PHOBIC PLEASURE

Castigat Ridendo Mores

2013 - Revalve Records

A CURA DI
MICHELE MET ALLUIGI
03/06/2013
TEMPO DI LETTURA:
4

Recensione

I Phobic Pleasure sono una delle band più strane che mi siano capitate da recensire; il loro approccio è ricco di autoironia, il che può renderli estremamente divertenti o eccessivamente complicati. Il loro genere viene da loro stessi definito T.H.C, ovvero Thrash Horrible Core”, in altri termini un “maldestro tentativo di conciliare metal estremo moderno con sonorità progressive rock anni 70”. Compito assai arduo, anche perchè per poter raggiungere un simile connubio sono necessarie delle doti tecniche non indifferenti ed un apertura mentale notevole. Entrambi questi requisiti ci sono comunque, ma già a partire dall'artwork questo disco si presenta come un lavoro per cultori dell'estremo in generale: compare infatti sulla copertina un disegno raffigurante un distinto uomo d'affari intento a duellare con una creatura mostruosa acefala, che tiene nei propri tentacoli diversi simboli; una siringa, utilizzata come arma per il duello, un calice di vino, un libro di un opera filosofica non identificata di Nietzsche, un flacone di pillole, un cappio, un rosario ed uno spinello, iconografia tanto strana quanto espressiva per descrivere il delirante universo sonoro dei Phobic Pleasure. Addentriamoci in questo disco: la opener “La Camera Oscura delle Punizioni dei Bambini” fa capire subito che il gruppo si esprime senza peli sulla lingua, la fantasia di perversione testuale è supportata da un sound comunque interessante, un mix di death metal tecnico e strutture prog come da programma. Il brano comunque si articola su un incedere claustrofobico e dinamico; i disegni di batteria, molto ben eseguiti, sono spinti e veloci; l'unico break si ha verso i 2 minuti e mezzo, dove il ritmo si fa più marziale e serrato, supportando sempre il riff ben architettato e suonato. Un buon pezzo, ben eseguito e ricco di spunti che fa capire subito la poliedricità del gruppo. Dopo un introduzione parlata che si conclude con una mitragliata arriviamo a El Serpente”,  l'introduzione risulta particolarmente complessa per il primo tratto di testo, troppi cambi di tempo e pause che stonano con la linea melodica del cantato e risultano quindi dissonanti fra loro. L'ordine si acquisisce comunque poco dopo questa breve parentesi, al partire di un riffing a metà fra le cavalcate maideniane ed i Megadeth di “ Holy Wars”, una soluzione molto interessante come avvio del pezzo, che permette di seguirne molto bene lo sviluppo, ma il cambio non tarda arrivar. Ad 1:34 un riff di basso  introduce alla nuova variante, un mid tempo strutturato su un 4 corde tipicamente funky che sembra quasi rubato a Flea dei Red Hot Chili Peppers e non mancano nemmeno spunti nu metal per la parte centrale del testo; urge qui una premessa: i testi dei Phobic Pleasure non sono metricamente rigidi, anzi, sono molto dinamici in questo senso quindi risulta difficile dire quali siano il ritornello e la strofa. Le tre strutture sopra descritte si alternano a più riprese nello svolgersi del pezzo, il che conferisce una ricca varietà al songwriting. Si arriva a Miss K Loreena”, titolo che sembra rubato ad una delle telefonate scherzo che Bart Simpson fa allo sventurato Moe. Di fronte alla “ ballad” del disco, un arpeggio pulito, accompagnato dai vocalizzi del professor Morte, precede uno sviluppo da pezzo melodico tipicamente anni Novanta: l'arpeggio continua in perfetta sinergia con la voce, mentre la batteria  sviluppa il crescendo che sfocerà poi nella parte più ampia del brano, dove subentrerà il distorto. Qui lo sviluppo ritmico è molto più fluido dei brani precedenti e la canzone scorre molto più omogenea, i cambi di tempo restano ma in questa sede sono senz'altro più armoniosi e meno bruschi, il che consente di seguire (e comprendere) decisamente meglio l'incedere della canzone. L'intero brano è strutturato in maniera ciclica: si parte e si arriva con l'arpeggio melodico e da questo punto di vista questa traccia trova la piena realizzazione del progetto del gruppo di alternare metal estremo e progressive rock. La successiva “Il Pranzo di Trimalcione” inizia, manco a farlo apposta, con un invito a tavola, per poi partire immediatamente con uno sviluppo serratissimo in quattro quarti in puro stile thrash metal vecchio stampo; è il classico procedere da pogo, fatto di velocità, tecnica e potenza miscelati in un immaginario frullatore prima di arrivare al mid tempo centrale che concede un attimo di pausa. Anche qui non mancano costrutti complessi sia di chitarra che di batteria, ma la vena thrash anni 80 fa in modo che il pezzo rimanga nel complesso abbastanza lineare; a 2:50 arriva però il cambio: una parte in arpeggio pulito con un cantato in voce cantilenante ed altisonante che ci fa venire il dubbio che il lettore sia passato ad un altro brano, ma accorgiamo invece che si tratta della stessa canzone. Terminata questa parte una sequenza di stop and go martellanti si riallaccia alla struttura iniziale, molto più godibile, per giungere al termine con il parlato che elenca gli ingredienti di una ricetta culinaria. “Martin Blanchard” si presenta come un misto di estremi decisamente lontani: da un inizio quasi hardcore punk arriviamo agli inserti tipicamente orientali dei fraseggi di chitarra e delle linee vocali; questa scelta però non appare molto felice, l'alternanza dei due elementi causa degli intoppi nella fluidità del pezzo che diventa ora grintoso ora mollo. Gli inserti melodici sono decisamente ben suonati e degni di nota ma dopo la partenza in stile Hatebreed lascia un po' con l'amaro in bocca; è la vena orientaleggiante che prende poi il sopravvento, rendendo quindi la componente più cruda e diretta giusto una parentesi iniziale. Siamo di fronte al rischio di un songwriting troppo complesso: molto fumo e niente arrosto. La seguente “La Testa che Parla” addirittura inizia con l'audio che sembra essere di un videogame per partire subito in quinta senza compromessi, espediente che però è già stato utilizzato giusto due canzoni prima; ormai, in presenza di un'introduzione strana,  scatta l'allerta nei confronti una partenza diretta e si perde quindi l'effetto di stupore. In questo brano i Phobic Pleasure, forse involontariamente, sviluppano la parentesi thrashcore lasciata in sospeso nel brano prima. Il costrutto è molto più dritto e diretto, facilmente ascoltabile ed apprezzabile. Pur esulando dalla sopracitata dichiarazione di intenti del gruppo, questa sembra essere la canzone più naturale ed istintiva del lavoro, ai gonfi sistemi ritmici vengono sostituiti riff e tempi lineari con giusto qualche stacco in mid tempo, accentuando il groove e l'orecchiabilità del brano. Anche in sede live questa sembra essere la soluzione che dà il tempo di iniziare a pogare senza cambiare  dopo le prime spallate, ed anche la testa ha modo di fare un headbanging più prolungato; nonostante la chitarra  scarichi una cascata di note e fraseggi questa volta è la linearità della batteria a mantenere il pezzo in carreggiata facendolo rimanere negli stilemi del thrash. Nello sviluppo iniziale di “Big Bamboo” ritorna il gusto tribale che già trovato in “Martin Blanchard”, ma il registro del brano è decisamente diverso: anche qui si gioca sulla linearità mista a stacchi più groovy, la batteria comunque è sempre il motore trascinante, con il suo quattro quarti rende il pezzo un alternanza di sfuriata e marzialità fino alla ripresa della tribalità iniziale. La perfetta esecuzione conferisce la giusta armonia alla parte, facendo di questo pezzo un brano a se stante nel disco, poiché la poliedricità si articola comunque sempre all'interno di uno stesso registro stilistico ed anche le allusioni erotiche (“soddisfa una volta per tutte il mio big bamboo” direi che è abbastanza eloquente) si fondono in questa atmosfera “mediorientale”. Anche per “Le Colline Hanno Gli Occhi” è la velocità l'ingrediente essenziale, ma purtroppo la ricca polimetria rende questo pezzo troppo ricco di variazioni ire; dopo l'introduzione ironico-gay, cosi definita dagli stessi Phobic Pleasure, il pezzo si sviluppa su continui cambi di tempo e pause. Si riesce ad ascoltare bene il primo minuto, dove uno stile cross-over accompagna il procedere dell'insieme, dopodichè inizia la commistione di costrutti ed idee messe tutte insieme una di fila all'altra, che rendono nuovamente faticoso capire come si articoli il pezzo, una cascata di riff che, per riprendere un immagine oraziana, scorre come un fiume in piena travolgendo le nostre orecchie, mentre metabolizziamo un primo riff subito ce ne piombano addosso degli altri che non ci danno nemmeno il tempo di farci un' idea in merito. Davvero troppa carne al fuoco per un unico brano. Siamo alla fine, il disco si chiude con “Tentata La Strage”,brano che inizia in maniera quasi ambient, con una batteria che incede lenta insieme a delle urla deliranti, quasi fosse un estratto della colonna sonora di un film horror, per poi dare adito al pezzo; come anche si annuncia nel testo l'omaggio in questa canzone va al black metal, poiché il brano, fra gli altri, ha anche gli elementi tipici del genere, riff serratissimi e batteria in blast beat incessante, un altro caso di canzone leggermente più schietta rispetto alle altre, ma nel disco completo brani che vantano questo pregio sono giusto un terzo del totale. In conclusione direi che l'intento di mischiare metal estremo e prog da parte dei Phobic Pleasure  è perfettamente riuscito (forse anche troppo), come gruppo sono tecnicamente validissimi e vantano una creatività al di fuori del comune, ma questo “Castigat Ridendo Mores!” è un disco decisamente complesso da metabolizzare, anche per un ascoltatore normalmente abituato al progressive più intricato; al di là dei testi decisamente deliranti, le strutture ritmiche sono troppo elaborate e ciò rende il disco veramente pesante all'ascolto. Ogni canzone contiene numerose idee sulle quali si potrebbero ulteriormente sviluppare nuovi brani. Se molti dischi hanno come difetto principale la monotonia, qui siamo di fronte all'eccesso opposto, buone idee spesso vengono lasciate a metà mentre ne vengono sviluppate altre che sono poco più che arricchimenti. Per il prossimo disco si dovrà puntare su una maggiore semplicità, le doti ci sono, e notevoli, il difetto di questo album è che sono espanse all'ennesima potenza.


1) La Camera Oscura Delle Punizioni Dei Bambini
2) El Serpente
3) Miss K Loreena
4) Il Pranzo Di Trimalchione
5) Martin Blanchard
6) La Testa Che Parla
7) Big Bamboo
8) Le colline Hanno Gli Occhi
9) Tentata La Strage