OZZY OSBOURNE

Tribute

1987 - Epic Records

A CURA DI
ANDREA CERASI ANDREA ORTU
29/07/2021
TEMPO DI LETTURA:
8,5

Introduzione Recensione

È giovedì 18 marzo. L'anno il 1982. Un giovedì qualunque. La band è stanca, ha appena suonato al Civic Coliseum di Knoxville, Texas. Ozzy Osbourne vaga per i camerini ubriaco fradicio, "Un giorno o l'altro ti ucciderai, se continuerai a bere così" lo ammonisce il chitarrista Randy Rhoads, ma il cantante è contento. L'indomani, il gruppo deve esibirsi a Orlando, la notte è lunga, e così si mette in marcia. Durante il tragitto, lo staff fa tappa a casa di Andrew Aycock, l'autista del tour-bus, che vive in Florida, per riposare un po'. La zona è deserta, si tratta giusto di un complesso abitativo di poche decine di case, e poi campagne tutto intorno, a vista d'occhio. Accanto la casa di Aycock c'è un hangar per aeroplani e una piccola pista di atterraggio, di proprietà di un amico dell'autista. Intanto si è fatto giorno, è venerdì 19, il venerdì maledetto, e Andrew Aycock, imbottito di cocaina, decide di entrare di nascosto nell'hangar dell'amico e di accendere un aeroplano. Ha il brevetto da pilota, così mette in moto il velivolo per farsi un giretto. Fa salire il tastierista Don Airey e il manager. I tre viaggiano a bassa quota per qualche minuto, dopodiché Aycock torna a terra per far salire la parrucchiera Rachel Youngblood e Randy. Il pilota, al secondo volo della mattinata, ha un'idea folle: svegliare lo staff che sta dormendo all'interno del bus, e per fare questo scherzo inizia a sorvolare la zona sfiorando i tetti delle case. Una manovra troppo ardita, tanto che l'ala dell'aereo tocca il tetto del bus, Aycock perde il controllo e si va a schiantare contro una abitazione, che prende fuoco all'istante. Nell'impatto muoiono tutti e pochi minuti più tardi i loro corpi sono divorati dalle fiamme.

Si tratta di una delle pagine più terribili della storia del rock, una stupida tragedia che si sarebbe potuta evitare e che ha portato alla perdita di uno dei chitarrista più talentuosi della sua generazione. Randy Rhoads aveva soltanto venticinque anni quando perse la vita. Ancora oggi Ozzy non se lo perdona, e ogni tanto la figura del povero ragazzo lo tormenta nel sonno. Quella maledetta mattina, quando lui e sua moglie, insieme al resto della band e dello staff, vengono svegliati dall'impatto, pensano si tratti di un incidente stradale, che qualcuno abbia tamponato il muso del bus. La realtà è ben altra, e ben peggiore. A questo punto, il tour di Diary Of A Madman, secondo album solista del Principe delle Tenebre, viene sospeso. La ferita è troppo grande per proseguire, così la formazione si chiude in un silenzio tombale, sospendendo ogni attività.

Attorno al dramma circolano tante voci, la stampa accusa di incoscienza i musicisti, molti se la prendono con le droghe che infestano l'ambiente rock e metal, ma è lo stesso Osbourne a ribattere quanto Randy fosse un'anima pura, lontana dalle droghe, persino dall'alcool, il cui unico vizio era quello di spararsi due pacchetti di sigarette al giorno per "concorrere al Guinness World Record di cancro ai polmoni". Già tanto per un uomo di bassa statura e di poco peso come Randy Rhoads. Ma in quel piccolo corpo c'era magia. Una magia che partiva dal cuore e che si diffondeva attraverso le arterie, scorrendo insieme al sangue, per poi giungere alle dita, con le quali avrebbe accarezzato le corde della chitarra. Un musicista incredibile, capace di apprendere le tecniche dei più grandi axe-men dell'hard rock e di rielaborarle a modo proprio. Già con i Quiet Riot, il giovanissimo Randy aveva fatto capire al mondo il suo prodigio, ma è stato accanto a Ozzy Osbourne che la sua arte si era innalzata, raggiungendo uno status importante, riconosciuto da tutti.

Nella primavera del 1982 le registrazioni effettuate durante il tour iniziato nell'autunno del 1981 sono già pronte. L'idea di Ozzy è quella di rilasciare un live album, il primo della sua carriera solista, ben prima della tragedia accaduta la mattina del 19 marzo, ma nella mente dell'artista c'è un pensiero fisso: se dovesse rilasciare un live album proprio mentre la stampa è focalizzata sulla morte di Rhoads, potrebbe risultare uno speculatore. Per allontanare le malelingue, sotto consiglio della moglie Sharon, Ozzy decide di accantonare l'idea. Intanto la sua carriera prosegue, a fine anno pubblica Speak Of The Devil, live album incentrato sui pezzi dei Black Sabbath, di cui il cantante, a tratti, fa fatica a ricordarsi i testi, poi è la volta di Bark At The Moon, con Jake E. Lee alla chitarra, e dunque arriva The Ultimate Sin. Ozzy Osbourne continua la sua marcia trionfale, agguantando premi e classifiche, ma l'idea di celebrare l'amico scomparso resta. L'occasione arriva a cinque anni di distanza dalla morte di Randy, nel marzo del 1987. Esce Tribute, doppia raccolta dal vivo che non è solo un semplice disco, ma una dedica alla grandezza del chitarrista, i cui proventi (o almeno una parte) andranno ai parenti del ragazzo. L'album si compone di quattordici tracce, tutte registrate durante il Blizzard Of Ozz Tour e il Diary Of A Madman Tour, quindi nei mesi precedenti alla tragedia, mentre in copertina troviamo una foto scattata da Paul Natkin durante uno spettacolo tenuto a Rosemont, Illinois, il 24 gennaio 1982.

I Don't Know

Lo spettacolo ha inizio allo stesso modo di come iniziava "Blizzard Of Ozz", primo album solista del Madman, ovvero tra le note di I Don't Know (Non lo so), un brano di sano, vecchio hard rock d'una volta, tale da suonare manieristico, quasi vintage, perfino in quel 1980 del debutto solista. Grintosa, giustamente priva di guizzi eclatanti così da lasciar decollare gradualmente l'opera, "I Don't Know" era perfetta come opener di "Blizzard Of Ozz" ed è perfetta pure per "Tribute", benché la versione dal vivo goda d'un respiro ben più ampio e di un inizio, per così dire, "liturgico" più marcato e più prolungato. Anche Tribute, infatti, si apre come ogni altro live album di Ozzy: con l'attacco della celebre "O Fortuna", nella versione della Carmina Burana ad opera di Carl Orff.  Sono gli 80's, un decennio incredibilmente intenso in cui interi movimenti culturali sono nati e sono morti, in cui l'hard rock si è trasformato ancora e ancora, e se "I Don't Know" nel 1980 era ancora un brano della più classica riff music, per dirla alla maniera di un Jimmy Page, la versione immortalata dal vivo nel 1981 è già una cavalcata heavy metal a tutti gli effetti, pur mantenendo un cuore squisitamente tradizionale. Quasi sei minuti di sfuriata in cui ogni sinolo elemento rifulge a modo suo da una sezione ritmica corazzata come un Tiger tedesco, alla voce di un Ozzy che sembra perfino sforzarsi a restare su righe asciutte e composte - senza, per fortuna, riuscirci del tutto. L'elemento deflagrante tuttavia, nemmeno a dirlo, è l'ascia di Rhoads, perennemente in tiro su un'altalena di movimenti dolci e furibondi, a determinare un crescente dialogo con la sezione ritmica fino alla ovvia e necessaria catarsi dell'assolo. Tra le righe, Ozzy canta di domande che sono insieme intime e sociali. Sono gli anni '80 e per molti, nella grande narrazione della guerra fredda, le lancette dell'orologio del mondo sarebbero pericolosamente vicine alla fatidica mezzanotte. La gente è attanagliata da dubbi e si pone domande che non possono avere una risposta: quando arriverà l'ultimo giorno? Qual è il futuro dell'umanità? Tutti sono in cerca di profeti, d'una guida che li prenda per mano e li conduca con sicurezza lungo il sentiero inconoscibile chiamato "vita". Alle loro domande disperate il cantante risponde lapidario "non lo so", I don't Know, poiché la vita è un palcoscenico, è un gioco in cui non conta come hai giocato, ma solamente se hai vinto o se hai perso. Di questo brano si è detto che alcune righe facciano riferimento ai sentimenti di profonda delusione di Ozzy, la cui dipartita dai Sabbath in quel periodo rappresentava ancora una ferita aperta e sanguinante, ed è senz'altro possibile che sia vero, almeno in parte; tuttavia, il grosso delle liriche di questo brano, così come dei primi due o tre album di Ozzy Osbourne, sono soprattutto opera di Bob Daisley, evidentemente interessato ad offrire al Madman un prodotto che sia il più universale e intellegibile possibile. Una scelta intelligente, una sinergia tra teste pensanti (Ozzy, Rhoads e Dausley) che ha concorso a dar vita a un'opera dal respiro poetico molto vario.

Crazy Train

"A Randy piacevano i treni: collezionava modellini di treni e lo facevo anch'io. Sono sempre stato un appassionato di treni e anche Randy lo era. Così ho detto: «Randy, (questa canzone) sembra un treno. Ma suona da pazzi». E ho aggiunto: «Un treno pazzo!»". Dall'intervista a Bob Daisley di Greg Prato, Songfacts.

Ancora una volta, lo show dal vivo segue la scaletta di Blizzard of Ozz con un vero classico del nostro degustatore di pipistrelli preferito: Crazy Train (Treno Folle). Con questo pezzo, scelto non a caso come primo singolo estratto dal debutto solista di Ozzy, si entra a testa bassa nel vivo dell'opera, complici un mucchio di elementi differenti ma, soprattutto e più di ogni altro dettaglio, il memorabile riff di chitarra che apre il brano e che l'accompagna nei momenti salienti. Il fatto curioso è che tolto quel riffing roccioso e galvanizzante, e tolta pure la caustica tonalità vocale del Madman, "Crazy Train" potrebbe passare per un pezzo anni '70 di David Bowie, uno di quelli più disimpegnati. Un bel pezzo di David Bowie, per la precisione - già di per sé cosa non facile. Tuttavia, bastano quel riffing, una ritmica tracotante e la voce aspra del Nostro, per trasformare questo piccolo caposaldo non solo in ottimo hard rock, ma pure in un prodotto a modo suo estremamente originale e d'ispirazione. Nella versione dal vivo ogni singolo elemento è pompato a dismisura: dai bassi caricati al massimo ad una sei corde che pare vivere di vita propria. L'andamento vitale e propositivo del brano rifulge in ogni caso, forte stavolta di una carica epica di puro metallo pesante, di sensazioni ed emozioni che trasudano dalle parole del cantante e che prendono forma nelle svariate intuizioni di Rhoads. L'esecuzione gode di un momento solista centrale di buona fattura e grandissimo carattere, ma il chitarrista non si dilunga, non ne ha bisogno: i suoi catartici exploit segnano ogni momento decisivo del brano, compreso un finale devastante chiuso dalla ripetizione di quel riff che, tutt'oggi, fa scuola a chiunque si voglia accostare alla musica dura. Se la musica ha carattere solare e propositivo, il testo ha tuttavia un significato politico e sociale dai contorni caustici ed ironici. La strabordante gioia espressa dai musicisti non rappresenta altro che malcelato sarcasmo, la vitalità che la pervade si rivela essere al massimo una speranza, un desiderio irrealizzabile che ha il sapore di una brutta battuta. Il "treno folle" è il pianeta stesso, il mondo creato dagli uomini in cui milioni di persone, perfetti sconosciuti, si odiano tra loro. E si ammazzano tra loro, soprattutto, nel folle gioco della guerra, pazzi guidati da regole decise da altri pazzi più ricchi e potenti di loro. Una corsa malata e terribile che a vederla da fuori, a celebrarla con un brano del genere, esprime una sorta di perversa, spassosa bellezza. I riferimenti alla guerra fredda stavolta sono palesi, così com'è palese l'odio per una classe politica tratteggiata come inconoscibile e incomprensibile, estranea a qualsiasi forma d'autoconservazione in nome di status e potere. Anche in questo caso, tuttavia, i riferimenti politici e sociali sfumano e si fanno tutt'uno con riflessioni intime e personali, in accordo con una poetica finora piuttosto coerente a se stessa. Nel 1980 "Crazy Train" aveva avuto un successo notevole nel Regno Unito, buono nel resto d'Europa e ben poco esaltante negli Stati Uniti; negli anni seguenti però il brano aveva conquistato lentamente e in maniera capillare il cuore di milioni di ascoltatori, e nel 1987 era già un classico assoluto ovunque, anche e soprattutto in USA.

Believer

Il Tributo continua con Believer (Credente), brano che rappresenta il perno centrale del secondo album dell'Ozzy post-sabbath: "Diary of a Madman". Il seguito di "Blizzard of Ozz" è un disco più intimo del suo predecessore - un vero e proprio "diario", per l'appunto - ma non già di Ozzy Osbourne, bensì di tutti gli artisti coinvolti in quel progetto che avrebbe dovuto chiamarsi proprio "Blizzard of Ozz", e che inizialmente non era affatto inteso per essere mera espressione (soprattutto commerciale) del Madman inglese. La versione dal vivo di "Believer" non si discosta molto da quella in studio: inizia ed è sostenuta per gran parte della sua durata dallo stesso, inconfondibile giro di basso, ed è elevata nei suoi momenti cruciali dalle urla disperate e rabbiose della sei corde di Rhoads, autore anche di un riffing poderoso che, in piena sintonia con la sezione ritmica, tratteggia un brano cupo e pesantissimo che ricorda per certi versi i migliori Sabbath. Pure l'assolo centrale, per quanto scontato, s'integra perfettamente ad una narrazione cromatica che fa delle tinte scure e violacee il suo pattern dominante. Il testo è molto semplice, e nonostante le sonorità siano quasi da messa nera, il senso della parola "credente" non ha quell'alone religioso che gli avrebbe senz'altro dato Butler (che, credente, lo è davvero), né possiede alcun intento dissacrante (come qualcuno forse si aspetterebbe da Ozzy); il "credente", infatti, è semplicemente colui che crede in se stesso, e "Believer" non vuol far altro che mettere una notevole potenza di fuoco al servizio di un concetto semplicissimo: credi in te stesso. Quella di Ozzy è una vera e propria esortazione al proprio pubblico e a se stesso, un invito a non ascoltare l'altrui disfattismo, a non farsi fregare dai falsi profeti, a non fermarsi agli inevitabili fallimenti e a guardare sempre un po' più in là, oltre le montagne. Talvolta, nelle versioni dal vivo come quella presente su "Tribute", Ozzy era solito modificare alcune strofe per rendere il tutto un po' più caustico, o solo più personale, senza tuttavia alterare il significato del brano. Tra queste righe s'intravede cristallina l'impronta di tutti e tre i principali compositori, specialmente Rhoads ed Osbourne: il primo perché giovanissimo e bisognoso di credere nella sua stella nascente, e Ozzy perché la ferita dei Black Sabbath sanguinava ancora un poco, e perché il secondo album, si sa, è sempre quello più difficile.

Mr. Crowley

Volevo dare uno sguardo all'oscurità e domandare ad Aleister Crowley: "Aleister, cosa stavi pensando?". Dall'intervista a Bob Daisley di Greg Prato, Songfacts.

Quella di Aleister Crowley è una passione che Ozzy aveva condiviso con i suoi ex colleghi dei Black Sabbath, nonché con buona parte della scena hard rock britannica dei primi anni '70 (Jimmy Page dei Led Zeppelin aveva addirittura comprato la casa in cui l'occultista aveva vissuto, sulle rive del lago di Lochness). Negli anni '80 la gran parte dei ragazzi inglesi nemmeno sa chi sia, Aleister Crowley, né quel che la sua figura ambigua ed oscura aveva rappresentato per la generazione precedente. Figuriamoci nel ventunesimo secolo. Oggi quel genere di "neopaganesimo" farebbe probabilmente sorridere i più giovani, ma per quella generazione che negli anni '70 cercava di costruirsi quasi dal nulla nuove infrastrutture sociali, politiche, metafisiche e filosofiche, Crowley aveva rappresentato uno dei pochi anticipatori di quell'attitudine che avevano deciso di abbracciare: rottura con la società, riscoperta di radici più antiche, ricerca di nuovi simboli, speranza per un futuro migliore. Mentre i fischi d'approvazione e le urla del pubblico ancora riempiono l'aria, le tastiere di Lindsay Bridgwater iniziano a tratteggiare i contorni di un rito pagano, un'omelia degna di una cattedrale sconsacrata o di un concerto rock. Qui Ozzy si esibisce in una delle versioni più veloci della sua Mr. Crowley, lasciando che un brano pensato per anticipare quello che anni dopo avrebbero definito "doom metal", un semplice pezzo rock un po' più lugubre del solito. Il risultato è comunque molto, molto buono: non è male godere di questa canzone in una versione un pelo meno oscura ma più ruggente, tuttavia, la differenza più concreta la fa senz'altro l'esecuzione finale di Rhoads. Il chitarrista inizia il suo assolo a due terzi dell'opera e va avanti fino alla fine, in quasi due minuti di acrobazia epica, disperata e memorabile, tra le migliori di tutto il suo catalogo senza "se" e senza "ma". Quanto al testo, questo porta l'impronta tipica di Daisley in più d'una strofa, ma è chiaramente Ozzy ad averlo concepito ed impostato. Ce ne parlò lui stesso sulle note di copertina di "The Ozzman Cometh": Avevo letto diversi libri su Aleister Crowley. Era un tipo molto strano e ho sempre voluto scrivere una canzone su di lui. Mentre stavamo registrando l'album "Blizzard of Ozz", c'era un mazzo di tarocchi che aveva disegnato lui nel suo studio. Be', una cosa tira l'altra e la canzone "Mr. Crowley" è nata. Chiamando più volte a pieni polmoni il nome di Crowley, Ozzy immagina di porre all'occultista tutte quelle domande che la morte ha lasciato in sospeso. Il cantante stesso non sembra sicuro di come rivolgersi all'arcano santone, se come a un grande maestro o un millantatore, se come a una guida o come a un uomo più tormentato di lui. Tra le tante citazioni alla vita e alle opere di Crowley, quel che appare evidente è il desiderio del singer di entrare nei pensieri del suo antico idolo, di comprendere quanto fosse concreta la sua saggezza, quanto profondo il suo dolore e quanto ferme le sue intenzioni, di leggere l'uomo celato fra le righe della leggenda. Ad oggi, dopo decenni di studi e ricerche da parte di storici ed appassionati, chi fosse davvero Aleister Crowley rimane uno dei tanti misteri più incredibili della storia umana.

Flying High Again

L'atmosfera generale si fa più leggera con l'orecchiabile Flying High Again (Volando di nuovo in Alto), un gran pezzo di hard 'n' heavy il cui grande successo nelle classifiche britanniche aveva consacrato, nel 1981, "Diary of a Madman" come un classico ancor prima dell'uscita dell'album nei negozi. Il testo pare disimpegnato e solare tanto quanto il sound della canzone, e benché l'idea sia di qualcosa che abbia a che fare col consumo di marijuana, è chiaro come l'acqua che il senso del titolo, "volare alto nuovamente", sottintenda tutta la gioia e la spavalderia dello stesso Ozzy Osbourne, tornato alla ribalta dopo essere uscito dai Black Sabbath. Anzi, a dire il vero la sua carriera solista stava andando e avrebbe continuato ad andare meglio, molto meglio, rispetto a quella degli ex colleghi dei Sabbath. Durante lo show immortalato su Tribute, il Madman parla un poco col suo pubblico, solo per partire in quarta con una versione del suo brano piuttosto fedele a quella in studio, salvo un assolo di chitarra più personale, più lungo e più pregnante, ancora una volta tra i migliori della pur breve carriera di Rhoads. L'esecuzione del chitarrista è tale che quasi contrasta con la relativa semplicità del brano stesso, la sua evidente dimestichezza con la musica classica fa rudemente a cazzotti con l'hard rock allegramente caciarone di Ozzy. Il risultato è unico, e per certi versi fa perfino scuola a certe correnti che non sono ascrivibili al progressive, ma che ricercheranno comunque nella riscoperta della classica e nella sua integrazione con l'hard rock, una nuova chiave di volta per il genere tutto. Il titolo "Flying High Again", come detto, sottintende il ritorno in pompa magna di Ozzy sulla scena, ma il termine "high" sottintende anche quella che da noi è chiamata volgarmente la "fattanza". Nel 1981 Ozzy era in piena guerra contro se stesso per superare la dipendenza dalle droghe pesanti, le stesse avevano minato la sua permanenza nei Black Sabbath (e funestato anche le performance degli altri membri) ma questo non gli impediva certo di fumarsi una canna di tanto in tanto. Dopotutto, Ozzy era e sarebbe rimasto uno degli ultimi baluardi della generation of love, benché d'una razza un po' meno illusa e molto più caustica. Tra le righe del testo il cantante parla in prima persona, anche se l'impressione è che cerchi di mettersi nei panni di un ipotetico e giovanissimo fan; una scelta intelligente, forse dettata da un Daisley che di mestiere ne aveva da vendere. Per lui non ci sono scusanti e non intende darne, né alla mamma né a suo padre. Dopotutto, a lui piace volare guardare le montagne dall'alto, gli piace osservare cose che gli altri non vedono e i colori del mondo distorcersi e cambiare. Il parere delle malelingue non lo tocca, a lui, la gente crede che sia un buono a nulla ma in realtà è un individuo piuttosto ricercato. Insomma, tra un doppio senso e l'altro Ozzy prende due piccioni con una fava: da una parte parla al suo pubblico, capendo ciò che a quel pubblico piace, che lo diverte, ma dall'altra parla a se stesso e di se stesso, uomo di successo che a un passo dal baratro era riuscito a risollevarsi, e a tornare da vincente sul tetto del mondo.

Revelation (Mother Earth)

Questa prima parte di "Tribute" si chiude con gli stessi due brani che chiudono il primo album dell'Ozzy solista. Revelation (Mother Earth), letteralmente "Rivelazione (Madre Terra). Non è uno dei pezzi più noti di quel disco, ma è uno dei pochi a mettere davvero in risalto le tastiere, tanto che Don Airey, tastierista su "Blizzard of Ozz", avrebbe dichiarato di aver attivamente partecipato alla scrittura del brano, benché mai accreditato. Coi suoi sei minuti di durata e un sound abbastanza difficile da etichettare, questa è pure una delle tracce più pretenziose del primo Ozzy solista, forse un pelo oltre le sue capacità e conoscenze di allora, ma rimane un esperimento interessante ed un ascolto intenso. Gli elementi barocchi del brano, il canto quasi soave del cantante (Ozzy fa sempre un po' tenerezza quando si sforza di mantenere una certa formalità, lo amiamo anche per questo) fanno pensare inizialmente ad una specie di power ballad, ma le sinistre dissonanze prima, e in seguito elementi inequivocabilmente doom con velature funeree, disegnano un quadro senza nome e senza regole, un labirinto di suoni e di parole in cui l'ascoltatore è invitato a perdersi, e sta solo a questi, all'ascoltatore, decidere se ne sia valsa la pena. Forse una delle robe più "progressive" sullo scenario britannico dell'epoca, in un periodo in cui tutte le antiche glorie di tale genere preferivano darsi al soft rock più commerciale. La versione dal vivo del brano riprende abbastanza fedelmente quella in studio, sebbene con le dovute variazioni chitarristiche e un ovvio cambio di stile alle tastiere. Qui, l'inizio del brano mette in risalto il talento di Rhoads anche nei momenti più morbidi e meno elettrici, mentre le soluzioni più cupe, regolarmente centrate sul basso, faranno scuola alle formazioni grunge del decennio successivo. La catarsi centrale è sostituita con un'anti-catarsi in cui la parte di piano, la stessa che caratterizza la versione in studio, esce rinforzata da sfumature ritmiche e chitarristiche, mentre il finale esplode in puro heavy dall'incedere prima minaccioso, poi rocambolesco e infine incendiario, tra le ovazioni del pubblico. La ricercatezza generale è tale che a "stonare" un poco è proprio la voce di Ozzy, le cui imperfezioni rappresentano di solito un valore aggiunto alle sue esibizioni ma che qui, per natura stessa del brano, tendono a risaltare solamente in quanto tali. Il cantante cerca in ogni caso di mantenere un insolito equilibrio, il mestiere fa il resto e il risultato finale è veramente buono. Il testo, se nel 1981 era interessante, se negli anni '90 e 2000 poteva sembrare un pelo retorico o banale, oggigiorno sarebbe pura e semplice attualità, d'assoluto interesse artistico. Era dalla fine degli anni '50 che il mondo aveva iniziato ad imparare che la terra non è un serbatoio illimitato di risorse, che possiamo utilizzare e sporcare a nostro piacimento; tuttavia, è solamente dalla fine degli anni '80 che certe tematiche hanno iniziato ad esser prese un minimo sul serio. Con questo pezzo datato 1981, Ozzy non solo anticipava una dialettica che avrebbe presto preso piede nella coscienza collettiva, ma prediceva con inquietante precisione quelle che sono oggi, in pieno ventunesimo secolo, le grandi paure d'intere generazioni. Oggi, mentre isole di plastica grandi come nazioni galleggiano al largo delle nostre coste, mentre la desertificazione avanza inesorabile e il surriscaldamento globale minaccia il nostro futuro, strofe come questa fanno quasi terrore: "Ho avuto una visione, ho visto il mondo bruciare / E i mari erano diventati rossi / Il sole era calato, il sipario finale Nella terra dei morti / Ho avuto una visione, ho visto il mondo bruciare / E i mari erano diventati rossi / Il sole era calato, il sipario finale / Nella terra dei morti". Altre strofe, come "Bambini del futuro / Guardando gli imperi cadere nella follia", riportano per certi versi alle attuali incertezze geopolitiche, sebbene in realtà rispecchino quelle dell'81, con l'Unione Sovietica in crisi sempre più nera e un presidente degli Stati Uniti che invitava a fantasie distopiche i registi hollywoodiani, le dita dei leader perennemente a un passo dal fatidico pulsante rosso. Quella di Ozzy non è però una semplice denuncia, è una preghiera, un'invocazione che riprende le parole di Cristo stesso e che sostituisce il Padre con la Madre: Madre (Madre Terra), perdonali perché non sanno quello che fanno. Insomma, "Revelation" è un gran pezzo, ricercato tanto in termini poetici quanto compositivi, e che nella versione di "Tribute" non perde una virgola del suo spessore artistico.

Steal Away (The Night)

Chiude questa prima parte del doppio album il brano conclusivo di "Blizzard of Ozz", ovvero Steal Away (The Night), traducibile "ruba la notte", anche se il senso originale suona ricco di maggiori sfumature. Dopo un pezzo ricercato come "Revelation", che tende a prendersi mortalmente sul serio pure in termini poetici, l'ideale è chiaramente una canzone disimpegnata e rumorosa come questa. La versione in studio è una svirgolata di tre minuti e mezzo di rock 'n' roll puro, rinforzato qui e là da bassi rocciosi e da un solo di chitarra breve ma elettrizzante. L'esibizione dal vivo offre invece una versione di Steal Away lunga oltre otto minuti, complice l'assolo di batteria dell'esperto Tommy Aldridge, uno che nel 1981 aveva già collaborato con Black Oak Arkansas, Pat Travers Band e (soprattutto) Gary Moore, e che dopo l'esperienza insieme ad Ozzy avrebbe suonato con Whitesnake, Motörhead, Thin Lizzy e un mucchio d'altra gente fichissima. Tolto l'assolo di batteria, la durata del brano è identica alla versione in studio, sebbene il risultato complessivo sia un pelo più heavy, complici una sezione ritmica indiavolata fin dall'inizio e l'immancabile Rhoads, sempre disponibile ad alzare ulteriormente l'asticella di quanto già fatto in passato; l'assolo centrale del chitarrista è ruvido al punto giusto, privo di vezzi barocchi, da antologia della chitarra rock. Il testo del brano è del tutto in linea con la sua classicissima natura rock 'n' roll: amore, erotismo, e un'attitudine solare che negli anni '80 dell'edonismo e del glam è più viva che mai. "Rubare la notte" significa dedicarla ad una donna, fuggire insieme dalla durezza della vita e dimenticare tutto in quelle poche ore di pura gioia, di puro desiderio. Il vecchio Ozzy è un uomo nuovo, baby, e allora è tempo di rompere le catene e infrangere le regole. Niente di più, niente di meno. L'assolo di Aldridge pare quasi la descrizione in musica del rapporto sessuale vagheggiato dal singer: primitivo, all'inizio più fisico che non tecnico, poi un po' più calmo e un po' più raffinato, c'è spazio perfino per le coccole; ora le bacchette toccano con virile sicurezza tutti i punti più intimi e nascosti della batteria, finché, tra rullate di gioia ed ovazione del pubblico, l'orgasmo inevitabilmente esplode e la notte è finalmente rubata.

Suicide Solution

Ozzy incita il pubblico e con Suicide Solution (Soluzione suicidio) inizia la seconda parte di questo live album. Estratta da Blizzard of Ozz, la canzone è un omaggio al vocalist degli AC/DC Bon Scott, scomparso pochi giorni prima. Il testo, scritto da Ozzy e Bob Daisley, è considerata come una specie di brindisi in onore del povero Scott, con le sue citazioni all'alcool, veleno che aveva portato alla morte il giovane cantante della band australiana. "Il vino è ottimo, ma il whiskey sarebbe ancora meglio. Il suicidio è lento con il liquore, in quella bottiglia affoga il tuo dolore". Il tema è aspro e difficile da trattare, il riff metallico scolpito da Randy Rhoads, in parte ripreso dal brano Force of Habit, suonato con il suo gruppo precedente, Quiet Riot, sintetizza la pericolosità dell'alcool. Una vita vissuta sulla lama di rasoio, affogata in distese liquide che stritolano arterie e bloccano flussi sanguigni. In sede live, Roahds si rende protagonista di un assolo stupefacente, carico di energia e cupissimo, che quasi stona con l'andamento sornione delle strofe, cantate da un Ozzy ebbro e instancabile che si diverte col pubblico in arena. Ma la chitarra di Randy prosegue la sua corsa, arrivando nel finale con toni pungenti che quasi provocano dolori, imitando la chitarra funambolica di un certo Eddie Van Halen. Suicide Solution però non fu una canzone fortunata, di fatti venne accusata di aver istigato al suicidio almeno tre ragazzi, fan di Ozzy e dei Black Sabbath. Osbourne venne condotto in tribunale nel 1986, citato in giudizio dai genitori di un giovane che si era appena sparato in testa, davanti alla sua classe. La frase incriminata è soprattutto quella del ritornello, nel quale il vocalist intona le parole: "Viola le leggi, scalcia, stenditi per lamentarti. Non sai dove nasconderti, e allora il suicidio è l'unica via di fuga". Parole pesanti, ma anche generalizzanti, di tradizione rock n' roll. Ozzy stesso si difende, chiarendo di essere stato alcolizzato, di aver rischiato la vita a causa dell'alcool e delle droghe, e che il brano era una riflessione sul suo destino e sull'autodistruzione umana. Suicide Solution resta comunque un inno maledetto, al quale sono associate tante morti da parte di giovani ascoltatori per tutti gli anni 80. Ozzy, nel 1992 ci scherzò su, stufo anche di tutte le accuse rivoltegli contro, dicendo: "Sentite, sarebbe stata davvero una cattiva mossa mediatica scrivere una canzone che istiga al suicidio. Non mi rimarrebbero molti fans!".

Iron Man

"Uccide persone che un tempo salvava". Frase emblematica, uno stralcio che brano che la band propone sul palco. Con Iron Man (Uomo d'acciaio) inizia la tripletta sabbathiana, e il pubblico urla indemoniato. Si torna indietro nel tempo, dritti al 1970, ed ecco che l'atmosfera si fa plumbea e i suoni rallentati fino allo sfinimento. Da questo brano, e dagli altri presenti sul primo omonimo disco dei Black Sabbath, nasce la tradizione doom, che darà poi origine a decine di sottogeneri nel corso dei decenni. Le intuizioni di Iommi, semplicemente geniali, qui vengono adottate e rimaneggiate dal prode Rhoads, anche se in linea di massima la versione live resta fedele a quella originale in studio. "Ha perso il senno, è cieco o riesce ancora a vedere? È vivo o morto? È stato trasformato in acciaio dal grande campo magnetico". Il brano racconta la storia di un uomo che viaggia nel tempo, soprattutto nel futuro, e che vede l'apocalisse. Nel passaggio tra futuro e ritorno al presente, l'uomo assorbe radiazioni talmente alte da trasformarsi in un essere con poteri superiori. Quando fa ritorno al suo tempo, racconta tutto quello che ha visto, mettendo in allerta l'umanità, ma nessuno gli crede. "Nessuno lo vuole, nessuno gli crede, non fa altro che fissare il mondo, progettando la sua vendetta. Ora è giunto il momento, l'uomo di ferro diffonde paura per vendetta". Stizzito, ormai dotato di una forza incredibile, il viaggiatore del tempo decide di sterminare il genere umano, dopo che era stato prese per pazzo. Due minuti e mezzo per incidere la storia della musica.

Children Of The Grave

"Se volete vivere in un mondo migliore, dimostrate che l'amore è ancora vivo". Se già la versione originale di Children Of The Grave (I Figli della fossa) era potente, con i suoi riff abrasivi, figuriamoci quella live del 1981, nella quale le chitarre ruggiscono maggiormente, trasformandola in una cannonata heavy metal. Randy si scatena, mettendo in luce la sua grande tecnica e la sua versatilità, ma è tutta la band a dare il massimo. "La rivoluzione è nelle loro menti, quando i bambini iniziano a marciare contro il mondo nel quale devono vivere. Hanno odio nel cuore, stanchi di essere spinti e rimproverati". Un capolavoro che accelera e poi rallenta, passando dall'heavy al doom in diversi passaggi, sempre costruito sulla viscerale chitarra di Rhoads, il quale si ritaglia il suo spazio nel fenomenale assolo centrale e che prosegue fin quasi alla fine. Tratto da Master of Reality, Children of the Grave è un canto di protesta contro la guerra, seguendo la scia di altri pezzi firmati dai Sabbath come Paranoid, Electric Funeral o War Pigs. "Combattono il mondo finché non vinceranno, e allora ci sarà amore. I figli del domani vivranno nelle lacrime versate oggi. Il mondo deve vivere all'ombra di una paura? Il sole sorgerà ancora?". Un testo così eccelso è sempre attuale, che si tratti di anni 70, all'epoca della guerra del Vietnam, sia che si tratti di anni 80 o di oggi, 2021. Tra armonici artificiali, corse a pelo di tastiera, feedback usati con sapienza, la formazione sfodera le sue armi migliori, per una cavalcata metallica davvero infuocata.

Paranoid

Persino nella sfuriata Paranoid (Paranoico), canzone concisa, veloce e fugace, il talentuoso chitarrista riesce a metterci lo zampino, grazie a una serie di distorsioni da capogiro, per poi giungere a un assolo da brividi, possente e velocissimo, acuminato come una saetta. "È finita con la mia donna perché non ha potuto aiutarmi, ho problemi di mente, la gente pensa che sia pazzo perché rifletto ogni giorno, e nulla mi soddisfa. Perderò la testa se non trovo qualcosa che mi tranquillizzi". Gli strumenti rimbombano sul palco, le grida del pubblico sono smorzate dal frastuono, le grida dei presenti sono coperte nonostante l'incitamento del cantante che li chiama in causa diverse volte. Paranoid è incentrata sul tema della pazzia e della paranoia, cioè di una mente disturbata e in preda a forti allucinazioni, ma anche semplici paure. Si indaga su una sensazione personale, eppure anche in questo contesto il pezzo suscita critiche da parte dei benpensanti americani, che collegano il suo messaggio (intimo, ovviamente) a quello di Suicide Solution, focalizzando l'attenzione su alcune frasi delle liriche, specialmente gli ultimi passaggi, dove si parla di morte e di "farla finita". "Ho bisogno che qualcuno mi mostri le cose importanti della vita, le cose che non riesco a vedere, quelle che fanno la felicità. Devo essere cieco. L'amore mi sembra irreale, e anche la felicità. Goditi la vita, io non posso farlo, è troppo tardi". Quando tutto finisce e gli strumenti si smorzano, ecco che finalmente le urla della gente esplodono all'unisono. Paranoid è storia, uno di quei brani che ha avuto il privilegio di scrivere le pagine più belle della nostra amata musica dura, e per questo non poteva mancare la mano del giovane Randy, tra i più grandi chitarristi della sua generazione, che in una manciata di minuti ribattezza questo storico pezzo, trasformandolo in una scarica heavy metal sparata a tutto volume. L'ombra dei Black Sabbath incombe sul palco, e ciò è inevitabile, ma la nuova formazione messa in piedi da Osbourne funziona alla grande, si diverte e fa divertire.

Goodbye To Romance

Registrata dal vivo in un concerto del 1980, Goodbye To Romance (Addio al Romanticismo) è la perla dal carattere tranquillo e malinconico, messa quasi in conclusione di scaletta. Uno dei brani preferiti dallo stesso Ozzy, per sua stessa ammissione, dotato di un'atmosfera sognante e calda che si percepisce anche grazie al tocco vellutato del chitarrista. Sensibilità e una splendida melodia cantata dalla voce acuta e incerta di Ozzy ci accompagnano quasi al termine di questo live album. "Il passato ormai è stato, è tutto finito, forse domani troverò il sole, oppure pioverà? Tutti si divertono tranne me, mi sento solo e vivo nella vergogna". Per molti ascoltatori questa ballata risulta melensa e fin troppo soffice, ma in realtà denota il carattere romantico e la grande vena melodica del Signore delle Tenebre, anche lui essere umano fragile, in grado di perdersi spesso in riflessioni profonde e disperate e in momenti di sconforto e di nostalgia. "Ho detto addio al romanticismo, addio agli amici, addio al passato. Credo che prima o poi ci rivedremo, alla fine. Sono stato il re e anche il pagliaccio, adesso ho le ali spezzate, ma sono libero di nuovo". Il brano è molto bello, sia dal punto di vista lirico che strumentale, un momento delicato prima dell'esplosione finale.

No Bone Movies/Dee (Randy Rhoads studio out-takes)

"Un demone vietato ai minori di diciotto anni, che vive nella mia testa e che vuole essere nutrito". Il bassista Bob Daisley scrisse il testo di No Bone Movies (Niente film Porno), il quale riguarda il disgusto verso il cinema pornografico. Ovviamente il tema è trattato in maniera ironica, e Daisley ricorda di aver visto un film per adulti insieme ai compagni di squadra. Randy lo aveva definito un "bone movie", una frase originale che Bob non aveva mai sentito prima, e così aveva deciso di utilizzarla come titolo per una nuova canzone. "Uno schermo argentato è una tale disgrazia, non posso guardarlo dritto negli occhi. Assuefazione oscena, vivo nel disgusto, degrado, mangiato dalla lussuria". Il blues rock di No Bone Movies esplode, conducendoci alla fine di questo viaggio musicale. Dal punto di vista musicale, la traccia è forse la minore, sia per quanto riguarda l'arrangiamento, tradizionale, che per il testo. La chitarra infuocata di Rhoads si eleva al di sopra degli altri strumenti, garantendo efficienza e divertimento. Dopo la parentesi nostalgica della ballata precedente si sentiva il bisogno di riprendere energia per sgranchirsi le gambe. "Ispirazione oscena, senza scene tagliate, vera ossessione, un guardone affaticato in amore con la sua mano, passione velenosa. Non dovrei guardare, il senso di colpa me lo impedisce, ma non posso fermarmi". L'atto sessuale viene rievocato dagli strumenti, che sembrano danzare sulle teste del pubblico presente. Ma questo Tribute ci offre una sorpresa fianale, Dee (Randy Rhoads studio out-takes), un interludio acustico suonato in maniera eccelsa da Randy, davvero toccante, registrato di straforo durante una out-takes in studio. Tra una boccata di sigaretta, qualche incertezza negli accordi e dialoghi col fonico, il brano prende vita, incarnando l'anima stessa del giovane talento della sei-corde. Ed è con le lacrime, scolpite tra le note di chitarra, che si chiude questo disco-raccolta.

Conclusioni

Il 19 marzo 1982 resta una data significativa per tutto il mondo rock, perché è in questo giorno che scompare per sempre uno dei più fulgidi talenti della sei-corde, un venticinquenne capace di incantare, di produrre meraviglie sonore con le sue dita. Randy Rhoads nasce come discepolo della chitarra classica, amore mai affievolitosi durante la sua breve carriera, ma ben presto il musicista fonde il suo amore viscerale per la classica con l'attitudine rock, prendendo spunto da Tony Iommi, Jimmy Page e Ritchie Blackmore. Un lavoro costante che, unito al talento naturale, consacra il giovanissimo Randy tra i grandi del rock. Ozzy Osborune ne intuisce il potenziale e lo vuole con sé, prelevandolo dai Quiet Riot, dando al ragazzo il mezzo mediatico per esprimere il proprio genio. Tanto più il vocalist è spregiudicato, dissoluto, eccessivo e grottesco, tanto più Randy è equilibrato, compassato, lontano da vizi, attaccato alla madre Dolores, alla quale dedica il dolce brano acustico Dee. Con lui a fianco, Ozzy ritrova serenità, per sua stessa ammissione.

Se la figura del chitarrista porta due anni di felicità nel cuore di Ozzy, come un angelo disceso sulla terra per alleviare le sue pene, la sua morte lo fa precipitare nella depressione più nera, e in un circolo di droghe che lo schiaccerà in più occasioni. Dinamico, incisivo, tecnico, melodico, virtuoso, le caratteristiche di Randy sono infinite, patrimonio di un certo tipo di cultura musicale, in particolare metallica, tanto da ispirare una generazione di chitarristi, da Zakk Wylde a Tom Morello, da Dimebag Darell a George Lynch, ma si potrebbero citare tantissimi altri nomi, tutti molto famosi.

Tribute è una compilation, non solo un concerto, o vari spezzoni di concerto, e lo si tenga bene a mente. Non è la fotografia di una serata, bensì un magnifico ritratto incapace di invecchiare, che è sempre vivo e attuale nel mettere in mostra il talento di una squadra formidabile, all'interno della quale spicca ovviamente la genuinità e la bellezza musicale di Randy Rhoads. Una figura che resta sicuramente impressa nella memoria di tutte le generazioni che seguiranno, raffigurazione di un geniale strumentista. Prototipo del chitarrista moderno, maestro di tecnica, di suono, di tocco e di gusto, Randy trova la morte in giovanissima età nonostante una vita equilibrata, vissuta con la testa sulle spalle. Non sapremo mai, purtroppo, come si sarebbe evoluta la sua carriera, quali sonorità avrebbe adottato, con chi avrebbe suonato, cosa avrebbe composto. Di certo, la sua leggenda ha ispirato e continua a ispirare molti, e questa raccolta dal vivo è lo specchio della sua anima, uno dei migliori live album degli anni 80, capace di vendere oltre tre milioni di copie e di conquistare tutti gli ascoltatori del mondo.

Ciao Randy!

1) I Don't Know
2) Crazy Train
3) Believer
4) Mr. Crowley
5) Flying High Again
6) Revelation (Mother Earth)
7) Steal Away (The Night)
8) Suicide Solution
9) Iron Man
10) Children Of The Grave
11) Paranoid
12) Goodbye To Romance
13) No Bone Movies/Dee (Randy Rhoads studio out-takes)
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