OZZY OSBOURNE

Speak of the Devil

1982 - Jet Records

A CURA DI
PAOLO VALHALLA RIBALDINI
10/12/2011
TEMPO DI LETTURA:
7,5

Recensione

Il protagonista indiscusso dell’album “Speak of the Devil” (“Talk of the Devil” nella versione britannica e giapponese), primo live ufficiale del madman Ozzy Osbourne, è proprio il suo più grande assente. “Randy” Randall Rhoads, senza dubbio uno dei più grandi musicisti moderni del Novecento, muore il 19 marzo 1982 in un incidente aereo sul bimotore dell’autista del tour bus di Ozzy. Senza entrare nei termini morbosi della tragedia, conosciuta a tutti i rockers, basti sapere che la figura di Randy ricopre in quel momento per Ozzy più di un ruolo principale: amico, quasi fratello, moderatore di eccessi, confidente, fonte di autostima, compositore, collante della band, uomo di fiducia. Ah sì, è anche il suo chitarrista. Un chitarrista di nuova generazione, figlio mai riconosciuto della commistione blackmoriana tra chitarra classica (studiata ampiamente in gioventù e grande amore del musicista) e quella rock, di cui Randy diventa all’inizio degli Ottanta una bandiera fondamentale: lo shredding moderno nasce da lui, Malmsteen e Van Halen. L’importanza di Rhoads nell’universo Ozzy è risaputa, tanto da essere oggi patrimonio comune. “Speak of the Devil”, registrato al Ritz di New York City il 26 e 27 settembre 1982, è nelle intenzioni di Ozzy il definitivo album della consacrazione solista, la dimostrazione che anche lontano dai Black Sabbath è per lui possibile incendiare le folle con show pirotecnici, segnati principalmente proprio dalla grandezza musicale di Randy. Il giovane chitarrista, però, non può prendere più parte a questo progetto... Inizialmente, l’album dovrebbe consistere in un insieme di registrazioni dal vivo con Randy risalenti al 1981, in cui figurino praticamente solo brani dai due album solisti del madman finora pubblicati, “Blizzard of Ozz” e “Diary of a Madman”, dischi baciati da un successo commerciale incredibile (maggiore addirittura di quello dei corrispondenti lavori dei Sabbath in formazione Dio, che pure ne costituiscono non i rivali bensì la naturale complementarità nella storia musicale di quegli anni... Parliamoci chiaro: Ozzy solista non esiste senza i Sabbath e i Sabbath non esistono senza Ozzy solista, nei primi Anni Ottanta. Ne è la prova il fatto che il corrispondente live sabbathiano del 1982, “Live Evil”, raccoglie meno successo di Ozzy nelle chart americane ma di più in quelle britanniche, segnando quindi un sostanziale pareggio). La morte prematura di Rhoads, tuttavia, scombina ogni piano. Pressato dall’etichetta discografica, la Jet Records, Ozzy è costretto a proporre un doppio album vinile di sole cover dei Sabbath, ovviamente dai dischi in cui lui figura come vocalist. Anni dopo, in occasione della pubblicazione di “Tribute” nel 1987, album di canzoni dal vivo tratte dagli show con Randy Rhoads e pensato da Ozzy come omaggio all’amico defunto, il cantante si scaglierà pesantemente contro “Speak of the Devil”, identificandolo come risultato di pressioni discografiche piuttosto che come essenza della sua produzione del periodo, e nel 2002 il catalogo americano di Ozzy vede cancellato questo album, ivi destinato a non essere più oggetto di ristampa (in Giappone invece continua ad essere prodotto)... La formazione vede Rudy Sarzo al basso, che lascerà un mese dopo gli show registrati sul disco per tornare nei Quiet Riot, Tommy Aldridge alla batteria, Don Airey non accreditato alle tastiere e Brad Gillis alle chitarra. Brad, chitarrista proveniente dagli statunitensi Night Ranger, è il sostituto di Rhoads, benché non sia la prima scelta di Ozzy: Bernie Torme, provinato in precedenza, diventa inizialmente il session guitarist della band ma lascia dopo un mese appena, a disagio nei ritmi incalzanti di un carrozzone mainstream come quello in cui si è imbarcato e nel mondo di Ozzy, fuori da ogni regola, in cui solo Rhoads sembrava poter stare senza esserne corrotto.Gillis è chitarrista del gruppo da alcuni mesi, mentre Sarzo e Aldridge girano con Ozzy sin dalla fine dei lavori del secondo album in studio, rilasciato l’anno precedente, dopo il completamento del quale Ozzy si è disfatto per motivi contrattuali di Bob Daisley e Lee Kerslake, bassista e batterista originali dei primi due album, ma che sul secondo vengono estromessi dai crediti in maniera bieca e scorretta (la recente ristampa in mixaggio ed edizione originale rende ai due musicisti il dovuto, facendoli figurare su “Diary of a Madman” come membri ufficiali al posto di Sarzo e Aldridge, che su quell’album non hanno mai suonato). Gillis è un ottimo musicista, che si misura bene anche con il funambolismo poetico di Rhoads, ma purtroppo in questo disco non è possibile vederlo all’opera sul repertorio solista di Ozzy. Su una più recente release in laserdisc e DVD, dallo stesso titolo del disco, si può ammirare Gillis alle prese anche con il materiale suonato da Rhoads. Da segnalare brevemente il buon mixaggio e la resa particolare delle vocals, che sono la risultante della registrazione dal vivo e del rinforzo operato poi in studio...“Symptom of the Universe”, pezzo di apertura dell’album, esordisce con un suono molto distorto e distante dal riff elegante di Iommi nel sabbathiano “Sabotage”. Messaggio in codice: questo non è uno show dei Black Sabbath, qui si parla di heavy metal vero e proprio, non del magnifico ed indefinibile universo di suoni che la band di Birmingham sa offrire. Né positiva né negativa, tale considerazione va presa come postulato per capire con chiarezza “Speak of the Devil”: non vana riproduzione del repertorio passato in chiave di omaggio, bensì trasformazione sguaiata ed urlante della pazzia di Ozzy attraverso la forma corporea del suo trascorso insieme a Iommi, Butler e Ward. Alla fine del pezzo, Ozzy urla “Yeah! The madman is back!”. Sì, è tornato, ma dove? Non nella gloria, ma nella stanza d’albergo in cui, dopo la morte del padre pochi anni prima e dopo la cacciata dal Sabba, si è rifugiato tra pizza, birra e cocaina. Non con il corpo, ma con lo spirito di sicuro. Ozzy è distrutto, piegato, la voce trema persino, il suo simbionte Randy è scomparso e comprensibilmente lui accusa il colpo. Poco importa che in “Snowblind” continui a gridare la parola “cocaine!” con malcelato compiacimento. Se ne sarà anche fatta a chili prima di salire sul palco, ma il malessere interiore non si nasconde con salti e incitamenti al pubblico (“loudeeeer!!!”). “Black Sabbath” non ha l’attitude misteriosa ed inquietante del disco originale, né degli show di pochi anni prima coi vecchi compagni di merende, sembra piuttosto un festival del riverbero e del volume alto, uno sfogo liberatorio e passeggero, come se il dolore misto alla droga affrettasse i gesti di Ozzy rendendoli ipercinetici. C’è da dire che la band di supporto, dietro al frontman, ce la mette tutta per far tremare i muri. La perla “Fairies Wear Boots” vede il prode Brad Gillis misurarsi degnamente con il riff originale, e pure il solo è assai convincente e saturo. Un mixing ben bilanciato tra gli strumenti è penalizzato solo, come succede un po’ in tutto il disco, da un volume della voce leggermente predominante, comprensibile d’altronde visto che si tratta di un album solista di Ozzy. La successiva “War Pigs” è meno magica dell’originale, ma la band riesce ugualmente a renderla con discreta energia e potenza, mentre il pubblico in sottofondo è in delirio per il proprio beniamino. Già in questa parte dello show Ozzy sembra più in palla e carico, meno in balia degli eventi. L’intro di armonica a bocca è la caratteristica principale di “The Wizard”, uno dei pezzi più suggestivi e seminali dei Sabbath. Anche in questo caso il lavoro dei musicisti di supporto a Ozzy, Gillis in primis, non lascia per nulla a desiderare, anche se ovviamente la formazione del brano originale è di caratura abbastanza diversa. “N.I.B.” è paragonabile, unico pezzo nel disco, alla resa dal vivo che ne hanno i vecchi Black Sabbath, ed il solo chitarristico è veramente di gran pregio, mettendo in mostra tutta l’abilità di un Gillis finora confinato, nei Night Ranger, ad uno stile decisamente più compassato e hard rock, forse meno aderente alle sue inclinazioni di shredder. Passano i minuti e il madman è sempre più partecipe e sugli scudi, con “Sweet Leaf” e poi con “Never Say Die!”, quest’ultima obiettivamente meno grandiosa rispetto ai brani precedenti, non per demerito della band ma per minore originalità e complessità estetica della stessa versione sabbathiana rispetto ai capolavori dei primi sei album con Ozzy al microfono. Con “Sabbath Bloody Sabbath” si cambia registro, il suono del gruppo è pieno e potente, molto heavy, decisamente più scorrevole rispetto all’approccio di Iommi e compagni, ma proprio per questo meno efficace, meno memorabile. Gli intermezzi quasi blues dal tocco “americano” snaturano forse un po’ l’essenza della canzone, ma il pubblico mostra di apprezzare ampiamente l’ottimo lavoro comunque svolto dalla band. Si noti come qui il nuovo arrivato Gillis tenti di replicare alcuni dei punti di forza stilistici di Rhoads, senza però riuscire a dare un’idea della grandezza del predecessore: purtroppo la perdita del chitarrista è incolmabile, chissà cosa il futuro avrebbe avuto in serbo per lui dal punto di vista musicale se le cose fossero andate diversamente. Sulla strofa di “Iron Man” la voce di Ozzy ritorna a tratti a tremare, ed anche nel footage video è evidente lo stato di alterazione psichica del cantante, che spesso dà l’idea di essere pazzo non per un gioco mediatico ma come tragica conseguenza di anni passati in una realtà irreale di droga, alcol, paranoia mentale, condita dalla mazzata emotiva della scomparsa di Randy. Il medley con “Children of the Grave” costituisce un uno-due di terrificante potenza, mentre il madman urla continuamente frasi come “Come on! We love you all!”... Chiude il cerchio una “Paranoid” con tutte le buone intenzioni, ma che risulta per suoni ed approccio uno dei pezzi meno riusciti del disco, mentre è paradossalmente proprio Ozzy ad essere in forma strepitosa in questo brano, proponendosi ad un livello vicino ai vecchi fasti di qualche anno prima. “Speak of the Devil” è un manifesto alla controversia. Da un lato, propone solo materiale Sabbath tralasciando completamente la carriera solista (lanciatissima) di Osbourne, e non rappresentando quindi musicalmente lo status reale delle cose nel 1982. Lo stesso Gillis, ottimo chitarrista ma meteora nell’universo Ozzy, oscurato (benché talentuoso) dalla leggenda di Randy Rhoads, verrà sostituito di lì a poco da Jake E. Lee, mentre Sarzo se ne andrà per essere rimpiazzato dal rientrante Bob Daisley. Il live album è anche l’ultimo atto del rapporto di Ozzy con il manager discografico Don Arden, autore della rinascita dei Black Sabbath dopo le ruberie del duo di agenti Meehan-Pine. Ozzy sposa proprio nel 1982 la figlia di Don Arden, Sharon, che diventa la sua manager mandando il padre su tutte le furie. “Speak of the Devil”, se è solo una pallida imitazione dei Black Sabbath, rappresenta benissimo, per contrasto, il mondo emotivo di Ozzy alla scomparsa di Rhoads: un carrozzone ambulante mantenuto in piedi dalla necessità meccanica più che dallo spirito passionale. Ozzy è l’ombra di se stesso, un fantasma davvero vicino alla pazzia, ed il live album è il suo Schrei espressionista. Non c’è regola, non c’è uniformità in questo disco: si passa dalla depressione e mortalità più nera all’esaltazione degli ultimi brani, una varietà umorale che nella vita di Ozzy è diventata poi abitudine...In conclusione: chi volesse ascoltare le “vere” canzoni contenute in questo disco, meglio si rivolga all’album non ufficiale “Live at Last” (1980), chi volesse capire il “vero” Ozzy dal vivo (con Randy), meglio ascolti “Tribute” (1987). Chi volesse capire il dolore di Ozzy, di un essere umano distrutto più volte dalla vita e da se stesso, e ancora oggi in grado di rialzarsi come un pugile indomito all’ultima ripresa, metta invece sul giradischi questa splendida, controversa, insignificante, indispensabile testimonianza della storia del rock.


1) Symptom of the Universe
2) Snowblind
3) Black Sabbath
4) Fairies Wear Boots
5) War Pigs
6) The Wizard
7) N.I.B.
8) Sweet Leaf
9) Never Say Die!
10) Sabbath Bloody Sabbath
11) Iron Man /
Children of the Grave
12) Paranoid

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