POSSESSED

Victims of Death

1992 - Combat Records

A CURA DI
CORRADO PENASSO
06/12/2014
TEMPO DI LETTURA:
8

Recensione

A volte la vita è veramente crudele. Proprio quando stai vivendo un periodo felice, ecco che il destino si beffa di te e si riprende tutto con gli interessi. I Possessed, a fine anni ‘80, stavano vivendo il loro apice creativo e di fama. Tutta la seconda metà della decade era lì, pronta ad aspettarli per il successo imminente: capolavori come l’esordio discografico “Seven Churches” (oggi considerato uno dei più importanti album di Metal estremo di tutti i tempi, allora registrato durante le vacanze pasquali, dato che i nostri erano ancora studenti a tempo pieno), il loro secondo lavoro “Beyond The Gates” (già più ragionato e meno aggressivo del suo selvaggio precedente) ed il fantastico mini-album “The Eyes Of Horror” avevano fornito visibilità ad una band che sembrava inarrestabile nel suo coraggioso proseguimento di carriera. Le basi per quello che poi sarà in seguito il fenomeno "Death Metal" erano già state ampiamente gettate, ed i Nostri stavano fornendo alla causa un aiuto a dir poco proverbiale, sfornando lavori che in seguito sarebbero stati letteralmente consumati da tantissime band ben più note e blasonate. Una carriera a dir poco sfolgorante, una band di ragazzi giovani ed affamati di musica, non tanto di successo e fama, quanto di dimostrare tutta la loro voglia di imporsi come band da prendere in serissima considerazione. Erano anni estremamente felici e prolifici per il Metal, quella sana voglia di "spaccare tutto" a suon di decibel era più forte che mai e radicata in ogni giovane e coraggiosa band nascente, il tutto andava via via concretizzandosi e prendendo forma, ed ognuno poteva dire la sua, animato dal sacro fuoco del metal.  Il periodo magico del thrash era al suo culmine ma ecco che la frase che spesso tutti noi pronunciamo, “Nel posto sbagliato al momento sbagliato”, qui raggiunge la sua dimostrazione più brutale. Il leader della band, Jeff Becerra, rimane accidentalmente ferito durante una sparatoria in un negozio nel quale stava facendo le compere. La prognosi è la sedia a rotelle, con tutto ciò che ne deriva; riabilitazione fisica, cure, trattamenti ed un ancora più grave shock psicologico dal quale è difficile riprendersi. Il destino, di colpo, si è ripreso tutto ciò che aveva dato a questi talentuosi musicisti. Ovviamente, vista la situazione del loro capo, il gruppo si prende un momento per riorganizzare le idee ma la storia sembra ormai segnata. Il chitarrista Larry LaLonde ormai è concentrato su altri progetti, lontani dalle sfere brutali dei Possessed ed ecco che la struttura della band comincia a vacillare. A fine anni ‘80, Mike Torrao, dopo anni di silenzio, decide di riformare la band e si ritrova a dover anche cantare. Due demo vennero dati alle stampe ma il successo non ritornò ed il gruppo decise di sciogliersi nuovamente. Nel mentre, nel 1992, la “Combat Records” decide di omaggiare la band facendo uscire una compilation dei loro successi: Victims Of Death. Originariamente pubblicata solamente in cassetta e ristampata nel 1999 su CD, questa raccolta   ci propone dieci brani provenienti da tutte e tre la uscite discografiche principali della band, in ordine misto. Tra i produttori, ritroviamo Randy Burns ed ancora Joe Satriani, guest di spicco per un prodotto che rappresenta una buona occasione di conoscenza della band, soprattutto per chi si approccia ad essa per la prima volta. E' bene che ogni sano appassionato di musica estrema abbia bene stampato in mente il nome dei Possessed: ci sono capitoli, nella storia del Metal, che non possono essere tralasciati o approfonditi meno d'altri, e fra i solchi di questacompilation troviamo l'essenziale guida all'ascolto di una band che rientra fra le fondamentali. Quel che fu realizzato in quegli anni da questi ragazzi merita tutt'oggi d'essere riscoperto, apprezzato ed addirittura studiato, specie se si è musicisti ed al contempo molto giovani Addentriamoci nell’ascolto, dunque, di questa compilation - guida al mondo dei Posseduti più famosi del mondo del Metal, con la consueta analisi track by track.



Le danze non si potevano aprire che con il successo più grande della band: The Exorcist. Il celeberrimo intro, realizzato prendendo spunto da “Tubular Bells” di Mike Oldfield, leitmotiv della colonna sonora del film “L’Esorcista”, ci accoglie in questo inferno. Essendo una traccia tratta dal primo lavoro, le atmosfere sono veramente sulfuree e demoniache, in uno stile che detta le basi per l’allora nascente death metal. L’ugola di Jeff Becerra mostra una tonalità lacera carne, il tutto supportato da immediati uptempo che entrano in scena dopo trenta secondi dalla suddetta introduzione. Le chitarre suonano come due demoni impazziti intenti a rincorrersi in prolungate sezioni di tremolo picking, quasi dimenticando il classico palm muting. Questo stile chitarristico, il tremolo, è ottimo al fine di gettare un’aura maligna su disco mai ascoltato prima di allora. Gli Slayer di quei tempi vengono chiamati in causa e presi come esempio da estremizzare ulteriormente. Le fasi di tremolo da parte delle chitarre risultano totalmente black metal alle mie orecchie, scaturisce un’atmosfera che raramente si sentiva e si sente in giro, soprattutto ai giorni nostri. La fase solista delle sei corde segue nuovamente lo stile Slayeriano del periodo attraverso un veloce shredding senza pietà ed il tutto si fa ancora più diretto e lugubre in questa proposta musicale tutt’oggi destabilizzante e dall’intensità incontrastata. Il finale sembra non mostrare segni di cedimento a livello di velocità ed il tutto si conclude con alcuni passaggi sui tamburi in veloce successione. Una pietra miliare del genere giunge così alla fine ed il testo, come anticipato dal titolo stesso, riprende le tematiche dell’omonimo filma datato 1975. La persona posseduta cerca di ribellarsi al male che la possiede e che la sta trascinando vero i meandri più oscuri dell’inferno. La sua disperazione la consuma interiormente e devasta il suo corpo. La mente non è in grado di elaborare pensieri felici in una disperazione che sembra essere eterna. Proprio quando la dannazione sembrava inevitabile, un esorcismo caccia il male e la sua influenza dal corpo e dalla mente del malcapitato. La sua aura di dannazione viene allontanata al fine di recuperare la sanità mentale e ricominciare una vita normale, per quanto possibile. Con la seconda traccia, Pentagram, rimaniamo sempre fermi all’esordio discografico della band e procediamo anche in ordine di scaletta. I primi secondi di questa traccia oscura si fregiano di vocalizzi growl, ricostruiti in studio, a pronunciare frasi demoniache come se fosse il demone in persona a farlo. Un’introduzione inquietante per poi fare spazio all’entrata degli strumenti con i primi tempi medi. I riffs si marchiano di una melodia stranamente ipnotica ed in qualche modo legata ai primi Slayer ma meno accentuata. I fraseggi di chitarra spezzano a tratti l’andamento cupo di questi primi secondi. Al minuto e mezzo assistiamo ad una improvvisa esplosione di uptempo selvaggi, supportati da un riffing che molte volte si fa diretto a ricreare una sorta di muro invalicabile. La fase solista delle chitarre si fa leggermente più accessibile, con un’impronta melodica appena marcata. Il tutto si miscela ottimamente in quest’aura infernale. Un continuo gioco di cambi di tempo ci accompagna lungo la durata di questa traccia incredibilmente varia e non impostata solamente sull’impatto tramite tempi tirati. Le parole ci descrivono di una città misteriosa dove regna un enorme pentagramma. Un demone invita il peccatore a seguirlo attraverso questa terra bruciata, dove le anime sono in agonia. Satana aspetta sul suo trono le anime che arrivano al fine di trasportarle in un pena eterna, tra le fiamme. Quando le porte si aprono non c’è scampo per il prescelto e per lui è impossibile sfuggire al destino. Si arriva di questo passo alla terza traccia della compilation ed ecco che con un pizzico di sorpresa troviamo la grandiosa Swing Of The Axe, canzone primordiale che rimanda ai tempi della celebre compilation “Metal Massacre Vol. VI”. A dirla tutta, essendo una composizione datata, la sua presenza tra le prima tre non è per niente casuale. La sua furia rimanda in tutto e per tutto al primo periodo delle band, nonostante il gruppo decise di inserirla, in modo rivisitato, sull’EP “The Eyes Of Horror” (1987). Una scelta, quindi, azzeccata in questa serie di tracce dalla brutalità devastante. Il riffing posto in apertura è uno degli esempi più violenti di death/thrash ed i suoi stop and go che lo supportano, presto introducono l’urlo devastante del buon Jeff ed immediati uptempo dall’intensità incredibile. L’aura dannata di “Seven Churches” rivive in questi solchi demoniaci, in una marcia che non ammette mediazioni o cali di intensità. Il solismo delle chitarre risulta essere il solo elemento che lega la band al 1987, siccome maggiormente curato e fluido ma per il resto ci ritroviamo sempre impantanati in questa lava infernale che scorre e non conosce barriere. I testi, a cura di Mike Torrao, si rifanno ovviamente a tematiche violente e sataniche perché scritte anni addietro. La scure taglia le teste delle persone che hanno donato la loro anima a Satana. Il sangue scorre a fiumi ed anche se molti provano a rinnegare tale scelta, la lama scende comunque su di loro al fine di consegnare le anime al signore delle tenebre. Le fiamme alte dell’inferno sono pronte per accoglierle. Gli inferi sono la nuova casa per queste anime dannate e oramai è troppo tardi per chiedere perdono per i peccati commessi in vita. Insomma, un buon trittico dalla violenza devastante che funge da biglietto da visita per incuriosire ( e terrorizzare) i neofiti e far scapocciare i fan di vecchia data. Con la quarta traccia del disco facciamo un balzo indietro al 1986, anno della pubblicazione di “Beyond The Gates”, dal quale è tratta l’ottima March To Die. Come già espresso in sede di recensione di tale disco, qui le atmosfere lugubri e solforose dell’esordio lasciano spazio ad una concezione più classica di thrash metal. Una registrazione più scarna ed essenziale, unita ad uno stile musicale maggiormente ancorato a quello classico della Bay Area furono i punti principali di discordia tra i fan, anche se non si può per nulla criticare la bontà del prodotto. Le galoppate ritmiche da parte delle chitarre si rilegano alla concezione di “technical thrash metal” mentre la batteria segue tale struttura costruendo uptempo marziali, adatti anche al titolo della traccia. La velocità  la fa da padrone qui ed alcuni frangenti si riallacciano direttamente alla concezione speed metal dei primi anni 80, a seguire la strada intrapresa anche dagli Slayer degli esordi. Il solismo della chitarra a tratti si fa leggermente più melodico, a seguire la linea ritmica ma lo stile shredding rimane il preferito grazie al suo impatto.  Le liriche trattano di una discesa negli inferi, probabilmente trattasi di una schiera di condannati a morte perché nel testo viene anche citata una scure che dondola e le teste che rotolano. Le urla si fanno assordanti mentre il cielo si fa nero e la condanna sempre più vicina. La marcia viene scandita dai rintocchi delle campane mentre l’apocalisse si fa sempre più vicino. Il demonio incita le future vittime a seguirlo, affinché egli possa far vedere loro il futuro di morte che gli attende. L’oppressione prevale in quest’atmosfera di puro terrore, senza una via di scampo. Un testo semplice nella sua struttura ed adatto ad amalgamarsi in una traccia anch’essa molto scarna ed essenziale, con Becerra che pronuncia le parole in modo molto meccanico e marziale, a seguire il riffing e le impalcature di batteria. Si compie il giro di boa del disco con un classico immortale tratto da “Seven Churches”, ovvero Death Metal. La traccia che ha dato il nome ad un intero genere ci viene qui “sparata” in piena faccia in tutta la sua veemenza. La sua introduzione a base di veloce doppia cassa con seguenti passaggi sui rullanti entra di diritta nell’olimpo del metal. I tempi sono immediatamente tirati con riffs a cavallo tra tremolo picking e ultra veloce palm muting a creare un vero e proprio muro nero invalicabile che farebbe invidia a tante black metal bands moderne. L’ugola di Becerra non conosce una benché minima forma di melodia o mediazione al fine di seguire la stessa scia di veemenza ed impulsività degli altri strumenti in un massacro che sembra senza fine. Poco dopo il primo minuto, i tempi rallentano pochi secondi perché la pace è breve. L’atmosfera ovviamente ne giova in questi passaggi ma ecco che la veloce fase solista della chitarra apporta nuova violenza, seguita presto da un ritornello molto semplice ma dalla carica estrema impressionante, impreziosita dall’ugola impazzita di un Becerra qui al massimo delle sue potenzialità. Il testo, scritto dal bassista-cantante, rappresenta un’orda di demoni che esce dalle cripte a portare morte e distruzione. Gli artigli di tali creature affondano nella carne dei malcapitati, le città sono assediate da questi demoni alati che assordano la gente con le loro urla stridule e trascinano le anime all’inferno. Satana ride soddisfatto e le fiamme incominciano a divampare e riempire gli inferi per accogliere le anime condannate. I demoni hanno preso possesso del pianeta e no0n si fermeranno finché anche una sola persona sarà viva. Giovani, donne, vecchi e bambini sono condannati dal “metallo della morte” e non si può sfuggire da questo vento infernale e spira senza sosta. Una traccia epocale, soprattutto per il periodo nel quale venne concepita. Non si era mai ascoltato nulla di così violento nel genere thrash metal. Questa carrellata di classici dalla più bieca brutalità prosegue con la title track del loro fantastico EP d’addio, The Eyes Of Horror. Si saltella da un lavoro all’altro ma la qualità delle composizioni rimane invariata e con essa, anche la brutalità. Il riffing posto in apertura si fregia di una melodia sinistra, adatta al disco ed a questa compilation, una registrazione più essenziale ma anche più pulita nei suoni creare il distacco dalla precedente traccia, maggiormente impastata in fase di mix. I fraseggi striduli della chitarra vengono supportati dalle rullate di batteria per poi introdurre una prolungata serie di uptempo con assoli lancinanti e la voce sofferta di un ottimo Jeff, particolarmente ispirato durante alcune sezione che richiedono una timbrica più varia per l’atmosfera doomeggiante. I rallentamenti risultano essere molto riusciti perché l’atmosfera diviene veramente oscura, tra le chitarre che duettano impazzite ed un solismo con melodie tipicamente speed metal con una sorta di riverenza per il vecchio, sano heavy metal. I primi Slayer vengono nuovamente chiamati in causa per una traccia che mostra tutto il divario strumentale dalla sua precedente, palesando una crescita tecnica mostruosa, oltre che uno stile prettamente più classico e leggermente accessibile nei punti giusti. Un testo abbastanza criptico corona questa traccia. Un personaggio sembra essere posseduto da una forza maligna che gli fa compiere azioni malvagie, i suoi occhi vedono il sole cadere oltre il mare mentre osserva i cadaveri. Una sensazione strana di piacere lo avvolge e la realtà sembra non distinguersi dal sogno. La mente vuota è controllata da qualcun altro. Parole alquanto angoscianti ma non del tutto chiare ma la cosa che ci importa di più è far notare come allora la band decise di prendere le distanza dalle tematiche sataniche per trattare temi come la follia o la violenza in generale. Facciamo nuovamente ritorno all’esordio discografico del quartetto californiano con la leggendaria Fallen Angel, al settimo posto su compilation. Come introduzione troviamo i famosi rintocchi di campana a creare il mood giusto. Presto le chitarre entrano in scena e riprendono le melodie sinistre, in note molto distese prima che una sequenza ferale di uptempo prenda il sopravvento.  Il rullio costante della batteria ed i suoi passaggi donano varietà a questa struttura che mostra un ritorno dei rintocchi della campana prima di una nuova folle ripartenza. I cambi di tempo si sovrappongono con fluidità in una traccia molto diretta, dalla struttura chiaramente ispirata agli Slayer più violenti e senza compromessi. Il solismo della chitarra, questa volta, risulta maggiormente curato anche se veloce in fase di esecuzione. I cambi di tempo si sprecano sino all’ultimo secondo in un susseguirsi senza un attimo di relax. Le liriche scritte da Jeff Becerra trattano, ovviamente, dell’Angelo Caduto. Gettato dall’altra estremità da Dio, il ribelle vive nell’ozio e nel suo nuovo dominio. Gli occhi roso sangue e la voglio di spargere il suo odio caratterizzano questa creatura mostruosa. La sua anima è destinata a marcire per l’eternità nell’inferno, ameno finché essa non possa nuovamente sorgere per diffondere il male ovunque. Le anime dannate lavorano e soffrono per lui ed anche se esse provano a chiedere pietà, egli non ne avrà. Canzone di culto nella scena estrema di allora ed ancora oggi facilmente riconoscibile grazie alle sue sinistre melodie unite a tanta violenza di base. Come ottava traccia, possiamo rimanere tranquillamente su “Seven Churches” con la magnifica Burning In Hell. In questa occasione, a mio modesto avviso, si tocca l’apice per brutalità. La composizione si getta immediatamente in prolungati uptempo, dopo un’introduzione che ha veramente dell’incredibile grazie ad una tessitura chitarristica che sembra uscire dagli inferi, tale é l’apporto maligno sotto forma di musica. La voce di Jeff urla parole alla velocità della luce con il suo stile sempre più sofferto e roco mentre le chitarre puntano tutto su taglienti palm muting da alternare a improvvisi, brevi e veloci fraseggi. Il tutto viene sostenuto da una sezione ritmica che non perde un colpo, con il drumming preciso e intenso, specialmente durante i passaggi sui tamburi. La fase solista introduce la breve sezione in tempi medi, ove le atmosfere lugubri la fanno da padrone. Il riffing è sempre melmoso e cupo ma la tranquillità dura poco perché ben presto la band decide di gettarsi nuovamente a capofitto in tempi diretti per un finale di traccia che non mostra segni di volontà di mediazione e continua la sua strada su tempi veloci per terminare all’improvviso, solamente preceduta da alcune rullate di batteria. Jeff anche in questo caso si occupa del testo. Le parole trattano di un’anima condannata alle pena dell’inferno. Dopo una vita di peccati, la dannazione è imminente. Non c’è modo di sfuggire a questa condanna eterna. Nessuno può sentire le urla del dannato mentre la sua carne brucia tra le fiamme in un dolore indescrivibile. Non esiste passato o futuro in questo posto di purificazione attraverso il fuoco per quest’anima che non troverà mai pace. La carne si squaglia al calore delle fiamme e il pentimento per una vita di peccati non verrà ascoltato da nessuno perché è troppo tardi. Il cuore pulsa all’impazzata e nonostante l’anima condannata cerchi di scappare e nascondersi, nessun posto è sicuro. Come in un incubo senza fine, cerca di urlare ma nessuno la sente e il terrore brucia dall’interno. Ci avviciniamo velocemente al finale di disco quando troviamo la canzone Beyond The Gates, tratta dall’omonimo album del 1986. Come già espresso in sede di recensione dell’album, questa composizione annovera una delle idee più geniale ed innovative da parte della band. Se l’inizio può tranquillamente scivolare senza troppe pretese, attraverso un buon riffing ed ad alcuni cambi di tempo, la fase centrale mostra l’uso di alcuni sintetizzatori a ricreare un’atmosfera che io ho già definito simile ai “Nocturnus” del capolavoro “The Key”, uscito nel 1990. L’impronta avanguardistica delle tastiere rimanda ad una primissima forma di metal estremo dal timbro progressivo, cosa che verrà sperimentata da una marea di band di lì a poco. Anche il solismo della sei corde risulta in linea con tale influenza ma purtroppo la breve durata della composizione ci impone uno stop improvviso che ci lascia un po’ di amaro in bocca perché il tutto si sarebbe potuto sviluppare meglio. Le parole del testo rimandano ancora una volta ai temi satanici siccome possiamo immaginare un personaggio che si inchina all’altare di Satana al fine di  invocare la venuta del suo figlio, portatore di male e devastazione. Questo adoratore del male si prostra, in ginocchio, davanti all’altare. Egli chiede al signore delle tenebre di accompagnarlo oltre le porte, ove vi è solo sofferenza. Egli afferma di vivere nella notte e di bramare la morte e la distruzione, come in una volontà di presentarsi davanti al diavolo e di essere degno del suo sguardo affinché la sua anima possa essere condannata per l’eternità. A livello di scaletta in questa compilation, questa composizione vuole essere una sorta di preparatore alla bordata finale. Si tira un attimo il fiato prima di assistere al massacro operato con Seven Churches, title-track dell’esordio discografico dei Nostri. Il riffing posto in apertura mostra un groove molto sinistro e ti si conficca subito in testa per le sue note tetre. La prosecuzione è affidata al ritorno di tempi molto tirati, con una veloce successione di ferali uptempo ed improvvise partiture di veloce doppia cassa. Poco dopo il primo minuto possiamo gustarci alcuni tra i più riusciti fraseggi di chitarra, degnamente supportati dal basso pulsante di Becerra. La fase solista delle chitarre è introdotta puntualmente dagli appena citati fraseggi e racchiude una venerazione neanche troppo nascosta degli Slayer di “Hell Awaits”. Le fasi successive riprendono i soliti tempi veloci ad alternarsi a momenti nei quali la doppia cassa la fa da padrone, anche se non degnamente supportata dalla registrazione. I fraseggi di chitarra ritornano tra le varie sfuriate, come anche il riff posto in apertura in questo marasma demoniaco, ben esemplificato anche dalle parole del testo. La venuta di Satana sulla Terra è imminente. Le Sette Chiese sono la tomba dei sette preti nella terra dove Satana è caduto. I demoni banchettano con i loro cuori strappati mentre le anime marciscono all’inferno. L’acqua si trasforma in sangue e la volontà di vendetta si allarga a macchia d’olio su tutte le lande in un crescendo di violenza che non conosce freni. L’inferno è arrivato sulla Terra e non c’è più nulla che si possa fare per fermare il male e ricostruire uno scenario di devastazione totale. Sette sono le croci sotto le quali i preti piangono le loro perdite, sette sono le bibbie, sette le preghiere  e sette i cuori che i demoni mangiano voracemente in questa manifestazione di supremazia del male più puro.  In questo modo siamo giunti alla conclusione di questa valida compilation ed è ora di trarre alcune considerazioni. 



“Victims Of Death” risulta essere una buona compilation ed un’ancora più buona occasione per ascoltare di fila i classici immortali di questa band. Vedendo le canzoni presenti in scaletta, si può notare come i Possessed abbiano voluto dare maggior rilievo al loro debutto discografico, pietra miliare del metal estremo di tutti i tempi. Tuttavia, anche se “Seven Churches” si può giustamente meritare tutta questa attenzione, alcune tracce in più degli altri lavori si sarebbero potute inserire. Solamente due tracce vengono tratte da “Beyond The Gates” e lo stesso di può dire per l’EP “The Eyes Of Horror”, mentre l’esordio discografico copre ben sei posti. Una scelta che probabilmente venne presa per accontentare i fan dell’epoca, mostrando nuovamente la band nel suo lato più aggressivo, anche se i restanti due lavori non sono affatto da meno. In generale, la scaletta della compilation risulta essere discretamente riuscita ma forse la posizione troppo ravvicinata di alcune composizioni tratte da “Seven Churches” appesantisce leggermente il tutto, rendendolo meno vario. Insomma, il mio consiglio è sempre lo stesso: a meno che non siate dei neofiti della band e vogliate ascoltare qualcosa in linea generale, compratevi direttamente i tre album e non ve ne pentirete. Nel loro modo di suonare diverse, tutte e tre le uscite discografiche della band mostrano qualità degne di nota ed una fase crescente di maturazione facilmente udibile. Forse questa uscita discografica per ora rappresenta il canto del cigno da parte dei Possessed anche se non annovera nuove composizioni. Sembra che Jeff stia lavorando a nuove tracce per un nuovo album e c’è da sperare che la sua forza di volontà sia ripagata. A giudicare dall’entusiasmo palpabile di ogni suo concerto, penso che il tempo del suo riscatto sia ormai arrivato. 


1) The Exorcist
2) Pentagram
3) Swing of the Axe
4) March to Die
5) Death Metal
6) The Eyes of Horror
7) Fallen Angel
8) Burning in Hell
9) Beyond the Gates
10) Seven Churches

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