave Alexander. I Rage Against the Machine mostrano un po' più di riguardo, stavolta, confezionando una cover estremamente fedele all'originale sia nella strumentale che nelle parti vocali, rinforzando il quadro in termini puramente generici. Ad ogni modo, se sono presenti gli Stooges, non possono evidentemente mancare i Rolling Stones, formazione simbolo della controcultura, omaggiati da Morello e compari con la cover di un classico del '68: Street Fighting Man. Descritta da Rolling Stone (la rivista), come "la canzone più politica" degli Stones, questa traccia è ispirata a diversi eventi politici e sociali di quegli anni, tra cui le manifestazioni degli studenti nella Francia di De Gaulle durante la crisi del maggio 1968, o anche, più direttamente, al personaggio e alle vicende di Tariq Ali e a una manifestazione particolarmente violenta avuta luogo a Londra, cui avrebbe partecipato lo stesso Mick Jagger. Vista la natura universale dei suoi versi, comunque, "Street Fighting Man" viene completamente bandita dalle radio statunitensi, e in seguito del tutto ritirata dal commercio negli Stati Uniti, dov'è ritenuta "sovversiva". Non a caso, sono gli anni della guerra in Vietnam. Per gli Stones è un investimento a lungo termine che ripaga l'iniziale perdita d'immagine, visto lo status di cult generazione di cui gode la canzone. I Rage Against the Machine lasciano intatta la carica rivoluzionaria del brano, pur cambiandone completamente l'impatto sull'ascoltatore. Un pezzo tipicamente "stoniano" diventa così una canzone a metà fra rap metal selvaggio e alternative rock anni '90, completamente svuotato delle sensazioni del suo tempo e riempito di nuovo con quelle di una nuova era. Stavolta, forse, il cambio è troppo radicale e il risultato fin troppo caotico, tanto da perdere parte del significante profondo dell'opera originale. Capita, quando ci si confronta con un caposaldo di portata generazionale, ma rimane comunque un buon pezzo dei Rage.

Il finale dell'album è affidato a un brano enorme di un autore enorme, a degna conclusione non solo di un disco, ma di un grande percorso artistico; parliamo di Maggie's Farm di Bob Dylan. Ampiamente criticata anche all'epoca dei fatti (1965), questa canzone è stata - ed è - ritenuta il manifesto della Controcultura firmato dal suo Menestrello in persona. Di base, comunque, parliamo di un blues elettrico all'apparenza classicissimo, arricchito da molte intuizioni ma pure da molti compromessi, in parte necessari e, in parte, commerciali. I Rage Against the Machine eliminano il blues, eliminano la melanconica ariosità di Bob Dylan, e mettono in secondo piano un testo fortemente radicato nel suo tempo, tenendosi stretta unicamente l'essenza dell'opera: la forza della sua reputazione e l'incisività sulla storia della musica. Un Omaggio, l'ultimo, da parte di una band che rappresenta uno degli ultimi baluardi della Controcultura nei confronti di chi, quella stessa Controcultura, ha contribuito ad inventarla.

LA FINE

Renegades, l'album degli ultimi Rinnegati del Rock, del figlio prediletto della più grande Controcultura dell'ultimo secolo, è un successo al pari dei tre dischi che l'hanno preceduto. Ma è un successo che lascia lacrime amare negli occhi di milioni fans. È l'anno duemila, inizio d'un nuovo millennio e fine d'un intero sentimento generazionale, una spinta alla dissidenza di cui i Raga Against the Machine sono stati tra gli ultimi, grandi interpreti. Ben presto, eventi di portata globale come l'11 settembre in America o i fatti di Genova in Italia, cambieranno per sempre la percezione delle nuove generazioni nei confronti della politica, della società e della Storia.

Conclusioni: il post-ratm, la reunion e la nuova era

DAL 2000 A OGGI

Il cosiddetto nu metal, con la sua evidente patinatura commerciale e un generale disimpegno politico, trae sicuramente ispirazione dal lavoro dei Rage Against the Machine, tra gli altri, ma non ne raccoglie la vera eredità. L'ibridazione con l'hip hop ha un senso puramente in termini di mercato, poiché ormai l'andazzo è evidente: il rap è destinato a regnare sulle classifiche mainstream. Siamo ancora nei primissimi anni duemila, poco dopo l'uscita di "Renegades". Negli anni che seguono lo scioglimento della band di Morello e la Rocha, molte sono le rivoluzioni della scena musicale. La pirateria prima, e la diffusione dello streaming poi, disorientano, terrorizzano e infine quasi distruggono il vecchio mercato discografico, fino a costringerlo a reinventarsi su basi nuove e in perpetuo mutamento. Su questo difficile scenario, le nuove realtà legate alle sonorità dure raramente hanno mostrato di sapersi muovere, dividendosi tra migliaia di minuscole etichette, piccoli produttori, e lasciando quasi l'intera torta a una manciata di "dinosauri" in perenne tour mondiale. Nel frattempo, dopo le stesse iniziali difficoltà, l'hip hop dà vita a un'ondata di nuovi artisti perfettamente svezzati al neo-mercato, ragazzi e ragazze capaci, in certi casi, d'inventarsi da zero nuovi e imprevedibili sentieri verso la notorietà e il successo. Arriviamo ai giorni nostri. Questi giovani artisti reinventano adesso la grammatica stessa della comunicazione, usando a proprio vantaggio i social e un vasto sottobosco di canali di condivisione. I "vecchi", nel frattempo, travolti da mutazioni mai così rapide e radicali, manifestano l'evidente incapacità di decodificare appieno la contemporaneità delle nuove generazioni; è un meccanismo già visto, naturalmente, un fenomeno che ha segnato soprattutto gli ultimi due secoli e che ora sta raggiungendo livelli parossistici. In particolare quest'Italia di oggi, all'alba degli anni '20 del ventunesimo secolo, non riesce a decifrare la proposta che arriva dal resto d'Europa e soprattutto oltreoceano; la spaccatura generazionale, comunque, e i cambiamenti radicali del mercato discografico, sono eventi di portata globale. In realtà la scena contemporanea si presenta tanto frammentaria quanto variopinta, dinamica e competitiva, e se "punk is dead" (tranne che nelle birrerie e nei centri sociali) e il rock è l'ombra di se stesso (al netto di eventi storici anche magnifici, portati avanti dai soliti nonni), il Metal si presenta come il genere più diffuso al mondo. È un dato da non travisare ma neanche da sottovalutare. Il metal non fa i numeri del pop e dell'hip hop, e la sua popolarità non è nemmeno paragonabile a quella che aveva tra la fine degli anni '70 e l'inizio dei '90 (sebbene in certa misura abbia dominato pure l'inizio degli anni 2000); in compenso, è un genere trasversale in termini geografici e sociali, piace al povero e al benestante, è suonato in Mongolia come in Brasile o in Scandinavia, e soprattutto, genera un forte senso d'appartenenza oggi ancor più che in passato, quando la sua estetica e i suoi simboli erano abusati da chiunque. Il metal, tuttavia, è anche fortemente divisivo in termini di correnti artistiche, filosofiche, politiche, e quantomeno vago in termini per così dire "ideologici". Il Rock aveva una cultura - o meglio una Controcultura - di riferimento, un grande movimento generazione dettato da eventi storici ben precisi, punto di riferimento cui ogni corrente stilistica era intrinsecamente allineata, a prescindere dalle ovvie differenze strutturali. È il grande vantaggio del rap: ogni artista che si affacci a tale sound è parte di una grande controcultura chiamata hip hop, riconducibile all'estetica e ai valori della comunità afroamericana. Valori ben precisi. Non solo il rap, a dire il vero: l'intero calderone dell'R&B è ormai parte di questo grande quadro. I Rage Against the Machine l'avevano ben capito e in quei valori si erano perfettamente ritrovati.

IL POST-RATM

Torniamo ai primi anni duemila. Dopo l'abbandono da parte di Zack de la Rocha, il resto dei Rage non ha nessuna intenzione di smontare la baracca. I tre rifiutano con forza la prospettiva di diventare la backing band di qualcun altro, tipo Ozzy Osbourne o Macy Gray, e così Morello, Commerford e Wilk cercano quasi disperatamente un nuovo cantante. Chuck D, dei Public Enemy, o B-Reak dei Cypress Hill, sembrano inizialmente possibilità realistiche; pure Rey Oropeza dei Downset viene preso in considerazione. Alla fine, tuttavia, quel vecchio squalo di Rick Rubin riesce a convincere i tre musicisti a formare una nuova band insieme a Chris Cornell: gli Audioslave. Il sodalizio tra il cantante dei Soundgarden e tre quarti dei Rage Against the Machine dura il tempo di tre album pieni di bellezza e difetti in egual misura. Lo storico live a Cuba (probabilmente il sogno bagnato dello stesso Zack de la Rocha) corona una parentesi artistica intensa ma in qualche modo insoddisfacente, sullo scenario di un mercato in rapidissimo mutamento. Siamo nel 2006. Cornell torna a dedicarsi alla carriera solista, e così fanno pure gli altri tre: Chris Cornell riprende la sua carriera solista già iniziata nel '99 con "Euphoria Morning"; il suo secondo album, "Carry On", esce già nel 2007, cui seguono "Scream" nel 2009, "Songbook" nel 2011e Higher Truth nel 2015, ognuno dei quali torna sulle tematiche care al cantante americano, così intimiste ed esistenziali. Purtroppo, gli antichi fantasmi non abbandonano mai del tutto l'animo di Cornell, che nel maggio 2017 si toglie la vita nella sua stanza d'albergo, a Detroit, proprio dopo aver suonato per l'ultima volta con i Soundgarden. Dal canto suo, dopo la separazione degli Audioslave, Morello continua sulla strada della musica socialmente e politicamente impegnata. Nel 2008 avvia il progetto degli Street Sweeper Social Club insieme a Boots Riley dei The Coup, e con essi produce due album nel 2009 e nel 2010; nel frattempo, con l'alter-ego "The Nightwatchman", persegue un progetto folk fortemente politicizzato e sforna ben quattro album piuttosto validi, uno nel 2007, un altro nel 2008 e ben due nel 2011, prima d'interrompere il progetto a tempo indeterminato. Nel 2012 collabora con Bruce Springsteen per l'album "Wrecking Ball", per tornare insieme a The Boss nel 2014 tra le note di High Hopes. Infine, nel 2016 fonda i Prophets of Rage insieme a Brad Wilk, Tim Commerford, Chuck D, B-Real e DJ Lord; ovviamente è una formazione dall'attitudine marcatamente socio-politica, così come lo è il primo album solista a nome "Tom Morello, uscito nel 2018: "The Atlas Underground". Brad Wilk, prima di unirsi ai Prophets of Rage, dà inizio a una collaborazione con i Black Sabbath nel 2013, collaborazione che sfocia nel memorabile album finale di quella storica band: "13". Tra il 2014 e il 2015 suona con i The Last Internationale, una band folk rock fortemente politicizzata nella stessa direzione dei Rage Against the Machine... guarda caso! Tim Commerford, dopo l'esperienza con gli Audioslave, sembra essere quello più "allo sbando" di tutti. Per alcuni anni si dedica alla sua vita privata e a progetti minori, poi, nel 2014, fonda i Future User, orientati all'elettronica e a elementi progressive, di cui Tim è bassista e cantante, mentre nel 2015 è il frontman dei Wakrat, band orientata al punk e all'alternative. Nel 2016, infine, si unisce ai Prophets of Rage insieme agli ex commilitoni Morello e Brad Wilk. Una cosa pare evidente: i "reduci" dei RATM, soprattutto Morello, rimangono saldi in cima ad un meccanismo collaudato e remunerativo, un sistema di conoscenze, etichette discografiche ed eventi a prova di bomba. Zack de la Rocha decide invece di ripartire dal basso. Dopo l'abbandono dei Rage, il cantante cerca in realtà di rimanere sulla cresta dell'onda guardando soprattutto al panorama rap, poi a quello alternative, ma sono tempi caotici; il progetto partito insieme a DJ Shadow, El-P, Muggs, Dan The Automator, Roni Size, DJ Premier e Questlove, non vede mai la luce; così come non vede la luce l'album preparato insieme a Trent Reznor dei Nine Inch Nails, nonostante il materiale sia ritenuto da quest'ultimo "eccellente". È lo stesso Zack ad offrire una risposta a queste evidenti difficoltà:

"Quando ho lasciato i Rage, in primo luogo, avevo il cuore spezzato. In secondo luogo, sono divenuto ossessionato all'idea di reinventarmi completamente. Ad una maniera non sana, per certi versi. In un certo senso ho dimenticato la vecchia strada attraversi la quale permettere a se stessi di essere semplicemente dei tramite. Mentre stavo lavorando con Trent e Shadow, ho capito che stavo facendo solamente ciò che ci si aspettava da me. Non che ciò ch'era stato prodotto non fosse grandioso, ma adesso sento che forse sono riuscito a reinventare il sound di base che emana dalle canzoni".

Oltre all'aspetto artistico, devono essere anni terribili per uno come Zack de la Rocha: l'11 settembre, la guerra in Afghanistan, la guerra in Iraq, un presidente repubblicano alla Casa Bianca - anzi, peggio: un presidente della dinastia Bush alla Casa Bianca. Pensare che i Rage Against the Machine sono stati attivi proprio durante una decade dominata da tiepidi liberals, deve fare quasi male. Le singole collaborazioni nel corso degli anni sono davvero tante, ma l'unico progetto vero e proprio è quello chiamato "One Day as a Lion", insieme al batterista Jon Theodore (Mars Volta, Queen of the Stone Age). Il pezzo con cui si presenta il duetto è una piccola bomba, l'EP che segue molto interessante, ma purtroppo il progetto finisce lì. In seguito, l'insieme di elementi hip hop ed EBM di pezzi come "Digging for Windows", del 2016, riaccendono l'attenzione su di un annunciatissimo, imminente album solista di Zack. Peccato che di tale album non si siano avute più notizie fino ad ora (gennaio 2020).

LA NOSTALGIA, LA REUNION, E UN BISOGNO TERRIBILE DI RAGE AGAINST THE MACHINE

Gli ultimi dieci anni sono stati il tripudio del concetto stesso di "nostalgia canaglia". I rapidi mutamenti del mercato, del tessuto politico-sociale e perfino del pianeta stesso, hanno generato paura e confusione, e la paura, la confusione, hanno a loro volta generato la necessità di rifugiarsi in tempi passati percepiti quasi sempre in termini idilliaci, distorti e irreali. Mentre il cinema e la tv sono una grande festa di remake e reinterpretazioni più o meno vintage, le rock band (e non solo) degli ultimi cinquant'anni s'impegnano in una serie mai così fitta di reunion. I Rage Against the Machine non fanno eccezione. Confusi dallo scioglimento degli Audioslave e da un comune caso di blocco artistico, i musicisti si esibiscono già nel 2007 al Coachella Valley Music and Arts Festival, di fronte all'Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale. Ancora nel 2007 la band si esibisce in sette ulteriori date in giro per gli States, e nel 2008 suona al Big Day Out Festival in Nuova Zelanda e Australia. Altre date vedono i Rage Against the Machine in Europa e di nuovo negli Stati Uniti. Ancora una volta è Zack de la Rocha a descrivere tale periodo:

"Così tante cose sono cambiate. Quando invecchi, guardi indietro alle vecchie tensioni e alle rimostranze e ne hai tutta un'altra prospettiva. Penso che le nostre relazioni siano migliori adesseo di quanto non siano mai state. Le descriverei addirittura come grandiose. Andremo avanti a suonare concerti - ne abbiamo in serbo un paio di grossi proprio di fronte a entrambe le conventions. Quanto al registrare musica in futuro, non saprei dove andremo a parare tutti quanti. Abbiamo abbracciato tutti i nostri rispettivi progetti e li supportiamo, ed è una cosa fantastica".

L'ultima serata ha luogo nel 2011 al Los Angeles Coliseum, ma i Rage Against the Machine, nonostante l'amore dei fans, non tornano a registrare nuova musica insieme. I tempi sono cambiati, e ognuno di loro vuole giustamente seguire le sue nuove inclinazioni. Questo, almeno, fino al 2020.

A novembre 2019 un annuncio infiamma i cuori degli amanti dell'hip hop e della musica dura. Le due fanbase condividono pochissime cose, e una di queste ha il nome di Rage Against the Machine. L'annuncio afferma che Tom Morello, Brad Wilk, Tim Commerford e Zack de la Rocha si riuniranno per una serie di cinque date tra marzo e aprile 2020, dopo qualcosa come undici anni di silenzio. Quelli tra il 2011 e il 2020 sono stati anni in cui è successo di tutto, anni in cui una realtà come quella dei Rage Against the Machine sarebbe stata di fondamentale importanza. La crisi economica del 2007-2013 - la cosiddetta "Grande Recessione" - ha messo in luce i limiti estremi dei modelli liberisti e capitalisti, portando al potere in tutto il mondo forze politiche smaccatamente populiste - a prescindere da un orientamento di destra o di sinistra, termini, peraltro, che nell'era della post-ideologia sembrano avere sempre meno significato. Ad ogni modo, gli Stati Uniti si sentono ottimisti ed eleggono il democratico Barack Obama, il primo presidente nero della storia americana. A livello internazionale le cose non sembrano tuttavia prendere la piega giusta: la destabilizzazione del Medio Oriente è la logica conseguenza delle lunghe guerre iniziate da Bush - padre e figlio - mentre la nascita e l'espansione dell'Isis riportano in occidente l'ombra del terrorismo islamico. Obama, comunque, non sembra intenzionato a mollare la presa iniziata dai suoi predecessori. La guerra in Siria scompone la scacchiera internazionale, la crisi dei migranti (conseguenza di tutti questi avvenimenti e altri ancora, legati alla politica interna dei vari paesi africani e ai cambiamenti climatici) destabilizza il già precario equilibrio dell'Unione Europea. Mentre in America i conservatori fanno leva sulla confusione e sulla paura per toccare i nervi scoperti della società, la "sinistra" (se tale può dirsi il tiepido social-liberismo americano) si affanna frettolosamente su qualsiasi istanza progressista legata all'inclusione sociale, dimenticando tutto il resto. O almeno, questa è l'impressione che offre a gran parte dell'elettorato. A tali condizioni, era solo questione di tempo prima che l'America eleggesse uno dei presidenti più discussi e discutibili degli ultimi decenni, sia in termini dialettici che di scelte politiche: Donald Trump. Gli anni della presidenza di Trump sono scossi da una sorta di follia collettiva da ogni parte, in tutto il mondo: dalla gara al ribasso di una destra sempre meno destra e più populista, allo sfrenato politically correct di una sinistra che non sa più come raccogliere i pezzi se non attraverso l'indignazione morale. Il sistema economico capitalista, invece (la vera "macchina" cui era indirizzata la rabbia dei RATM), pur con tutte le sue storture ancora irrisolte, gode di ottima salute sia a destra che a sinistra. I vari Assad, i Putin, il ritorno in pompa magna sulla scena di una Russia che fa di nuovo paura, i problemi con la Korea del Nord, internet e i social che diventano il centro del mondo, le fake news, il politicamente corretto come sorta di dittatura di facciata, la crisi climatica con i suoi pronostici da fine del mondo e ora i rapporti sempre più tesi con l'Iran: sembra proprio che se c'è un tempo che ha bisogno dei Rage Against the Machine - con la loro vitalità, la rabbia, le rime al vetriolo e il groove torci-budella - be', quello è proprio il nostro tempo.

1) Introduzione: il destino del rock 'n' roll e la nascita dei RATM
2) 1 - Rage Against the Machine
3) 2 - Evil Empire
4) 3 - The Battle of Los Angeles
5) The Matrix
6) 2000 Mtv Video Music Awards: il fattaccio
7) L'addio dei Rinnegati
8) 4 - Renegades
9) Conclusioni: il post-ratm, la reunion e la nuova era
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